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Archivio per la categoria ‘Giorni Siciliani’

Giorni siciliani

dicembre 6, 2009 2 commenti

Giorno I

Inizia il vero viaggio. Dieci giorni sulla barca a vela in giro per le Egadi sono stati sufficienti. Durante la navigazione una parte di me rimaneva perplessa e dubbiosa. Marsala, Salemi, Aragona, San Cataldo, Gela, Caltagirone, Catania, Messina. Conoscevo per nome le città che avrei visitato, ma non ero tanto sicuro di riuscire a trovare quello che cercavo. Tutt’ora sono a metà, solo quando riuscirò a scrivere qualcosa in più nel nuovo romanzo tratto da quest’esperienza, potrò dirmi di essere soddisfatto e che ne è valsa la pena. Ma questo è un altro discorso, una verità che uscirà fuori solo con il tempo. L’ingombro di due bagagli pesanti e il portatile sono un altro ostacolo, un impedimento che mi rende insicuro, come farò con tutto questo peso? a muovermi con disinvoltura?

Sicilia. Terre di lumie, terra di genuinità. Metto le valigie sul molo, altre persone prenderanno il mio posto e quello di altri per la seconda settimana di crociera. Chiedo a Max che mi restituisca i €40 che mi deve un po’ spazientito, mi dà sempre fastidio chiedere i soldi a un amico anche se mi appartengono. Lui è troppo preso con un operaio del porto a sistemare la passerella della barca che abbiamo rotto la settimana scorsa a Ustica per darmi ascolto. Si scusa e mi dice che li darà ad Ale, sbuffo tra me e me e gli dico che non c’è problema. Per evitare che mi prenda il magone a separami dal resto della ciurma, decido di incamminarmi. Saluto alcuni. Carlotta e Rosa le incontro sulla banchina e mi trascinano indietro al molo con tutte le valigie. Le saluto calorosamente e metto le pesanti sacche in spalla. Maledico me stesso per portarmi sempre più del necessario, poi penso che il viaggio sarà lungo: 750 km da percorrere solo con i mezzi. Poco male, ormai la roba è nella valigia. Faccio spallucce e m’incammino.

A principio ero tentato di rimanere un paio di giorni a Palermo di cui tutti gli amici mi parlano bene, però Roberto, un amico palermitano conosciuto al Cairo, non c’è; Linda, un’amica anche lei palermitana conosciuta al quartiere del Pigneto a Roma, è appena arrivata e dovrà assolvere tutti i convenevoli con parenti e genitori, forse le ci vorranno più dei miei due giorni. Sorrido tra me e prendo la decisione: “Parto subito”. Le gambe sono già in moto e un misto di eccitazione e paura s’impossessa di loro. Non so neanche dove andrò a dormire questa notte ma sono sicuro che una sistemazione la troverò. Aspetto il bus comunale per la stazione principale dei pullman provinciali. Roberto, mi chiama e mi dà il nome di un certo Enzo Quartana sperduto nel buco di Paceco, un paesino in provincia di Trapani. Enzo è il presidente dell’associazione Bersaglieri locale. Lo chiamo e al telefono mi parla per sommi capi dell’attività e dei componenti dell’associazione e mi dice che sarà lieto di aiutarmi nella mia ricerca. L’autobus arriva e percorre via della Libertà. L’autista mi consiglia di scendere e di farmela a piedi per un pezzo perché lui è obbligato a girare, “Non è lontano, 400 m”. Seguo il suo consiglio dicendomi che questo sarà un viaggio camminato. La via è bella e ricorda i lussi di un tempo andato che forse i palermitani aspettano che ritorni.

Il paesaggio scorre sul finestrino: vigneti, oliveti, piante di fichi e fichi d’India, alte palme e il mare che mi accompagna nascondendosi di volta in volta dietro una collina o un dirupo ma tornando sempre a riaffacciarsi sui miei occhi. Passo il tempo a cancellare i messaggi vecchi sul cellulare e a osservare i paesi che scivolano via. All’improvviso il pullman si ferma. L’autista sta gridando verso i passeggeri. Poi capisco che sta chiedendo del ragazzo che deve scendere a Paceco. Pazzesco, è già passata un’ora. “Sono io”, gli faccio eco. Mi alzo in piedi frettolosamente afferrando le mie cose. Scendo e vado a prendere l’altra borsa nel portabagagli. Mi ritrovo in una via di case basse che scende perpendicolare e retta fino a tuffarsi immaginariamente dentro il mare. Mi muovo sulla strada come un pezzo di legno, un pinocchio smarrito in un paesino stile spagnolo: incroci di vie una perpendicolare all’altra, forse è proprio dagli spagnoli che gli americani hanno preso esempio per costruire le loro mega città … lascio perdere le mie tergiversazioni da viaggiatore “fai da te” e la onnisciente pubblicità tutta italiana “No Alpitour …. ahiaiaiai”. Chiamo il signor Quartana. Lui rimane sorpreso, mi dice, masticando la sorpresa e un misto di irritazione, che mi aspettava per la prossima settimana. Mi scuso per l’ora inconsueta, sono le tre meno dieci, il momento della siesta. E come faccio? Mi ripeto tra me e me, ma chi glielo ha detto? Forse Roberto? Forse la conoscente di Roberto che lo ha contattato? Eppure sono convinto di averglielo detto per telefono che stavo per arrivare. Non posso far altro che scusarmi per l’incomprensione, che non fa niente, attenderò il prossimo bus per Marsala. “Non se ne parla nemmeno” e mi domanda dove mi trovo. Chiedo a delle persone sedute a un bar. Chiedo la via. Loro mi rispondono “Al bar Mazara, digli bar Mazara”. Come un automa riporto il loro suggerimento. Il signor Quartana mi dice che in dieci minuti sarà là.

“Sei di Roma?”, mi domanda un anziano seduto ad un tavolo.

“Sì sente?”, gli rispondo di rimando io.

“Ho lavorato a Roma per diversi anni …”. Sicilia. Terra di emigranti. Mi invita a sedermi con lui e il suo amico, mi chiede se prendo qualcosa e acconsento per un caffè. Mi racconta di quanto è bella la mia città. Io preciso che sono di Cerveteri e “Non romano di Roma”. La sua simpatia mi contagia e mi auguro che la fama dell’ospitalità siciliana mi accompagni fra le strade di quest’isola. Fino ad oggi, dopo una settimana di peripezie non posso che essere felice e contagiato da questo modo di fare che mi ricorda il mondo arabo dove vivo.

Il mio cicerone arriva. Si presenta. Ha pressapoco più di sessant’anni, un aspetto burbero, tutto d’un pezzo, lo sguardo trafilato. Non mi lascio condizionare dal suo aspetto, la vita mi ha insegnato tante volte che non significa nulla anche se la prima impressione può essere quella vera. Mi dice che la sua macchina è parcheggiata qualche metro più in là. Saluto gentilmente il mio ospite di caffè stringendogli calorosamente la mano. Saliamo in auto. Domando dell’associazione dei bersaglieri, specifico quale è la mia ricerca. Ascolta. Mi dice senza farmelo pesare, che è rimasto sorpreso di ricevere la mia chiamata, mi attendeva tra una settimana

Ci dirigiamo presso il locale dove ha sede l’associazione dei bersaglieri. È adiacente alla chiesa, siamo circondati da scritte sul Signore e Gesù, la Madonna e gli apostoli, sul  cammino cristiano nel mondo (come faccio a dirgli che sono agnostico?), da quattro biliardini sparsi senza un ordine come se volessero riempire un vuoto. Inizia una paternale su come deve essere vissuta la vita e come ha cresciuto i suoi figli. Ascolto con trascinato interesse ma senza mancargli di rispetto. Su alcuni punti mi trova d’accordo. Ripenso ai discorsi con mio padre: dopo circa venti anni il mio spirito battagliero si è affievolito, il mio essere ribelle forse ora è nella mia scrittura, nel percorso che sto seguendo e che non so ancora dove mi porterà. Questo è il dilemma dell’arte: senza un riconoscimento si ha la sensazione di viaggiare nel buio e prima che gli occhi si abituino si procede a tentoni. Alla fine arriviamo alla riforma della scuola, al maestro unico, al grembiule, al voto in condotta. Sugli ultimi due possiamo trovarci in sintonia con le dovute sfumature, sul primo storco un po’ il naso. La chiacchierata è stata esaustiva, ognuno crede di essersi fatto un’idea dell’altro. Per entrambi è sufficiente quello che ci siamo detti.

Suggerisco di cercare una pensione. Proviamo quella famigliare adiacente la stanza del nostro iniziale colloquio. Niente da fare, tutto pieno; l’albergatore ci dice che sarà difficile trovare posto senza prenotazione. Ci suggerisce di andare in un altro albergo sempre in paese; spiega la strada a Enzo. Così arriviamo al B&B di Francesco ma c’è solamente suo fratello, Nicola, che vive in Russia da tre anni. Si scusa per non poter esserci d’aiuto, sono circa quindici anni che vive fuori Paceco. Si adopera a chiamare il fratello e vedere se ha una sistemazione per me. Niente da fare. Francesco gli suggerisce di indicarci la zona di Belvedere, o perlomeno è pressapoco il nome della zona che mi sembra di ricordare, lì dovrebbero esserci altri alberghi.  Nicola ed io ci intendiamo subito. Lui fa il fotografo, sceneggiatore e curatore di mostre e ha un’agenzia tutta sua a Mosca. Gli racconto del mio primo romanzo e parzialmente la trama del secondo. Ci scambiamo i numeri di telefono. Quartana assiste in silenzio a questo siparietto di trentenni. Poi saliamo in macchina e ci dirigiamo dove ci ha indicato lui. Nel tragitto mi dice che vuole farmi conoscere una persona che ha vissuto la seconda guerra mondiale e la spedizione in Russia. Acconsento volentieri. Arriviamo ad una pensione eco-turismo. È un casale rimesso a nuovo rispettando lo stile con il quale fu costruito. L’ambiente mi piace, le stanze pulite e gli interni molto confortevoli, l’odore legnoso degli armadi antichi mi piace molto. Prendo la stanza anche perché non ci sono molte alternative in paese visto il periodo, siamo in pieno agosto. Enzo, ormai ci diamo del tu, mi suggerisce di rinfrescarmi un po’ mentre attende fuori.

Dopo dieci minuti sono in cortile con lui. Aveva ragione, l’acqua riesce sempre a far scivolare via la stanchezza. Riprendo il mio passaporto e siamo già dentro la sua Lancia Y. Mi parla della persona che mi presenterà, di quello che ha vissuto. Egoisticamente ascolto solo quello che m’interessa. Però seguo la sua voce pacata e mi fa piacere la sua disponibilità, ricordandomi che senza di lui sarei parzialmente perso. Arriviamo. Posteggia rasente a un muro di intonaco bianco. Devo far attenzione allo sportello e uscendo batto la testa contro un ramo di fico. Andrea Candela ci attende sul cancello di casa sua con un bastone in mano. La cosa più difficile ogni volta è rompere il ghiaccio, per quanto si voglia sfoderare un sorriso smagliante, con i vecchi è un sistema che non funziona, loro ne hanno viste troppe per cadere in inganno. Quindi so che è un percorso lungo e il tempo a mia disposizione è poco, l’indomani in tarda mattinata devo partire per Marsala.

È già sera. Ripercorro con la mente le parole di Andrea mentre bevo una birra e mangio una pizza d’asporto. La piazza del paese si va riempiendo e la musica aleggia tra i tavolini all’aperto. Un bambino scuote il cancello della chiesa, non si rende conto quanto più grande possa essere di lui. Lascia la presa, scappa portandosi dietro la sua fragilità e impotenza. Lo vedo perdersi nello sciame di teste sedute ad attendere l’inizio del concerto.

Mi guardo intorno, cocuzze bianche in attesa, senza fretta. Il pazzo del villaggio con un colore diverso per occhio, importuna i “conoscenti”. È più facile essere matto in un piccolo paese: i cittadini ti prendono in simpatia, come se non potessero vivere senza qualcuno che ricordi il prezzo della normalità. In una grande città è diverso: sono tutti pazzi che si rincorrono a vicenda.

La cameriera sembra assecondare la pesantezza dell’aria. Il suo fare giovane e flemmatico trascina dietro un’apatica attesa. Le ordino un’altra birra. Osservo più attentamente questa realtà siciliana. Anche a Roma non è così diverso, o per lo meno nei paesi limitrofi: tavolate lunghe dove una riga immaginaria divide in un angolo gli uomini e le donne dall’altro. Mi domando se sia perché ogni sesso ha interessi comuni: chiacchiere di paese, pettegolezzi di comari, discorsi da bar e di lavoro … Ognuno ricopre il suo ruolo: madre, amante, sposa, bambino, nonna, anziano. Anche gli arabi si dispongono uomini da una parte e donne dall’altra. I sessi non si devono mischiare se non tra le lenzuola. Il petto di un passero illuminato dal neon descrive un arco volando sulle cime dei giovani pini situati ai bordi della piazza. Una bambina grida qualcosa all’indifferenza di un’altra, si gira e corre via insieme a una terza amica. Il palco è in movimento, sotto solo gente che cerca posto e ragazzini che giocano ad acchiapparsi, pianificano complotti e creano segreti. Il concerto inizia con un presentatore tutto gas che immediatamente scopro essere anche il cantante del gruppo. Così l’intrattenimento estivo di questo piccolo paese inizia. La musica fa nascere ricordi nei bambini per una spensieratezza che sarà vista con nostalgia. Gli adulti incominciano a ballare un liscio a tempo di salsa campionata. Gli adulti rincorrono con la danza quel sogno bambino, quell’attimo impresso nel riflesso di un tempo ormai trascorso … Mi sposto dodici anni addietro in Spagna: un’estate torrida, caldo secco che brucia la pelle. Tudela del Duero, uno slargo quadrato come questo di Paceco. Gente che ballava ritmi diversi, la mia ex-moglie che mi spiegava che una volta le donne ballavano con il culo a papera per evitare l’insistenza degli uomini. Era un altro me, un ragazzo ignaro del futuro. Ora sono un uomo consapevole del passato, ma ancora ignaro di ciò che sarà della mia vita. Quando si supera una soglia d’età si ha l’impressione che l’incertezza faccia parte solo della giovinezza, un dolce inganno, invece è solo il tempo che stringe, si avverte il bisogno di preservare quello che si ha. Il futuro è solo un altro giorno da essere trascorso, un tempo apatico in un ballo di paese, una bibita ghiacciata, una tirata di sigaretta, una campana che suona, un bambino che scuote le inferiate per un tempo che si ripete.

Sono venuto qua seguendo l’istinto, non sapevo cosa avrei trovato. Questa mattina Enzo mi ha fatto da Cicerone, questo pomeriggio ho parlato con Andrea Candela, un bersagliere in pensione di ottantotto anni, gli stessi di mio nonno quando è venuto a mancare qualche mese fa. Andrea ci attendeva sulla porta del cancello di casa appoggiandosi al bastone; Andrea vede solo ombre, la sua vista l’ha abbandonato e la sconfitta si sta impossessando di lui. Ha lo sguardo tenero e burbero allo stesso tempo, a volte sembra che mi fissi davvero, forse cerca solo di estrarre dei contorni dal suono della mia voce. Andrea combatte ancora, lui è un uomo d’un pezzo, d’altri tempi, lui la morte la vide congelata sui campi in Russia.

Una famiglia siciliana si siede accanto a me mentre scrivo sulla mia agenda parte del romanzo che verrà. La piazza è tornata reale. Il potere della scrittura è che ti porta in un altro mondo, vivi nei corpi di altre persone e per un breve tempo sei risucchiato, assente da tutto quello che ti circonda. Fa un certo effetto vedere una persona seduta sola a un tavolo che scrive, così la signora più grande, incuriosita, incomincia a parlare con me. Di dove sono. Cerveteri, Roma. Cosa faccio. “Ah, scrivi?”. Perché sono a Paceco. “Ah, una ricerca per il libro”. La serata prosegue tra i nostri discorsi e le pause in cui il mio inchiostro corre sulla carta. Do la buonanotte. Sono veramente stanco. Guardo di nuovo la piazza: i bambini non hanno smesso di correre, le famiglie e gli amici sono ancora seduti in grandi tavolate … gelati, birre, bottiglie di coca cola … la piazza circondata d’alberi, la musica suona.

Mi dirigo verso la pensione eco-turismo a 4 km fuori il paese. Ho una gran voglia di camminare, di respirare questa nuova realtà fatta di altri tempi. Ripasso di nuovo davanti alla pizzeria d’asporto dove ho comprato la mia cena. Persone ancora ad aspettare il loro turno, dall’altra parte del bancone sono indaffarati a infornare e prendere soldi. Fino ad ora non ho visto nessun locale in. Ma è sempre così nei piccoli centri: è più importante fare dei km per andare in un posto alla moda, altrimenti che “in” è?

Vagabondo tra le case. Ogni incrocio sembra uguale all’altro, so solo che devo scendere per poi girare a sinistra sulla strada principale. La percorro quasi tutta prima di ritrovarmi fra le campagne e l’odore intenso dell’erba, dei pini, della terra, delle vigne e degli uliveti. Arrivo al casale eco-turismo con i suoi cortili di pietre incastonate tra lastre di granito antico. Entro in camera, accarezzo l’armadio antico di oltre un secolo, il suo legno sembra penetrarmi nella pelle e al tocco mi pervade un calore inusuale, forse dovuto alla sua lunga vita o ad un’illusione della mente. Svogliatamente mi faccio una doccia, consapevole che è l’unico rimedio per togliermi la stanchezza. M’infilo tra le coperte ma non prima di aver messo il portatile e i telefonini a caricare … la vita moderna non stacca mai la spina. Allungo il braccio sullo spazio vuoto dall’altra parte del letto. Chiudo gli occhi. Silenzio.

Giorno II

La mattina rifaccio velocemente le valigie. La colazione è servita su una veranda che si affaccia su un vigneto, cerco di individuare il mare, ma solo olivi e viti. Il cappuccino è buono quanto quello di un bar, per il resto yogurt, pane, corn flakes, miele e marmellata che provengono dal supermercato più che da una produzione locale. Ma ormai le leggi ci dicono anche come dobbiamo mangiare, produzione locale abolita, se te la procuri a tuo rischio e pericolo … tra poco il governo ci dirà anche come andare al bagno e come farla: sedersi davanti, di dietro, di lato, sotto, sopra … forse è per questo che ho deciso di vivere in Egitto, a mio rischio e pericolo.

Lascio la chiave della stanza e le valigie alla reception e faccio a ritroso la strada di ieri notte. Affretto il passo anche se inizio a sudare, ma non voglio arrivare tardi a casa di Andrea. Intento vano. Passata la piazza fatta solo di vecchietti, mi sono perso, devo aver percorso troppa strada. “Sapete dov’è la casa di Candela? Andrea Candela, sì?”. All’inizio mi guardano per capire chi sono, se assomiglio a qualcuno del villaggio, poi al sentire il nome di un compaesano allentano la tensione.

“Ridiscendi per questa strada e gira a sinistra, dopo il benzinaio te la trovi ancora sulla sinistra”. Ringrazio e me ne vado.

Arrivo con trenta minuti di ritardo. So che le persone di una certa età amano la puntualità. Avrei voluto fare una buona impressione … suono. Il cancello è aperto. Entro. Andrea è seduto a guardare il vuoto, il buco del tempo, lo spazio di una vita nei suoi occhi immobili fatti di ombre. Si desta come ritornasse da un sogno. Segue il suo bastone e mi conduce nella veranda chiusa di casa. Abitudini giornaliere scavate negli anni, movimenti ripetuti nel tempo conducono il suo piede più del mio che invece vede bene. Ci sediamo. Dove eravamo rimasti? Bella domanda. In una vita di ottantotto anni come ritrovare il filo? Ogni minuto vissuto può essere una storia, un libro. Così ripartiamo da quegli anni ’30 e ’40, anni di gioventù, anni di futuro.

Mi racconta di un corso da automobilista superato. Trieste, gennaio 1941. spedizione in Russia. Giovani preparati alla sfida, una generazione preparata e cresciuta per il fine ultimo. L’attesa di tutta un’infanzia, una propaganda martellante. Il momento sopraggiunto dopo un anno di esercitazioni. Un motto: Roma-Mosca. I camion e le vetture insieme agli uomini furono caricati sul treno, spedizione italiana ARM.I.R: Verona, Vienna, Troppao in Cecoslovacchia. Da lì solo una meta, solo una conquista: Mosca. I km macinati dai pneumatici: Leopoli, Kiev, Karkov, Millerov, Ristov, Dingepo Petrosky, Odessa, Veronez, Misk, Stalingrado. Dove c’era bisogno di automobilisti, provviste e soldati da portare il bersagliere Candela  doveva andare. La sua mente è lucida, fa impressione come i suoi occhi ora riescano a vedere, ricordi impressi che passano davanti a lui come se stessero accadendo ora. Sono trasportato in un vortice, seguo le sue parole, ascolto la Storia. La gente si stupisce di come certe persone riescano a ricordare eventi occorsi sessant’anni addietro, dimenticandosi che una guerra non si combatte tutti i giorni.

Su una strada a Stalingrado il suo camion mangiava la neve. Due piantoni su delle garitte lo fermarono. Erano tedeschi, o meglio uno tedesco, l’altro altoatesino, esattamente di Bolzano ma naturalizzato tedesco. Oltre non era sicuro proseguire, c’erano i russi. Uno di loro aveva il muco congelato sotto il naso, Andrea mise mano alla sua borraccia piena di marsala e lo porse ai due sventurati. Sorrido alle sue parole pensando a cosa si possa fare, quale escamotage inventare per portarsi dietro un pezzo della propria terra. Pensare che al Cairo trovo la Barilla, l’olio d’oliva italiano, pesto Saclà, pomodori secchi e qualche volta anche i biscotti del Mulino Bianco! Rimasero a chiacchierare per circa una mezz’ora prima che Andrea ritornasse sui suoi passi.

Continua a raccontarmi. Millerov, un paese sperduto di ventimila anime vicino al Don. Gli ufficiali italiani erano convinti che fosse questione di ore o giorni e poi l’esercito avrebbe capitolato. Venne consigliato di cucire i propri effetti personali dentro le giacche: foto, santini, soldi … L’indomani i tedeschi ruppero l’assedio con una mossa inaspettata. I camion traboccanti di soldati, alcuni caddero sotto le ruote, ossa spappolate, il motore non si poteva fermare, corpi destinati al freddo e all’assideramento.

Una marcia a ritroso verso casa mangiando il cibo nascosto nell’autocarro e di nascosto dagli altri. Andrea mi spiega dettagliatamente che è diritto di ogni automobilista prendete i pacchi rotti di pasta, formaggi e quant’altro. Mi fa tenerezza la sua voce che orgogliosamente protegge la statura da uomo d’onore e integro … gente d’altri tempi con valori che spesso oggi buttiamo nel cestino, valori che invece creano una comunità, un senso di appartenenza, una sicurezza del vicino. 2009, il 1968 mi sembra così lontano, come quando si studiano i moti rivoluzionari del 1800. Una rivoluzione fallita che ha creato solo divisioni tra vecchi e giovani? Un futuro negato per uno scopo fallito. Mi domando dove è il futuro di noi giovani, della mia generazione sempre in stallo in un apprendimento stazionario, bloccata da vecchi che ristagnano nei posti chiave del paese per aspettare che i propri figli prendano il loro posto. Il futuro tradito della generazione di mio nonno, di Andrea Candela e di quanti altri nati durante il Fascismo, hanno creduto che il loro mondo e la loro gioventù di eroi, combattenti, contadini e bottegai non avrebbe avuto fine. Un ipotetico futuro distrutto da una guerra persa, un ricominciare con rinnovato entusiasmo anche se con una frattura nella mente … Doveva accendere un fuoco per scongelare i cibi e poi cucinarli di nascosto. Avrebbe voluto offrirlo anche agli altri, ma se si fosse sparsa la voce il suo camion sarebbe stato preso d’assalto. Mi dice che incontrarono diversi hangar italiani pieni di vestiario adatto per quelle condizioni climatiche, si rammarica per tutti quegli italiani che avrebbero potuto salvarsi se quel vestiario fosse stato fornito  ai soldati che durante il cammino si accasciavano distrutti dalla fatica e dalla fame che in poche minuti morivano assiderati o schiacciati tra un pneumatico e la neve.  Lui ostinato a riparare il suo mezzo perché sicuro che senza avrebbe fatto la stessa fine. Andrea accusa gli ufficiali italiani di averli abbandonati, di aver combattuto la guerra per radio a km di distanza dal fronte mentre quelli tedeschi erano con le truppe. I suoi denti masticano amaro, il gusto agre del tradimento.

Arrivò al Brennero con l’autocarro pieno di ferraglie prese dalle case distrutte. Il governo italiano avrebbe dato una ricompensa di 50 lire per chi l’avrebbe consegnate. Venti giorni in isolamento forzato sotto osservazione per probabili contagi. Passati i venti giorni gli vennero restituiti i vestiti. Ma gli effetti personali non c’erano più, non c’era più il suo diario e la palla di carta delle gallette dove lui continuava a scrivere le sue emozioni e riflessioni durante la spedizione in Russia. Una palla con su scritto “Ricordi di guerra” … Con gli occhi che fissano la mia ombra mi dice: “Perché? Che cosa ci dovevano fare? Chi l’avrà presa?”. Il tono della sua voce è quasi supplichevole ed è quello di chi è convinto che quei pezzi di carta esistano ancora da qualche parte, che qualcuno li conserva, non si spiega perché non glieli riportano. Sono in silenzio, penso di stare ad assistere a qualcosa che nessuno scrittore riuscirà mai a fare: riportare quelle sensazioni nell’inchiostro perché quelle emozioni sono frutto di una rielaborazione, un’immedesimazione con una realtà non vissuta. La realtà parla da sola. Come estrapolare quegli stati d’animo dal corpo di Andrea? Per un attimo ho creduto di vedere le sue emozioni, forse è quell’attimo che sarà riversato nell’inchiostro.

Un nuovo reparto gli viene assegnato. Alessandria, aggregato all’11° Artiglieria. Una sera con gli altri commilitoni si trovava in un ristorante in città. In un tavolo davanti un gruppo di soldati tedeschi. Uno lo fissava in continuazione. L’8 settembre 1943 era alle porte. I tedeschi respiravano un vento di cospirazione e tradimento, “Italiani cornuti e traditori”, un senso di rabbia. Tra un sorso di vino e una cucchiaiata di zuppa Andrea non distoglieva lo sguardo da quello dell’altro tavolo. Quando questi si alzò lui era già in piedi. I due si fronteggiavano. La tensione correva fra i tavoli. L’oste osservava ammutolito, i muscoli dei seduti contratti.

“Mi riconosci?”.

“No”.

“Allora mi faccio riconoscere. Tu una volta alle porte di Stalingrado hai dato da bere del vermut a due tedeschi, uno ero io”. Le mani di Andrea tremavano, una contrazione impercettibile dell’occhio. I due si abbracciarono come se fossero amici d’infanzia. Unirono i tavoli, si fece baldoria, l’8 settembre era lontano, un’invenzione della Storia che sarebbe venuta. L’altro si offrì di pagare, Andrea non avrebbe voluto, ma 11 marchi corrispondevano a 110 lire, le 11 lire che Andrea percepiva dall’esercito italiano erano niente in confronto.

Tornano a incontrarsi diverse volte. Durante il racconto mi confessa che non si ricorda il nome dell’altoatesino. Si domanda che sarà stato di lui, se perì nella Grande Guerra oppure sopravvisse, e se così, sarà ancora vivo? Si rammarica di non ricordare il suo nome, cosciente che si metterebbe a cercarlo subito. Io lo chiamerò Gabriele.

L’8 settembre arrivò, le truppe tedesche in Italia occuparono immediatamente le caserme degli italiani. Il servizio di spionaggio tedesco doveva funzionare alla perfezione oppure la capacità di prendere decisioni era bene rodata. Gabriele va direttamente alla caserma del 11° Artiglieria. Andrea la notte prima era stato messo in prigione per essere rientrato tardi. Dalle sbarre del seminterrato vide tutto: il chiasso, i militari italiani costretti a deporre le armi al centro del piazzale, il via vai delle persone. Andrea scorse Gabriele, lo chiamò. Questi scese immediatamente nei sotterranei e liberò Andrea così com’era, senza scarpe, cinghia e portafogli, e lo portò fuori, vicino al muro di cinta.

“Che Dio t’aiuti”.

“Anche a te”, rispose Andrea.

Si abbracciarono per l’ultima volta. Andrea percorse le strade di Alessandria senza voltarsi mai. Alcuni lo chiamarono. Andarono in una chiesa dove c’era un parroco. Gli diedero abiti civili e gli proposero di entrare a far parte dei partigiani. Lui rifiutò. Mi confessa che se qualcuno investito di un’autorità imparziale gli avesse chiesto con chi schierarsi, per chi combattere, Badoglio o Mussolini, avrebbe scelto quest’ultimo. Così prese la decisione di tornare a casa. Credo che non volesse un’altra sconfitta, pensando che con chiunque si fosse schierato lui avrebbe perso comunque. Credo che Andrea in quel frangente capì che un mondo, un’epoca stavano scomparendo, si stavano chiudendo, che quello che gli era stato inculcato fin da bambino non c’era più, che il futuro promesso era stato cancellato. La mattina seguente prese, anzi “trovò”, ci tiene  a puntualizzare per evitare che io pensi che l’abbia rubata, una bici da donna. Partì in direzione Piacenza. Cercò di prendere strade secondarie perché ogni incontro poteva essere un pericolo. Una volta girando in tondo per chilometri ritorna allo stesso punto da dove era partito. Senza un soldo né un documento, un esercito allo sbando. Procurarsi il cibo era difficile ma non impossibile. Impossibile invece era attraversare un ponte dove dall’altra parte c’erano due soldati tedeschi in bici anche loro. Due sole soluzioni: tornare indietro o proseguire, abbracciare la causa partigiana o cercare di raggiungere a tutti i costi la sua amata terra. Si ricordò degli studi elementari, un episodio dei Promessi Sposi, don Abbondio davanti ai bravi, scappare o affrontarli. Inforcò il pedale. Il fiume scorreva sotto i piloni. “ALT”. Il soldato intimò di fermarsi. Il cuore in gola, lo avrebbero preso e mandato in Germania per i lavori forzati, lo sforzo di Gabriele sarebbe stato vano, Dio sembrava non aiutarlo. Il soldato gli mimò il gesto di una pompa,  indicandogli la ruota della sua bicicletta sgonfia. Andrea fece cenno di non averla. Così il soldato lo lasciò andare. Per circa 10 km il suo cuore continuava a battere in gola. Dopo Piacenza si diresse verso Parma. Mi dico che la costa adriatica forse era meno pattugliata rispetto a quella tirrenica costellata da città più grandi e soggette a più controlli. A metà strada, precisamente a Fiorenzuola D’Arda (che puntualmente scrivo senza apostrofo e solo internet mi viene in aiuto per capire dove si trova questo paesino!) si rese conto che il viaggio in bici fino a Paceco in Sicilia era troppo lungo e la bici che aveva non era adatta, non poteva sostenere tutti quei km. A Fiorenzuola si fermò da un biciclettaio al quale propose di fare uno scambio: lui gli dava la bicicletta da donna e l’altro gliene dava una più vecchia ma con corona, rocchetto e catena nuovi. Facendo due conti il bottegaio gli disse che doveva dare la differenza di 50 lire. Andrea era cosciente di non avere un soldo in tasca, però commissionò lo stesso il lavoro. Mi confessa che per la prima volta in vita sua fu costretto a truffare qualcuno, a infrangere il proprio codice d’onore. La sua tattica consisteva nel montare in sella il più velocemente possibile e scappare a rotta di collo. Tutta la notte fu impossessato dal rimorso per l’inganno che era pronto a perpetrare nei confronti del povero malcapitato.

La mattina seguente si sentiva uno straccio. Dormito male in mezzo al fieno, i muscoli intorpiditi. Il lavoro era stato portato a termine. Andrea chiese se poteva provare la bici, “Per essere sicuri che abbia fatto un buon lavoro”. Montò in sella, il biciclettaio fece altrettanto su un’altra bici. Andrea girò e rigirò intorno alla bottega con quello appiccicato alle costole cercando il momento propizio per svignarsela. Alla fine si vide costretto ad arrendersi. Con lo sguardo puntato al suolo confessò di non avere una lira. Osservava la sua vergogna sulla strada sterrata.

“Lo sapevo”, gli fece eco il biciclettaio.

“Ma le giuro sul mio onore che se mi dà la bici quando finirà la guerra io ritorno dalla Sicilia fino a qua per restituirle i soldi”.

“Lasciagliela quella bici”, era la moglie che aveva assistito a tutta la scena dalla finestra del primo piano. “Nostro figlio non è ancora tornato dalla guerra, forse anche lui in questo momento potrebbe aver bisogno d’aiuto”. Il marito mollò la presa, lentamente, ritirò il braccio insicuro e spiazzato. Andrea non sapeva come ringraziare entrambi. Più di aver ottenuto la bici era sollevato dal fatto di non aver commesso nessun reato. Fu sul punto di andarsene, ma la signora insistette affinché pranzasse con loro.

“Ma sono tutto sporco e le scarpe luride”, la donna gli disse che se aveva altri panni lei glieli avrebbe lavati volentieri. Lui non aveva altri indumenti. Accettò l’invito. Il pasto era frugale ma buono. Il cibo rifocillò giorni di stento e per la prima volto dopo giorni mangiò in compagnia di qualcuno. “Dove sarà ora l’altro ragazzo che dovrebbe occupare di diritto il posto dove sedevo?”. La signora gli preparò un fagotto con del pane e formaggio che lui accuratamente sistemò sul retro della bici.

Per un breve momento stiamo in silenzio. Avrei voglia di cercare tutte queste persone di cui mi parla e portarle da lui, perché per un istante si rivedano come erano. Guardo Andrea e cerco d’immaginarmelo giovane. Per quanto mi abbia fatto vedere la sua foto vestito da militare non ci riesco, c’è come una barriera che me lo fa vedere sempre così, anziano, come se fosse nato già vecchio. Anche se sono cosciente che un tempo la sua pelle è stata liscia, più giovane della mia ora, è solo qualcosa che comprendo dalle sue parole, ma non riesco a ricostruire il suo volto. Sono uno scrittore, potrei inventarmelo, ma l’onestà letteraria ferma la mia mano. Scrivo immediatamente questa nuova parte del suo racconto. Ripeto fra me la frase “Quello che tu sei io sono stato, quello che io sono tu sarai”. Alzo la testa. Continuo ad ascoltare. Seguo Andrea che arriva a Parma, dove un’altra volta i partigiani gli chiesero se voleva unirsi a loro, un prete riuscì a imbucarlo su un treno per Pescara, da qui camminò fino a Ginosa dove passa il confine. “Il confine?”, ripeto a voce alta. Lui mi ricorda che l’Italia era divisa in due, combattendo la prima guerra civile della sua storia di nazione giovane. Rimase colpito dagli americani neri con i denti bianchi, non ne aveva mai visti prima. Tra mille peripezie e stenti riuscì ad arrivare a piedi fino a Bagnara Calabra, a circa 30 km da Reggio Calabria. Lì c’erano i traghettatori verso l’isola. 15 lire a testa per la traversata. Secondo un regio editto della finanza ogni tot di imbarcati uno poteva essere preso a bordo gratis. Pur insistendo non c’era nessuno che lo aiutasse, neanche un carabiniere che era al molo con la sua famiglia in attesa del prossimo traghetto. Così seguo la traiettoria che il salto di Andrea descrisse quando le cime di una barca in partenza vennero mollate. Il barcaiolo protestò, ma il carabiniere di prima intervenne a suo favore e tra i mugugni del padrone della barca arrivò a Messina. Mentre camminava sulla battigia venne sorpreso dagli anglo-americani e sbattuto dentro una cella senza né pane né acqua. L’indomani mattina gli diedero una scopa per ramazzare il cortile. Spazzando spazzando arrivò a ridosso della rete. Il bastone cadde, un altro salto lo portò verso la sua meta. Sì, perché anche se aveva riconquistato la sua isola, c’era un solo obiettivo: Paceco, la sua battaglia. Solo così, se ce l’avrebbe fatta ad arrivare, la guerra sarebbe stata solamente una sconfitta parziale. Scappò, scappò con la sensazione che gli americani fossero dietro di lui. Barcellona Pozzo di Gotta, Capo d’Orlando, Cefalù, Termini Imerese, Palermo … le campagne di Paceco. Riconobbe alcuni bambini del posto, erano solo un po’ più cresciuti. Si sedette su un masso, dicendo loro di chiamare compare Antonio, lo stagnino, tutti lo conoscevano in paese. A questo punto ci riesco, su quel sasso dove è appoggiato il suo culo, dopo più di 1500 km di peripezie, finalmente riesco a vederlo: un giovane di ventidue anni, il viso scavato dalla fatica, gli zigomi sporgenti della fame, le occhiaie infossate che circondano la pozza dei suoi occhi azzurri. Lo fisso, fisso quel suo sguardo fatto di ombre e sovrappongo quello di un giovane che voleva solo tornare al suo paese, l’unico che non l’avrebbe tradito con un’altra utopia, la sua terra un futuro in qualche modo glielo avrebbe dato, non il Fascismo né i partigiani. Il suo spirito giovane l’aveva lasciato nel freddo della Russia, in una palla di carta fatta di pensieri, in un uomo che aveva svestito la pelle della giovinezza fra quei paesi che terminavano tutti in EV, OV e GRAD.

Quando andarono a prenderlo Andrea rimase due mesi a letto. Vorrei chiedergli quali fossero i suoi pensieri su quel letto, ma sono circa quattro ore che parliamo. Il citofono suona. È suo genero che è venuto a prenderlo per andare a mangiare insieme al resto della famiglia nel casale di campagna. Con suo genero incomincio a parlare, è simpatico e ci prendiamo bene. Si offre di accompagnarmi all’eco-turismo dove alloggio, per riprendermi le valigie e partire per la prossima destinazione. Andrea si siede dietro con la moglie, un attimo prima si rammarica perché non può vedere il mio viso, quello dopo per il fatto che la jeep dove sediamo era sua e che … “maledetta cecità!”.

Metto il bagaglio nel retro della macchina. Mi domandano dove mangerò, magari ad un bar, ripenso a quello appena arrivato a Paceco vicino alla fermata della corriera. Chiedo se possono accompagnarmi solo alla strada principale, poi da lì proseguirò a piedi. “Non se ne parla nemmeno, tu vieni a pranzo con noi e poi ti portiamo a Trapani a prendere il treno”.

“Ho già disturbato abbastanza”.

“Non esiste, no”. Mi ritrovo nel casolare con la figlia di Andrea e suo fratello, i nipoti. Mangio la lasagna, i cannelloni, la fettina di carne (metà perché sono già sazio) con un contorno d’insalata verde. Rifiuto categoricamente il vino che a pranzo d’estate ha solo la capacità di intontirmi e il mio viaggio è solo all’inizio. Mi piace l’atmosfera familiare, mi è mancata molto in quest’ultimo periodo.

Ringrazio tutti per la loro gentilezza. È venuto anche Enzo, lo ringrazio calorosamente. Forse anche lui avrà ascoltato tante volte la storia del bersagliere Candela, ma per me è stato qualcosa di unico questo tuffo nel passato. Non ho reso giustizia a tutto quello che Andrea mi ha narrato, il resto lo conserverò per il secondo romanzo. Saluto tutti di nuovo. Lui e suo genero mi accompagnano alla stazione di Trapani. Andrea scende ma rimane vicino all’auto. Ci salutiamo come vecchi compagni che hanno vissuto un’esperienza comune. Guardo Andrea … quello che tu sei io sono stato, quello che io sono tu sarai. La stretta di mano si allenta, trascino il trolley, prendo il borsone e il portatile. La stazione è semi deserta, il caldo è soffocante, la vetrina della biglietteria chiusa, compro il biglietto alla macchinetta automatica. Il treno consiste in due vagoni e una locomotiva diesel. Mi sistemo con tutti i miei pesanti borsoni dopo essermi sincerato tra varie difficoltà che sia il treno giusto perché non c’è  nessun impiegato a cui chiederlo. Sto colando di sudore per la fatica e l’aria soffocante. Le porte si chiudono. Attraverso il vetro saluto il genero di Andrea. Seduto sul sedile guardo il paesaggio e stringo tra le mani l’agenda.

Dal racconto di Andrea ho rivisto un’Italia fatta di piccole botteghe, fatta di cooperazione e voglia di fare, fatta di opportunità; ho rivisto un paese giovane e un futuro da sognare, la consapevolezza di poter costruire la propria ricchezza, di poter  costruire una nazione prospera.

Comparo questa visione con quella della mia infanzia. Parzialmente è simile. Negli anni ’70 e ‘80 l’Italia era in trasformazione, aveva imboccato una via che l’avrebbe portata ai giorni nostri, al 2009. Oggi vedo ragazzini e adolescenti che non mi piacciono. Forse sto invecchiando, ormai sono alla soglia dei trentasei anni, forse dovrei sentirmi più vicino a loro. Eppure non riesco a immedesimarmi con le loro vite, i loro sogni. Il mio mi sembra un paese alla deriva, dove i sogni, le aspirazioni, sono sepolti sotto le poltrone di questa classe dirigente vecchia e decadente. Forse sono solo io che ho fallito, che non ho voluto creare una famiglia, avere figli, che non sono riuscito a entrare nella società, forse ho viaggiato troppo e ho perso le mie origini … però se guardo il panorama nazionale vedo sempre le stesse facce riciclate, di giovani neanche l’ombra, se ci sono vogliono solo fare i VIP. Quale futuro avrà la mia generazione? E quella che verrà? Dovremo aspettare di diventare sessanta o settantenni per ricoprire un ruolo importante?

Guardo l’Egitto, paese in cui vivo. Il 70% della popolazione è giovane. La corruzione lì è la regola e non l’eccezione. Imbrogli politici tra multinazionali e governo. I giovani disillusi che cercano una speranza all’estero per poi tornare con qualche euro in più. Anche qui in modi diversi stanno togliendo la speranza. Italiani popolo d’emigranti, egiziani popolo d’emigranti, Medio Oriente regione d’emigranti, Sud del Mondo regione d’emigranti. Mi dico che ci vorrebbe un piano Marshall localizzato per regioni, focalizzato nello sforzo di migliorare una parte del mondo finché non toccherà a quella successiva. Ma troppe cose dovrebbero cambiare, l’interesse capitalistico dovrebbe fare un passo indietro e darsi un aspetto più umanitario, non solo di facciata. Non conviene a nessuno creare sacche di scontenti, ma la scontentezza unita a povertà, fame e ignoranza può essere contenuta, isolata, rilegata in un buco del mondo dove è sconsigliato andare, escluso dalle mete turistiche. Anche le ONG sono destinate a fallire a lungo termine se non supportate da una strategia coadiuvata da strutture sovranazionali che funzionino; l’ONU è deficitario perché non trova consenso al suo interno, la riforma del suo sistema è bloccata dalla caduta dell’URSS, allora c’erano possibilità, ora …… Può esistere un piano Marshall che aiuti a ritrovare un futuro che sia comune senza per questo essere apostrofato comunista? Può un piano Marshall essere adottato in Egitto? Io  vedo che lì il turismo è sfruttato dalle multinazionali, dal governo o da chi per lui prende i proventi. Qualche egiziano va a lavorare a Sharm Elsheik, o Horghada o Marsalam, sarà sufficiente?

Mi lascio sprofondare nella poltrona. Cancello dei messaggi al cellulare per poi lasciarmi incantare dal panorama. Le colline ispide, i vigneti e gli ulivi si perdono verso l’entroterra e verso il mare. Marsala si avvicina. Guardo il mare, guardo Trapani scivolare via, dietro le Egadi dove ero qualche giorno fa. Il caldo, la barca, i bagni, lancia la cima, fissa gli ormeggi … dopo il racconto di Andrea tutto mi sembra così lontano. Gli altri della Bavaria 50 si sono diretti alle Eolie, non li invidio anche se spesso viaggiare solo può pesare più del bagaglio che mi porto dietro. Mi alzo, chiedo al controllore tra quanto arriviamo a Marsala. “Come? È già passata?”.

“Era l’ultima fermata che abbiamo fatto”. Mi consiglia di scendere alla prossima e prendere il treno a ritroso. “Non ti preoccupare del biglietto, dì al mio collega quello che è successo”.

Scendo alla stazione di Petrosino dove il binario unico si sdoppia in due banchine per poi proseguire di nuovo a monorotaia. L’edificio è fatiscente, in sala d’attesa un uomo sdraiato sui trent’anni dorme. Ha i capelli folti e voluminosi, ricci, le gambe sporche come di fuliggine. Penso che sia un immigrato dal Nord Africa. Mi siedo fuori in mezzo al caldo su un marciapiede divelto, vicino a un albero di fichi con la maggior parte dei frutti spiaccicati al suolo. Accendo il portatile per vedere dove sono finito e per cercare su internet a che ora arriva il prossimo treno, purtroppo gli orari in stazione sono stati strappati via e il vetro della bacheca non c’è più. Degrado. Rileggo il nome del paese: Petrosino. Non so per quale motivo mi suona familiare. Credo di ricordare. È uno dei posti dove mio nonno veniva con la banda dello zio nel 1929? Chissà come era allora questa stazione, forse in quel periodo era all’avanguardia. Osservando bene l’architettura, questo piccolo edificio sembra proprio risalire a quel periodo: la scritta con la vernice sull’intonaco sarà stata ridipinta di volta in volta. Forse qualche traccia della pittura originale sarà sopravvissuta sotto quegli strati.

Una ragazza sui 25 anni arriva con passo sicuro, tutta trafelata. Cerca la bacheca. La trova vuota. Le domando se sa gli orari sapendo che è una causa persa. Ha il viso stretto e squadrato, la fronte alta, le gambe lunghe e abbronzate, i pantaloncini a jeans le donano ancora più grazia. Mi domanda se ho internet. “Sto accendendo il computer”. Lei studia a Perugia, non ricordo quale Facoltà, mi dice che qui non c’è niente, che è solo interessante per l’estate. “Cosa ci fai qui?”. Le dico delle mie ricerche, del nuovo romanzo. Che comunque vivo al Cairo (per via della copertina del libro) … Io ci vivrei per qualche anno qui, anche d’inverno. Sarà per lo spirito di viaggiatore-Bohèmien che mi porto dentro che trovo in ogni posto qualcosa d’interessante. Mi piace investigare nell’aria, carpire le emozioni, comprendere come vive la gente in un luogo … Penso che potrei far amare la sua terra a questa ragazza dalle gambe attraenti. Guardo la stazione, le rotaie arrugginite, la desolazione, lo stato d’abbandono, l’uomo che prima dormiva dentro la sala d’attesa e che ora cammina scalzo sul marciapiede. Tutto sembra un punto di confine, in Sud d’Italia inizia il Sud del Mondo. Forse no, non riuscirei a farle amare la sua terra, quella che lei si porta dentro anche quando è in Umbria. Ci salutiamo. C’è un attimo d’esitazione come se voglia continuare a parlare, lei sembra sul punto di darmi il numero di telefono, ma questa sera parte. Penso di darle il mio biglietto da visita. Invece lasciamo che sia il prossimo incontro se mai ci sarà a dirci chi siamo. Mi perdo dietro le sue gambe abbronzate mentre improbabili vibrazioni sul mio deretano mi dicono che il treno sta arrivando. Guardo l’orizzonte delle rotaie. Un fumo nero taglia il blu del cielo. Se non fosse per il labtop che mi appresto a chiudere direi di essere stato risucchiato in un film western. Metto su le valigie e abbandono questa stazione abbandonata da Dio.

Rimango sul corridoio del treno, non voglio perdere la fermata di Marsala un’altra volta. Mi metto a parlare con un tunisino in un misto d’italiano e arabo classico, entrambi siamo accaldati dall’afa estiva. Gli chiedo quanto manca a Marsala. Cinque minuti. Mi preparo. Ecco perché non mi sono accorto che dovevo scendere all’andata: mi aspettavo una stazione molto più grande con uno slargo di cinque sei banchine come si confà a una cittadina, e non una stazione come quella di Petrosino con l’edificio leggermente più grande risalente anche questo al periodo prefascista.

Scendo e con me il tunisino con tutta la sua famiglia. Non c’è anima viva. Domando a un ragazzo dove è il centro e mi risponde in inglese. Chiedo al tunisino e lui a sua volta domanda a sua moglie. Lei mi indica dettagliatamente la strada in un ottimo italiano, chiama il fratello minore Bashir e gli dice in arabo di accompagnarmi. Mi licenzio nella loro lingua e con Bashir siamo già in via Roma, un’arteria che divide in due la città. È in Italia da circa quattro anni, i primi due a Bologna, ma si trova molto meglio qui. Lo credo, la Sicilia assomiglia molto al Nord Africa e al modo di vivere della gente di lì. Mi dice che lavora come cameriere. Dopo uno slargo la via diventa via 11 Maggio, dedicata allo sbarco dei Mille. I palazzi ricordano il periodo sfarzoso che mio nonno mi descriveva nei suoi racconti del 1929. Doveva essere stata proprio una bella città. Si respira ancora quello splendore nelle decorazioni inizio novecento di una cittadina che stava crescendo, di una medio-alta borghesia che si andava imponendo ai nobili. I tipici balconcini a ringhiera con base di marmo e i tralicci di ferro o con curvature di granito. Mi guardo intorno cercando di immaginare come potesse essere la città ottant’anni fa, come poteva guardarla un bambino di otto anni e mezzo che veniva da un paesino sperduto della Calabria meridionale, un bambino che per giungere qua prese e vide per la prima volta in vita sua il treno. Continuiamo fino ad arrivare a piazza della Repubblica dove sulla sinistra c’è una chiesa. Chiedo a Bashir se sa indicarmi un hotel. “Quello alle tue spalle è uno”. Un quattro stelle. Gli dico che vado a dare un’occhiata. L’aria condizionata si aggrappa alla mia stanchezza: normalmente mi dà un fastidio cane, ma non l’ho mai apprezzata come questa volta. Chiedo se hanno una camera singola libera. Solo doppia uso singola, € 80, colazione inclusa. Le dico con tono scherzoso che mi sembra eccessivo. Lei mi dice che è l’ultima disponibile (sempre così!) e che sarà difficile trovare posto in città a ridosso di Ferragosto. Sono stanco, ho voglia di togliermi questi bagagli di dosso: andare a cercare qualcos’altro con tutta questa zavorra non se ne parla nemmeno!. Prendo la camera senza prima non insistere se può fare 60, ma Ielenia mi dice che non può scendere sotto i 70. Prende il mio passaporto e mi fa firmare il foglio di pernottamento in quattro parti diverse, il resto penserà il computer a compilarlo. Esco per andare a salutare Bashir ma è andato via. Salgo in camera. È profumata. Ielena me l’ha data all’ultimo piano con terrazza, mi dico che ho fatto bene a dirle che sono scrittore e a farle vedere il mio romanzo. Apro le tende, esco sul balcone. Si vede uno scorcio della piazza principale, edifici antichi, una porta d’ingresso alla città incastrata tra le vecchie mura e una chiesa con una cupola verde che mi ricorda quelle delle moschee arabe, dietro il mare, lo stesso che vedeva mio nonno, alle mie spalle un obbrobrio di palazzo frutto sicuramente della speculazione edilizia degli anni ’60. Solo la vista panoramica vale le 70 euro. Faccio una doccia e scendo alla reception.

Ielena mi tira fuori una mappa della città. “La biblioteca è qui e la pro loco da quest’altra parte, entrambe vicine”, questa è anche la convenienza di prendere un hotel centrale. Le chiedo di un ristorante, al mio ritorno mi farà sapere. Dalla camera ho chiamato l’avvocato Silvani, il suo nome me l’ha dato Enzo Quartana a Paceco, “… è un tipo strano, con una veduta di idee tutta sua”. Un appuntamento per le 17:00 ma il mio intoppo della ragazza dalle gambe affusolate e abbronzate mi ha scombinato tutti gli orari. Mi dirigo in via Scurti dov’è lo studio dell’avvocato. Le case sono belle e antiche, signorili e rimodernate da poco. Vivrà qui? Sarà interessante entrare in uno di questi palazzi. Rimango deluso quando vedo che l’unico edificio moderno corrisponde al numero dell’indirizzo che ho in mano. Citofono. Mi apre.

Silvani viene a prendermi con l’ascensore nell’atrio dell’ingresso. Veste pantaloncini cachi militare, una maglietta sgualcita, delle simil-croc consunte; i suoi modi sono bruschi, si comporta come se l’edificio fosse tutto di sua proprietà e facendomi pesare il disturbo che gli sto procurando. “Sei in ritardissimo”, me ne scuso. Mi porta nel suo studio, alle pareti alcune immagini del Fascismo, di guerra e di soldati. “Che informazioni ti servono?”, spiego la ricerca che sto facendo: Marsala dagli anni ’20 ai ’40. “Non posso esserti d’aiuto, sono nato nel ‘39”. Sono spiazzato dai modi secchi e scontrosi. Gli chiedo quali ricordi possa avere di quegli anni, mi dice che è nato a Tunisi da genitori italiani, “non posso aiutarti”. Maneggia il mio romanzo con noncuranza e lo lascia cadere sulla scrivania piena di scartoffie. La penombra della stanza e di tutto l’appartamento-studio dà l’idea di un luogo da interrogatorio. Ringrazio il cielo di non essere suo cliente. “Ti posso portare al mio museo come ti avevo detto al telefono, forse lì puoi trovare qualcosa”, me ne aveva parlato anche Enzo. Acconsento.

Scendiamo, lui al piano di sotto dove credo abbia casa, io al T. Attendo in strada. Sbuca con due buste d’immondizia che mette nel portabagagli della sua Panda 30 color verde militare. L’odore stantio della macchina e delle guarnizioni invecchiate dal caldo mi fa sentire di più la stanchezza. Ora capisco le parole di Enzo Quartana. Tiro giù il finestrino.

Facciamo un lungo giro. Mi porta a Capo Boeo. “Qui inizia il Tirreno e di qua il Mediterraneo, non lo sapevi, vero?”, il suo tono è didattico e retorico. “Non sai che qui è sbarcato Garibaldi?”, devo confermare la mia ignoranza, non sapevo che fosse questo il punto preciso di divisione dei due mari, non che ci sia una linea rossa a demarcarlo vorrei dirgli. Mi mangio le parole in bocca. Proseguiamo. Gratta forte la marcia sulle salite. L’avvocato mi dice che qui in via Egadi hanno costruito sopra i resti punico-romani. Sputa il suo astio su di me dal momento che sono venuto. Mi sento come un bambino delle elementari davanti al maestro autoritario. Mi indica un carrarmato incastrato in una piazzola alla periferia della città, gentile donazione dell’Associazione Nazionale Carristi per i caduti in guerra. Annuisco da bravo scolaretto, voglio vedere dove vuole arrivare, perché tutte queste prove. Gli parlo dell’Egitto e del motivo per il quale mi trovo là. Accenno alla mia intenzione di voler studiare il latino e anche il greco, “… perché? Non l’hai studiato?”, spiego che secondo me ci sono delle similitudini tra arabo classico, greco e latino. “In che senso? In quale modo?”, se lo sapessi già non vorrei studiare il latino vorrei dirgli! Abbozzo una spiegazione sulla somiglianza dell’alfabeto arabo antico: alif, be, gim, del … che corrispondono a quello greco: alfa, beta, gamma, delta …; sicuramente i popoli antichi avevano relazioni più profonde di quello che potrebbe sembrare, rifletto che ciò che ho appena detto si applica anche all’oggi. Dopo un tratto di strada accosta abbassando il finestrino. Dall’altra parte un bar anonimo della periferia marsalese che incomincia ad assomigliare a quella di tante altre città … la periferia potrebbe rappresentare la globalizzazione. Il bar ha un aspetto trasandato, lascivo come le persone sedute fuori con le pance gonfie di birra e le tempie sudate. L’avvocato si rivolge ad uno in arabo tunisino che mi suona quasi in madrelingua. Non capisco quasi un acca, tra l’egiziano e le lingue del Magreb è come l’italiano e il danese. Capisco solo come stai e dal loro sguardo d’intesa che si sono messi d’accordo su un loro affare.

Arriviamo. Il suo museo è dentro una recinzione militare con mura alte e filo spinato alla sommità. Mette il muso della Panda davanti al cancello. Scende. Domando se posso essere d’aiuto. “Non ce n’è bisogno”. Puntella le ante del cancello con degli spaghi lasciati lì all’occorrenza. “I vandali hanno rubato pure le fotocellule”, per la prima e forse l’ultima volta lo vedo abbassare la barriera tra lui e il mondo. Torna in macchina, sbatte forte lo sportello e raspa violentemente la prima. Passiamo davanti a un cannone della Seconda Guerra Mondiale. È una tipica caserma militare tutta su un piano con le tapparelle ormai scolorite da molti anni, l’aspetto dimesso dovuto ad una ala dell’edificio in ristrutturazione. Parcheggia sotto i pini. Lo sbrecciarsi degli aghi dell’albero sotto i miei piedi mi rammenta del caldo. Apre il portone di alluminio. Una zaffata di naftalina di abiti consunti, militari, come quelli che indossava mio padre e che saprei riconoscere ovunque, un odore di chiuso. È la caratteristica dell’avvocato: dalla casa alla macchina, dalla macchina al museo, da questo alla macchina e da questa a casa, luoghi chiusi e ombrosi, ma uscirà mai? Va ad aprire tutti gli altri locali e le finestre. I miei occhi si posano su una foto incorniciata sulla parete datata 1932. Generali con dei baffoni spessi e lunghi, la divisa tutto punto con i pantaloni rigonfi sulle cosce e infilati dentro gli stivali di pelle. Un giovane ufficiale bacia la mano di una donna che gli sta porgendo la medaglia al valore per aver salvato una persona che stava annegando. I generali guardano compiaciuti. Dietro una scalinata di ragazze vestite tutte uguali come in un coro, gonna grigia rigorosamente sotto il ginocchio e camicetta bianca, capelli con riga da una parte e appiccicati al cuoio capelluto come nei tempi ai Charleston, assistono con dovuto rispetto alla cerimonia dell’atto solenne, con trasporto alla premiazione dell’eroe che ognuna di loro vorrebbe fosse il proprio fidanzato, con partecipazione verso i valori imposti dal regime. Ma come biasimarle? Erano i valori che credevano  giusti, gli esempi da seguire come quel bravo ufficiale imbarazzato nel baciare la mano della signora davanti a lui, principi che credevano indissolubili, miti … gli stessi di Andrea Candela, quelli che lui porta dentro, sui quale ha costruito ottant’anni di vita. Chissà come osserverebbe questa foto la generazione dopo la mia: antiquata, arcaica, futile … passandogli davanti come se non esistesse. Chissà con quali occhi un bambino di ottant’anni fa vedrebbe dei giovani scalmanati buttarsi sopra un palco e schiacciarsi come sardine per un cantante che grida le sue canzoni rock o blues, dei ragazzi “zompettanti” in discoteca … come li vedrà un ragazzo tra ottant’anni? Ogni periodo storico ha i suoi miti ed eroi, persino i comunisti a loro volta si sono infranti in Stalin, poi Chrusceev e Breznev, un’utopia monca, come quella fascista, come quella dei miei tempi.

“È tutto un disordine qui, purtroppo non ci vengo spesso”. Giro intorno. Aquile del fascismo, fascio littorio, divise militari dagli anni ’20 fino alle divise dei carabinieri degli anni ’70, articoli sulla città di Marsala dell’inizio del secolo scorso del giornale “Il Vomere” e altri del periodo che interessa a me. “Questa era la mia divisa Balilla in Tunisia”, il piccolo manichino non rende grazia a quella magliettina bianca di cotone consumato con i bordi in nero, i pantaloncini e il fez neri, forse era l’abbigliamento estivo o quello coloniale perché differisce dalla solita uniforme dei Balilla. Là dentro c’era ficcato quest’uomo burbero e solitario ancorato ad un altro tempo che affannosamente va di stanza in stanza a controllare che sia tutto in ordine. Forse questa piccola divisa ne assorbì pochi di editti, proclami e inni, ma quelle di mio nonno e del bersagliere Candela respirarono gli albori di un regime che nasceva. Come loro milioni di altri bambini e bambine. Poi ognuno ha proseguito a modo suo, si è creato il suo mondo dopo la fine della guerra. Mi viene in mente che quando cadde il Fascismo chi prese le leve del potere furono dei quaranta/cinquanta/sessantenni che erano nati molto prima del 1922. Invece questa generazione di Candela ha avuto poca parte attiva in quel momento storico, questa generazione ha continuato a tramandare i suoi valori dentro le mura delle case, dove il governo non poteva controllare, questa generazione è quella che ha governato negli anni ’60 e ’70, decenni ricalcano il percorso del Fascio: accettato e innovativo nei primi dieci anni, contestato e oppressivo dal ’33 in poi; il boom degli anni ’60 e il terrorismo rosso e nero di aspettative tradite negli anni ’70. Sto leggendo un’altra pagina di giornale che m’interessa, ancora anni ’30, foto di Mussolini e bandiere tricolori appese alle pareti. È il monumento piazzato a Capo Boeo per lo sbarco dei Mille agli inizi del ‘900 quello che vedo in una foto, rimosso e abbandonato. “Andiamo, andiamo andiamo. Devo chiudere qui”. Forse non ha i permessi? L’agibilità? “Se fossi venuto prima avresti avuto più tempo”, eh già, cattivo scolaro.

Le tapparelle ingiallite si chiudono più velocemente di quando siano state tirate tu. Cerco di dare uno sguardo veloce alle ultime stanze tra sciabole, baionette, moschetti, berette, carabine e altre divise, mappe dell’Impero fascista in Africa. Siamo fuori. Mentre chiude a chiave mi dice che è stato lui a ritrovare il monumento in memoria dei Mille, abbandonato in qualche scantinato del porto di Marsala. Mentre apre una serranda confessa che molte cose che ha lì le ha “rubate”, “Diciamo prese in prestito alle autorità militari, perché queste lasciano tutto in uno stato d’abbandono”. Se avesse dovuto fare richiesta formale ci sarebbero voluti mesi o anni per poi magari ottenere un rifiuto. La burocrazia italiana è uguale per tutti! Sorrido senza farmene accorgere. Il garage si spalanca. Inghiottisco il sorriso. Due automobili di quell’epoca si stagliano davanti a me. Le accarezzo. Sento lo sguardo compiaciuto dell’avvocato sulle mie spalle. Una Fiat Balilla 508 coperta e l’altra spider color sabbia del deserto che sicuramente avrà fatto la guerra d’Africa. Forse vi ci sarà seduto anche Rommel. Penso alla maestosità di queste macchine che per quanto di dimensioni modeste dovevano far capire alla gente comune l’importanza di chi vi sedeva dentro, un senso di distacco incolmabile. Ancora lo si può percepire. Non so perché ma mi vengono in mente i dipinti delle chiese medioevali dei santi e di Gesù. Mi accuccio. Non posso crederci. “Che guardi?”.

“Le ruote, le ruote sono originali!”. Lo osservo. Inarca il sopracciglio, rimira l’orologio da polso.

“Dobbiamo andare”. Lo spettacolo di quelle carrozzerie tutte curve viene richiuso dalla saracinesca del garage.

Mentre ci dirigiamo verso la Panda mi dice che deve fare tutto da solo, che non ci sono fondi, ogni tanto chiama qualche rumeno e fa pulire le sterpaglie del cortile e del giardino retrostante, i lavori di ristrutturazione dell’altra ala sono tutti a suo carico e fermi da diverso tempo. La crisi internazionale si fa sentire anche qui. Gli dico che il museo è interessante e che ci sono cose che avrei letto e guardato con più calma. Mi mordo la lingua. Mi rammenta del mio ritardo, ma se voglio domani lo posso ricontattare e ritorniamo mi dice. So già che non lo chiamerò. Primo perché ho poco tempo, secondo non ho nessuna intenzione di stare al suo gioco di colonialista che tratta tutti male e che vuole servetti che si fanno in quattro per lui al solo schioccar delle dita, a cui mostrare la sua superiorità difronte la loro insolenza e ignoranza. Ne ho visti tanti come lui in Egitto con questo spirito di superiorità e saccenteria. Al Cairo chi guadagna dai € 5.000 ai € 10.000 è come se guadagnassero sette  o otto volte di più! La ricchezza spesso fa allontanare troppo dalla vita reale e dalla gente comune, uno snobismo radical chic che mette d’accordo quelli di destra e quelli di sinistra.

Ridiscendiamo verso il centro, le larghe strade ridiventano strettoie. Mi indica una cupola di una chiesa, “Non ti ricorda niente?”, le cupole delle case beduine nel deserto. Continua a guidare. “Marsala è stata chiamata così dagli arabi, lo sai?”, rimango in silenzio. Ascolto. “Marsa Allah, ovvio, no?”. Già, ovvio. Ora che sono di nuovo in Egitto mi ricordo: il porto di Allah. Mi lascia a piazza della Repubblica, lo ringrazio e filo dritto, credo di non aver superato l’esame. Faccio spallucce e mi dirigo verso la piazza.

Chiamo mia zia Aida. “Sei a Marsala? La mia città”, se potessero le sue lacrime uscirebbero dal telefono. Credo che mia zia non sia più tornata a Marsala da quando la lasciò con il padre nel 1930 a causa della morte della madre. “A piazza Loggia vivevamo, in una strada stretta sulla destra della piazza che va in alto, a Porta Nova c’era il negozio di papà”.

“Sì zia, ma dove esattamente?”, mi guardo intorno, qui c’è solo un monastero ristrutturato da qualche anno con un campanile spiovente e decorato con archi.

“Palazzo Siré, chiedi di palazzo Siré”.

“Va bene zia, adesso vedo”.

“Fammi sapere, va bene?”.

“Certo zia”, la saluto. Mi fa tenerezza il modo in cui si è aggrappata a quei ricordi. Sapere che uno di famiglia è lì la riporta nuovamente a quando le rughe le vedeva solo in faccia alle altre persone. Chiedo a un signore anziano dov’è piazza Loggia e Porta Nova. Ha pochi denti, le mani ossute e dinoccolate, una garza sul collo, il corpo prosciugato dall’età, la schiena incurvata sulla sua statura già minuta.

“Siamo in piazza Loggia, ma ormai non si chiama così da tanto tempo, vieni, ti accompagno a Porta Nova”. Mentre camminiamo chiedo ad Anselmo quanti anni ha. “Sono del ’26, ottantacinque”, e cosa si ricorda di Marsala, di Porta Nova, se c’era un cinema e dove si trovava. Ha un modo di fare un pò originale, parla un italiano frammisto a un siciliano stretto, faccio fatica a seguirlo, la voce bassa e rauca non mi facilità il compito. Passiamo per via 11 Maggio, la città è imperniata tutto su quella data e su quegli eventi, ho dato una rapida occhiata alla cartina e ho letto tutti nomi Risorgimentali: Crispi, Cattaneo, Mazzini, Armando Diaz, Giuseppe Verdi. “Questa è Porta Nova, lì c’è il teatro Impero, negli anni ’30 era un cinema all’aperto”. Gli domando se ce ne fossero altri, mio nonno mi disse che entrò in un cinema, magari era quello ma avevo capito che fosse al chiuso, forse mi sono sbagliato, gli chiedo se conosce palazzo Siré. “Sciré?”, mi fa eco lui. Sollevo le spalle e metto su la faccia di chi dice lo devo sapere io?, “Non mi ricordo di altri cinema, forse hanno cambiato nome”. I suoi occhi persi nell’incapacità di ricordare e impastati al vitreo degli anni mi guardano come a chiedermi scusa. Non mi rendo conto del mio egoismo. Chiamo di nuovo mia zia, lei è sicura: palazzo Siré! Si frappone la sorella più piccola Velia, parlo con lei ma si ricorda poco, lei ha vissuto qui solo 4 anni. Cerca di parlare con calma ed estrapolare i ricordi di chi gli ha raccontato come era Marsala.

“Grazie zia, proverò a cercarlo”. Riaggancia. Chiedo al vecchietto se ci sono altre pensioni nelle vicinanze. Mi indica la strada per l’hotel Centrale. Mi vuole accompagnare. Indispettito vorrei sinceramente continuare da solo, girare le stradine per carpire i passi di un bambino. Lui è già davanti a me, non posso far altro che seguirlo. Ripenso a mio nonno e a come anche lui non voleva mai stare da solo ma mischiarsi ai giovani come se volesse gridare che l’involucro di pelle di cartapesta che lo ricopriva fosse solo un’apparente falsità … se avessi 40 anni in meno certe donne glielo farei vedere io … me la ridevo quando me lo diceva perché mi rammentava che un uomo è sempre un uomo, e che si è vitali anche a ottant’anni. Arriviamo con Anselmo al B&B Centrale. Mi informo ma non ci sono stanze libere per domani, solo stanotte e dopodomani, prezzo € 50. Insisto per domani, niente da fare. Il ragazzo della reception mi dice di controllare un po’ più avanti, c’è un altro B&B e a piazza del Carmine un albergo, ma quello non è tanto economico. Provo quello più avanti. Anselmo mi ha abbandonato, è rimasto a chiacchierare con il tipo dell’albergo.

Anche qui non c’è posto. Sarò costretto a rimanere dove sono. Poco male, sapevo che imbarcarmi in questo viaggio “Fai da te” non sarebbe stato di certo né facile né economico. Cammino tra i vicoli trascinando la mia stanchezza ma con l’occhio vivo. Ritorno a piazza della Repubblica già piazza Loggia, le gambe mi riportano da sole in albergo, dietro la piazza. Saluto Ielena, le dico con chi mi sono incontrato, dalla sua faccia capisco che lo conosce. Le dico che secondo me è un po’ originale, lei non si sbilancia, però mi dice che è conosciuto in città. Sicuramente ha ancora conoscenze influenti. Prendo le chiavi della camera, la ringrazio, “La vista è bellissima”, le ricordo del ristorante, lei mi fa l’occhiolino. Spengo l’aria condizionata della stanza, vado sul balcone a osservare il sole che muore dietro i tetti delle case mentre controllo le mail tra il chiasso che proviene da piazza della Repubblica di sotto dove stanno allestendo lo spettacolo di Nino Frassica. Respiro il crepuscolo e la confusione, le membra si sciolgono sulla sedia di metallo da esterni, ci vorrebbe un goccio di un buon cognac o un Single Malt scozzese con una sigaretta per far sciogliere completamente i muscoli. Lascio perdere queste divagazioni da giovanotto Marlboro Country. Chiudo le palpebre. Ora sono un bambino di otto anni che ottant’anni fa girava per questa città, che si addormentava dentro un cinema dove vedeva il suo primo film; appoggiato sul bancone della pizzicheria di 6 m ² dove lavorava il pomeriggio dopo la scuola; addormentato una sera su quelle lastre di granito che caratterizzano le strette strade di Marsala dove oggi a malapena c’entra una macchina; il primo schiaffo dallo zio; prendeva le prime lezioni di musica e imparava a suonare la tromba. Il crepuscolo ha lasciato il posto alla luna. Scendo alla reception. Ringrazio Ielena e prendo l’indirizzo del ristorante. M’incammino, trovo subito il posto seguendo le sue indicazioni sulla mappa. Sembra a conduzione familiare. Cambio di tavolo per via dell’aria condizionata che mi viene diretta. Il posto non è male, ma lo trovo poco accogliente, sembra tutto così distante …forse sarà perché sono solo … rimpiango di non aver chiesto il numero alla ragazza della stazione di Petrosino di cui non ricordo il nome, ma lei a quest’ora già sarà a Trapani. Prendo due antipasti e un primo con mezzo litro di vino bianco. La mia ordinazione rispecchia il mio stato d’animo dovuto alla stanchezza e allo strascico della vicinanza dell’avvocato Silvani che mi ha lasciato con un senso di “Che ci faccio qui?”.

Su uno scaffale di fronte vedo una buona selezione di vini. Domando al cameriere se sono tutti vini della zona.  Conferma la mia intuizione. Sono quasi sul punto di bloccare il mezzo litro ma non sono sicuro di riuscire a bere tutta una bottiglia, magari la metà gliela lascio e lo finisco domani per un’altra cena. Credo che non sia il caso. Ho voglia di mettere qualcosa di buono fra i denti e un pasto che sia veramente un pasto, invece mangio controvoglia anche se sono affamato. Penso che se fossi al Cairo mi preparerei una delle mie cenette solitarie che mangio con appetito, mi vizio per scansare i momenti di solitudine anche se spesso ceno con il mio amico George. Il cameriere con i suoi gesti da manichino non migliora di certo la sensazione di freddezza del posto. Il cibo non è male ma non è dei migliori. Almeno il vino ha fatto l’effetto dell’ipotetico cognac. Pago il conto e torno in albergo, intravedo la piazza gremita di persone e il pubblico che applaude. Tiro dritto.

Mi sento stanchissimo, sarà per il fatto di dormire ogni volta in letti diversi, di viaggiare giorno dopo giorno. Chiudo le tende, la voce amplificata di Frassica mi sembra così scialba, accendo al minimo l’aria condizionata. Vorrei scrivere un piccolo resoconto della giornata, ma le mani mi pesano, il corpo mi pesa. Spengo la luce.

Giorno III …

Stordito ma riposato. L’acqua lava via l’ultimo sonno. M’infilo i bermuda e la prima maglietta che mi trovo tra le mani e scendo a fare colazione. Appena arrivo il barista mi chiede se voglio qualcosa da bere. “Un cappuccino grazie”. Prendo un cornetto, del prosciutto crudo, del formaggio, un succo d’ananas e un uovo sodo. Il cameriere mi porta il cappuccino. Una coppia di stranieri è seduta qualche tavolo più in là, hanno quasi terminato. Mangio molto, oggi mi attende una lunga giornata. Chiedo alla cameriera se possono farmi delle uova al tegamino o all’occhio di bue, magari qui si chiamano in maniera diversa. Dietro il bar vedo che è lei che le cuoce. Quando me le porta non hanno un bell’aspetto, danno l’impressione di essere state cotte da chi si destreggia poco in cucina, mi fa tenerezza il suo modo imbarazzato di presentarmele. Le mangio con gusto. Dopo il salato mangio il dolce. Oggi ho intenzione di camminare molto, mi servono energie.

Saluto Ielena, le dico che torno subito, prima delle 12 quando teoricamente devo lasciare la camera. Vado subito in Pro loco e chiedo se ci sono altri B&B che non abbia controllato già, l’impiegata mi da il nome di uno in Via Vaccari a conduzione familiare e una mappa della città un po’ più esaustiva di quella che stringo fra le dita. Mi dirigo subito verso il B&B, mi sono dimenticato di domandare delle bande musicali, poco male, ritornerò con comodo. È incredibile come le strade segnate nella mappa siano tutte dietro l’angolo, mi rendo conto di quanto sia piccola Marsala e di quanto sia a dimensione d’uomo, dovrebbe essere bello vivere qua, poi ripenso alla ragazza della stazione, mi viene rabbia a pensare al modo di agire inverecondo del governo italiano nella regione, la Sicilia come l’Egitto mi dà l’idea di una regione potenzialmente ricca, qui la mafia e lì il governo centrale bloccano lo sviluppo, così i siciliani e gli egiziani emigrano. Niente da fare, tutte le camere sono occupate. È un peccato, il posto mi piaceva, un portone antico e dentro un cortile di quelli di un tempo. Vado in biblioteca.

Chiedo di vedere libri su Marsala degli anni ’20 e ’30. mi dicono di proseguire fino alla seconda sala, lì Marinella potrà aiutarmi. “Ciao Marinella …”. mi fa vedere alcuni libri. “No, non è proprio quello che cerco, vorrei vedere materiale più che altro fotografico …”. Come spiegarle che ho bisogno di capire come fosse l’architettura e la toponomastica della città di quegli anni per immedesimarmi in un bambino che visse qui per nove mesi circa ottant’anni fa? Forse mi prenderebbe per feticista. Penso bene di omettere le mie futili spiegazioni. Mi porge un libro redatto da un rinomato dottore di Marsala, immagino che la fotografia sia la sua passione. Mi metto seduto circondato da libri, pareti alte a forma di botte, due piccole finestre ad un’altezza di 2 metri illuminano sapientemente la stanza, l’insieme m’induce a pensare che il posto in cui mi trovo deve essere molto antico. Nel libro che ho fra le mani leggo che era il vecchio monastero di San Pietro. Lo sfoglio tutto e ne leggo la maggior parte. È piacevole essere circondati dal silenzio, il fruscio delle pagine mi riporta ai tempi dell’università e della tesi. Guardo il cellulare, sono quasi due ore che sono qui, devo tornare in albergo a dire che rimango un’altra notte. Restituisco il libro a Marinella dopo essermi appuntato gli autori, l’editore e il titolo. Voglio averlo per quando scriverò il secondo romanzo.

Prima di andare in albergo passo alla libreria Giunti dove mi ha indirizzato Marinella per comprare il libro, niente da fare, ormai è da un pezzo che non ce l’hanno più, se voglio possono ordinarmelo e in due giorni arriva. Tra me e me non ci credo, ci sono sempre contrattempi. “Devo partire domani”, dalla faccia sconsolata devo impietosirlo. Mi dice di aspettare. Mi da il numero della redazione del giornale “Il Vomere” che è anche l’editore del libro. Lo ringrazio e prendo il numero. Chiamo immediatamente. Mi chiedono chi mi ha dato il numero, non so perché ma rispondo alla biblioteca. “Sei fortunato che siamo ancora in redazione perché teoricamente siamo in ferie”. Mi dice che loro non hanno più copie, così mi dà il numero del dottor Arini, uno degli autori del libro che sto cercando.

Dopo l’albergo sono di nuovo qua in piazza della Repubblica. Domando a diverse persone se conoscono Palazzo Siré, alcuni mi dicono Sciré, “se lo dite voi” vorrei dirgli. Niente da fare, nessuno ha la più pallida idea. Sicuramente era un modo di chiamare questo palazzo ai tempi di mia zia, ma ora nessuno se ne ricorda. Mi consigliano di chiedere in biblioteca, lì a loro volta presso l’Archivio Storico in piazza del Carmine. Guardo la mappa. Percorro via 11 Maggio, Porta Nova sempre incastrata alla fine di questa strada. Passo davanti ad un bar e sto quasi per entrare per un cappuccino rammentandomi che tra poco in Egitto di caffè italiani non ne troverò di così buoni, non c’è niente da fare, non mi abituerò mai ai sapori di Costa Coffee e Starbucks. Tiro dritto attratto da un loggione di quelli che esistono al mercato di Khan Alkhalili del Cairo. Rivedo sulla destra l’Ufficio dell’Urbanistica, qui sono passato ieri con Anselmo.

Ridiscendo i vicoli e le case intonacate a nuovo, questi balconcini sporgenti dove immagino matrone degli anni ’30 che mettevano i panni ad asciugare, che si gridavano da finestra a finestra sparlando di quella giovane che stava passando sotto le loro case mentre un’anziana le spia dietro le persiane per sparlare di loro. L’Archivio Storico è dentro una chiesa sconsacrata, di fronte all’albergo Carmine che mi avevano indicato quello della pensione Centrale e Anselmo, sito in un palazzo rinascimentale, veramente bello. Non credo che otterrò un prezzo migliore di dove sono ora, e non mi sembra il caso di sprecare tempo in un altro trasloco.

Nel portico sottostante la ex-chiesa ci sono esposti su dei cavalletti tre quadri, una donna sui cinquanta parla con un suo coetaneo; leggo che c’è una mostra dentro, credo che lei sia l’artista . Faccio di tutto perché non mi scorga, ho la vaga idea che voglia fermarmi per parlare del suo lavoro e non ne ho la minima voglia. Sulla navata centrale sono esposti i quadri, dietro scaffali ripieni di manoscritti d’archivio. Il tratto del pennello non è male, però si vede che è dilettantesco, di una persona innamorata del bello e di se stessa, alle prime armi che si stupisce della sua bravura rammaricandosi del tempo perso impiegato in un lavoro poco soddisfacente. Penso a quanto sono stronzo.

Incomincio a domandare spiegando da zero il motivo della mia visita a Marsala, mi sta stancando dover ripetere la solita tiritera, già non tiro più fuori il libro, ogni volta che lo faccio mi sembra di fare una presentazione individuale o a un pubblico ridotto. Niente da fare, mi consigliano di andare all’anagrafe, lì sicuramente sapranno dirmi qualcosa. “Guardate!”, l’impiegata cicciottella con un’espressione stupita indica il librone d’archivio aperto davanti a lei. È datato 1860, un fiore rinsecchito è intrappolato nella sua rilegatura. M’immagino una donna che sfogliava gli annali, la primavera? Un regalo di un innamorato? Un pensiero per la propria donna dimenticato? Un ricordo lasciato lì per farlo durare? Un sentimento rinchiuso tra due pagine. Forse il gruppetto intorno all’impiegata si sta facendo le stesse domande che mi frullano per la testa. Un petalo fragile che il tempo ha reso forte di fronte alla fragilità umana. “Che faccio?”.

“Lascialo dov’è”, le dice l’impiegato che stava parlando con me e che sembra il coordinatore dell’archivio. lei finisce di controllare delle cose e richiude il libro. L’espressione sollevata. Solletica con i polpastrelli la copertina vecchia di un secolo. È meglio che vada.

Percorro via Bottino strusciando lungo il muro della costruzione di San Carmine. Passato il muro, passo davanti alla piccola via affollata di tavolini e sedie con una bella atmosfera. Adesso è tutto morto. I miei piedi macinano metri su metri. Sulla destra mi trovo resti di quello che scoprirò essere uno dei bastioni delle vecchie mura della città, è chiamato Balaustro Velasco, qui rincontrerò Anselmo in una città semi deserta e coperta d’afa. Proseguo fino alla Porta Garibaldi, la stessa che vedo dal mio albergo con la chiesa dalla cupola verde arabeggiante … Marsa Allah … Chiedo a un vigile dell’anagrafe, mi dice che è dentro il complesso del palazzo municipale ma che è già chiuso a quest’ora. È appena l’una meno un quarto, se non avessi perso tempo all’Archivio Storico forse ce l’avrei fatta. Non importa, bisogna prenderla con filosofia e comunque sento un’energia positiva, forse è questa città,  forse è il mare, forse è solo la suggestione dei ricordi di mio nonno. “Domani mattina verso le 9:00. Entri da qui e giri subito sulla sinistra, prendi la porta che ti ritrovi davanti e poi gira a sinistra e ancora a sinistra. Comunque chiedi”, ma perché non mettono un’entrata da fuori, sarebbe più comodo! Poi penso che è un palazzo storico, non è che si possono aprire porte a proprio piacimento o per i capricci di un cittadino e neanche residente! “Puoi andare a prendere un caffè?”, indico il bar che vedo oltre la fontana al centro del caravanserraglio municipale. “Certo”.

M’infilo a lato della sbarra e passo sotto l’ampio ingresso. La fontana ai quattro angoli ha altrettanti alberi dal fusto spesso e i rami tagliati in modo che s’intreccino con quelli dell’altro. Si sente la frescura dell’acqua che spacca l’aria. Il bar è posizionato sotto i portici con arcate di tre quattro metri, qualche tavolino sparso all’esterno insieme a delle sedie fuori posto con degli ombrelloni, dentro sembra un bar rimasto inchiodato agli anni ’60. Chiedo al barista un espresso e se quel bambino di dieci anni immortalato su una foto in bianco e nero appesa dietro il bancone sia lui e se quelli accanto sono i genitori. Sorride. “Sì, ero io. Quelli erano altri tempi, quelli erano i proprietari del bar per i quali lavoravo. Allora la prima cosa che si faceva era imparare un mestiere”. L’Italia fatta di botteghe di Andrea Candela. “Era il 1959, il bar era diverso e si trovava lì”, con l’indice punta l’angolo opposto a lato della sbarra del vigile. “Allora non c’erano tante possibilità, a dire il vero neanche oggi”. Il caffè è buono, non ho bisogno di mettere zucchero. Nella foto felice e spensierato mostra i denti bianchi. I padroni del bar di allora sembrano coccolarlo come un figlio. Oggi è impensabile che un bambino di dieci anni faccia il garzone in un bar, anche se la Camorra nei suoi loschi affari ne impiega persino di più piccoli, ma questa è un’altra storia. “Poi quando loro sono andati in pensione ho rilevato l’attività”. In mezzo a quella calvizie e al viso un po’ calato rivedo qualcosa di quel bambino. Forse era meglio una volta quando i bambini lavoravano e rimanevano fuori da determinate faccende, allora anche la Mafia aveva un codice d’onore.

“Quanto le devo?”. Lo saluto e saluto la foto di quel marmocchio fra due adulti, il bancone e i cassetti pieni di caramelle. Mi sbagliavo, il bar non ha uno stile rimasto dagli anni ’60. Uscendo ammiro l’architettura di questo caravanserraglio e mi ritrovo a ridosso di dove era il bar una volta e di dove dovrei andare domani mattina. Lo prendo di buon auspicio, come un segnale. Entro. “Sono uno scrittore …”, insomma, la solita solfa. Mi dicono che devo chiedere all’anagrafe che si trova di fronte a noi.

“La seconda porta sulla destra, passato l’arco dove è la sbarra, prima degli scalini che ti portano su”. Mi congedo.

La porta è chiusa, premo il campanello. L’impulso elettrico fa scattare la serratura. Chissà cosa si aspettavano le facce sbigottite delle due impiegate sedute dietro la scrivania. “Sto facendo una ricerca su mio nonno quando viveva qua nel 1929, mi servirebbe per il romanzo che sto scrivendo …”, più parlo e più abbassano le difese, devo cercare d’incuriosirle, per non far loro pensare che sto disturbando e per giunta fuori dall’orario di lavoro!

“Non credo che possiamo aiutarla noi”, la sua collega sta già leggendo la quarta di copertina del mio primo romanzo. Mi fanno sedere mentre un’altra impiegata si unisce a noi, forse ha origliato dal corridoio. Mi fanno domande a raffica.

“Come hai detto che si chiama tuo nonno? Ah, Esposito era lo zio allora? Paolooo …”. Lui viene subito e scompare di nuovo con il nome del mio prozio. Di dove sono? Quanti libri ho scritto? Di che cosa tratta il secondo romanzo? Si ambienterà a Marsala? Spiego dove ho scattato la copertina. “Ah, vivi al Cairo”. Per fortuna Paolo ritorna. Ha delle schedine di cartoncino rosa in mano. Sopra scritto Alfredo Esposito con una calligrafia d’allora che mette tenerezza, le curve delle lettere ricordano la precisione delle elementari, il timbro di via datato il 10 ottobre 1931. C’è qualcosa che non quadra perché quello di arrivo è di appena sei mesi prima 21 aprile 1931. Dico all’impiegata che mio zio viveva qua da molto tempo prima perché suonava nella banda e che le sue tre figlie sono nate qui. Controlla le altre due schedine. Sì, Aida è del ’23 ma non è nata qua, però era residente a Marsala. Che casino. “Ah, quindi c’era anche la moglie che è morta qui? Sorrento, Sorrento Felicia”. Paolo è un fulmine, ritorna con le cartelle della moglie e dell’altra figlia. Però solo Elisa è nata a Marsala, nel ’30, Velia è morta per una gastroenterite il 25 luglio del ’25 e rinata il 1 gennaio del ’25. L’impiegata mi dice che sicuramente hanno sbagliato le date e una delle piccole è morta e forse a quella rinata le hanno dato lo stesso nome. Alzo il sopracciglio come per dirle che qualsiasi cosa mi dica per me può essere vero. “No, tua nonna, ehm, sì scusa, zia non è morta qui ma a Curinga però era iscritta all’anagrafe dal 29 gennaio del 1925”. È stato un po’ intricato però ce l’abbiamo fatta. Sono soddisfatto di quello che sto riuscendo a tirare fuori da questo viaggio.

“E la residenza?”, domando tutto eccitato. Potrò andare a vedere con mano dove vivevano.

“La residenza. Vediamo, via Pannieri 1, presso il monastero di San Pietro, primo piano”. Guardo la mappa intorno al monastero. Quella strada non esiste più.

“È impossibile che vivevano dentro il monastero, sopra l’attuale biblioteca, vero?”. La retoricità della mia domanda cozza contro il loro silenzio. Chiedo a Paolo se può farmi un ultimo favore, vedere se per caso c’è anche la schedina di mio nonno. Sarebbe utilissima per capire quanti mesi effettivamente sia vissuto a Marsala. Ci sono delle discrepanze nei suoi racconti, lapsus di memoria, insicurezze. Quando s’intervista un anziano non è così semplice come può sembrare, manca di linearità, si lascia trasportare dai ricordi. Così si balza da una situazione all’altra, dall’infanzia e un secondo dopo al matrimonio. Se si cerca di riportarlo sui binari che si vuole bisogna essere accorti, perché il suo trasporto è emozione, sentimento, vitalità, coinvolgimento con le parole che gli escono di bocca, se si forza la mano l’incantesimo scompare. Paolo torna con le mani vuote. Niente da fare, la sua faccia è più sconsolata della mia. Pazienza, spero che quando arriverò in Calabria le mie zie sappiano darmi maggiori dettagli. Sono comunque contentissimo. Perseverando sto costruendo ora dopo ora il puzzle che ha caratterizzato la vita di una persona in questa città.

Ripongo il mio libro e l’agenda dove ho annotato tutte le informazioni nella borsa. Stringo le mani degli impiegati uno a uno, non so se possono percepire la mia contentezza e gratitudine, immagino di sì. La serratura del portone si chiude dietro di me. Ho una vaga idea di quale sia la strada dove vivevano, mi immagino i corpicini di mio nonno e delle cugine che si muovono dentro la via, le cose che guardano, il percorso che hanno in testa quando pensano “casa”. Guardo l’ora. Le 14:00. La biblioteca è già chiusa. Chiamo il dottor Arini. Ho girato in lungo e in largo per i vicoli del centro, la città non doveva essere tanto più grande ottant’anni fa e un bambino di otto anni non avrebbe potuto allontanarsi tantissimo. Così prendo la decisione di partire. Domani prenderò il treno per Salemi. Devo solo cercare un albergo nella lista che mi hanno dato in Pro loco.

Butto la borsa accanto alla valigia e mi distendo sul letto, solo cinque minuti, il tempo di sgomberare la mente e rilassare le membra. L’aria condizionata da l’impressione di rilassarmi. Decido di andare al mare. Mio nonno mi diceva che erano gli unici momenti dell’anno (anno!) che facevano il bagno completo. Forse avrà rimosso gli altri casi, però in quegli anni c’erano altri modi di pensare, tutt’oggi quando si dice ad un bambino: “Amore, andiamo a fare il bagnetto”, è il momento giusto per inimicarsi un bambino. Chissà perché per la maggior parte di loro il bagno è un peso.

Mi tiro su svogliatamente. Seduto e pigro guardo il foglio fotocopiato dei B&B di Salemi. Compongo il primo numero. €35, centrale. Scrivo tutto. Chiamo il seguente, i Cipressi. Mi risponde la voce anziana di una donna che in qualche modo sembra essere rimasta bambina. “Sì, abbiamo una stanza libera. Solo una persona? E come è possibile?”, rido tra me della sua costernazione. “Allora sono € 45 … mhm … va bene, facciamo 40. Quando arriva? No, non siamo al centro, siamo a Ulmi, una frazione di Salemi, a 3 km, però non c’è problema, viene mio marito a prenderla alla stazione e la può anche accompagnare in paese, tanto lui ha la macchina”. Insisto perché prenda un bus per andare da loro. “Non se ne parla, viene mio marito”. Ho già dimenticato l’altro B&B e non c’è bisogno di chiamarne altri. “Arriva alle 5 o alle 6 del pomeriggio. Che bello, così potrà venire con noi in città, la sera c’è la sagra della pasta alla trapanese, tutti i ristoranti cucineranno in piazza e ci saranno gli assaggi. A domani allora. Arrivederci”. E questa è fatta, almeno domani so dove dormirò, poi si vedrà. No Alpitour …

Indosso il costume, prendo la maschera, crema solare, telo, l’agenda e il libro. Osservo il mare dal balcone, ora so che mio nonno lo guardava più o meno così, la città è cambiata poco verso la spiaggia, solo meno case.

Ridiscendo per i vicoli prendendo sempre stradine diverse. Mi sto innamorando di questa città che sembra costruita sull’uomo e non su una struttura romana, eppure c’è qualcosa che mi manca e non capisco. Arrivo quasi a ridosso del porto turistico che il primo braccio di 800 m fu costruito dal commerciante inglese Woodhouse nel 1770 per importare il Marsala in Inghilterra. Si sa che i sudditi di sua Maestà tutt’ora vanno pazzi per lo sherry. Punto Capo Boeo con l’idea di nuotare tra i due mari, Tirreno e Mediterraneo, di nuotare sulle parole dell’avvocato Silvani, nuotando nel Mare Nostrum che mi porta sulle coste dell’Africa, dove vivo. Sono cosciente che un giorno un altro grande viaggio partirà dentro il Continente Nero.

Il lungomare Boeo non è dei migliori: roccioso e poco trasparente, non c’è un’anima. Dall’altra parte della strada sterpaglie recintate con una ringhiera semi arrugginita, lì doveva sorgere la città punico-romana. Si vede solo una costruzione che ricorda una chiesa. L’aria è calda e impregnata di iodio e di salmastro delle alghe secche che sembrano allungare la scogliera come a voler rubare terra al mare. Passo davanti al museo Archeologico dove dall’entrata s’intravede lo scheletro di una nave del primo secolo o giù di lì. Avrei voglia di entrare ma mi conosco, sono in grado di restare ore là dentro, con mia madre abbiamo passato sei ore in quello egiziano del Cairo! Leggo che il complesso dove risiede era uno stabilimento per la produzione del marsala.

Passo oltre e giro la curva dove ipoteticamente c’è la linea immaginaria che divide i due mari, scendo giù fino agli scogli. Il mare è abbastanza trasparente. Sono l’unico su questo piccolo istmo, a 100 metri c’è un lido affollatissimo. Nascondo lo zaino nero nell’incavatura della roccia. Indosso la maschera e mi pento di non aver portato le pinne, poco male, le rocce appuntite graffiano solo superficialmente la pianta dei piedi. M’immergo con precauzione perché sotto, in alcuni punti, ci sono degli scogli rasenti la superficie. L’acqua è fresca. Nuoto con cautela. È una specie di labirinto sottomarino frastagliato da stalagmiti e massi con una geometria umana ormai ricoperti di alghe. Potrebbe essere il porto fenicio di duemila anni fa … perché la storia ci affascina? Perché nel mondo occidentale se si parla di principi ottocenteschi, marchesi del settecento, artisti e navigatori del cinquecento, romani, greci e egizi, il nostro cuore s’infiamma? Quale è la spirale che collega le diverse ere con il nostro presente? Se si domanda a una qualsiasi persona se da piccola non si sia mai immaginata di essere un eroe o una principessa, non risponderà che sì. Dov’è la magia? Forse perché in un mondo che non esiste si può essere l’esternazione dell’utopia di noi stessi? Nuoto fino ad uno scoglio che crea un isolotto a una ventina di metri dalla riva. Alcuni esultano per l’ennesima conquista di milioni di esseri umani passati tra questi fondali. Mi riemergo. Proseguo verso un’altra isola, la circumnavigo per poi ritornare indietro. La corrente è forte, perché ho lasciato le pinne in albergo? Mi rammento da bambino quando ho imparato a nuotare, o meglio, mi sono tolto la paura del mare. Cerveteri, 1981. Andavamo alla secca a una decina di metri dal punto in cui si toccava a riva. Eravano soliti andarci con mia madre e mia zia. Invece quel giorno ero rimasto solo. Il mare era leggermente agitato. Gli altri erano già là che sguazzavano, urlavano e lottavano contro la furia del mare. Gridavo perché qualcuno venisse a prendermi, perché anch’io volevo lottare con loro. Nuotai come fanno i pallanuotisti alternando lo stile libero al nuoto dei cani. Non so quanta acqua bevvi. Le onde erano forti, la paura di andare sotto era tanta e ci andai diverse volte. Riemergevo e vedevo che la secca si avvicinava. Sfiorai leggermente il fondo con la punta del piede. Non potevo crederci, ce la stavo facendo. Diedi le ultime bracciate quasi disperato. L’acqua ormai mi batteva sull’ombelico. Esausto. Gli altri bambini mi chiamavano. La mia lotta contro il mare l’avevo già fatta per quel giorno, andai incontro a loro con la consapevolezza che ormai sapevo nuotare veramente. Facemmo a gara a chi arrivava prima a riva quella mattina. Non vinsi, mio fratello era imbattibile ma ero contento lo stesso. Eppure quello che mi rimase impresso di quel giorno fu proprio la paura, il terrore di affogare, di andare giù, di essere risucchiato, di non farcela, della consapevolezza di essere solo mentre andavo giù. Presi coscienza di che cosa era il mio corpo. Ma se non fossi riuscito a tornare su? Mia madre si sarebbe disperata lì sulla spiaggia. La direzione che avrebbe preso la mia famiglia sarebbe stata diversa; le persone che ho conosciuto nella mia vita, i cari amici … avrebbero fatto amicizia con qualcun altro e la loro vita avrebbe preso altri lidi. Penso a come un evento possa cambiare il corso della vita, di come la morte spazza via il presente e forza le persone a prendere direzioni lontane, come quel serpente umano di flussi migratori dall’Africa all’Europa. La corrente è forte, mi ritiro su di nuovo in prossimità del primo isolotto, prendo fiato e riparto. Nel mio istmo solitario scorgo una persona che scende giù dalla strada, aumento le bracciate sperando che non veda la borsa: passaporto, soldi, carte di credito (perché non ne ho lasciata una in camera?), occhiali da sole, patenti … basta allungare la mano e scappare, già faccio i calcoli per come tornare al Cairo. Sono vicino ormai. Ecco fatto, sono fuori. Il signor ladro davanti a me si toglie la maglietta.

“Sono scappato da mia moglie per farmi un bagno. Sì, hai ragione, l’acqua è leggermente fresca”. Si tuffa, per modo di dire, immergendosi con molta cautela come ho fatto io. Fa il giro dell’anatra e esce subito. “Avevi ragione, abituandocisi diventa piacevole”. Personalmente mi sento rigenerato, come se avessi scaricato su questi due mari tutti i km percorsi a piedi. Mi dice che restaura mobili antichi e divani, ormai è l’ultimo rimasto qui a Marsala, forse in Italia penso tra me. Ormai è in pensione, ma ogni tanto qualche lavoretto continua a farlo. “Devo asciugarmi il costume, altrimenti mia moglie scopre che sono venuto al mare, e poi mi ci tocca litigare”. La testa ovale con i capelli brizzolati scompigliati, una pancia flaccida come i suoi bermuda e gli occhi cerchiati dalle occhiaie ma vispi come quelli di un monello. “Però senza il mare non posso starci”. Mi dice che viene qui fin da piccolo, che era un grande nuotatore tanto che andò a Roma selezionato per le Olimpiadi del ’60. “Però quando arrivai due volte quarto in batteria, non volli più saperne. Guarda che ero un delfino! Solo che allora non sapevo che nuotare in piscina era diverso dal mare, così rimasi offeso e non ci tornai più quando mi richiamarono”. L’orgoglio è l’orgoglio.

Incomincio a preparare le mie cose mentre Marcello continua a parlarmi, se ci fosse Ale mi direbbe con la sua voce grave e l’inflessione romana: “Aho, questo è più logorroico de te!”. Una strana foschia si alza dal mare, l’orizzonte si perde in lontananza. Mi racconta di quando era militare, marina, l’Amerigo Vespucci, se solo l’ammiraglio che lo aveva preso sotto la sua ala ce l’avesse fatta, avrebbe fatto parte dell’equipaggio diretto in America. Un altro ammiraglio la spuntò nei corridoi del Ministero della Difesa. Intanto la nebbia si è alzata, non vedo più l’isolotto né il lido affollato di gente. Stupito e affascinato gli domando se è normale. “Non di giorno e tra l’altro è pericoloso, è il momento che succedono sempre incidenti”. Avevo visto questo fenomeno solo nei film e ho sempre creduto che esagerassero, per creare la suspense nel pubblico, invece è vero. Metto la maschera in borsa. Mi dice che si congedò dal militare anche se aveva fatto domanda per un altro anno aggiuntivo ai due che già aveva terminato. Ma l’America ormai era lontana e per quanto l’ammiraglio insistette lui lasciò carriera e divisa per andare a imbucarsi in Angola per l’estrazione dei diamanti. Mi accorgo che l’istmo è di nuovo visibile, anche il porto e il museo sulla strada. “Eh, ne feci di soldi, solo che diedi retta a mia madre e non comprai tante case ma un battello da pesca con mio fratello, 25 milioni di lire, ne avrei potute comprare di case! Pensa che prima che iniziassi a lavorare in miniera la gente ne fece di soldi: mangiavano pepite di diamanti. Poi misero quel coso, quello lì, per controllare all’aeroporto, già già, metal detector. Ma sai quanti si mangiavano le gemme?”. L’orizzonte è di nuovo visibile, anche se non riesco a intravedere le Egadi.

“Devo andare, è stato un piacere Marcello. No no, tu rimani pure, il tuo costume non è ancora asciutto!”. Si fa una bella risata. Certo che quando si va in giro da soli se ne fanno d’incontri strani.

Ripercorro il lungomare. Passo dal lato del museo. Quello che m’intriga di Marsala sono proprio queste costruzioni vecchie che da una parte sono rimodernate e da un lato viene lasciato  l’intonaco screpolato, decadente, abbandonato. Cruda, una città cruda e tosta dove si respira qualcosa di selvaggio, di un altro tempo incastrato tra l’800 e il ‘900. Anche le persone hanno quell’essenza dentro, un’ospitalità unica, un mondo che affascina eppure in loro c’è un’inafferrabilità quasi africana che cattura. Persino le donne sembrano prede e cacciatrici, elusive ma magnetiche. Peccato! La strada che taglia per il teatro Impero è interrotta, mi tocca fare il giro più lungo. Mi soffermo a leggere le note storiche della chiesa in mezzo ai cespugli che ho visto all’andata. “Antro della Sibilla”, una grotta già tempio punico-romano dove hanno costruito sopra la chiesa … culto sovrapposto a culto … già che ci sono passo proprio in via Sibilla dove una volta c’era il fossato che veniva riempito con l’acqua marina per proteggere la città. Ho voglia di farmi una doccia e di sdraiarmi un attimo sul letto, ma non troppo, devo passare alla Mondadori in piazza Loggia, il dottor Arini mi ha detto per telefono che posso trovare il suo libro lì o alla libreria Rinaldo o all’Edicolè come l’appellano i marsalesi. Quest’ultima al telefono mi ha detto che non avevano più copie, così non mi rimane che l’altra.

“Mi dispiace, non ce l’abbiamo, però se vuole glielo ordino, in un paio di giorni arriva”. Sì, con la casa editrice “Il Vomere” che è in ferie dubito che in un paio di giorni arrivi. “Ah, parte domani? Peccato, però ci sono libri simili su Marsala, Emilio, vieni qua!”.

“Sì mamma?”.

“Fai vedere al signore i libri che abbiamo su Marsala, quelli sullo scaffale all’ingresso”.

“Ecco, questi sono tutti sulla storia della città, su Erice … Ah, lei cercava materiale fotografico dei primi del ‘900, mi dispiace …”. sono contrariato.

“Pronto. Sì, lo scrittore di prima, l’ho riconosciuta. Sì, quella copia che le avevo detto che avevo in studio, passi verso le sette, la lascio al mio collega. No, i soldi vanno in beneficenza per dare un’educazione ai bambini dell’Africa”. Prendo l’indirizzo.

“Guardi, abbiamo un altro libro sempre edito dal Vomere in collaborazione con il dottore”, lo sfoglio. Foto del novecento, tradizioni, usi costumi, calzolai, contadini, stagnini … botteghe inventate anche in mezzo alla strada, è incredibile come eravamo e come quest’ultimo mezzo secolo ci abbia cambiato. Lo prendo.

“Ho sentito bene, anche lei scrive?”.

“Fanno quindici euro”, mi dice il figlio. Rimaneggia la copia del mio romanzo. “Anche noi facciamo presentazioni. Sì, ha ragione, in città l’interesse per tali eventi va scemando durante l’estate, però Marsala è un luogo di mare, quindi”.

“Complimenti comunque, ha partecipato alla fiera di Torino del Libro. Bravo”.

“Grazie, ora devo proprio scappare, altrimenti faccio tardi all’appuntamento”. Prendo la busta dell’acquisto e scappo via.  Un po’ di pubblicità non fa male, però la signora mi infastidiva mentre mi rimirava con aria saccente e di superiorità, con quei capelli rossi mi ricordava la maga Circe. Non mi andava di essere trasformato in un maiale, con l’influenza suina che gira non mi sembrava il caso.

Raggomitolo l’asciugamano sulla testa e mi vado a distendere sulla terrazza. Peccato che di Lunedì il museo sia chiuso, avrei voluto incontrare il direttore per saperne di più sulla storia del monastero. Bevo ancora dell’acqua, non ho mangiato da stamattina a colazione e neanche ho appetito, il caldo e la ricerca mi stanno assorbendo. Fra poco dovrò scendere per andare dal dottore. Ancora un po’. Rientro dentro per il troppo caldo. Guardo intorno le mie cose: il computer, la valigia, l’altra buttata per terra, l’asciugamano sul letto, mille fogli segnati sparsi dappertutto, il libro appena comprato sul comodino … mi conviene andare per non fare troppo tardi. Lascio le chiavi alla reception. Ielena è stata sostituita da una collega di un freddo glaciale, non ho voglia di rendermi simpatico. M’incammino sotto il la terrazza al coperto che unisce il palazzo del mio albergo con l’edificio di fronte. Vado verso corso Gramsci, verso la “globalizzazione”, verso i bar con i tavolini e le sedie sparse sul marciapiede alla rinfusa, verso la vera Marsala. Ogni cinquanta metri c’è gente seduta sul cortile o sullo stesso marciapiede chiacchierando. Il profumo di una rosticceria mi apre lo stomaco, dei ragazzi e ragazze bevono birre gelate, un bambino attraversa la strada timoroso dietro le urla preoccupate della madre, altri tre si rincorrono con le bici sfrecciando sull’asfalto, un uomo suona il citofono, “Sono io”, un’anziana con il fazzoletto legato in testa ride sguaiatamente alla battuta di suo nipote insieme alla famiglia tutti adagiati sulle sedie di casa sul marciapiede, ad aspettare un amico da salutare e la frescura che fra poco porterà la notte. Leggo sulla cartina “Stabilimento Pellegrino”, mi dico che forse anche quello risale agli anni della mia ricerca, che magari troverò cabine ancora di quell’epoca. Scoprirò che l’epoca era quella che cercavo ma lo stabilimento è vinicolo, del marsala! Capisco quale sia il problema, quel disappunto sotterraneo, quel pizzico che manca al centro di Marsala: tutti i cortili interni dove una volta si poteva accedere sono stati chiusi con portoni di ferro, la maggior dei quali inibiscono la vista. Così capisco quell’inibizione castrata della città, quella ricerca monca della mancanza di qualcosa, quel “auto-ghettizzazione” per evitare di essere disturbati dal turista, dal passante, dal curioso. Una recisione chirurgica che limita la città. Capisco che anch’io sarò un bambino di otto anni amputato. Isolamento. La città è cambiata. La gente è cambiata. Sono arrivato.

Suono il campanello ed entro. Mi dirigo immediatamente verso il collega del dottore. È una sala d’attesa, persone sedute su delle panche da ospedale per il loro turno. Prendo il libro, pago i quindici euro, un uomo anziano incuriosito confabula con suo figlio su cosa io stia facendo, gli porgo il libro. Lo sfoglia superficialmente stupendosi che il suo medico curante possa aver fatto un lavoro del genere. Lo riprendo, sono quasi sul punto di bussare per ringraziare Arini per la sua cortesia quando penso che forse non è una persona che vuole essere disturbata durante il lavoro. Saluto, alzo i tacchi e me ne vado.

Arrivo a piazza Marconi, un luogo abbandonato ai derelitti che non rispecchia più la foto del libro che tengo in borsa, ogni paese ha un luogo di ritrovo per alcolizzati, drogati e quant’altro, la globalizzazione non può essere fermata. Mi rituffo tra i vicoli puntando dritto all’hotel. Cambio idea e giro ancora per nuovi vicoli fino a quando le gambe mi portano in quello dove il giorno prima avevo visto i tavolini apparecchiati fuori con le sedie in ordine. Una parte di me sa che domani lascerà questa città. È triste. Forse ho visto poco o abbastanza, ormai la decisione è presa. Osservo i menù esposti, “Ancora non siamo pronti, se ripassa tra venti minuti non c’è problema”. Proseguo. L’antro del ristorante poco più giù è carino. Un’insegna indica che c’è un cortile interno all’aperto. Devo andare in bagno. Entro. Il locale è carino, però anche qui non sono pronti, ma a che ora mangiano i marsalesi? Poco male. Chiedo se posso usare i servizi. La cameriera è gentile. Quando esco mi dirigo verso il cortile interno, “Posso lasciare la borsa con lei?”.

“Certo”. Nel corridoio stretto una voce mi desta dei miei pensieri.

“Kayf hallak?”, non posso crederci, che coincidenza, è Bashir. Sorrido.

“Tutto bene e tu? Sta portando dei vassoi.

“Mangi qui? Se aspetti dieci minuti iniziamo l’aperitivo”. Il posto è bello, immerso tra i palazzi antichi rimodernati e pareti fatiscenti, un pozzo benedettino, divani in stile lounge, tavolini di ferro battuto con una lastra spessa di vetro come ripiano-appoggio, un’amaca e divani bianchi, il bar incassato sotto una tettoia di tegole. L’ambiente è confortevole, non ho bisogno di andare da un’altra parte questa sera. Con Bashir chiacchieriamo e suo cugino si unisce a noi. Viene una ragazza bionda con i capelli lunghissimi. Rimane stupita di questo occidentale africano. Le sorrido. Il buffet è aperto. Chiedo al barista un vino bianco locale ma che non sia il solito Grillo. Prendo da mangiare: olive, formaggio al miele, mozzarelline, bruschette, pomodori secchi, pasta fredda, cous cous … l’aperitivo che diventa cena, sicuramente molto meglio di quello di ieri. Mi dico che d’inverno qui sarà molto più carino, ora la movida sarà spostata in spiaggia. Comunque è qualcosa che non m’interessa, non questa volta. Arriva gente, alcuni se ne vanno immediatamente, altri rimangono. Dopo il primo vino la stanchezza già si fa sentire, mi domando se sia normale o se sto solo invecchiando. Certo che a ventidue anni mi mettevo a “zompettare” in discoteca e a bere whisky e cola tra fumi e ammiccamenti. A ventidue anni non andavo in giro per km e tessevo trame di una vita di qualcun altro. Tutte scuse, mi sto rammollendo, ma non voglio pensarci adesso. Chiedo il conto. Saluto calorosamente Bashir con l’augurio di rincontrarci da qualche parte, dovunque sia “qualche parte”. Continuo a girovagare … poi ritorno in albergo.

“Stanza 404, grazie. Buonanotte”. Con la nuova ragazza alla reception è fastidioso quando si deve dare da zero le proprie credenziali, come ad un controllo di polizia.

Sono disteso sul letto. Ieri notte ho sognato mio nonno. Ero con un muratore nella mia casa a Cerveteri, sdraiato sul marciapiede del portico indicandogli di controllare quel punto dove l’intelaiatura di ferro della gettata di cemento armato arrugginendo stava spaccando il cemento stesso. “Sì, è lì. Guarda, sotto lo sgocciolatoio, sta spaccando tutto proprio come hai detto tu Silvano”. Nel sogno ricostruisco la tettoia in modo diverso per dare ragione a quello che gli sto dicendo, per dare una spiegazione geometrica alle mie parole. “Vincenzo”, vedo mio nonno anziano con la pelle liscia, i capelli bianchissimi e il volto sorridente e rilassato che scende la rampa del garage. Zoppica un poco, ma non ha il solito bastone con sé. Accanto a lui vedo un ramo di un albero rigoglioso che mi sembra alloro, non c’è un riverbero di luce ma l’albero è splendente. Mi guarda con occhi orgogliosi come faceva di solito, il suo sorriso è compiaciuto e beato a labbra strette. I pantaloni marroni strozzati sotto l’ombelico con una cinghia di cuoio lucido, una camicia bianca con due bottoni aperti sotto il collo, la carnagione scura dell’estate. Quell’immagine credo che sia durata 5 secondi, ma forse è solo la reminiscenza del sogno. Non so se il suo modo di vestire rispecchia una foto di lui che vidi o un ricordo dell’infanzia. A volte è meglio non attaccarsi tanto a una persona, così si soffre meno se gli succede qualcosa, anche gli amanti a volte fanno così. Quando  si arriva ad una certa età i giovani ricordano i vecchi sempre allo stesso modo, con lo stesso volto, così capita a me con mio nonno. Quel viso giovane che è stato non può tornare, provo la stessa difficoltà d’immaginarmelo proprio come mi era successo con Andrea Candela. Mi sono svegliato di soprassalto. Un senso di pace, un senso di vuoto. Ho raccontato il sogno a mia madre: “Forse dove sta ora sta meglio”, parole di chi non vuole versare altre lacrime. Come è facile credere, pensare che ci sia qualcosa oltre la vita come la chiesa ci dice, il conforto che prima o poi rivedremo quella persona, che non c’è l’abisso, come quando mi sembrava di annegare. Eppure quella figura che ho visto in sogno era forte, la sua presenza era forte e sono convinto che è stato il mio inconscio a evocare quella forza, quell’inconscio che genera Dio, che è parte di Dio. Dio non potrebbe essere quell’immagine interiore che vediamo rare volte di noi stessi, parlare con Dio non è in parte cercare dentro noi chi siamo? I dogmi non sono i nostri limiti? Credo che dopo la morte ognuno assurge a un livello di onniscienza andando a formare il Dio che noi vediamo insieme a tutti quelli deceduti prima di noi … i rumori fuori la finestra sono scomparsi … forse anche questo è stato un altro sogno ma non ricordo più, l’alba s’insinua fra i miei occhi.

Giorno IV …

Appunto le tre cose da fare in giornata prima di prendere il treno per Salemi: andare al monastero S.Pietro, alla Pro loco per chiedere delle bande musicali e al Centro Anziani che ho visto per caso ieri passando per i bastioni.

Chiedo il cappuccino e le uova al tegamino. Finito il salato attacco il dolce. Mi preparo un panino al prosciutto e formaggio e due fette di torta della nonna infilando tutto furtivamente nelle ampie tasche dei pantaloncini stile safari. Torno in camera e preparo i bagagli. Scosto la tenda e do un ultimo scorcio alla vista della città sul mare. La receptionist mi accompagna in uno sgabuzzino appena all’ingresso dell’albergo. “No, queste bici non sono in affitto ma a disposizione dei clienti”, per un attimo mi rammarico per non averlo saputo prima, però andando in  bicicletta non avrei visto la città allo stesso modo. In strada mi sento di nuovo bambino tra una pedalata e l’altra, il bello è che Marsala per la maggior parte delle strade è pedonale. In un attimo sono in biblioteca.

“Buongiorno, di nuovo qua?”, fra poco sarò di famiglia, è piacevole essere accolti benevolmente anche con un sottile velo ironico. “Veramente non lo sappiamo, può chiedere …”.

“Sì, seconda stanza a destra”, se la ride il portiere. Marinella non può essermi d’aiuto, la ringrazio per l’aiuto che mi ha dato, le dico che ho comprato il libro “Marsala l’Antica” del dottor Arini e le lascio il mio biglietto da visita, se vuole può dare un’occhiata al blog, anche se è in costruzione, lo spero veramente.

“Prova a andare all’urbanistica, forse lì sapranno dirti con precisione quale era la via”, mi suggerisce mentre sto per uscire. Mi dà le indicazioni ma le dico che so dove si trova. Mi scapicollo verso Porta Nova che sarà la mia ossessione, passo davanti al solito bar e anche questa volta scarto l’idea del cappuccino. Pochi minuti prima delle nove, ancora gli impiegati non sono arrivati, così il portiere mi fa attendere nell’atrio all’aperto, approfitto per rimirare palazzo Fici, quello con la facciata a loggia arabeggiante sebbene abbia scoperto che risale solo a due secoli fa, forse il capostipite della famiglia viaggiò in Medio Oriente.

“Sì, quel ragazzo là”.Un uomo si dirige verso di me.

“Buongiorno, come posso esserle d’aiuto? No, mi dispiace, le mappe toponomastiche risalgono appena a dieci anni fa, prima le strade non erano censite”. Gli indico sulla mappa via Ludovico Correale che da quanto ho dedotto dall’anagrafe si chiamava via Pennieri. “Forse si chiamava così, personalmente l’ho conosciuta così, però posso dirle che la numerazione parte sempre dalla sinistra della piazza, sono sempre state fatte così in tutta Italia, quindi il suo numero uno corrisponde alla biblioteca”, mi conferma l’impiegato. Come avevo pensato. Poi non so per quale alchimia delle parole o delle persone, inizia una filippica sulla storia della città, uno scorcio dai fenicio-romani per balzare agli arabi e alla produzione industriale del marsala da parte di Woodhouse e successivamente dei vari Ingham, Florio fino ad arrivare a Pellegrino, sì proprio quelli dello stabilimento! Le diverse proprietà eno-gastrologiche dei diversi marsala. “Eh, all’inizio del secolo scorso questa città scoppiava di salute, c’era una voglia di cambiare in meglio”; mi racconta dei bastioni e di come le fosse ai loro piedi venissero riempite di acqua marina … lo lascio parlare, è simpatico e il suo parlare acculturato mi coinvolge, e poi tra tutte le cose che mi dice e che già so, potrebbe uscire qualche informazione interessante, forse dovrei fare il giornalista investigativo piuttosto che lo scrittore, ma questa è una categoria in via d’estinzione sostituita dai paparazzi. Decido che il suo tempo è scaduto. “Sì, hai ragione, anch’io devo scappare, passa in ufficio se hai tempo, così facciamo una bella chiacchierata”. Mi piacerebbe, ma sono già stretto con i tempi, alle 16:26 c’è il treno oppure alle 18:45, non ho ancora deciso.

Ritorno verso la biblioteca, una parte di me è felice ma l’altra è assalita dallo sconforto, non posso far altro che dar retta alle deduzioni. Giro l’angolo per il museo. Lego la bici ad un palo. La bigliettaia mi dice se voglio visitare il complesso di San Pietro. Le dico che sto cercando il direttore. “Non c’è, però dovrebbe tornare a momenti, però possono darle informazioni quelli dell’amministrazione”, la seguo nel cortile interno. Mi piace la disponibilità dei marsalesi, non capisco perché chiudano i vicoli-cortili del centro, qualcosa d’irritante, forse per una questione di sicurezza. Entro rompendo l’armonia amichevole degli impiegati. La segretaria si sistema sulla poltrona.

“Non abbiamo informazioni storiche sul monastero”. Un altro impiegato con il naso ficcato dentro un catalogo e l’orecchio su di noi le suggerisce di portarmi nella parte al primo piano. “È vero!”, afferma lei con la contentezza di chi ha trovato il bandolo della matassa. La seguo su una scalinata antica con i gradini di marmo. Mentre saliamo noto una balconata ad archi con ringhiere e infissi in alluminio che devono essere stati aggiunti sulla struttura originaria che prevedeva sicuramente un portico aperto. Giriamo sulla prima stanza a sinistra. Un uomo sta ritirando i suoi strofinacci. “Qui può leggere informazioni sul museo e dei restauri che sono stati apportati. Quando ha terminato torni giù, magari il direttore è tornato, forse lui saprà dirle se c’erano persone all’infuori dei monaci che vivevano qua”.

“Certo che c’erano”, interviene un inserviente. “Vivevano proprio lì, vieni, ti faccio vedere”.

“Sei stato fortunato, ti lascio con Michele, sei in buone mani”, un sorriso furbetto di chi conosce il proprio pollo. Attraversiamo il portico che avevo visto da fuori. Lo tallono mentre supera un’entrata senza porte.

“Vivevano qua, fino agli anni ’60 c’è stata gente”. Uno stanzone di circa 30 m² con il tetto alto a botte come quello della biblioteca. Michele continua a parlarmi. Immagino mio nonno stipato sopra una simil branda con le due cugine, lo zio e la moglie. Cucinavano qui, metto una stufa. Da quest’altro lato lavavano, costruisco un lavabo e vedo i tubi ridiscendere lungo le pareti. In quest’angolo dormivano, un lettone e due brande, o forse tutti nel lettone dove poi è stata concepita mia zia Elisa. I bambini dormivano e gli adulti ansimavano nel silenzio. Pensarlo oggi uno potrebbe saltare sulla sedia, ma sinceramente non ci trovo niente di male, erano solo altri tempi. In una stanza del genere potevano starci anche in nove e più persone. Oggi ci scandalizziamo degli immigrati che dormono in 20 in una stanza, in Africa è la normalità. “Sì, anche nell’altra ala vivevano, no, non è proprio uguale a questa”. Scendiamo. “Accanto alla scalinata c’era il refettorio; il cortile era adibito a cinema all’aperto che d’inverno veniva spostato qua dentro, ora sala conferenze. Io vivo là da quando sono nato”. Mi indica una casa adiacente il complesso del monastero. Michele è un pozzo d’informazioni meglio di cento libri. Mi riporta dove c’è l’amministrazione ma invece di dirigerci là continuiamo dritti verso l’ascensore. Ci fermiamo al primo piano, un balbuziente ci fa i convenevoli, è un impiegato del museo che senza dubbio controlla i biglietti dei visitatori. Quello che mi fa sorridere è che Michele ha ancora in mano lo straccio invecchiato dal logorio del tanto utilizzo ma si comporta come se fosse il direttore, il padrone di casa. Sarà per i suoi baffi sale e pepe che gli conferiscono autorità. Do una sbirciatina dall’ingresso all’ala dedicata a Garibaldi e ce ne andiamo, non è utile ai fini della ricerca. Lo pedino con un fremito d’eccitazione nei muscoli. “Vedi, venivo qua fin da piccolo a vedere i film, a giocare a nascondino o solo per vedermi con gli amici. In che anno sono nato? Nel ’48. lì, in quell’ala dove gli archi continuano più fitti c’era una scalinata come quella che abbiamo percorso prima che portava su al primo piano, anche se c’era un altro ingresso da fuori. Sì, da via Pannieri”, mi guarda compiaciuto. “No, dove c’è la biblioteca c’era un’osteria, ora ti faccio vedere”. Mi mostra sotto il portico del piano terra una lastra di vetro per terra  dove un metro più in basso si può vedere la pavimentazione come era una volta, che sicuramente mio nonno calpestava. “La città una volta si trovava qualche metro più in basso”. Usciamo sulla via Correale, già via Pannieri. “L’entrata era più o meno qua. Una porta con delle scale ripide che portavano su”. Sopra la mia testa c’è il campanile, “vedevo il mare” mi hanno detto mia zia Aida e mio nonno, era da lassù che si sporgevano? Entriamo in biblioteca e ci dirigiamo verso l’ascensore. Si salutano con il portiere il quale ci fa passare senza niente da obiettare. Effetto baffi, rido fra me. Una persona s’infila dentro con noi. È un collega di Michele per quest’ala del monastero. Appena entriamo si apre un vasto salone con bacheche e tavoli da studio, sembra la continuazione della biblioteca del piano terra con la sola eccezione che qui non ci sono pareti divisorie. “Ma prima del restauro non era così. Queste finestre una di seguito all’altra erano tutte divise da muri spessi, erano le celle dove risiedevano le suore di clausura, per questo le finestre si trovano in alto e hanno inferiate. Sì, abitavano anche in questa parte del monastero”. Sicuramente non in dieci, le celle dovevano essere veramente piccole! Michele mi indica dove era la scalinata che conduceva al cortile, ora rimpiazzata con un’altra metallica per l’uscita d’emergenza. “Se la sono rubata pezzo dopo pezzo, ora questo pezzo di ferro non vale niente”. Ci dirigiamo verso l’ascensore. So che il tour è terminato, gliene sono veramente grato.

“Guarda, un’altra volta! S’incastrano sul vetro, sono tremende!”. Una colomba sembra intrappolata su una rientranza dell’arco. “Ha il vetro davanti e poco spazio per muoversi, l’altro giorno ho dovuto aprire la finestra e metterle il bastone della scopa, c’è saltata sopra ed è riuscita a volare via”. Penso alle azioni quotate in borsa, la crisi economica, la forte disoccupazione in Italia, la cassa integrazione, famiglie disperate. “Però questa ce la fa. Stai a vedere Michele”, il becco continua a cozzare contro il vetro, gli animalisti avrebbero denunciato il comune, la zampetta va a vuoto, cade a peso morto, spalanca le ali e vola verso i tetti della città. “Te l’avevo detto!”. Wall Street è crollata e noi andiamo a prendere l’ascensore. Il collega di Michele scompare dentro un ufficio. Scendiamo.

“Non so come ringraziarti Michele, non puoi capire quanto questo visita mi possa servire per il romanzo”. I suoi baffi s’inarcano e i suoi occhi sembrano ringraziare me. Vado a salutare quelli dell’amministrazione.

“Tutto bene? Ha trovato qualcosa? Mi fa piacere”. Lascio anche a lei un biglietto da visita per dare un’occhiata al blog. Ripasso in biblioteca a salutare Marianna per poi ritornare verso la cancellata dell’uscita del museo per riprendere la bicicletta. Incrocio una bella ragazza con i capelli neri che le scendono sulle spalle, il passo deciso e veloce, mi perdo dietro la sua schiena dritta e sicura. Alzo gli occhi davanti e per poco non sbatto con un’altra ancora più bella, alta quasi quanto me, boccoli corti, una gonna lunga, la caviglia graziosa, le spalle scoperte, mi sposto per farla passare mentre si saluta con Michele. Non mi degna neanche di uno sguardo, “Selvagge e impenetrabili” … “Sono le mie figlie”, mi dice con i suoi baffi da Tom Selleck. Lo saluto di nuovo mentre tolgo la catena alla bici. Pedalo tra i vicoli e decido di andare allo stabilimento Pellegrino. Ogni tanto mi fermo per controllare la mappa. Arrivo. Entro in un cortile dove il caldo sembra intrappolato dalle pareti tappezzate di poster di bottiglie: zibibbo, marsala secco o dolce, Grillo, passito … Gli uffici sembrano chiusi, solo all’angolo il negozio di rivendita al pubblico è aperto. Mi avvicino accompagnando la bici per il manubrio. La porta scorrevole si apre automaticamente. Un’alitata di aria gelata si staglia sul mio sudore. “Prego, entri”. Neanche per idea, a meno che non voglia prendermi un febbrone da cavallo o un raffreddore con i contro fiocchi. Faccio un passo indietro. “No, sono in ferie fino al 24 agosto. Parte oggi? Mi dispiace. Sì, qualche foto di quel periodo dentro ci sono, però se ne riparla il 24 …”. Ringrazio e abbandono quella piccola succursale del polo Nord. Decido di ridiscendere il lungo mare fino ai Canottieri, Capo Boeo di nuovo e il lungomare. Il sole frigge piacevolmente la pelle del petto nudo mentre il vento lo rinfresca. Rallento la velocità a ridosso del porto turistico dove penso avremmo attraccato con Ale e tutti gli altri se non avessimo avuto tutti quegli intoppi con le barche. Mi rimetto la maglietta e m’immergo dentro la città. Ripercorro il fossato ormai prosciugato dal cemento; mi fermo ad osservare il bastione superstite considerando quanto sia sotto il livello della strada. Lo costeggio tenendo la bici al mio fianco fino a ricongiungermi con via Sibilla. Osservo i cipressi sulla strada, dall’angolo nella visuale entra Anselmo, che ci fa in questo torrido pomeriggio estivo lui in giro? I suoi occhi vitrei mi inquadrano. Gli domando come sta.

“Tutto bene grazie. Sì, passeggio un poco. No, il caldo non mi dà fastidio. Certo che è cambiata la città da quando ero piccolo. Le scuole? Erano a ridosso di Porta Nova, in delle baracche di legno, mah, sì che ce ne era di miseria una volta”. Ritorna alla sua passeggiata stufo delle mie domande. Penso che se rimango qui e imparando il siciliano in un anno posso avere un quadro sinottico di come era la città nel ’30, ma penso con tristezza che domani partirò. Rimonto in sella, tiro verso la stazione dei treni osservando le costruzioni e come poteva essere la città cento anni addietro. Arrivo all’uscita delle ferrovie dove ho conosciuto Bashir e la sua famiglia. Ridiscendo al centro passando per via Roma e 11 Maggio, un addio a due ruote. Procedo lentamente in mezzo alla piazza e alla gente fermandomi a guardare la chiesa Matrice che è tanto vivida nei ricordi di mia zia. Due bambini parlano in un siciliano strettissimo. Mi piace questo dialetto. Immagino due scugnizzi degli anni ’30, tra bambini forse non è cambiato poi tanto. Domando a due persone sulla cinquantina se la piazza la ricordano sempre così: “C’era un barbiere, sulla sinistra il bar Gran d’Italia è rimasto, anche il bar all’altro angolo … ma se vuole informazioni dettagliate deve chiedere di Gino Vita, anche se non si vede più tanto in giro, sicuramente alla Pro loco possono aiutarti anche per la banda musicale”. È vero, la Pro loco, l’avevo dimenticata.

“C’è anche quel trombettista solitario che suona per i fatti suoi ma che conosce bene i diversi musicisti, come si chiama, sì, Orazio, Orazio qualcosa”.

“Ma quale Orazio, si chiama Ottoreggio, puoi trovarlo al bar Timone sotto i portici di fronte al porto turistico, lui è sempre là”. Giro la bici e lascio i due bambini e i due uomini continuare le loro conversazioni. Ritorno alla chiesa sconsacrata della Pro loco. Un’impiegata fuma una sigaretta sul portone d’ingresso con un piede mezzo dentro e mezzo fuori. Le chiedo se conosce Gino Vita, e anche dove posso trovare la sede della banda musicale.

“È stato il nostro presidente, però ormai è in pensione. Aspetti”, aspira l’ultima tirata profondamente e butta via la cicca. “Posso darle il numero di casa, sicuramente saprà aiutarla per la sua ricerca. No, delle bande musicali non abbiamo niente, per contattarle ci pensa la signora Marino, le do anche il suo numero”. Pedalo per uscire fuori da via 11 Maggio. Un altro bar dove ogni volta mi soffermo a rimirare i cannoli esposti in vetrina, che sto aspettando? Il cameriere si perde nel retro bottega e ritorna con un cannolo appena farcito. Non m’interessa se la ricotta è più buona d’inverno. Sarà la fame ma per me è delizioso. mi sento di nuovo carico, avevo bisogno di zucchero, quello a velo lo scrollo via dalla maglietta, ho mangiato con troppa voracità. Poco male. Mentre girovago con la bici in direzione del porto, chiamo la signora Marino.

“Pronto, sì, chi parla scusi? Vincenzo come? Sì, l’aiuterei volentieri ma ora sono fuori Marsala, se mi richiama per le quattro del pomeriggio ci possiamo incontrare. Parte? Deve andare a Salemi, capisco. Vada all’Ufficio Stampa del comune di Marsala, lì le sapranno dare tutte le informazioni che cerca sulla banda musicale. Sì, proprio quello accanto alla Porta Garibaldi. Va bene, mi faccia sapere come è andata. Arrivederci, si figuri”. Il caravanserraglio. Do una brusca virata con il manubrio. Lego la bici su un palo del divieto di sosta, non credo che il vigile me la faccia passare sotto la sbarra. Gli chiedo dove sia l’Ufficio Stampa. Mi riconosce. Un altro paio di giorni e mi ritroverò la sera a prendere aperitivi con tutti. Sarà la loro propensione a essere disponibili e la loro gentilezza che mi dà l’impressione di conoscerli da una vita. Passo davanti all’anagrafe. Prendo le scale che ho avuto cura di evitare ieri. Arrivo al pianerottolo, busso a una porta di legno con i vetri opacizzati. Una signorina con un’uniforme siede su una sedia e una scrivania barocche in una stanza del ‘700 vuota con pareti rosso Borgogna o sangria, ho l’impressione di essere capitato in un film surrealista. Le faccio un sorriso idiota ma invece di scappare via … “Sì, entri per questa porta e la terza sulla destra”, benvenuti all’inferno anche se l’aspetto è confortevole. Arrivo alla terza porta, però c’è scritto “Assessore …”, quella dopo “Segreteria”, alla quinta “Ufficio Stampa”; quando ci si trova in queste situazioni non si sa mai se chi dà le indicazioni non ci capisce niente o siamo noi che capiamo male! Faccio capolino timoroso di ritrovarmi un’altra persona della sicurezza come all’ingresso.

“Buongiorno, cerca qualcuno?”, un ragazzo con il pizzetto da D’Artagnan mi accoglie con un sorriso. Gli chiedo se posso sedermi. “Deve chiedere al coordinatore dell’ufficio, è un attim …”, un signore sui quarantacinque anni entra con fare ansioso e brusco, i capelli tutti impomatati, la pelle abbronzata e la fronte sudaticcia. Si va a sedere sull’altra scrivania. Ha al seguito una giovane donna che con un block-notes prende appunti di quello che le detta. All’inizio sembra non accorgersi di me. Il suo collega m’introduce.

“Buongiorno … scrittore?”, alza il sopracciglio nerissimo. Si tingerà anche quello, altrimenti anche un capello bianco sulle sopracciglia è un sospetto d’incanutimento. Rimira il mio libro. “Che cosa le serve esattamente?”. Gli racconto di mio nonno, dello zio che suonava la tromba, della moglie malata di nefrite e di tutti i giri che ho fatto prima di arrivare qui senza dimenticare la gentilezza della signora Marino. “Attenda un attimo”. Alzo la cornetta, in meno di trenta secondi una donna sui quarantacinque appare dal nulla. “Grazie Marianna, questo ragazzo ha bisogno …”.

“Sì dottore, dovremmo avere i numeri. Un attimo che controllo subito”. Esce e ritorna con un registro vistosamente ingombrante che fa fatica a portare. L’appoggia davanti al dottore, inforca gli occhiali che le penzolano sul petto e incomincia a sfogliare. “Ecco qua, banda “Città di Marsala”, presidente Vito Caradonna, numero di telefono …”, scrivo tutto giù.

“Non abbiamo il numero dell’altra Marianna?”

“Credevo, ma non riesco a trovarlo. Eccolo qua invece! Banda Mulé, presidente Sammartano e Stefano Reina, numero …”. stringo di nuovo le mani di tutti come se fossi io il politico tra queste mura. Non so veramente come ringraziarli. Rimango ogni volta sconcertato. Lascio il mio biglietto ma sinceramente non vedo l’ora di uscire, c’è qualcosa che mi mette a disagio in questa stanza. Ridiscendo il cortile e tolgo il lucchetto. Riprendo la strada del porto mentre chiamo il primo numero che mi capita fra le mani.

“Pronto? … Certo, l’aiuterei volentieri anche se non ho molto materiale di quello che sta cercando e poi sono fuori Marsala, rientro questa sera, se mi richiama intorno alla cinque possiamo incontrarci. Veda lei, se riesce a rimanere forse posso aiutarla”. Riattacca. Mi ha messo una tale negatività addosso che penso che chiamando l’altro presidente dell’altra banda non riuscirei a trarne niente. Gino Vita! Lui sì che può aiutarmi, l’avevo dimenticato, dove ho messo il numero?

“Buongiorno signora, cercavo il Cavalier Vita”.

“Sono la moglie, chi lo desidera? Mi dispiace tanto ma credo che mio marito non possa aiutarla, ha avuto un ictus un paio di mesi fa e ora ha bisogno solo di riposo. Sì, grazie. Arrivederla”. La forza delle gambe per un momento vacilla. Anche lui a breve sarà risucchiato dai tempi. Un ricordo trasmesso di padre in figlio fino poi a scomparire. Una generazione sta andando via, ogni giorno il suo novero va assottigliandosi. Mi sento così impotente ma la vita deve andare avanti, i talk show proseguono, i quiz, lo spettacolo must go on … e questa generazione invece di essere dentro è davanti allo schermo. Le ultime botteghe chiudono la saracinesca, e un’epoca con esse, dentro il tappeto del tempo, un periodo in cui ogni cosa si poteva riparare: la radio, le sedie, i mobili, i divani, le macchine … le relazioni tra le persone. Oggi si rompe il videoregistratore e non conviene più aggiustarlo, la televisione, l’auto, il cellulare, il portatile … conviene ricomprare tutto nuovo, non vale più la pena di sprecare tempo e soldi. Un mondo andato via. Le pedalate nostalgiche mi portano al porto, il mare cancella i pensieri. Bar Timone.

“Orazio? No, si chiama Ottoreggio Nicola. Adesso non c’è, però lo chiamo a casa. Sì, è proprio qui davanti a me, te lo passo”.

“Piacere Nicola. No, non posso aiutarti, però chiama Reina. Hai già il numero? Meglio così. Lui ha tutto quello che stai cercando. Ci mancherebbe, è stato un piacere. Arrivederci”. Proprio la banda che avevo scartato.

Ringrazio anche il barista. “Si figuri”, appoggia la cornetta e prepara una brioche al gelato per una spilungona mora. Lo saluto.

“Pronto? Sì, sono il vicepresidente della banda. No, non ho le informazioni che desidera, devo contattare Reina, anche lui sta facendo una ricerca simile. No, sono Sammartano. Lo chiamo e le faccio sapere”. Entro nel porto. È ancora uguale alle foto in bianco e nero del secolo scorso: i gradini per gli ormeggi, la pavimentazione, la curvatura della darsena; solo le barche sono cambiate, credo che persino i marinai in qualche modo sono rimasti gli stessi. Mi dirigo verso il braccio costruito da Woodhouse quando a metà il telefonino squilla. Appunto il numero. Prima di chiamare osservo il porto, rivedo quelle foto impresse in “Marsala l’Antica”, quello che è cambiato è la panoramica alle spalle della città, qualche palazzo in più e alcuni “obbrobri della speculazione”. Compongo il numero di Reina.

“Eccoci qua. Allora tu sei quello che sta facendo ricerche sulla banda”, mi parla come se mi stesse aspettando da lungo tempo per passare il testimone. “Ho tutta una ricerca di quegli anni e dei musicisti: Di Stefano, Parinello, il flicornino Esposito”, tombola! Ho fatto centro, non posso crederci.

“Era mio zio, o meglio, lo zio di mio nonno”.

“Allora conosci anche Aida e Velia”.

“Sì, sono mie zie”.

“Dobbiamo assolutamente vederci, va bene per le cinque? Come hai il treno per Salemi. Non non ce la possiamo fare in un paio d’ore, parti domani. I bagagli? L’albergo? C’è una pensione economica a conduzione famigliare vicino la stazione”.

“Ok, devo sistemare una cosa e ti richiamo”. Agganciamo. “Buon pomeriggio signora Ornella … Sì, mi dispiace ma devo posticipare di un giorno, è importante per me”.

“Ma come? Ma la fiera della pasta alla trapanese, che peccato, ci tenevo tanto che venisse!”, mi piace sempre di più questa donna. “Non si preoccupi, però domani sera non potremo portarla a Salemi, abbiamo degli ospiti che vengono da Palermo”.

“Ci mancherebbe, e mi scusi di nuovo”.

“Si figuri, mi dispiace per lei. Faccia con comodo, spero che trovi quello che cerca, a domani allora. Arrivederci”. Chiudo la chiamata con un sottile senso di colpa, poi penso di poter mangiare la pasta alla trapanese in un ristorante di Salemi domani sera, me ne parla così bene che mi ha incuriosito. La scoperta di Reina è come un cerchio che si chiude di questa ricerca Marsalese, l’anello mancante che renderà la mia partenza più leggera.

Prendo la camera anche se lascia molto a desiderare, perlomeno è pulita, in fondo devo solo dormirci. Scendo all’ingresso-reception-atrio di casa. Riprendo il passaporto. Do alcune indicazioni a una coppia di giovani italiani, dall’accento mi sembrano del Veneto, ma non potrei giurarlo. Mi ricordano quando anch’io pianificavo le vacanze con la ex-moglie. La sorpresa di conoscere luoghi nuovi, di condividerli con qualcuno. Quanto tempo è passato? Quando è stato l’ultimo viaggio in coppia? Damasco … è così lontana. “Il centro è bello passeggiarlo a piedi, se visitate la città non portate la macchina, per il mare invece è una bella comodità”. Mi ringraziano e danno i loro documenti all’anziano signore, riprendo il mio zaino lasciato sul divano usurato e con accanto una palmetta kentia striminzita interrata in un vaso di plastica nero. Osservo il padrone della pensione con le carte d’identità in mano: gli occhiali sulla punta del naso, la camicia estiva che lascia vedere la canotta, i capelli non curati, la barba non fatta. Ormai è andata, per questa notte rimango qui. Saluto tutti e vado a prendere il bagaglio. Ielena non c’è, la sua collega mi passa le borse e io la bici, le dico di salutarmela. Per fortuna ho un trolley, altrimenti questo viaggio sarebbe stato un incubo. Non so quante volto ho percorso via 11 Maggio e via Roma, sono sicuro che non le dimenticherò tanto facilmente. Rivedo i cannoli in vetrina, lo stomaco mi si apre ma non mi sembra il caso di fermarmi ora. Porto il mio pesante fardello in camera. Mangio il panino al prosciutto e formaggio e i due pezzetti di torta. Appoggio la testa sul cuscino, il ventilatore soffia sui miei pensieri. Ripercorro tutte le strade dove sono passato, i volti che ho conosciuto, raggomitolo le situazioni e mi rendo conto quante cose mi sono successe in questi pochi giorni, questo scavare nel tempo è come conoscere un altro aspetto di me che sapevo esistere. O porca, sono in ritardo! Lascio la stanza e il suo mobilio simil Ikea di quarta mano. Attraverso il passaggio a livello della mono ferrovia che mi ricorda i modellini che si regalano ai bambini. Affretto il passo. Cerco la Kia Sorrento grigia metallizzata, ma non avendo idea di che modello sia veramente, guardo un pò tutte le macchine di quel colore, e in una stazione di treni diventa diventa un bel grattacapo. Mi avvicino titubante.

“Sì, sono io. Stefano, piacere”, gli occhiali da sole scuri, come i capelli ricci, un abbigliamento estivo da uomo che porta bene i suoi cinquanta e passa anni. “Dai monta in macchina che andiamo a casa mia. Come ti ho detto abito un po’ fuori Marsala”. Ingrana la marcia. “Questi sono gli stabilimenti Florio, sono vicino alla ferrovia perché una volta le botti di marsala venivano caricate direttamente sul treno”.

“Anche sulle navi”, aggiungo. “C’era un sistema di funivie per caricarle nella stiva con pochissimo sforzo”, mi guarda come se stessi parlando dei pezzi di montaggio per la costruzione dello shuttle. Eppure sono sicuro, l’ho visto su una foto di “Marsala l’Antica”. Non insisto. Lasciamo il centro abitato, uno snodo di strade provinciali e comunali, un cavalcavia, rovi di more, muretti … un labirinto. Stefano mi racconta di quando ha conosciuto le zie in Calabria. Sua madre stava male, un tumore credo, così suo padre Salvatore decise di farla visitare da un medico a Milano. Partirono con quasi tutta la famiglia, ma una volta non era come oggi, comprare un biglietto aereo voleva dire anche lo stipendio di un mese. Così presero il treno. Oggi invece è il contrario, mio nonno si stupiva sempre di come prendessi gli aerei come le caramelle, forse perché soffriva di vertigini; una volta in gita a Montecassino si tappava gli occhi per allontanare la sua fobia. Si fermarono a Curinga, Salvatore Reina era molto affezionato a Aida. “No, non credo fossero innamorati, ma solo amici, poi era un amico di Alfredo e sono rimasti sempre in contatto, fino alla sua morte”. Batte la mano sulla coscia. “Non posso crederci!”, il sorriso gli spacca il volto illuminato. “Il nipote del flicornino  Alfredo! Chi l’avrebbe mai detto, non sai quanto sono contento, una sorpresa inaspettata”. Scala la marcia e la macchina ha un sobbalzo, una curva a sinistra e ci ritroviamo a guardare un cancello pitturato provvisoriamente di arancione ma ormai scolorito da molto. “Questi cosi non funzionano mai”, il telecomando sembra abbandonarci con il culo del fuoristrada in mezzo alla strada, poi il clang metallico apre il varco. Il giardino è per metà curato e per metà in lavori in corso. Un lungo vialetto di porfido ci porta sotto l’ampio portico della casa. Mi presenta sua moglie, un volto tondo, i capelli legati, un vestito da faccende domestiche di casa e dietro gli occhiali l’espressione di chi studia chi ha davanti. All’inizio mi dà l’impressione di essere sulle sue senza essere particolarmente allegra della mia presenza. Non è che si fanno le feste al primo venuto. Dà il cambio a Stefano che esce dalla porta finestra della cucina con delle cartelle in mano e la sigaretta in bocca. Gli occhi semichiusi per evitare che il fumo lo cechi. Appoggia tutto sul tavolo. Mi dice si sedermi.

“Acqua, solo acqua. Grazie”, la testa di Gaetana scompare nella tenda della porta. Stefano mi porge la foto di mio zio seduto su quelle vecchie sedie di faggio in stile viennese con lo schienale curvato. Una volta i bar ne erano pieni, ora sono state soppiantate dalle anonime e fredde sedie di plastica bianca. Alfredo ha il gomito appoggiato sulla ringhiera e con il palmo sorregge la nuca, il doppiopetto è chiuso per contenere lo stra bordante pancione, giacca e pantaloni dello stesso colore marrone credo, la foto è in bianco e nero, l’orlo dei pantaloni con il risvolto, le scarpe consumate di pelle; l’altro gomito appoggiato allo schienale della sedia con la mano a penzoloni che tiene gli occhiali da vista con la catenella. È cosciente che gli stanno scattando una foto, il sorriso a labbra strette è irriverente e presuntuoso. Una copia di questa foto è ancora affissa sulle pareti di casa dei miei nonni a Cerveteri. In quella foto e in quel sorrisetto ho sempre visto il tiranno che diceva nonno, ripenso alle botte che gli dava riempiendolo di lividi, tanto che, a detta  delle parole di mia zia, quando tornava a casa il bambino doveva sdraiarsi per ore perché non riusciva a muoversi. L’uomo in questa foto non aveva una grande considerazione ai miei occhi, un personaggio autoritario, un’astrattezza negativa; ora lo osservo bene, mi sembra di vedere la sua solitudine. Stefano ne tesse lodi. Mi porge un’altra foto scattata nel 1924. È la banda di Marsala con tutti i suoi componenti, su un foglio A4 ne ha fatto una copia e cerchiato le teste con una riga tracciata verso l’esterno, nella parte bianca del foglio, dove ha scritto il nome di quasi tutti i musicisti. Capisco che lui sperava che riempissi quel “quasi”, ma non so niente di quei volti. Li conto uno a uno, sono quarantaquattro, sono passati ottant’anni da quello scatto, nessuno di loro è più vivo, neanche quei tre bambini seduti per terra con la tromba, il clarinetto e il tamburo.

“Questo in alto a sinistra è Alfredo, come suonava lui il flicornino non c’era nessuno. Noo, la prima tromba non c’entra”, mi spiega, “il flicorno è meglio della prima tromba, tanto che viene pagato di più”. Questo strumento viene considerato il soprano e il tenore della banda ad ottoni come diceva sempre nonno. Non sembra neanche la stessa persona seduta su quella sedia, ma qui aveva ancora tutto: la giovinezza, una moglie, una bimba appena nata, un lavoro, un futuro … il suo volto nella foto guarda orgoglioso un punto infinito trasversale alla macchina fotografica, è uno dei pochi non ingessato in una postura rigida d’occasione … flicornino … prima donna. Quel volto si sarebbe infranto sulla morte della moglie solo sei anni più tardi, quel volto che non sembrava in grado di alzare una mano se non per toccare i pistoni della tromba. Rifletto se per caso mio nonno non avesse esagerato nella senilità a descrivere cupamente quest’uomo, spesso nella tarda età si tende ad accentuare le cose belle e marcare ancora di più quelle brutte. Fatto sta che lui quelle botte le ricordava, e una mano pesante su un bambino non si cancella con il tempo, neanche dopo ottant’anni. “Questo piccolo in basso a sinistra con la tromba in mano era mio padre, aveva appena nove anni, credo che sia stato tuo zio a insegnargli bene il flicorno perché era un fenomeno anche lui. Questo al centro invece è mio nonno Vito, quest’altro mio zio Paternostro Filippo e questo era quel portento di clarinetto Fontana Vito, nonché mio zio”.

“Il fidanzato di Stellina!”, esclamo come se l’avessi conosciuta di persona. Stefano mi guarda con altri occhi attraverso le lenti da presbite che gli ingrandiscono l’iride a dismisura. Attraverso quei fondi di bottiglia mi osserva come qualcuno che fa parte di quella foto.

“Era la moglie di Fontana, si sono sposati e vivevano a Erice. La povera Stellina”, ora guarda oltre quel picco dove si trova quel paesino, attraverso i visi di qualcuno conosciuto.

“Me ne parlò mio nonno quando era a Marsala, pensa che a nove anni si era innamorato di lei!”, sorride, sorrido rammentando il volto descritto dai ricordi di un bambino.

“Sì sta facendo tardi Enzo, la sera vado sempre al mare a fare un bagno, ti va di andare?”.

“Ma non ho il costume, non ho portato nulla con me, a meno che non passiamo in albergo e così prendiamo anche il portatile e ti faccio vedere le foto del Cairo come ti accennavo in macchina, così puoi vedere con i tuoi occhi di quanti aspetti ci sono che somigliano alla Sicilia. No, certo che non m’importa mettermi un tuo costume”. Gaetana va a cercare il costume che ha lavato ieri. Con Stefano andiamo a raccogliere i pomodori pachino dal suo orto come due vecchi amici. Mentre sollevo la pianta per prendere quelli più rossi gli racconto di quando avevo circa dieci anni e andavo in campagna con mio nonno. Una volta mi disse di grattargli la schiena, quando finii pretesi il mio turno. Quanto mi pizzicava la pelle dopo che ebbe finito. Pensai che mi avesse punto un insetto. Mia zia venne con il Fiat 500 avana a prenderci per andare al mare, dopo il bagno il prurito andò via. Non mi feci più grattare la schiena da nessuno! Stefano se la ride di gusto. Riportiamo la cesta di vimini al tavolo. Indosso il costume e saliamo in auto. Da casa sua percorriamo un itinerario ancora più intricato dell’andata. Le strade sono talmente strette che a mala pena passa una macchina. Tutt’intorno siamo circondati da vigneti, ulivi, alberi di fico e fichi d’india; persone camminano sul bordo della strada incuranti dei veicoli. Arriviamo a un parcheggio dove incrociamo suo fratello Vito, anch’io porto il nome di mio nonno. Le persone in auto con lui si domandano chi sono io. Fermiamo il motore: Stefano saluta tutti allo stabilimento come uno di casa. Ci tuffiamo subito in acqua. Faccio una breve nuotata mentre lui è già a ridosso della riva. Lo raggiungo. Mi indica l’orizzonte vicino Marsala.

“Ogni tanto si vede Favignana, allora il tramonto è ancora più bello”, sui suoi occhi vedo l’attaccamento alla sua terra, il vincolo di sangue. Ci asciughiamo guardando il sole scendere. Mi dice che anche lui sta scrivendo un libro, sulla tecnica motoria collegata alla mente, che mi stava accennando in macchina. Ha preso l’idea dopo aver letto il libro del fisico nucleare siciliano Zichichi. Approfondisce quello che mi ha appena detto, questa è una caratteristica dei siciliani, non sprecare le parole. Mi spiega di come sviluppando la coordinazione motoria si possa aiutare lo sviluppo intellettivo nell’individuo. Lui è stato insegnante di sostegno e poi di educazione fisica. Ha notato lavorando su un bambino che aiutandolo a migliorare la coordinazione nei movimenti motori, questo allenamento continuato nel tempo ha migliorato la capacità di scrittura e di disegno. Mi mordo la lingua per avergli suggerito prima di leggere alcuni libri sullo yoga, anche se ci sono punti in comune la sua ricerca è incentrata più sull’aspetto scientifico. Non avevo capito niente. “Vieni, ti offro un caffè”. Prendo un decaffeinato. “Te ne parlerò bene con calma dopo cena”. Non c’è nulla da fare, il decaffeinato non raggiungerà mail il sapore di quello normale. Dà una mancia al parcheggiatore da buon egiziano.  “Quel poveretto non starebbe qui tutto il giorno se non ne avesse bisogno?” sicuramente no, ma è una chiara mancanza dello Stato che se ne frega di creare lavoro in questa parte dello Stivale. L’ultima cosa di cui ho voglia è parlare di politica, così tengo la mia opinione per me. Costeggiamo il lungomare che ci porta in città verso la mia pensione. Accosta la jeep davanti a un grande cancello chiuso che inibisce la vista. “Scendi, voglio farti vedere una cosa”. Ci accucciamo sotto il cancello per vedere l’interno. Una villa in stile liberty si vede in lontananza sopra un dosso: un bellissimo portico e l’architettura stupenda di quegli anni sebbene l’edificio sia decadente e quasi diroccato, però rispecchia ancora quegli anni floridi di un patronato che raggiungeva il culmine della società liberale.

“Mi ricorda il palazzo Sa’id Halim Pascià al Cairo, stessa bellezza stesso abbandono. Devo assolutamente farti vedere le foto”. Montiamo in macchina. Salgo in camera e torno giù rapidamente. Ripercorriamo la strada di oggi pomeriggio o così mi pare di percepire, il crepuscolo non aiuta la memoria. Arrivati a casa, troviamo la tavola già apparecchiata. Domando a Gaetana se può prestarmi il fon. Me lo va a prendere in sala hobby, dove l’ha lasciato la figlia. Mi manda al piano sopra dove c’è la vasca idromassaggio come quella che ho a casa a Cerveteri. Mi soffermo a pensare chi sarei stato se non mi fossi divorziato. Il gettito dell’acqua scorre. Come avrei continuato con la ex-moglie? Diventa tiepida. Saremo stati un po’ come Stefano e Gaetana? È calda. Ma il nostro rapporto era ormai stanco e logoro. Metto un piede nella vasca. Saremo sopravvissuti a noi stessi? Il calore segue la percezioni neuronica fino ad arrivare al cervello. Delle alghe appiccicate ai capelli cadono nella vasca … le radio non si riparano più oggigiorno. Lo shampoo toglie il sale, il viaggio, la stanchezza, i ricordi. Guardo l’uomo nudo davanti allo specchio. Chi sei? Che cosa cerchi? Dove stai andando? Dov’è il bambino morto in grembo? Accendo il fon sperando che l’aria sia più efficace dell’acqua. Mi vesto in fretta con i capelli ancora umidi. Pulisco velocemente il bagno e la doccia. Scendo giù. Ho fame.

“Ti faccio assaggiare un vino speciale”, in cinque minuti Stefano va e torna con una caraffa da mezzo litro di vino. “Provalo”.

“Buono, è marsala?”.

“Quasi, tendente più al vino. Ogni anno ne compro degli ettolitri e l’aggiungo alla botte che ho sotto. Sai quale è stata la fortuna del marsala negli ultimi due secoli? Che poteva essere trasportato senza che si rovinasse”. Continuo a pensare che con il cibo preferisco un vino normale.

“Ecco qua, pasta alla trapanese”. Gaetana mi porge il mio piatto. Era destino che mangiassi questa ricetta oggi e il mio desiderio è stato esaudito senza chiederlo. D’altronde Stefano suona la tromba e ha un orecchio sopraffino.

“Non sono maestro”, come ha avuto modo di precisarmi. Devo ricredermi, questo vino si sposa con il sapore della salsa e dei pistacchi. “Suono la tromba tre ore al giorno, quando posso ovviamente. Se non ti eserciti perdi il feeling con la musica. Un po’ come il libro che sto scrivendo”. Gaetana toglie i piatti. “È incredibile come il miglioramento del bambino sia stupefacente”.

“Ma ciò comporta che ogni insegnante di sostegno abbia delle conoscenze appropriate sull’argomento e che segua non più di tre ragazzi alla volta. Credo che per lo Stato sia una spesa insostenibile, non pertinente ai parametri dell’economia nazionale come viene vista oggi”.

“Lo so, però non è neanche il caso che la scuola sia lasciata in questo stato di abbandono. C’è chi vuole creare tutte le classi di soli disabili o di soli stranieri, è un assurdo”.

“Non credo che ci sia il coraggio di arrivare a tanto”, ribatto. “Tu che ne pensi Gaetana?”, anche lei è insegnante. Ci spostiamo sul discorso della riforma scolastica. Siamo tutti d’accordo sul grembiule e il voto in condotta, il maestro unico invece toglierà risorse. “Un’amica mi ha dato la sua opinione: secondo lei il maestro unico è giusto perché ricopre il ruolo di educatore e pedagogo che può seguire ogni singolo bambino nella classe, perché conosce bene i suoi alunni.

“Ma la scuola è variegata”, risponde lei. “Con i tre maestri si rispecchia la poliedricità della società. C’è un maestro di inglese, e uno per il computer. Come si può pretendere che i docenti abbiano una preparazione su tutte le materie quando queste sono quasi raddoppiate rispetto a mezzo secolo fa?”. Mi rendo conto che è un discorso che non ha fine, se si ascolta ogni singola persona, ognuna potrebbe avere ragione. Alla fine come capita abbiamo perso il filo del discorso incentrato sulla  ricerca di Stefano, ma lui no. Mi piazza sotto gli occhi i disegni fatti da quel bambino.

“Vedi? All’inizio si disegnava come una palla e due zeppi. Così vedeva se stesso. Sì, gli ho detto io di farsi un autoritratto. Ora guarda. Questi i risultati dopo tre mesi. Adesso ha una testa, le gambe, le braccia e guarda questo, è il suo braccio, non è solo uno zeppo, ha spessore, consistenza … perché prende coscienza del suo corpo”. Anche la scrittura ha avuto un notevole miglioramento, da incomprensibile e storta ora è lineare, chiara”. Mi domando quanta gente ci sia in Italia che si dedichi all’insegnamento con passione e dedizione. Io invece sono un fuggiasco, un emigrante che non ha voglia di combattere: “Chi sei? Che cosa cerchi? …”.

Stefano mi regala la foto di mio zio e quella della banda. Ma più importante mi dà il formato elettronico delle due e della lista dei nomi dei componenti e con l’indicazione del punto in cui sono collocati nella foto. La foto della banda la regalerò a mia zia vedendo i suoi occhi nostalgici posati su suo padre e su se stessa bambina. Chissà perché Stefano ha così cura nel scavare nel passato, ma forse la risposta la posso trovare dentro me. La bottiglia è già finita da un pezzo, le parole si vanno esaurendo. È stato così bello per una sera sentirsi come a casa, ho un po’ di tristezza andandomene. Saluto Gaetana come se dovessi rivederla domani o la prossimo settimana. Stefano mi riaccompagna in albergo. Non presto attenzione alla strada, le luci della città che si avvicinano mi dicono dove siamo: SS115, un’anonima strada provinciale immersa tra viti e l’umidità del mare. Guardo le stelle sperando di rivedere questa terra in un’altra stagione. Ormai siamo parte delle luci, per un tratto facciamo compagnia alla ferrovia; la funivia di barili letta nel libro di Arini è già passata, la cupola della Matrice svetta sulla città e sui tetti delle speculazioni edilizie. Le ruote si fermano. Stefano scende, ci stringiamo la mano. Quanto vi sareste piaciuti tu e mio nonno se vi foste incontrati, quante cose avreste potuto raccontarvi, ma chissà se ti avrei trovato se fossi venuto con lui, peccato non essere riuscito a riportarlo alla sua infanzia.

“Mi raccomando in gamba”, mi dice prima di richiudere lo sportello. Le luci posteriori si perdono dietro l’angolo. Salgo in stanza, il tempo di lavarmi i denti e spengo la luce. Chiudo gli occhi cercando di cancellare lo squallore di questa stanza.

Giorno V …

Il rumore da fuori la finestra è assordante, come ho fatto a non svegliarmi prima non lo so. A volte nel sonno si avverte qualcosa di esterno, penetrante, fastidioso, invasivo al punto d’insinuarsi nel sogno diventandone parte,  un elemento alieno con il quale si combatte una battaglia persa. Mi lavo il viso nel lavabo della camera, mi vesto e rimetto quelle poche cose nel bagaglio. Porto tutto giù alla reception e vado a fare colazione dove ieri ho mangiato il cannolo.

Prendo un cappuccino e un cornetto alla crema. Mi siedo fuori, in uno di quei rari vicoli ancora aperti. Mi metto a scrivere mentre delle signore anziane sedute negli altri due tavolini mi guardano incuriosite. Oggi non ho fretta, ho voglia di regalarmi un’ora di rilassatezza. Chiudo il diario e mando giù l’ultimo goccio di latte e caffè ormai quasi freddo. Cammino fino a piazza della Repubblica, ripasso anche davanti al bar che mi ha sempre incuriosito e dove alla fine sono riuscito a prendere un caffè. Il barista mi ha detto che era una farmacia, una delle più antiche della città, poi si è trasferita. Non so per quale motivo ma a un certo punto mi prende una strana frenesia, la sensazione si stare a  perdere tempo è così forte che è meglio che continui il mio viaggio. Ritorno con passo affrettato verso la pensione. Guardandomi in giro mi sembra di rivivere la stessa situazione del primo giorno che sono arrivato: stesse facce, stesse scene, la macchina della municipale parcheggiata come tutti i giorni nello stesso punto al centro della piazza Matteotti … Marsala è una città che non cambierà mai volto.

Citofono alla pensione. Il padrone mi apre ma non viene alla reception. Carico il borsone in spalla e impugno il trolley. Saluto senza nessuna risposta. Lascio accostare piano piano il portone fino a sentire lo scatto della serratura. Qualsiasi cosa mi sia dimenticato in albergo ormai non mi appartiene. Cammino piano per evitare di sudare troppo. Mentre attraverso il passaggio a livello mi accorgo che posso passare anche da dentro senza fare tutto il giro, c’è persino un marciapiede. Un gruppo di ragazzi è seduto sulla panchina di marmo circondati da borsoni. Le due ragazze sono francesi, mentre uno dei ragazzi è italiano, all’apparenza siculo. Lui e una delle ragazze francesi prendono il treno per Palermo. Controllo l’orario. Chiamo la signora Ornella per dirle a che ora dovrei arrivare, le confermerò se ci sono ritardi. Un’anziana siciliana scherza con confidenza con un ragazzone senegalese. Non si sente o legge mai di violenze di immigrati su donne in sud Italia, sarà perché sono tutte emigrate o che gli stranieri si sono integrati meglio qua che al nord? Opto per la seconda soluzione non avendo statistiche alla mano e potendo essere io a decidere. Il treno arriva con il suo fumo diesel e i soliti due vagoni a prescindere dalla direzione. Saliamo con la coppia di francesi. Richiamo la signora Ornella. “Sì, dovrebbe arrivare puntuale, sì, come le ho detto all’una e venti”.

“Lo dico a mio marito. Ma no, viene lui prenderla, non se ne parla nemmeno. A fra poco allora. Arrivederci”. Pazienza. Questa volta non ho messaggini da spedire o da cancellare, mi concentro sul paesaggio che a mano a mano diventa come il giallo ocra del grano tagliato in prossimità di Castelvetrano. Due millenni fa la Sicilia era per i romani il granaio d’Europa. È incredibile come un fazzoletto di terra come questo possa aver sfamato per secoli intere popolazioni. Mazara del Vallo è già alle spalle. Il giallo è un ondulare e andirivieni di colline che si perdono sulle montagne aride in lontananza. Ho l’impressione che l’entroterra sia il nocciolo duro dell’isola, il mare la scorza. Come questo carattere siciliano tenero e gentile all’apparenza ma accorto a ogni singolo gesto. Castelvetrano è anche lui dietro di me. Sicilia, terra che si percorre in tondo o a zig-zag per chi non ha la macchina, andare dritti da un punto all’altro è difficile,  sconsiglio vivamente di prendere il treno … l’autostrada un’alternativa? Penso al ponte di Sicilia, non so perché ma ogni volta che la menziono i siciliani se la ridono sempre.

Sul treno faccio amicizia con tre ragazzi di Napoli che girano l’isola in bicicletta e sacco a pelo, dodici anni in meno e mi sarei univo a loro. Il quarto ciclista è già a Salemi-Gibellina ad aspettarli, lui è voluto andare pedalando. Scendiamo e ci salutiamo. Enrico, il marito di Ornella è fuori ad attendermi. Sento un certo imbarazzo visto che è qua solo per me e la sua espressione a primo impatto è burbera e rocciosa. Sistemo le valigie nel portabagagli e saliamo in macchina. Parlo di me, del libro, dove sono stato, dove sono diretto, domando quanto è distante la città. Enrico risponde alle mie domande. “Siamo in pensione. Mia moglie aveva una villa di famiglia appena fuori dal centro abitato e si è messa in testa di farci un agriturismo”. La moglie, un’astrazione. “Sì, nostra figlia è sposata e vive a Palermo. Nostro figlio, già, nostro figlio. Lui lavorava in banca e poi si è licenziato perché si è messo in testa di fare il fotografo”. Il figlio, un’astrazione. Il tono della voce è piatto e pacato, denota l’attesa di chi non deve chiedere altro dalla vita.

“Ha fatto come me: ha lasciato tutto per dedicarsi al suo sogno. Anch’io se non avessi divorziato forse non sarei quello che sono e non starei facendo quello che sto facendo”. Mi piacerebbe proprio conoscerlo il figlio, è anche mio coetaneo, solo qualche anno in più. Accenna a un sorriso oppure è solo una contrazione nervosa.

“Lavoravo come ufficiale giudiziario, dal ’73 al ’82 ho dovuto controllare una banca in amministrazione fiduciaria a Siracusa. Finito quel periodo mi hanno chiesto di diventare presidente onorario della banca e per undici anni sono stato là, poi sono andato in pensione, così siamo rientrati definitivamente a Palermo e da lì il passo a Salemi”. La macchina s’impenna su una collina.

“È Salemi quella lassù?”.

“Sì, è la parte vecchia. Gibellina l’abbiamo appena passata, è stata ricostruita dopo il terremoto del ’68 da artisti e architetti contemporanei di quel periodo” … Burri, Consagra, Purini … me lo hanno raccontato i ragazzi di Napoli sul treno, studiano architettura. Passiamo alla periferia della città e continuiamo a scalare la collina girandogli intorno. Il panorama è bello ma le case moderne della ricostruzione che si nascondono tra gli alberi mi mettono a disagio. “Siamo quasi arrivati”, annuisco. Scala in seconda e prende una stradina irta. Entriamo sotto un boschetto di abeti, il sentiero breccioso lo taglia in due, sulla cima del cucuzzolo una villa in stile inizio ottocento, se non fossimo su un’automobile direi di essere in un altro tempo. Parcheggia sotto un tetto di canne per esterni. Ornella mi viene incontro.

“Ben arrivato, fatto buon viaggio? Mi rallegro. Prego dia a me”. Le vorrei dire che la borsa pesa più della sua figura minuta.

“Sono troppo pesanti, ci penso io”.

“No no, Enrico, vieni qua, porta le valigie del signore”. Lui sbuffa, si vede che sono tantissimi anni che sono insieme, quarantotto per la precisione, ma lo scoprirò solo in seguito. Prendo il trolley che è più pesante. È una bella signora, elegante, con il portamento di un tempo e l’abitudine della cura del viso anche se il rossetto forse è troppo marcato, il rimmel forte come lo portano quasi tutte le donne sicule e una collana  troppo vistosa sulla scollatura. “La casa? È un’eredità di famiglia, ha quasi due secoli. Venga venga”, il ritaglio di giardino fuori dal bosco è ben curato, è arredato con una un divano di vimini con cuscini beige e un ombrellone avana di legno. La vista è stupenda, in mezzo alle fronde degli abeti si vede Mazara del Vallo e tutta la conca del mare. “Le pale eoliche deturpano il paesaggio, purtroppo …”, è  come se le abbiano messo sottosopra il giardino di casa. “Ho fatto persino un esposto, Sgarbi è venuto di persona a sincerarsene. È stato gentilissimo, ha fatto mille proteste con gli organi regionali e statali ma non c’è stato nulla da fare”. Personalmente non mi disturbano più di tanto, sarà che sono abituato alla vita moderna, si sceglie tra mantenere il paesaggio o avere elettricità più economica. Il primo è garantito, la seconda ho qualche dubbio. Sono dell’idea che quello che rovina il paesaggio sono gli eco-mostri. In un certo modo tutta la costa italiana è stata depauperata. Durante il viaggio in barca a vela ho notato che ce ne sono veramente poche di spiagge incontaminate; me la prendevo sempre con l’Egitto per come hanno costruito sulla costa nord e nel Sinai: da Alessandria a El Alamein sono 100 km di costruzioni massicce, palazzine di sei-sette piani appiccicate l’una all’altra, quello che c’era prima è stato completamente spazzato via. Almeno in Italia qualche albero l’hanno lasciato, “… poco male, ormai dobbiamo tenercele. Cosa? Sì, le pale intendo. Venga venga”. Da buona padrona di casa mi mostra la cucina e il salone. Sembra veramente di essere ancora nell’ottocento: i divani, i mobili antichi di due secoli, l’orologio a pendolo, i soprammobili … saranno tutte cose di famiglia? “Che peccato che non sia potuto venire ieri, c’era anche Sgarbi”, è vero, è sindaco qua a Salemi, come mi ha detto Stefano sta cercando di vendere le case a € 1! Scosto la tenda della finestra, le pale sono ancora lì. “Gradisce un caffè? O un succo? Acqua? Solo acqua?”. La bevo tutta d’un sorso, con il caldo non c’è cosa migliore di un bicchiere d’acqua. “Venga, andiamo sopra, le faccio vedere la sua stanza”, il listello sotto l’alzata dello scalino è di maiolica, mi fa venire alla mente l’Andalusia. Al piano superiore il pavimento è in cotto, una finestra si apre sul giardino, se non ci fossero gli abeti sarebbe una vista mozzafiato, certo, le pale, ma quelle non disturbano … se mi sentissero gli ambientalisti! Magari intorno a ognuna si costruisce un mulino alla base, tipo quello dei biscotti Barilla, così salviamo l’occhio e la Sicilia diventa una succursale dell’Olanda. Tocco l’armadio e il mobilio come se stessi accarezzando una donna. “Hanno più di cento cinquant’anni”.

“Sono stupendi”. Tre foto degli avi sono appese alle pareti.

“Quello a sinistra è il mio trisnonno, quello che ha costruito la casa. Venga, le mostro la stanza”. L’ambiente è caldo e accogliente, sembra di essere dentro casa propria: il copriletto, la abat-jour sul comodino, l’immagine della Madonna col Bambino appesa alla parete … mi fa vedere il bagno. Le dico che porto i bagagli sopra e poi vado dritto a Salemi. “L’accompagna Enrico”, vorrei dirle che ho preso la stanza e suo marito non era incluso. Devo insistere un bel po’ per farle capire che voglio vedere il paesaggio con calma, con la macchina tutto dura il lasso di una chiacchierata. Per una volta sono riuscito ad avere la meglio. “Il fatto è che stasera abbiamo ospiti e non potremo accompagnarla”, credo che si senta in colpa perché il suo B&B è un po’ fuori mano e non vuole fare brutta figura. Mi fa tenerezza, ma non è colpa sua se l’ospite è sprovvisto di auto. Le dico di non preoccuparsi, me la saprò cavare. Sistemo le borse senza disfarle, sono pressapoco due settimane che vado avanti così se includo il viaggio in barca. Apro la persiana, la vista è bella ma i rami degli abeti da questo lato della casa sono troppo fitti e l’azzurro in mezzo al fogliame si confonde tra il cielo e il mare. Riempio la borsa senza dimenticare il mio lasciapassare: il romanzo. Scendo giù.

“Insisto io questa volta Ornella”, già le do del tu, “non mi pesa andare a piedi”, mi sembra mia madre, una tenacia incredibile come se ne vada di mezzo il suo onore. Mi sento in colpa ma passerà camminando. Saluto entrambi. Ulmi è una frazione immersa nel verde, non avendo la più pallida idea di dove sono ogni tanto cerco delle scorciatoie sebbene i cartelli stradali per Salemi indicano tutt’altra direzione, non capisco quanto il paese possa essere distante. Ad ogni città che visito mi dico che devo comprare una cartina della Sicilia, poi mi ripeto che un bambino di 8-9 anni viene sbattuto da una parte e l’altra senza sapere esattamente dov’è, come mio nonno nel 1929, per lui Salemi poteva essere Londra e viceversa. Scendo e scendo ancora circondato dal giallo secco delle sterpaglie e dei campi di grano che salgono dalle vallate fino a fare il solletico alle cime rocciose delle montagne. Carattere siciliano. Ricordo le colline di Cerveteri tra le tombe etrusche che in questo periodo dell’anno hanno lo stesso colore. Con tutto questo camminare mi sembra di fare un pellegrinaggio. Arrivo alla periferia del paese, la globalizzazione è meno evidente nei centri piccoli. Percorro la lunga strada in discesa che mi porta alla piazza da dove si dirama verso l’alto la città vecchia. La città abbandonata, lasciata a se stessa dal ’68. Chiedo all’ufficio informazioni dove posso trovare la biblioteca. La domanda deve suonare alquanto strana, sopratutto ad agosto.

“Deve arrivare fino al Castello, dov’è la chiesa Madre e poi chiede. Comunque è lì vicino”. Giro per i vicoli, serpentine di pietra intrappolate così dal terremoto: strade strette che si perdono su scalinate ripide e su strapiombi protetti da muri.

“È una città costruita in alto, a Salemi anche i somari si affacciano al terzo piano”, così è la descrizione di Ornella seguita da una risata infantile. Ho pensato che sicuramente sua madre o suo nonna glielo avessero detto da piccola. Lo schema è di una roccaforte assemblata su un picco, molte case hanno un’architettura arabeggiante, le strade sono ancora un gioco d’artigianato scomparso, dove l’asfalto non ha messo piede. Giro fra le vie, tra case pericolanti e alcune restaurate con un gusto quasi aristocratico. Ha fatto bene Sgarbi a mettere in vendita le case a un euro. “Solo che il progetto non decolla perché per legge non si può svendere il patrimonio comunale e statale (e le cartolarizzazioni?). Stanno cercando di trovare una via d’uscita con la regione”, mi ha spiegato Enrico in macchina. Ci riuscissero. Ora capisco perché uno come Sgarbi si sia buttato in politica, non è arrivismo, è una sfida personale per rimettere in sesto una città, che è un patrimonio culturale, una ricchezza non solo siciliana, un modello che può imporsi in Italia? Chi compra, però, è vincolato a ristrutturare rispettando l’architettura originaria. In uno dei vari giri tra i vicoli troverò un ufficio, anch’io farò domanda per una casa a un euro con vista sul Mediterraneo, Mazara del Vallo, Tunisia. L’antipatia verso il sindaco cala drasticamente. La TV può essere un mezzo fuorviante. Anni fa quando ascoltavo Sgarbi parlare nei suoi monologhi strampalati dove i discorsi sembravano non avere né capo né coda, mi dava ai nervi, poi alla fine mi rendevo conto che c’era un filo quasi logico in quello che diceva. Credo che sia così: parte sempre da lontano da dove gli orizzonti li vede solo lui. Mi fermo alla piazza del Castello. Guardo impietrito e affascinato i resti della chiesa madre, ma il mio stomaco vince su ogni velleità culturale, così entro nel bar. Prendo due panini e un arancino. “No, non c’è bisogno che li scaldi, vanno bene così”. Chiedo dove posso trovare un ristorante in città per stasera.

“Ehm, un ristorante. Deve andare fuori città …”. No Alpitour e per giunta senza macchina, somma dei due uguale spacciato. Dovrò accontentarmi di un pezzo di pizza al taglio come a Paceco. Voglio mandare una lettera alla regione: se si vuole aumentare il turismo bisogna prima aumentare i ristoranti. Posso inventare uno slogan, tipo “Più cibo più turismo”, allora avremo tutti gli obesi d’America che verranno in Italia! Degli adolescenti entrano, la televisione sul muro manda in onda i soliti programmi per anziani, dei lavoratori dell’est europeo prendono una brioche al gelato, un programma affisso sulla vetrina dice che stasera ci sarà la presentazione di un libro da parte del sindaco. Credo che parteciperò. Chiedo all’uomo seduto due tavoli più in là dove posso trovare la biblioteca. Alza gli occhi dall’inventario delle cose da comprare per il bar.

“Sto facendo una ricerca …”, oggi sono l’alieno, che viene dalla luna in una città semimorta e desolata, a ricercare tra le vistose crepe e i muri crollati i segni di un passato sepolto. Ripresosi dalla spiegazione inusuale e con un mezzo sorriso divertito, mi indica dove trovare la biblioteca. Quando vado a pagare il ragazzo alla cassa mi riempie di dépliant sulla città. Li prendo e saluto. Mentre mi dirigo verso la mia meta penso che suggerirei due cose a Sgarbi: Calcata e egiziani. La prima perché è un paesino a picco su un’isola di tufo in mezzo a una vallata, cittadina semiabbandonata, presa d’assalto da artisti di tutta Europa, dove oggi fiorisce un certo artigianato e che i fini settimana invernale si riempie di turisti o escursionisti fuori porta; i secondi perché riescono a fare degli intagli sul legno e sulla pietra da veri maestri, solo che non puoi dar loro tante responsabilità, devi seguirli passo passo. Smetto di fantasticare tra sogni di rinascita e aiuti alla sponda sud del Mediterraneo e come mi aspettavo trovo la biblioteca chiusa, puntualmente il giorno di apertura pomeridiana è domani. Mentre ritorno su noto il museo civico, l’impiegata mi dice che l’entrata è gratis. Sono l’unico visitatore dentro, e per fortuna è gratis. Più che i quadri e le sculture che risalgono al medioevo, mi concentro sulla struttura del palazzo, le pareti, l’intonaco sotto la pittura per capire come erano le case un tempo. Esco con una conoscenza maggiore su Salemi. Ritornando alla piazza del Castello domando a una vigilessa se posso entrare a visitare le macerie della Matrice.

“Certamente, l’accesso è aperto al pubblico”, il tono è stupito, non capisco la sua costernazione. Ci sono transenne del traffico che sbarrano l’entrata con l’intenzione di intimorire il passante: Pericolo Crollo Imminente!

Quel che rimane della chiesa è affascinante, forse sarà per quella specie di attrazione-ipnosi che esercitano i monumenti antichi che catturano la fantasia popolandola di principi, principesse, damigelle e condottieri. Finita la mia passeggiata sulle lastre di marmo della chiesa domando alla vigilessa se c’è qualcuno in città che possa darmi delle informazioni storiche. Mi riporta al bar dove ho fatto uno spuntino poc’anzi. “Questo è il curato Salvatore Cipri, sicuramente può esserle d’aiuto, è salemitano”. Sta finendo di bere il caffè sotto l’ombrellone del bar, protetto dal sole cocente.

“Piacere, come posso esserti d’aiuto figliolo?”, mi presento. “E tuo nonno ha suonato qui?”. Maneggia il mio libro.

“Non proprio. Lo zio suonava nella banda di Marsala, però i diversi componenti prendevano lavori esterni e andavano a suonare dove li chiamavano” … C’erano persino frizioni e simpatie tra di loro, così spesso i più bravi venivano contesi dai diversi gruppi … caro buon vecchio Stefano … “Mio nonno mi raccontò di una sera in cui andarono fuori città per suonare per un matrimonio, in un paese abbastanza lontano dove poi di sera si addormentò per terra. Le strade erano lastroni di granito, credo simili a quelle di Salemi”. Mi restituisce il libro.

“Che anno era? 1929! Vieni, forse ho qualcosa per te”, lascia i soldi sul tavolo. Ha un modo buffo di camminare, se non fosse prete direi sia gay, ma per me non fa nessuna differenza, è solo Dio quello che giudica e Lui ha i suoi parametri che sono ben lontani da quelli degli uomini. “Gli Illusi, lo scrisse un salemitano, se lo trovo te lo regalo. Però devi promettermi una cosa. Che mi spedisci una copia del tuo libro; no, non voglio quella che hai tu, lo so che ti serve”. Entriamo in chiesa. “Mandamela e scrivimi una dedica”, penso che se dovessi fare così con ogni persona, sarei povero in canna. Andiamo in sacrestia.

“Stupendo! Ma è magnifico!”.

“Anche Sgarbi ogni volta che viene qui non fa altro che ammirarlo”, sembra che più di mio nonno qui a Salemi stia ripercorrendo le orme del sindaco! Il mio livello di antipatia nei suoi confronti riprende quota. È un tavolo massiccio del 1600, la cosa incredibile è come il legno si sia gonfiato, le venature sono spesse, assomigliano alle rughe sul volto degli ultracentenari. Chissà quante mani l’hanno toccato, quanti documenti sono stati scritti e firmati qui, quanti bambini ci avranno giocato intorno quando il prete non c’era. “E quanti mobili così sono stati rubati alla Matrice dopo il terremoto, quanti beni sottratti. Però sembra che uno dei responsabili, uno di quelli che si è preso molte cose, sia andato in rovina e costretto a venderli”. Dio ha gli occhi ovunque, non rubarGli mai niente se non lo dai ai poveri, altrimenti Lui non lo chiude mai un occhio. Prendo il libro dove mi ha scritto una dedica: “A Vincenzo Mattei, con l’augurio di scrivere tante belle pagine con Amore, nel giorno in cui l’ho incontrato a Salemi”. Poi segue la sua firma. Ora sono obbligato a spedirgli il mio romanzo, perché, in quanto ministro Signore, non è il caso che faccia arrabbiare Suo Padre, altrimenti farò la fine di quello che rivendette i mobili che rubò alla Matrice!.

Ritorniamo in strada, gli dico che comunque nel libro ci sono parti di sesso spinto. “Ma oggigiorno siamo abituati a tutto”, mi fa un sorriso. Sarebbe interessante continuare a discutere con un prete con la mente aperta, ma un ragazzo vestito da chierichetto ci viene incontro dall’altra chiesa, lo esorta a sbrigarsi per non arrivare in ritardo alla funzione che sta per iniziare. Ci salutiamo e mi lascia il numero del suo telefonino, magari ci si vede stasera alla presentazione.

Continuo a girare, ritorno verso la biblioteca e entro a visitare un’altra chiesetta dove hanno messo su un museo con tutti i tipi di pani che vengono fatti per le diverse feste religiose. Mi domando come mai in Sicilia è pieno di chiese sconsacrate. Questa ricerca socio-antropologica che sto conducendo, un incontro continuo con la gente del posto, che veramente può dirmi più dei libri, e non deve essere necessariamente gente anziana. Devo annusare questa realtà, gli sguardi, i movimenti, le abitudini giornaliere: una signora che si affaccia alla finestra, un uomo che va a comprare il giornale, gli anziani seduti nella piazza principale, un bambino che beve una bibita, la vecchietta che parla con naturalezza a un marocchino … il sole, il sole siciliano che taglia in sue la piazza e l’afa che scioglie i volti. Dentro di me porto un bambino di otto anni che è trascinato da un posto ad un altro come un pacco senza sapere dov’è e che ha come punto di riferimento solo la persona dello zio, della zia, delle cugine … Forse don Cipri può capire, perché in parte è un pellegrinaggio interiore verso la Mecca del mio io. Eppoi vivendo in Egitto è come se quegli anni ’30 li vivessi ogni giorno, vivo spaccati di realtà quotidiane fatte di miseria, di obbedienza servile nei confronti del “patronato” egiziano, senza una protezione economica, senza la possibilità di migliorarsi se non per poca gente, perché chi ha le risorse se le tiene ben strette e quello vicino può anche morire. Così fanno gli Stati, le corporazioni … e allora il futuro dov’è se ognuno pensa solo all’oggi e al proprio orticello? Sicuramente anche don Cipri ne avrà visti di traghettati qui a Salemi.

“Certo, serviamo anche la cena”, alla fine ho trovato un ristorante! “Come enoteca facciamo anche ristorazione. No, non è difficile. Vedi questo vicolo, alla fine ce n’è un altro più largo, gira a sinistra e ti porta direttamente alla piazza del Castello. Sì sì, siamo aperti fino a tardi e non preoccuparti, quelli della presentazione quando finiscono vengono tutti qua”. Finalmente, ho voglia di vino buono e gli scaffali sembrano ben forniti. A mano a mano che cammino i negozi diventano più fitti. Sono a ridosso della piazza centrale. Appoggio i gomiti su un muro e guardo la distesa di terra che si perde fino al mare. La natura rilassa. Un aereo passa in lontananza lasciando una scia bianca, ottant’anni fa non ce ne erano molti, anzi, quasi nessuno, solo quelli a elica. I tralicci elettrici non esistevano, quelli del telefono erano pali di legno con valvole di vetro (VEDERE SE ESISTEVANO), i segnali stradali erano scritti sul legno con della vernice, i bus erano una rarità e mio nonno sarà venuto a Salemi con la corriera: un carro con due panche, un tettino e un paio di cavallo da tiro. Le auto si contavano, le strade erano di terra, molte parti del territorio italiano erano paludi e la scuola per la maggior parte della popolazione finiva in quinta elementare. Eppure quegli alunni di allora, dopo ottant’anni, ricordano quelle poesie imparate a scuola come se fosse ieri, perché a quell’età si è come delle spugne: si assorbe tutto. Passo la piazza di anziani che parlano delle stesse cose che si sono detti il giorno prima. Faccio un bel pezzo di strada verso l’albergo. Chiedo presso un’agenzia di viaggi per arrivare ad Aragona.

“Mi dispiace, non ci sono pullman diretti, neanche per Agrigento. Con il treno torni a Palermo e da lì prendi la coincidenza per Agrigento. No, però può chiedere al bar a piazza della Libertà poco più giù per ritornare al paese”, non ho proprio voglia di rifarmi tutta quella strada. Anche perché mi scoraggia tutta quella che ancora devo fare. Proseguo, desidero farmi una doccia e riposarmi un attimo per poi tornare per la presentazione. Le gambe diventano pesanti e si sta facendo tardi. Dopo il primo imbarazzo ad ogni macchina tiro fuori il pollice. Alla fine si ferma un ragazzetto con il motorino. Mi porta direttamente alla discesa dell’albergo facendo una piccola deviazione dal suo percorso.

Un cane abbaiando e ringhiando mi si avvicina seguito da uno più grande. Urlo per scacciarlo, la padrona lo richiama. Per fortuna se ne vanno. Mi sono preso un bello spavento, ho ancora l’adrenalina a mille quando passo sotto gli abeti. Tiro dritto verso la villa. Ornella e Enrico sono seduti sotto il gazebo insieme ai loro ospiti. Mi invitano a unirmi a loro. Mi siedo. “Vuoi qualcosa da bere? Ti porto un’amarena che faccio io in casa?”. Acconsento. Mi tolgo i sandali, il contatto dell’erba con la pianta dei piedi è refrigerante.

“Su cosa scrivi? Quale è il tuo genere?”, non sono neanche arrivato che sono già famoso. Per evitare di dover ripetere tutto daccapo passo il mio libro. Il manto verde dell’erba mi fa il solletico sulle dita.

“Con Ornella siamo amiche dalla scuola superiore, ci siamo conosciute a quattordici anni e non ci siamo più separate”, mi risponde Eleonora.

“Lei si è sposata un anno dopo di me”, le fa eco Ornella. L’amarena che fa in casa è deliziosa.

“Sì, voi vi siete sposati nel ‘51”, chissà dove l’ha presa l’amarena.

“Già, ormai andiamo per le nozze d’oro”.

“Come mai vivi al Cairo?”, mi domanda Piero il figlio di Eleonora, il suo lo tiene in braccio. “Interessante, deve essere una bella esperienza”.

“E quindi vieni da Palermo anche tu?”, è Gianni, il marito di Eleonora. “Un bel giro ti sei fatto, e dopo Salemi dove conti di andare? Aragona, San Cataldo … non ci sono mezzi? Purtroppo questo è il dramma della Sicilia, altro che ponte sullo Stretto”.

“Ma devi andare a Siracusa, è una città bellissima, forse la più bella dell’isola”, è Ilaria che segue la figlia che vuole andare dalla parte degli abeti.

“Me lo hanno detto in tanti, ma credo che sarà per un’altra volta, devo seguire le orme di mio nonno. Da qui in poi inizia un altro tipo di viaggio perché a Salemi finisce la sua infanzia, sarebbe ritornato in Sicilia durante il militare. Ma non vorrei dire troppo sulla storia del romanzo”.

“Ti devo presentare Caradonna, lui conosce tutto di Salemi, ha persino scritto un libro, più tardi provo a chiamarlo”. La ringrazio. “Comunque domani ti accompagno al bar che si trova per andare a Gibellina, lì sicuramente hanno gli orari dei pullman che vanno a Agrigento”.

“In qualche modo farò, magari porto le valigie con me e così riesco ad andare alla stazione per prendere il treno”.

“Guarda Ornella che domani dobbiamo andare a Campobello, per le undici dobbiamo partire”. Non ho altra scelta che portarmi le valigie.

“Sì Enrico, lo so. Facciamo una cosa, ti porto a vedere gli orari e poi in biblioteca. Quando scendiamo ti chiamo, ti portiamo le valigie e ti accompagniamo alla stazione”.

“Non so veramente come ringraziarvi …”.

“Ci mancherebbe, per noi è un piacere”. Sono veramente fortunato. Enrico alza le sopracciglia.

La conversazione prosegue su altri argomenti. Sulla loro giovinezza e sui loro matrimoni. Sulle scorribande vissute insieme e sul rapporto d’amicizia che le lega. “Perché non ceni con noi questa sera? C’è la presentazione di un libro questa sera? Viene anche Sgarbi. Potremmo venire anche noi, che ne dite?”, Ornella mi fa morire, ma di più Enrico che già alza gli occhi al cielo. Alla fine l’ha spunta lei su tutti. “Tu rimani a cena con noi e poi si va tutti insieme, per te va bene?”, la sua domanda non è retorica, è impositiva e ormai anch’io faccio parte del gruppo. Vado a farmi una doccia. Mi spruzzo del profumo e sono di nuovo al pianterreno. Osservo le donne che preparano la cena o parte, perché Eleonora e sua figlia hanno portato la pasta alla palermitana, anellini di pasta cotta al forno con formaggio e sugo al ragù. Enrico mi porta a visitare l’ala esterna che un tempo doveva appartenere alla servitù. Mi stupisce la dovizia di particolari con cui portano avanti i lavori lui e Ornella, vogliono fare la sala ricreativa con biliardo, juke box e biliardino. Il tono di Enrico è pacato mentre si dilunga in descrizioni. Il suo non è un mero narrare, è un trasmettere al figlio, al nipote. A lui non importa se tra noi ci sono trenta, quaranta o cinquanta anni di differenza. Mi parla come a un membro della famiglia a cui bisogna tramandare un sapere, una conoscenza che anch’io dovrò condividere con mio figlio, per non dissipare il passato, per non cancellare la memoria e i volti di chi non ci sarà più. “Qui dorme sempre Maria, nostra figlia, quando viene a trovarci; l’ha arredata in stile completamente moderno, come piace a lei”. Penso che ogni figlio in qualche modo combatte la sua guerra personale. La piccola dependance è tutta faretti, mobili Ikea prima scelta, rigorosamente laccati e lucenti, armadi a muro; bagno doccia con idromassaggio e pareti mosaicate. Dall’altra parte la casa della madre ancorata a un passato. Anche Ornella e Enrico sono  vissuti durante il Fascismo, ho l’impressione che quest’ultimo in sud Italia avesse attecchito molto, forse perché in un certo modo incarnava alcuni principi cristiani: “Credere, Combattere, Obbedire”, se si toglie la seconda le altre due calzano a pennello. Usciamo. Con Paolo aiutiamo ad apparecchiare la tavola nel giardino: olive, pomodori secchi, formaggio al miele, patate in agrodolce, pomodori pachino appena raccolti, carpaccio di tonno … vino bianco e acqua. È una cena tra amici ma Ornella rimane costernata nel vedere che non ci sono le doppie posate per ogni portata.

“Ho girato per Salemi, faticoso ma ne è valsa la pena. ho visitato il museo civico e la chiesa insieme a Don Cipri”.

“Personaggio eccezionale …”, racconto del tavolo e degli altri mobili, del libro che mi ha regalato omettendo il suo modo di camminare. Poi racconto della chiesa Madre e dell’altra sconsacrata dove c’è il museo dei pani. “Lì abitavo quando ero piccola, sui tipici tre piani salemitani. Poi dopo il terremoto su insistenza di mio fratello abbiamo dovuto vendere a prezzo stracciato”. Parliamo delle case che il sindaco vuole vendere al prezzo simbolico di € 1. Mi dice di come alcune persone hanno comprato due case adiacenti e, pur rispettando l’architettura esterna, dentro hanno creato ampi saloni e stanze. Ilaria porta il dessert: gelatine al sapore d’anguria tipica specialità siciliana, forse ho trovato una pietanza della loro cucina che non mi fa proprio impazzire … era ora. Il cream caramel è decisamente migliore. Sparecchiamo e il tempo di salire in camera per lavarmi i denti che siamo già in macchina.

Arriviamo alla piazza del Castello arabo-normanno. È intasata di vetture. La vigilessa impartisce ordini ai quali nessuno presta attenzione, incuranti delle possibili multe anche perché sembra lei ad aver paura di darle. Il bar dove ho mangiato oggi è affollato di gente. “Solo un caffè, cinque minuti e me ne vado”, grida un ragazzo alla vigilessa richiamando la mia attenzione.

“Le ho detto che non può parcheggiare lì, è vietato!”.

“Dai amore, togli la macchina”.

“Ho detto solo cinque minuti e me ne vado, voglio vedere se ha il coraggio di farmi la multa”, il volto del ragazzo è intimidatorio, la vigilessa lascia correre. Ornella chiede gentilmente all’agente se possiamo lasciare le auto per dieci minuti. Ottiene solo un rigido diniego. Così inizia un battibecco animato con la vigilessa.

“No signora, non si può mettere le auto qua!”.

“E quelle là?”.

“Sono amici del sindaco”.

“Anch’io sono amica del sindaco, che vuol dire? I miei amici stanno solo dieci minuti per vedere il Castello e se ne vanno”. Arriva il capitano dei vigili. Ornella inizia una discussione accesa anche con lui e la sua faccia da menefreghista. Le auto nel piazzale aumentano. Qui vige la legge del più forte e del più arrogante. Che peccato. In Egitto si risolve tutto con una mancia nella stretta di mano con il poliziotto … alla fine parcheggiano da un’altra parte.

Entriamo nel Castello fatto di pietre bianche. La presentazione è iniziata da diverso tempo, forse mancherà una mezz’ora alla fine. Sul palco sono presenti l’assessore Toscani insieme allo scrittore. Al momento sta parlando un ospite che si è opposto alla mafia in passato, ha i toni accesi, denuncia il sistema di collusioni e tangenti tra politica e mafia, progetti di riforma rimasti sulla carta, non capisce che ormai non fa più moda. Il pubblico ascolta annoiato e sbadigliando. Ma quello che mi risulta più simpatico è Sgarbi che si alza, saluta amici in platea, stringe mani con quelli seduti in prima fila incurante del dibattito che sta avendo corso, si siede a sua volta nel parterre. Non capisco se sia un vero maleducato, un vero talk-show man oppure un ragazzone cresciuto al quale piace fare delle bravate, vedere come reagiscono altri alle sue provocazioni, rompere gli schemi. A suo modo è un contestatore anche con i comportamenti. L’ospite ha terminato la sua arringa. Sgarbi chiama una ragazza sul palco. Tutti sono in ghingheri. I giovani sono pochi, la ragazza che si appresta a parlare e qualcun altro. Mi domando che c’entra mio nonno con tutto questo, con questo manierismo posticcio, con questo servilismo artificiale. C’entra, certo che c’entra, perché tutto questo formalismo di facciata, a volte un po’ bigotto, questo modo rispettoso di vedere e confrontarsi con l’autorità, non l’autorità statale, ma l’autorità che ha una persona, il suo potere, tutto questo è tipico del sud, dei tempi in cui lui era bambino. La presentazione finisce dopo che la ragazza ha chiesto e ottenuto un contributo per la sua attività di editrice iniziata con il padre da qualche anno. L’assessore Toscani si congratula con lei, l’ospite che era intervenuto prima della ragazza sorride a mezza bocca per la raccomandazione che lei si è fatta dare, così un’altra volta il suo rimbrotto è andato al vento, un’altra persona ha seguito la traccia segnata già da altri: l’autorità tende la mano al bisognoso, ma quando la ritrae, cosa ha nel palmo?

L’agitazione e la frenesia del pubblico crea un moto convulso. Sono l’unico a rimanere seduto, anche Enrico che era accanto a me si è alzato. Persone che si cercano, si abbracciano, si stringono le mani, si baciano, donne che si sistemano il decoltè o la gonna, uomini la cravatta, mezzi inchini, sguardi melliflui. Se fossi il protagonista di un film la telecamera ora girerebbe intorno a me fermo mentre le figure sfocate si muoverebbero febbrilmente. “Vincenzo, vieni che ti presento il dottor Caradonna”. Ornella, mi ero quasi dimenticato di lei.

“Buonasera”, odio quando mi danno la mano flaccida. “Ah, scrive. Interessante, certo che la posso aiutare”, dove mi sta cacciando Ornella? “Certo, aveva intenzione di andare in biblioteca domani mattina, allora possiamo vederci là se per lei va bene, così le posso far vedere il mio libro su Salemi. Le nove vanno bene per lei, ma certo, le dieci non c’è problema”. Ornella mi tira per una manica. “È stato un piacere, arrivederci a domani”.

“Vieni vieni, che ti presento a Sgarbi”. Mi sembra di essere spostato come una trottola. Non sono entusiasta dell’idea, perché queste sono le occasioni delle strette di mano mollicce e non si riesce a parlare di nulla.

“Piacere, Vincenzo Mattei”.

“Lui è uno scrittore che alloggia da me”. Ripenso al libro rilegato nella villa di Ornella dove Sgarbi e Toscani le hanno scritto una dedica.

“Un scrittore”, guarda per terra come per cercare qualcosa. “Ah, vieni che voglio farti vedere una cosa”, come una scheggia impazzita gira su se stesso e torna indietro con passo affrettato.

“Vieni anche tu Vincenzo”, Ornella mi trascina quasi a forza come se fossi il suo cavaliere. Guardo Enrico che a sua volta mi guarda rassegnato, lui è abituato per questo si tiene in disparte. Mentre ritorniamo verso il palco Sgarbi chiama a sé altra persone e come una carovana siamo tutti al seguito. “Guarda, guarda qua!”. Mostra a Ornella un libro fotografico intitolato “Da Cicerone a Sgarbi”, sarebbe perfetto per la mia ricerca, solo che è troppo ingombrante. Incomincia a andare in giro con questo librone inseguito da uno sciame di persone. Mi fa ridere il suo modo di andare a destra e a sinistra, da una parte all’altra nel lasso di un secondo, nell’attimo in cui il suo cervello pensa qualcosa lui la segue come un input, un impulso irrefrenabile. Se ci fosse stato Fellini avrebbe tirato fuori un film dei suoi descrivendo il surrealismo della scena, delle persone che seguono l’oscillare del sindaco. Sgarbi segue quello che per lui è normale, l’istinto di un bambinone; se lo si prende sotto questo punto di vista non gli si può non voler bene. Lasciato il sindaco e lo strascico di estimatori, entro nel Castello con Ornella a vedere la mostra di un artista italiano eclettico. Lei esce quasi subito io mi soffermo sulle immagini. Dopo dieci minuti mi chiama per dirmi che Enrico vuole tornare a casa e se voglio andare con loro oppure con comodo più tardi. Ripenso alla strada di oggi e che domani devo incontrare Caradonna. Sarebbe stato meglio prendere un B&B in centro? Guardo Ornella. Decido di andare con loro. La macchina è parcheggiata sotto il Castello, nella piazza della vigilessa; Enrico ha il pass per i disabili. I loro amici sono andati via da un pezzo senza attendere la fine della presentazione. In auto i vicoli di Salemi scorrono nell’anonimato del buio e nelle vibrazioni dei pneumatici sulle pietre e sul mio fondo schiena . La città su quattro ruote ha perso il suo fascino. Arriviamo quasi subito senza il tempo di riconoscere la vallata di questo pomeriggio. Ringrazio ancora per la cena stupenda, do la buonanotte non senza essermi prima messo d’accordo con Ornella per domani mattina. M’infilo nel letto. Gli occhi vedono il buio e respirano il silenzio. Dove sarò domani? Dove mi porterà questo viaggio? Vale la pena seguire le orme di mio nonno? I volti delle persone che ho incontrato scorrono davanti a me …

Giorno VI …

La calma e il silenzio sono gli stessi di ieri notte. Poi sento i rumori attutiti che provengono dalla cucina. Mi sveglio con un certo appetito. Mi lavo e mi vesto. Scendo. “Buongiorno, ti sei alzato presto. Sì, è vero, devi fare molte cose oggi. Vieni, ti preparo la colazione”, mi fa sedere in giardino su un tavolino di marmo rotondo. Si vede il mare e le pale eoliche, ma in qualche modo quel movimento meccanico, ripetitivo, sempre alla stessa velocità, ha la capacità di rilassarmi. Forse è per il vento, quest’elemento invisibile e spesso silenzioso che accompagna le nostre vite. Le tazzine sono di porcellana, disegnate con fiorellini ornamentali, il manico color oro bianco ricurvo, la zuccheriera e le posate di un argento opaco, dei riccioli di burro sono disposti su una barchetta di vetro vicino ad un barattolo di marmellata rigorosamente fatta da Ornella. Mi sento leggermente a disagio che mi serva come un cliente mentre ieri era la mia nonna siciliana, vorrei andare in cucina ad aiutarla ma so che poi si rifiuterebbe. Mi porta il caffè e il latte separati su dei bricchi bianchi di coccio. Il sapore del caffè è di quello da caffetteria non usata da diverso tempo, il latte diluisce quel sapore di acciaio. Dovrò allungare la lista delle cose che non mi piacciono e aggiungere il caffè di Ornella. Chissà se quella diligenza di musicisti da Marsala passò per Olmi, quante notti rimasero qui? Quale fu la villa dove suonarono? Può essere questa? Chi erano gli sposi? Antenati di Ornella? Sicuramente dovevano essere benestanti per permettersi di chiamare musicanti da fuori. “Come era la colazione?”. Tesso le lodi della marmellata, come la fa? Dove compra le fragole e le mele cotogne? “Lavo queste cose e ti porto a vedere gli orari dei pullman e poi in biblioteca. Bevo l’ultimo sorso di caffè. Mi domando se in un certo senso sono una distrazione dalla sua routine, un motivo per andare fuori e  sentirsi partecipe di questo mio progetto che prende forma, per poter dire “io c’ero, l’ho incontrato, ha dormito a casa mia”. Vado a prendere le valigie. Mi guardo intorno cercando di focalizzare tutto per non perdere dettagli, è un modo per salutare questo posto. Guardo il quadro della Madonna, i tre avi appesi al muro e questi mobili che hanno vegliato sul mio sonno. Porto giù i bagagli. Ornella mi dice che prima di partire mi verranno a prendere per portarmi alla stazione. Devo solo ringraziare la sua ostinazione e gentilezza se questa permanenza a Salemi è filata liscia senza intoppi. Saliamo in macchina, la vallata è magnifica, la rugiada stende una patina su ogni cosa dandole un colore più acceso. Seguo la strada e le parole di Ornella che mi consiglia come muovermi in Sicilia e si scusa per non aver ricevuto il meglio dal suo paese; le vorrei dire che quello che lo Stato e la Regione non fanno, lo fanno i siciliani. Scendiamo.

“Mi dispiace, ma non c’è nessun bus che va a Aragona, niente, neanche a Agrigento …”, provo ad avvicinarmi ancora un poco, “… no, neanche a Sciacca, ma se riesce ad arrivare là, sicuramente potrà trovare bus che vanno a Aragona perché Sciacca è provincia di Agrigento. Altrimenti c’è il treno per Palermo”. Mi ostino a voler passare per la costa meridionale perché Stefano mi ha incuriosito dicendomi che è completamente selvaggia e perché tornare a nord mi sembra una perdita di tempo. Questo è un viaggio di sola andata, non ci sono ritorni. Rimontiamo in macchina. Ornella è scura in volto per l’inefficienza del trasporto pubblico e per l’espressione di un’anima in pena per me. Sono convinto che in qualche modo me la caverò e riuscirò ad arrivare a destinazione. Entriamo in biblioteca perché lei deve sincerarsi che almeno qui tutto fili liscio. Caradonna ci sta aspettando visibilmente contrariato per il nostro quarto d’ora di ritardo, un minuto dopo gli è già passata, non vede l’ora di farmi vedere i libri che tiene in mano. A questo punto Ornella mi lascia solo. Ci mettiamo seduti in un’aula appartata. Luigi mi mostra i due libri che ha scritto in collaborazione con altri autori. Gli chiedo se per caso non sia parente di quel Caradonna maestro dell’altra banda di Marsala. “Mai sentito”. Apre il primo libricino che tratta dell’anniversario dello sbarco dei Mille e della celebrazione di Salemi come prima capitale del Regno d’Italia. Cerca di farmi una panoramica della storia d’Italia dallo sbarco ai giorni nostri. “Ah, non rientra propriamente nei fini della mia ricerca? Persone che conoscono Salemi a inizio del ‘900? Come era sentito il Fascismo qua?”. Mi fa vedere il secondo libro che è una raccolta minuziosa di tutte le strade del paese e del perché siano state chiamate con il nome che portano. Lo osservo. Mi chiedo se veramente vuole ascoltare quello che dico e su cosa s’incentra la ricerca. Forse sarà la mia insistenza, così prende una rivista dove sono raccolte testimonianze di persone ormai anziane che rammentano i tempi del Fascismo, della guerra … mi ritorna in mente Andrea Candela. Sembra che queste persone abbiano un comune denominatore fra loro. A parte mia nonna, mi hanno sempre demonizzato il Fascismo fin da quando ero piccolo: a scuola, in TV, nei telegiornali e nei giornali …. Un tempo da cancellare, uno sbaglio della storia, uno sbaglio che ha continuato a perpetrarsi e a vivere dentro le case, nei ricordi. Mi domando se non sia la senilità, quel rincorrere la gioventù che fa apparire tutto nostalgico ma perfetto. Coscientemente so che il Fascismo e il Nazismo sono regimi aberranti che hanno distrutto un continente, ma quale era il collante? Il gruppo? Il senso di appartenenza? I valori? L’ideale comune? Avrebbe attecchito un regime del genere in una società meno povera? Sono affezionato a quelle persone che mi raccontano, del loro viaggio attraverso la vita nel loro tempo. Penso che anche parlando con un comunista incallito troverebbe qualcosa di bello che lo ancora a quel periodo … il ricordo della giovinezza. La differenza dal Nazismo è che il Fascismo ha carpito la realtà del territorio, della cultura e l’ha fatte sue, è entrato prepotentemente dentro il substrato della società, la stessa che dopo la guerra è rimasta silente. “Andavano a scuola, la maestra ci diceva cosa studiare e le poesie da ricordare a memoria, a far di conto …”; forse il Fascismo aveva carpito l’insegnamento per affascinare quei piccoli cuori di un’Italia povera e emigrante. Caradonna continua a leggere: “Tra noi compagni correva un rapporto di profonda amicizia, di tacita e intensa complicità, che noi ragazze manifestavamo in termini di estrema riservatezza e i giovani in un atteggiamento fraternamente protettivo …”. Alza gli occhi. “Vuoi che facciamo delle fotocopie?”, il testo è veramente lungo. Acconsento. Andiamo all’altra ala della biblioteca dove prima ho salutato il giovane direttore con il quale ho parlato ieri in strada.

“Tutto bene? Hai trovato quello che cercavi? Sì, le foto che ho in bianco e nero posso stampartele se vuoi”. Gli do il mio indirizzo di posta elettronica perché me le mandi poco convinto che lo farà. Ritorniamo nella stanza dove eravamo seduti. Il telefono squilla.

“Stiamo fuori dalla biblioteca con le tue valigie”. Il tempo è volato, Caradonna ha un sorriso sconsolato. Mi dice quanti libri ancora ci sono su quel periodo, il viaggio deve continuare. Mi accompagna all’ingresso e mi regala i suoi libri. Esco da solo. Ornella è lì che mi aspetta davanti a quella che era la sua ex casa. Come sarebbe stata la sua vita se non avessero venduto? Come è facile applicare la legge del “se”, e come ci si perde in facili congetture. Enrico si avvicina con la macchina.

“Dobbiamo sbrigarci, siamo in ritardo”. I vicoli non sono più anonimi come ieri sera. Enrico è scuro in volto, borbotta a mezza bocca che faranno tardi.

“Dove vuoi che ti portiamo?”, le dico di lasciarmi al bivio per Gibellina per non essere troppo di disturbo.

“Hai intenzione di fare l’autostop? È una buona idea”, mi spalleggia Enrico prevedendo la reazione di disappunto della moglie.

“Allora lo possiamo portare a Castelvetrano, lì è ancora più vicino a Scaccia”.

“Noi torniamo dopo pranzo, se non ti carica nessuno ti riprendiamo noi al ritorno”.

“Così avrai occasione di rimanere ancora un pò con noi e gustare i miei piatti …”, ne sarei lusingato.

“Ornella! Lascia in pace il ragazzo!”.

“Ma non ho detto nulla, insomma Enrico! Ma che cos’hai?”.

“C’è che il ragazzo preferisce proseguire il suo viaggio e noi siamo in ritardo. Se non avessi perso tempo con le tue faccende domestiche saremo già arrivati”.

“Ma non si poteva rimandare questo pranzo?”.

“Ma Ornella!”, sbatte forte il palmo sul volante. “Ma se avevo preso accordi da una settimana!”.

“Allora che aspettino!”.

“Lo sai che non mi piace arrivare in ritardo”. Sbuffano entrambi rinchiudendosi in un mutismo limato con gli anni.

“Ecco, ci mancava anche questa, guarda!”, all’uscita dell’autostrada c’è una fila chilometrica. “Vedi, se fossimo usciti prima non avremmo trovato traffico!”, guarda l’orologio da polso.

“Io ti avrei accompagnato fino a Sciacca”, Ornella mi sorride a labbra e palpebre strette. Amo il suo viso che si riempie di rughe, quel suo fare sbarazzino, irresponsabile e nello stesso tempo calcolato, la leggerezza con cui porta l’età che ha, il modo di vestirsi da donna provocante, con carattere, l’insieme fa scomparire quel suo lato di superficialità. Enrico rotea gli occhi al cielo e ingrana la marcia. Per un momento mi è sembrato leggere sul suo viso un sorriso appena accentuato. Il traffico scorre più velocemente di quello che poteva sembrare. Entriamo dentro un centro commerciale dove c’è un parcheggio, è arrivato il tempo di scendere. Un nodo alla gola vela i miei passi, per un istante vorrei che nessun automobilista si fermasse per tornare a “casa” con loro questa sera.

“Mi raccomando, in gamba e se non riesci a proseguire chiamaci. Non più tardi delle quattro saremo di ritorno, c’è il rumeno che ci aspetta per sistemare alcune cose in giardino”. Stringo la mano a Enrico e abbraccio la gentilezza di Ornella. Montano in macchina, ora siamo divisi dai finestrini. Alzo la mano mentre la loro auto si allontana, fra poco inizieranno a parlare di me. In un futuro non così lontano riempirò una delle tante  serate con i loro amici e i loro figli, quando parleranno di una sera in cui uno scrittore sconosciuto si è fermato nella loro casa, il lasso di una notte, di una passeggiata e di una conversazione, il tempo per ritornare indietro nel tempo per la durata di un giorno. Passo sotto il cavalcavia. In uno slargo più avanti tiro fuori il pollice. Fa caldo anche sotto l’ombra di questo salice che sembra stonare con questa realtà mediterranea. Metto una valigia dietro l’altra per non apparire troppo ingombrante. Quindici minuti e non si è fermato nessuno. Tutti guardano incuriositi. C’è chi tira dritto, chi deve svoltare dopo un tratto e non può caricarmi, bambini che mi salutano dal sedile posteriore di una Fiat Uno … rivolgo a tutti un sorriso. Non mi perdo d’animo, insisto. Una Panda verde acqua marina scolorita si ferma.

“No, mi dispiace, vado a Salinute”. Pazienza … venti metri più avanti inchioda. Avrà cambiato idea? Si è impietosito alle mie parole e mi porta a Sciacca? In fin dei conti 30 km non sono poi così tanti. Corro a vedere. “Comunque qui sei messo male. non si capisce dove devi andare con esattezza. Dovresti andare al bivio giù in fondo per la statale. Quanto? 2 o 3 km. Certo, vieni, monta su”. Quest’inaspettato aiuto m’infonde ancora più fiducia. Una volta al bivio metto su una faccia più simpatica ringraziando sempre quelli che non possono caricarmi perché non vanno nella mia direzione. Cerco di creare un’empatia con ogni guidatore, per far capire che non sono un soggetto poco rassicurante anche se un paio imprecano con disprezzo solo per il fatto di essere in mezzo alla strada, con la faccia di chi dice “Vai a lavorare”. Questi individui hanno sempre la capacità di mettermi a disagio. È passata forse un’ora, si è fermato solo un uomo molto effeminato sulla sua Mini Cooper che andava a Salinute anche lui; il mio sorriso sta iniziando a manifestare i primi sintomi d’insofferenza. Nel frattempo ho messo su un foglietto con su scritto a matita calcata GELA, sostituendolo con un meno pretenzioso SCIACCA, ma non c’è stato nulla da fare. Mi domando se non fosse stato meglio prendere il treno, perlomeno ora sarei a Palermo. Ripenso alle parole di Caradonna sul prefetto Mori, insignito da Mussolini prefetto di Palermo con poteri straordinari allo scopo di debellare la mafia in Sicilia, su come sia riuscito con la forza a reprimere il fenomeno mafioso, su come un certo Alfredo Cucco sia riuscito a farlo nominare senatore a vita per fargli lasciare la carica di Prefetto … mi domando se senza la mafia la Sicilia e i siciliani sarebbero gli stessi, credo che la mentalità mafiosa è insita nel bacino del Mediterraneo: i greci, gli spagnoli, i siriani, gli albanesi, gli egiziani, gli algerini … sono gelosi delle proprie donne in maniera sviscerale, attaccati alla famiglia, al territorio, rispettosi di un codice d’onore che porta ad allacciare relazioni strette con chi condivide questi valori che sono paralleli alla stato di diritto. Reprimere non porta mai un cambiamento duraturo. L’ETA in Spagna è sopravvissuta a Franco. Un Alfa 159 con targa francese si ferma.

“Sì, passiamo per Sciacca”, mi risponde il ragazzo in un inglese scolastico. Carico le mie valigie nel sedile posteriore dell’auto già pieno dei loro bagagli. Preferiamo parlare spagnolo. La compagna Caterina è di origine siciliana, sua nonna è di Canicattì, vuole visitare la città e ritrovare le sue origini ma prima si fermano a Agrigento. Così chiedo se non è un problema se mi portano con loro fino là. Non c’è neanche da chiederlo mi risponde Beinot. Caterina parla solo un po’ d’italiano, però capisce tutto così quando con lui non ci capiamo in spagnolo lei glielo traduce dall’italiano. Parliamo della crisi economica, di come abbia un impatto anche in Francia, della Sicilia … anche loro vengono da Palermo, gli suggerisco di visitare le Egadi … Percorriamo tratti di entroterra rigoglioso di un verde selvatico; ogni tanto ci affacciamo sul mare; Stefano mi ha detto che da queste parti le spiagge sono completamente selvagge, spero un giorno di poter tornare per riuscire a vedere tutte quelle cose che ho tralasciato in questo viaggio.

La compagnia di Caterina e Beinot è piacevole, così la tristezza per aver lasciato Ornella e Enrico per il momento rimane accantonata in un angolo. Ogni addio è uno strappo, non fa alcuna differenza che li abbia conosciuti solo per un giorno, quando si riceve tanto e gratuitamente non si può non lasciare lì una parte di sé. Ripenso a Andrea Candela e il biciclettaio di Fiorenzuola e sua moglie, quanto tempo avrà trascorso con loro? Poche ore? Eppure quei volti erano impressi sui suoi occhi di ghiaccio, i suoi occhi immobili che guardano nei ricordi. Passiamo Realmonte.

“Qui c’è la Scalinata dei Turchi”, afferma euforica Caterina. “Non sai cos’è? Guarda”, mi porge la guida. È una scogliera bianca che s’infrange in un mare cristallino, credo che le foto non le rendano giustizia. Sarà per un’altra volta. “Me ne parlava sempre mia nonna quando ero piccola, lei ci era stata solo una volta ma le era rimasto impresso quel luogo”. Chissà con quale nostalgia le avrà raccontato sua nonna! Caterina segue i suoi ricordi e per quanto Beinot pensi che qui c’è molta povertà lei vede la ricchezza dietro quei palazzi fatiscenti, le ringhiere arrugginite, i balconi dimessi e le case abbandonate all’usura del tempo; il suo è un viaggio a ritroso per inseguire un volto famigliare, i suoi riccioli e i suoi lineamenti sono intrecciati a questa terra. Ognuno è figlio dell’immagine sullo specchio e non di quello scritto sulla carta d’identità. Passiamo Porto Empedocle, sbattiamo contro un intreccio di rampe autostradali. Cerco verso il mare, so che sono là ma non riesco a inquadrarli.

“Eccoli finalmente!”. Punto il dito al centro della valle.

“Ma sono stupendi!”, mi fa eco lei. Beinot è concentrato sul volante. I templi. Una striscia che passa da un lato all’altro dell’avvallamento. Una rampa ci nasconde per un attimo la vista. Aiutiamo Beinot a trovare la giusta uscita per la città. La periferia è sempre la periferia, però qui ad Agrigento la bruttezza di certi palazzoni è uno schiaffo alla bellezza dei templi. Anni ’60, boom economico e speculazione edilizia in nome del progresso (in Egitto hanno costruito grattacieli dove una volta c’erano ville in stile Liberty). La strada è come un serpente che si arrampica sulla collina. La piazza principale è un’accozzaglia di  monumenti di periodi diversi, di palazzi in tufo di un marrone acceso che sembrano riprendere i templi greci della valle e di altri marmorei e imponenti del periodo fascista. La disposizione è un miscuglio tra armonia, spazi ariosi e disgregazione. Cerchiamo l’ufficio informazioni. Chiediamo a un parcheggiatore occasionale che risponde in un siciliano talmente stretto che lo capisco solo perché mi indica pressappoco dove si trova l’ufficio turistico. Parcheggiamo su una piccola salita accanto alla Prefettura, siamo felici di sgranchirci le gambe e io perlomeno sto morendo di fame, il cannolo siciliano che ho preso a Salemi insieme a Ornella prima di partire è già digerito. Ora è più importante trovare un alloggio. Entriamo dove sono gli uffici della Provincia e quello delle informazioni. La signora a cui ci rivolgiamo è molto gentile, disponibile e simpatica. Le dico che voglio rimanere solo una notte.

“Una notte? E perché? La città è così bella! Così non visiterai niente, devi andare ad Aragona?! E per cosa?”. Ascolta attentamente. “Ti conviene comunque rimanere di base ad Agrigento e da qui ti sposti nei paesini con il bus”. Trovo il suggerimento appropriato, in questo modo non devo scappare il giorno successivo come un fuggiasco. Lascio Caterina e Beinot cercare la loro sistemazione per primi così approfitto per andare alla tavola calda dove mi ha indirizzato Anna per mangiare un panino con le milza di pecora, una specialità locale. Niente da fare, la tavola calda ha chiuso la cucina e non è rimasto niente da mangiare. Entro nel bar accanto ma al banco i panini hanno un aspetto poco appetitoso. Un signore m’indirizza a un forno-pizzeria dove compro un arancino e una focaccia ripiena con mozzarella e funghi. Torno all’ufficio informazioni. Anna ha già sistemato i francesi, siamo nell’atrio dove indica loro dove si trova esattamente l’albergo. Approfitto per mangiare. Nel frattempo entrano un signore e sua figlia che chiedono dell’ufficio per le iscrizioni all’università; Anna risponde che l’incaricato di queste pratiche è in ferie fino a dopo Ferragosto. Il padre vorrebbe risolvere tutte le pratiche prima del termine ultimo del 31 del mese corrente, “Veniamo da fuori città e poi possono esserci sempre contrattempi”. Anna gli da il numero dell’ufficio e dice di chiedere di lei domani mattina, forse riuscirà a contattare quella persona o in qualche modo lei cercherà di aiutarli. L’uomo non sa come ringraziarla. Lui e sua figlia sembrano due sfigati come si direbbe in città: occhiali spessi, i classici fondi di bottiglia, faccia brufolosa e rotondetta per lei, poca cura nel vestirsi, pettinarsi; il padre rattrappito dentro una camicia sgualcita dalla lunga giornata, gli stessi occhiali della figlia e una scoliosi accentuata. Brava gente sicuramente. Umile. Anna torna a parlare con Caterina e il suo ragazzo mentre gli altri due se ne vanno dimessi.

I francesi sono stupiti per il modo di fare siciliano, qui non esiste priorità, il tempo è una costante superflua. In Egitto ognuno si affolla davanti agli sportelli, il più delle volte l’impiegato risponde a tutti educatamente o sbraitando ma mai con cattiveria. La priorità e la fretta non rientrano nell’ordine delle cose, anche se il Cairo è una città a dir poco frenetica, ma si sa, nel sud del mondo l’amministrazione pubblica è come una grande famiglia e non un servizio, questo è una cosa passeggera, la vita si misura su altri valori.

“Dunque , ora tocca a te”, ho appena dato un morso all’arancino. Le dico di attendere un attimo. Ci scambiamo la mail con Beinot, li ringrazio di nuovo. È stato piacevole viaggiare con loro. Non credo che li rivedrò. “Un albergo economico per tre notti, sarà difficile”, ha la soddisfazione sul viso perché è riuscita a convincermi a rimanere qua, l’orgoglio di aver dato un contributo alla sua città, “… dopodomani è Ferragosto e sono tutti prenotati. Ti mando allo stesso dei ragazzi …”. Forse mi sbagliavo. “C’è posto. Sì, la stazione dei bus è qua …”. La focaccia era buonissima. “Puoi visitare i templi anche di notte”. Carico i borsoni in spalla e m’incammino verso il B&B. Passo davanti alla biblioteca che è chiusa per ferie fino a dopo il 20. Invece di fare il giro largo prendo la strada più corta, vedendo la distesa di scalini mi pento ma ormai ci sono. Devo fermarmi diverse volte con il peso sulle spalle non ce la faccio. Arrivo in cima, dove è l’albergo, davanti c’è l’Alda 159 dei francesi. Mi sbagliavo, forse li rivedrò.

“Buongiorno, sì, lei è il ragazzo che viene dall’ufficio informazioni. Posso avere un documento?”, l’ambiente è squallido, ombroso e forse neanche pulito. “Ecco le chiavi. Maria, accompagna il signore alla camera”. Dentro è anche peggio del primo colpo d’occhio: intonaco vecchio e sporco, screpolato, parte del battiscopa divelto … almeno spero di avere una camera con vista. Devo rassegnarmi, fino ad ora mi era andata bene, forse la fortuna non è più dalla mia. Entro. Una zaffata di muffa si arrampica sulle narici. La cameriera apre la tapparella, dalla finestra si vedono i piedi dei passanti sulla strada. Esce. Apro l’armadio. Una coperta di lana infeltrita che ho disgusto solo all’idea di toccarla. L’umidità è su tutta la parete della finestra. Mobili che Ikea non sanno neanche che esistono. Non posso stare qui, nei villaggi africani si sta meglio. Accendo il portatile. Mi connetto.

“Sì, abbiamo una stanza doppia, uso singola, ma solo per dopodomani. No, mi dispiace, per stanotte non abbiamo nulla”.

“Sì, pronto? No, mi dispiace ma abbiamo una camera libera solo per domani notte. Va bene. Arrivederci”.

“Niente, mi dispiace, non abbiamo camere libere. Si figuri”. Provo un altro, la rabbia mi sta montando. B&B la Terrazza sul Corso, il nome m’ispira. Speriamo bene.

“Ho solo una camera doppia libera uso singola ma a partire da domani”. Non so perché ma gli dico che l’albergo dove sono è insopportabile, che se passasse l’ufficio igiene lo farebbe chiudere! Ho bisogno di sfogarmi e la sua voce calma mi dà il la per iniziare il mio frignare. “Mi dispiace, lei non è il primo che me lo dice …”.

“Il fatto sembra che non ci sia posto da nessuna parte questa sera!”.

“Mi dispiace … è che la stanza sì è libera, ma non ci sono le lenzuola, hanno diment….”.

“Perfetto!”.

“Come scusi?”.

“Perfetto, le lenzuola ce l’ho io, vengo da un viaggio in barca … però se prendo la stanza mi fa uno sconto”, vivere in un paese arabo insegna a contrattare sempre per tutto.

“Va bene. Sì, via Atenea. Mi chiamo Daniele. Ci vediamo tra un’ora”. Chiudo Skype e il portatile. È valsa la pena portarmi tutto questo peso. No, la fortuna non mi ha ancora abbandonato, e se l’altro albergo fosse peggio di questo? Mi guardo intorno, non può esserci posto peggiore, insano e lugubre. Prendo le valigie.

“C’è nessuno qui alla reception?”, un signore grasso e sudato con la canotta bianca mi mozzica qualche parola mentre si avvicina. “Il passaporto per favore. È impossibile stare nella camera che mi avete dato, è malsano”.

“Sta a lei decidere, lei ha visto la camera, se la vuole se la prenda altrimenti quella è la porta”, sto bollendo dalla rabbia, sarebbe da denuncia e non quella è la porta. Non ho voglia di discutere, voglio farmi una doccia e sdraiarmi su un letto pulito. Scarpino fino alla via Atenea passando di nuovo davanti all’ufficio informazioni. Mi piace Agrigento. Anche lei è signorile come Marsala, ma ha anche qualcosa di volgare, strafottente, una città opulenta adagiata su questo colle con una vista stupenda sulla valle. Forse sono proprio i Templi che la fanno sembrare presuntuosa e vanitosa. I vicoli stretti e ombrosi s’inerpicano verso l’alto, i blocchetti di tufo marrone tendente all’arancione infondono vitalità, i balconcini siciliani appesi come gocce sui palazzi in stile Liberty. Cammino su questa strada fatta di lastroni; ogni tanto tra i palazzi che scendono verso valle s’intravedono i Templi. Turisti mangiano gelati e brioche, ristorantini tra i vicoli, anziani seduti ai bar a osservare i passanti, l’odore di pesce fresco in una pescheria di una volta cozza con i negozi di vestiti, banche e bar che tappezzano il corso … la gente passeggia rilassata attraverso questo Ferragosto di crisi che per qualche giorno sembra aver dato una tregua a tutti (ma non ditelo al Premier). Ragazzi con le braccia e polpacci muscolosi e tatuati; gambe sul tacco abbronzate, minigonne, pancioni, bocche che divorano gelati, costumi con un parei a semi nascondere i perizomi, i vecchi guardano. L’aria impregnata d’afa e sudore. Numero 165, sono arrivato.

“Sì, certo. Sali, primo piano”. Carico il trolley in spalla, dopo la scalinata di poco fa, salire una rampa di scale è come scivolare sull’olio. “Prego. Piacere, io sono Daniele”. Ha i capelli lunghi quasi come i miei, ricci e nerissimi come la sua barba incolta. Il B&B mi piace subito, pulito, arieggiato, pieno di luce. “Vuoi qualcosa sa bere, un caffè? Un succo di frutta?”.

“Un caffè va benissimo, magari se non ti dispiace anche un bicchiere d’acqua”. Ci sediamo in cucina, gli riparlo dell’albergo dove ero e della voglia di scappare anche se non avevo un altro posto dove andare. Ridiamo della coincidenza di avere le lenzuola. Il caffè è buono, la terrazza dove si fa colazione è deliziosa: da una parte si affaccia su via Atenea (o corso) e dall’altra sulla valle dei Templi e sul mare. La casa è uno di quei palazzi antichi di inizio ‘900. Daniele mi dice che sono solo tre anni che ha aperto.

“Vieni, ti faccio vedere la stanza”, mi piace questo modo di prendere le cose con calma, anche se a essere onesto va bene fintantoché uno non ha fretta. La stanza è pulita e profumata, anche il bagno. Apro le persiane, i tempi di Giunone e della Concodia sono appollaiati sulle rovine, è bellissimo … a parte un palazzone popolare che taglia in due il paesaggio. Anche qui gli anni sessanta si sono fatti sentire. Faccio una doccia e mi distendo sul letto. Domani devo andare alla centrale dei pullman a vedere gli orari per Aragona, San Cataldo, Gela e Caltagirone. Per quanto i muscoli si rilassino il cervello lavora a pieno regime. Vado di nuovo in cucina, Daniele è insieme alla sua ragazza Noemi.

“Sono di Napoli. Sono forse una delle poche persone che ha fatto il percorso al contrario: ho trovato lavoro qua in una banca e mi sono trasferita. Con Daniele stiamo insieme da cinque anni più o meno”. Sorride tra le sue rotondità, ha la simpatia coinvolgente che è tipica dei napoletani. “Sì, cinque anni, prima facevamo avanti e indietro …”. Parlo della mia migrazione africana, ma lei è presa dai suoi pensieri. Mi sembra di leggere sul suo volto il dubbio tutto femminile di chi si domanda dove la porterà la sua relazione, ho l’impressione che il loro rapporto sia arrivato a un momento di stanca, poi mi dico che non devo vedere tutto attraverso le mie esperienze, non vuol dire che quello che è accaduto a me con la mia ex-moglie valga per tutti, o forse sì, ma è il punto di rottura che per qualcuno non arriva mai. “Prima ho lavorato due anni qui con Daniele, poi ho trovato il posto in banca”. Le squilla il telefono. “Scusa. Sì, sì, ora vengo, due minuti e scendo”. Ci sarà un’altra occasione per continuare il nostro discorso.

“Un ristorante di pesce qui a Agrigento, fammi pensare”, Daniele si mette la mano sul mento.

“Noi questa sera andiamo a cenare da Giusi con mia sorella e il ragazzo, se ti va di venire con noi, si mangia buon pesce”. L’idea mi piace, le dico che nel caso li contatto al cellulare di Daniele. Rientro in camera. C’è ancora luce prima che faccia notte. Voglio almeno provare a vedere alcuni templi. Riesco appena dieci minuti dopo ma nell’atrio e in cucina non c’è più nessuno. È triste uscire dalla porta della camera e non trovarli di nuovo lì, credo di avere un attaccamento sviscerale nei confronti delle persone conosciute da poco, forse il subconscio che mi guida verso certi tipi di persone piuttosto che altre. Un bisogno atavico di compagnia. Vado alla piazza principale dove siamo arrivati con Beinot e Caterina. Mi dirigo verso un edificio rotondo in stile mussoliniano. Un bus sta girando verso di me con le porte aperte. Strillo se va ai templi.

“Sali”.

“Ma non ho il biglietto”.

“Questa sera sei fortunato, la corsa te la pago io”. Sorride. Sorrido fra me, al Cairo gli autisti fanno la stessa cosa. Mi siedo a uno dei primi posti, guardo la città di notte. Ridiscendiamo da dove siamo passati con i francesi oggi, chissà che fine hanno fatto, se sono rimasti in quello squallido hotel. Temo di sì, anche se quando sono andato via la loro macchina non c’era più. Mi avvicino al conducente che sta parlando con un amico. “I Templi, la nostra rovina. Fra poco arriviamo. Perché la nostra rovina? Perché se non ci fossero qui sarebbero stati ben 45 ettari quadrati da costruire. L’Unesco? Patrimonio dell’Umanità? Figliolo mio, e mica quelli ci danno lavoro!”. Mi rimetto seduto. Il primo crepuscolo incomincia a farsi avanti. Passiamo il museo archeologico fatto di pietre di tufo. Quanto è capillare l’interferenza della mafia? Agisce come un partito politico che bussa porta a porta, come i Testimoni di Geova ma con la differenza che nessuno ha il coraggio di scacciare, un partito che tesse la sua rete nelle radici dell’animo. Ripenso a quando i talebani in Afghanistan distrussero le due statue del Buddha di Baniyam, mio fratello disse che quei due monumenti non davano certo da mangiare alla gente e se quelli al governo glielo davano allora che buttassero giù le statue. Mancavano alcuni mesi al 11 settembre, chissà come la pensa ora. “Siamo arrivati ragazzo”. Mi ritrovo in un piazzale pieno di turisti smarriti come me. È ancora presto? Eppure ci sono persone che sembra stiano entrando, la biglietteria è chiusa, gente sudaticcia con canottiere, pantaloncini e gonne corte sorseggia una bibita o mangia un gelato, chioschi di cartoline e souvenir. Vorrei quasi intrufolarmi per entrare senza biglietto cercando di intenerire i guardiani, forse mi dimentico di non essere una stanga alta e bionda; demordo quando vedo che due turisti vengono rispediti verso la biglietteria, così per evitare che la coda si allunghi mi metto in fila anch’io. Quaranta minuti prima che apra, in piedi e per giunta senza un libro da leggere, ma perché chiudono? Non è meglio stabilire che dalle sette inizia l’orario notturno e si paga di più? Attendo. Comitive che si coordinano per comprare il biglietto di gruppo scontato, due ragazzi si baciano, il trucco celeste rifatto sopra gli occhi non cancella la stanchezza sul viso e sulla sua pelle, la freschezza è svanita già da qualche ora, il fard appesantisce lo sforzo di rimanere quella di questa mattina, mi dà l’impressione che lui stia baciando una maschera. Un gruppo si spagnoli parla della Sicilia. Una bambina di circa dodici anni con la pancia che le stra borda fuori la maglietta appositamente corta, lecca svogliata il suo cono accanto al papà. Aprono lo sportello, la fila si muove. Mi controllano il biglietto, mi incammino verso il primo tempi, quello della Concordia. È stupefacente come chi colonizza un posto nuovo lo cerca simile a quello di casa. La Rovina di Agrigento mi ricorda l’Acropoli di Atene: vista sul mare, posizione difficile da espugnare, basamento su una roccia compatta, dura, e gli olivi, entrambe le terre sia greche che siciliane ne sono piene. Gli spagnoli fecero lo stessa cosa con il centro e Sud America, i romani con il bacino del Mediterraneo … cammino tra queste rovine e ulivi con il mare che diventa dello stesso colore dell’ultimo riverbero del crepuscolo che ci regala ancora qualche attimo di luce. Cerco di ricostruire le rovine, di vestire una tunica e dei sandali, una barba incolta brizzolata, uno sguardo proiettato verso Cartagine, incurante del collasso della società greca che verrà; parlo con un compaesano della produzione del grano, dell’olio, dell’egemonia di Siracusa … ritorno al presente con la mia T-shirt e pantaloncini, solo i sandali rimangono pressapoco gli stessi. Cammino. Ritrovo per coincidenza l’italiano e la francese che attendevano il treno per Palermo alla stazione di Marsala. Chissà se anche loro mi hanno riconosciuto. Continuiamo ognuno per la propria strada. Percorro tutto il sentiero sterrato fino al tempio di Giunone, lì mi metto seduto. L’incantesimo è sparito: flash da ogni parte, spostati a destra, no, un poco più a sinistra, ecco! Bambini giocano alla playstation, adulti incartapecoriti sulla loro stanchezza. Ridiscendo rapidamente per la strada di pietra che collega i templi dirigendomi verso l’uscita. Faccio in tempo a visitare il tempio di Ercole assalito da ancora più calca. Vado a comprare il biglietto del bus e mi metto ad aspettarlo. Quando salgo l’autista mi dice con mio forte disappunto che è un’altra società  di trasporti, quindi devo rifare il biglietto. Mando un SMS a Daniele che sto ritardando per la cena, nel caso li raggiungerò direttamente al ristorante. Ormai ho preso confidenza con questo tratto di strada che porta alla città vecchia. Scendo davanti alla biblioteca. Ho la vaga impressione che a Agrigento sarà più difficile fare la ricerca, non riesco a focalizzare una piazza dove si riuniscano gli anziani per trovarne uno da intervistare, forse sarà per il Ferragosto, ma dato che le mie ricerche s’incentrano in altri luoghi, non me ne preoccupo più di tanto.

Arrivo all’albergo dove lascio la borsa. Daniele e Noemi non ci sono, provo a chiamare al cellulare, il telefono squilla ma non risponde nessuno. Non so se andare al ristorante o per fatti miei. Decido per la prima opzione. Chiedo in giro dove sia il ristorante di Giusi. Dalle facce vuote dei baristi e passanti capisco che è un modo amichevole da parte di Noemi di appellare il ristorante, magari conosce di persona la ristoratrice. Due ragazzi di Tivoli mi sconsigliano un ristorante dove hanno appena mangiato. Fa piacere ogni tanto sentire l’accento di casa. Credo di aver individuato il posto giusto. Chiedo per un posto dentro, non c’è, mi mandano al cortile esterno. Neanche lì c’è. Svetto con la testa cercando svogliatamente tra i tavoli i volti di Daniele e Noemi, niente da fare, non ci sono o non li vedo. Non metto tanta convinzione, sono rimasto un poco deluso dalla non risposta del cellulare. Vado da un’altra parte. Da via Atenea scorgo un ristorantino su un vicolo in salita. Certo che Daniele poteva almeno rispondere al mio SMS! Preparano due tavoli, uno per me e l’altro per tre ragazzi che erano prima di me. Ordino. Il servizio è scadente, il cameriere-padrone è degno di un kapò nei confronti delle due cameriere. Si vede che punta più sul turismo che sulla qualità, vorrei andarmene ma non ho voglia di cercare un altro ristorante. Vorrei avere l’età dei tre ventenni accanto a me per fregarmene della scompostezza e scortesia del ristoratore. La fame e l’ora tarda fanno passare tutto in secondo piano. La cosa brutta di quando si è soli in una trattoria è che se si ordina una bottiglia di vino o si viene presi per ubriaconi oppure la si lascia. Qui per fortuna hanno la bottiglia da mezzo litro. Il cibo è come il servizio. “Che cosa prende per secondo? Il conto? Neanche un dolce? Ok, glielo porto subito”, per fortuna. Vorrei dirgli che se il secondo e il dolce sono come il primo che se li mangi lui e non so neanche perché gli lascio € 3 di mancia, forse sarà che il modo di fare remissivo della cameriera mi ha intenerito. Vado a passeggiare di nuovo fra i vicoli della città, attraverso pareti scrostate e muri ristrutturati, un connubio tra decadente, nuovo e ristrutturato che ricalca il minimo comun denominatore della Sicilia: dall’estrema Marsala fino a qua. Questo decadentismo nostalgico combattuto a colpi di spatola solo in superficie. Non capisco questo mio estenuante girovagare per i vicoli, cosa vado cercando tra queste pareti? È come si ci fossero delle scritte palesi ma che non riesco a vedere. L’adrenalina va scemandosi. Ogni vicolo incomincia a diventare uno uguale all’altro, le parole sono perse, è più un labirinto che cresce dentro me. L’atrio e la cucina dell’albergo sono vuoti. Apro la porta della mia stanza. Spalanco le imposte, l’ombra della palazzina copre il rumore del mare e parte delle luci della costa; i templi sono ancora lì, illuminati di una luce arancione, svettano sopra le onde, sopra le incurie dell’uomo. Chiudo gli occhi e respiro profondamente il fresco della sera, il silenzio delle stelle.

Giorno VI …

Sono appena le 7:30. Vado in cucina per la colazione. Cerco Daniele ma non c’è anima viva, per fortuna l’albergo doveva essere pieno. Mi faccio il caffè e scaldo del latte, rovisto nel frigo per racimolare qualcosa di appetibile, così mi accontento dei biscotti zuccherati sicuramente comprati al forno, trovati sul ripiano accanto ai fornelli. La macchina da bar fa un’ottima schiuma. Mi siedo sulla veranda con la vista sui templi. Sono quasi contento di non aver incontrato nessuno in cucina, è un regalo raro, solo le voci e i rumori del corso, i primi negozi che alzano le saracinesche, il vocio dei conoscenti, all’orizzonte una calma piatta. Arriva una coppia di veneziani credo. Mi domandano di Daniele e se la colazione è pronta. Gli dico che me la sono preparata da solo. Ritornano in camera, non li rivedrò fino a domani mattina quando scoprirò che la colazione l’hanno fatta al bar. Guardo l’intonaco esterno della casa, un giallo ocra che si rifà al marrone acceso del tufo. Daniele mi spiegherà che è il colore che impone il comune a chi restaura una casa antica. Mi piace qua, mi piace la Sicilia, credo che potrei viverci per qualche anno, sembra una terra che può darmi molto, mi piace la gente e questo modo di vedere la vita e accettare gli eventi, ho la sensazione che qui potrei incontrare tante storie da narrare; un miscuglio tra passato e presente, onestà e mafia, comportamenti bigotti di realtà paesane e signorili, da aristocratici cittadini, lamentele e sorrisi, balli in piazza e piazze deserte … e all’orizzonte sempre quella calma piatta.

Vado a prepararmi altrimenti non riesco a fare tutti i giri che voglio fare. Scendo in strada tra i movimenti lenti dei baristi e giornalai, le banche ancora chiuse. Odore di caffè e brioche calde. M’intrufolo nei vicoli seguendo la mappa di questo labirinto di viuzze per ridiscendere dov’è la posta e la stazione dei bus.

“Mi dispiace, ma non credo che da Aragona ci siano bus per San Cataldo … Più o meno ci vogliono trenta minuti per la prima città, per l’altra un’ora e un quarto”. Non credo di farcela a visitare tutti e due le città. “No, domani è festivo, non ci sono pullman. Solo due che vanno a Catania. Il biglietto lo può comprare sul bus”. Attendo tra la calca di persone su questa banchina ipotetica. Signore sedute sventolano più velocemente i loro ventagli, il sole incomincia a scioglierci, ragazzi con i borsoni trepidanti per le vacanze che li attendono, anziani con ogni probabilità vanno a trovare figli trasferitesi in altre città. Quando un pullman arriva, la calca si sposta come un’onda alla ricerca della scritta per la destinazione.

“Andata e ritorno? Solo andata”. Cambio idea e do la differenza all’autista. Ci dirigiamo verso le montagne, i viadotti si snodano come serpenti volanti, strisce di cemento sospese nel vuoto tra palazzine popolari, blocchi cubici conficcati nel suolo. Per fortuna li lasciamo velocemente. Costeggiamo colline giallo ocra, gli ulivi e le viti qui sembrano scomparsi. Non ne vedrò molti in questa zona? Chiedo all’autista dove potrò trovare la biblioteca mentre il paesaggio brullo si muove intorno. “È al centro del paese più o meno, ma tu sei di Roma, vero? Ho fatto il militare a Bracciano. Bravo, a Vigna di Valle”.

“Cerveteri è solo a 15 km, ci andavo spesso con mio nonno anche solo per prendere un caffè sul lago”. Gli racconto il motivo per il quale sono qui.

“Peccato, mio zio paterno è venuto a mancare una settimana fa, altrimenti ti avrebbe potuto aiutare. Purtroppo di gente di quell’età ne è rimasta poca”. Mi racconta di come sia stato bene nel Lazio. Una notte hanno svegliato tutto il battaglione per un’emergenza, serviva un donatore di sangue, lui era l’unico compatibile. “Sì, gruppo 0 RH negativo, difficilissimo da trovare”. Quel sangue serviva per il figlio del generale della caserma, senza sarebbe morto. Così Cucchiaro si è fatto tutta l’estate portando le famiglie dei militari tra Santa Severa e Ladispoli, tra le mense degli ufficiali e permessi extra per venire a Aragona per la vendemmia e la raccolta delle olive. L’autorità, a volte colpisce a caso e a fini di bene. Mi domando se la richiesta del generale sia stata avallata per vie ufficiali. “Queste sono le maccalube, una fuoriuscita di gas dal suolo, esistono solo qua”. Osservo questi bubboni d’argilla scoppiare nella terra. Poi il bus scivola via verso il villaggio aggrappato sul solito cucuzzolo montagnoso. Mi fa venire in mente la Transilvania dei film di Dracula, un po’ meno cupo magari. La strada che passa attraverso il paese ricorda un tempo antico, calmo, immobile, congelato da decenni. In un certo modo mi sento a mio agio, quando andavo in Calabria da piccolo Curinga non era poi tanto diverso, una volta rimasi due mesi giù con mio nonno tanto che mia madre al ritorno mi mise a mollo nella vasca e mi strofinava con la spugna per togliermi l’odore di calabrese, forse saranno state le provole e le soppressate che mangiavo. Piccole botteghe: il calzolaio, il negozio di alimentari striminzito, la merceria, il fruttivendolo, il macellaio … piccoli negozi incastonati in spazi minuti, merce accatastata, la funzionalità e praticità preferite al colpo d’occhio. In una piazza che è poi uno slargo della strada, su un tavolo piazzato proprio al cento giocano a carte quattro signori, chiedo dove trovare la biblioteca.

“Poco avanti ti trovi un bar sulla sinistra, gira all’incrocio a destra e scendi giù fino alla piazza. Lì trovi la biblioteca”. La strada è in salita, come il resto del paese. Nel bar a angolo entro per prendere un caffè. Tutti vecchi con i vestiti appestati dal fumo, un bancone d’acciaio stretto dove ci sono sparse tazzine sporche, caffè versato e bustine di zucchero aperte. La signora con una silhouette da statua di Botero raccoglie tutto flemmaticamente, il rossetto fucsia acceso stona con le sue labbra, suo figlio della stessa stazza e forma con una mono ciglia che isola la fronte dal resto del viso, occhiali spessi e una rada acne sparsa in modo uniforme sul suo volto, comanda la mano monouso per riempire con il caffè il filtro, inserirlo nella macchina e spingere il bottone, mettere il piattino, appoggiare la tazzina per poi ricominciare di nuovo daccapo. Sembra che mi hanno incastrato in uno di quei film da squallore della periferia americana. Sono quasi tentato di andare via, ma non posso andare solo nei posti cool, altrimenti mi trasformo in uno di quei scrittori alla Fabio Volo. Bevo il caffè, pago e me ne vado. Arrivo alla piazza dove deve esserci la biblioteca. Mi rendo conto che, non avendo una mappa, in ogni nuovo paese i miei passi sono insicuri. Procedo accorto, sicuro di seguire l’indicazione che mi è stata data ma anche sicuro di poter sbagliare, di aver capito male. Quando si chiede un’indicazione bisogna vedere quello che è scontato nel cervello dell’altro che pensa che anche tu dai per scontato dove si trova il fontanile del paese! Almeno in America uno chiede per la 33° strada o la 57° e si segue più o meno la numerazione. In Italia si domanda via Francesco Crispi e prima di rispondere ti dicono quante volte è stato ministro, quante Presidente del Consiglio, quanti anni aveva quando è morto e poi dove dovrebbe essere la via. Entro nella sconsacrata chiesa del Purgatorio dove c’è una mostra di pittura.

“La biblioteca? È stata trasferita momentaneamente qua per via di una perdita d’acqua nell’altro edificio”, come se ci passasse il Po. “Però i libri che sta cercando sono nell’altra struttura, quindi non posso esserle d’aiuto”.

“Magari possiamo fare una scappata di là”, provo a suggerire con il mio bel visetto da scrittore. Niente, non attacca.

“Il mio collega è in ferie, è lui che si occupa di queste cose”. Che vuol dire? In una biblioteca c’è un catalogo, un archivio, si vede dove sono i libri di un periodo storico o di un determinato argomento, ci si posiziona davanti allo scaffale finché cercando non capita il manoscritto giusto. Limo la mia pazienza.

“Senta, io sono qui solo per mezza giornata, mi serve consultare dei libri fotografici degli anni trenta. Se la biblioteca è aperta quindi c’è servizio”.

“Non posso farci nulla. Dia un’occhiata alla mostra, ci sono diversi quadri che ritraggono Aragona in quel periodo”. Se potessi tirare fuori la mia bile, non sarebbe di colore verde, ma nero! Mi sembra di star a parlare con una parete, non ho altra scelta che dare un’occhiata ai quadri. Ne guardo quattro cinque e ritorno alla carica. “Il pittore? Sarà qui tra circa un quarto d’ora. Va bene, quando viene glielo dico”. Quindici minuti con questa strega non ci resisto: o le strappo tutti i capelli o rapo i miei. Esco per andare a visitare l’altra chiesa nella stessa piazza, quella rimasta ancora chiesa. Dentro c’è un ragazzo che fischietta mentre spolvera vicino all’altare gli stucchi di gesso bianco come cornice ai dipinti e putti appesi agli angoli. La parte più interessante è il soffitto di legno antico dipinto con santi, Gesù e la Madonna. Mi avvicino sempre di più all’altare.

“Bella la chiesa vero?”, tiene lo strofinaccio ancora in mano. Sarà alto massimo un metro e sessantacinque, la corporatura piazzata, la barba incolta, i capelli corti con la riga da una parte stile anni ’80, una maglietta arancione, pantaloncini fino al ginocchio di jeans, polpacci torniti.

“Sì, non è male”.

“È arrivato il vescovo dalla provincia per benedire la reliquia sotto l’altare per questo abbiamo pulito la chiesa da cima a fondo. Vieni, ti faccio vedere”. Lo seguo. Il suo modo di camminare mi ricorda don Cipri a Salemi. Mi fa vedere delle ossa protette da una lastra di vetro. “Erano di uno dei primi credenti cristiani”, mi domando se innalzare delle ossa a oggetto sacro non sia una reminiscenza pagana. “Ma che ci fai tu a Aragona? Interessante, quindi tuo nonno ha vissuto qui?”.

“Non proprio. Entriamo nella sacrestia. Lorenzo si offre di farmi vedere la cripta sotto la chiesa. Ne sarei entusiasta, gli dico che dobbiamo fare in fretta perché c’è il pittore che sta arrivando. Dobbiamo passare all’esterno dove c’è una porticina di legno ingrigita e seccata dal sole. Sembra un piccolo magazzino, passiamo in mezzo alle cianfrusaglie e sbuchiamo in un atrio grandissimo sottostante la basilica. Le arcate sono a tutto sesto e a botte, mi ricordano il monastero di San Pietro a Marsala, proprio dove dormiva mio nonno da piccolo. “Qui qualche anno fa era tutto sistemato e pulito, c’erano degli studenti che lavoravano a tempo determinato su un progetto dell’università di Palermo per rimuovere e studiare l’affresco che ricopriva il soffitto di legno della chiesa”. Effettivamente è uno spazio idoneo per degli studiosi. “Qui c’è anche il video. Vieni, ti faccio vedere l’affresco. Bello vero?”, è una pellicola di gesso e fissativo dipinta e che forse risale a fine ‘800, una pittura eseguita da un pittore sconosciuto e con poco talento.

“Sì, bello, però a Roma ce ne sono di stupendi”.

“Ci voglio andare a Roma. Sono stato solo a Lourdes con la gita della parrocchia organizzata da don Pietro; lui fa tanto per la comunità e per i giovani”. Lorenzo dovrebbe avere la mia età ma sembra incastrato dentro i meccanismi e il ruolo che gli impone la società in cui vive. Mi fa tenerezza quel suo modo innocente e effeminato con cui parla. Usciamo.

“Ora devo proprio andare, il pittore sarà già arrivato”, il tempo è veramente volato via.

“Che peccato, ti avrei fatto vedere anche il convento delle suore. Se ti liberi presto torna, io rimango ancora un pò”. Saluto Lorenzo. Sulla scalinata dell’altra chiesa mi si para davanti un signore con un completo di lino estivo grigio chiaro come i suoi capelli lunghi e fini, la pelle abbronzata e gli occhi verdastri scavati da occhiaie, il viso un pò calato.

“Lei è lo scrittore che mi stava cercando? Che cosa le interessava esattamente?”. Il suo tono è un pò diretto ma cordiale, dopo la bibliotecaria posso accettare di tutto, lei mi dà l’idea della casalinga che sta tappando i buchi degli impiegati in ferie. “Venga, le faccio vedere i miei lavori”. Passeggiamo con il pittore attraverso i suoi quadri, mi dice come spazia nel tempo e negli stili: quadri giunonici, picassiani, monettiani, paesaggistici … troppe variazioni di stile e in ognuno non si riconosce mai il suo tocco se non nella precisione dei colori, rimarrà un pittore di provincia. Mi congratulo con lui, quanto è difficile dire la verità quando c’è tanta aspettativa da parte dell’altro e tanto autocompiacimento. “Questo quadro? No, sono ritagli di giornale dell’epoca fotocopiati. Non sono tanto chiari, poi li riempio con i colori. Questo è Pirandello”, sorrido. “No, non ho foto dell’epoca. Ma lei cosa scrive?”. Tiro fuori il libro, un romanzo stampato vale più di mille biglietti da visita. Il suo volto si trasforma, ora deve confrontarsi con un pari: il volto di un altro sconosciuto. La bibliotecaria-casalinga si sistema sulla sedia, con l’altra amica se lo passano di mano in mano. “Ho un amico che forse può aiutarti, lui è fotografo, però credo che oggi sia fuori, a Canicattì” si ripete la storia di Marsala: tutti fuori città. “Pronto Simone. Ciao, senti c’è uno …”, me lo passa.

“Sono a Canicattì per lavoro, rientro questa sera. Ah, mi dispiace, forse qualcosa avevo che faceva al caso suo … Però si faccia dare il mio sito e la mia mail da Flavio. Prego, ci mancherebbe. Arrivederci”. Scrivo giù tutto. Nel frattempo si è unita a noi la madre superiore del convento che mi diceva Lorenzo. Ha una faccia austera, sui sessant’anni, alcuni capelli sale e pepe le escono dalla cornetta che le copre il capo, dei peli lunghi e radi le crescono sopra la bocca. Anche lei rimira il mio romanzo. Alla mia osservazione di voler visitare il convento,  obietta immediatamente con un tono quasi accusatorio, come se fosse risentita per non aver chiesto la sua autorizzazione. D’altronde sono io il forestiero. Per quanto provi a sfoggiare uno dei miei migliori sorrisi, lo scopo della ricerca, l’essere scrittore (o ficcanaso, dipende dai punti di vista), lei rimane impassibile e inamovibile. Da una parte ammiro la sua rigidità, essendo anche lei una “ministra” del Signore come don Cipri, è meglio non contraddirla. Ringrazio per la cortesia e stringo le mani di tutti, il pittore locale è passato in secondo piano. Ritorno alla chiesa del Rosario da Lorenzo. Mi fa piacere la sua ospitalità sincera e ingenua. Incomincio a sentire la pesantezza dei sorrisi falsi e delle strette di mano fredde.

“Allora sei tornato, questa è Elena, una mia amica”. Chiude il portone della chiesa. “Vieni, ti portiamo a vedere il monastero”. Gli riporto il diniego della madre superiore.

“Noi proviamo lo stesso”, aggiunge lei con un sorriso. Li seguo. Dopo l’entrata c’è un atrio in penombra.

“Non si può, la madre superiore non lo consentirebbe”, è suor Elisa. “Inoltre c’è la sorella Rosa che sta facendo il digiuno e la settimana di silenzio”. Mi ero dimenticato di tutte queste procedure che esistono anche nei cattolici e non solo nei musulmani.

“Ma facciamo pianissimo”, insiste Lorenzo. Suor Elisa alza gli occhi al cielo.

“Io non vi ho visto, chiaro?”, ridiamo per il suo modo buffo. C’intrufoliamo come farebbero dei monelli. Suor Rosa è avvolta dell’oscurità della cappella. Lorenzo le spiega il motivo per il quale siamo qua, lei acconsente con un leggero movimento della testa.

“È bella vero?”, sono abituato alla pomposità di Roma per poter apprezzare quest’intonaco screpolato.

“Era un’ala del palazzo del principe Naselli che poi donò alle suore”, m’informa Elena. “Ora è meglio che andiamo. Grazie suor Rosa”.

“Fategli vedere anche l’altra ala”, aggiunge la suora tra lo stupore delle nostre facce. L’altra stanza non è poi tanto diversa da quella precedente. Invece all’uscita vengo rapito dalle finestre che si affacciano sulle tre pareti altissime dell’atrio del monastero che prima non avevo notato. Quell’intonaco grezzo che si ricavava nei secoli passati ormai è in disuso, questo ha il fascino del tempo, più di mille chiese restaurate decennio dopo decennio.

Usciti dal monastero facciamo due passi mentre Elena si congeda da noi. Mi perdo per un attimo tra i suoi capelli neri e ondulati tra i vicoli di Aragona finché non scompare alla nostra vista. Lorenzo mi offre di andare a visitare altre chiese. Acconsento tra il caldo opprimente, la stanchezza appiccicata sulla pelle e la voglia di scoprire ancora di più su questo paese del Meridione che poi potrebbe assomigliare a qualsiasi altro in tutta Italia. Sarà questo che affascina gli americani: la capacità dell’Italia di conservare nei centri urbani quelle strutture medioevali costruite una sopra l’altra. Se penso all’Egitto e escludo il Cairo e i monumenti dei faraoni, per il resto rimane poco della storia degli ultimi duemila anni, sarà per questo che amo la città Vecchia di Damasco: mi ricorda un borgo medioevale italiano, ininterrottamente abitato dal 2500 A.C.

Arriviamo alla chiesa del Carmine. Lorenzo tira fuori il suo mazzo di chiavi. “Mi sembri il San Pietro di Aragona!”. Non può trattenere una risata. Per fortuna non ho turbato la sua sensibilità religiosa. Un signore seduto su una sedia di paglia e legno ci guarda  di sottecchi e con disprezzo. Appena dentro chiedo se c’è un bagno in questa chiesa in disuso che aspetta nella lunga lista d’attesa di ricevere la sua sconsacrazione. Chiedo a Lorenzo se posso mangiare una mela per bloccarmi la fame, non credo che Dio si offenderà per una mela anche se da quel frutto risale la sofferenza e il vagare dell’uomo nel mondo, con un morso l’uomo decise di liberarsi della prigionia dell’Eden per non essere solo un capriccio del suo Creatore, per seguire la sua strada e la sua perenne imperfezione. Lorenzo mi porta in un’altra ala della chiesa dove mi tira fuori un album fotografico della gita di Lourdes e le feste religiose in paese. Il suo volto era più giovane. Me lo rivedo mentre nel suo piccolo negozio si adopera a dare forma a piatti e vasi di terracotta, oggetti che lui creava con passione e che la gente lo pagava solo a metà prezzo. Così si è messo a pulire chiese e case. “Mi dispiace che non puoi rimanere. Prendi il mio numero, se cambi idea chiamami. Tieni, prendi questa, è “muchina” in gel, così potrai lavarti le mani durante il tuo lungo viaggio”. Lorenzo, Lorenzo e la sua ingenua gentilezza, chissà quante persone possono dire di me la stessa cosa! Andiamo a visitare la chiesa Madre. Sono stufo di questi stucchi e barocchismi poveri e immobili. Sicilia, terra di castità. Gli faccio notare una rappresentazione della Madonna con il Bambino, San Giovanni e sant’Anna con l’indice puntato al cielo a indicare la volontà di Dio. Non ci aveva mai fatto caso. Come dirgli che alla National Gallery di Londra c’è una copia con lo stesso motivo di Leonardo da Vinci? Gli do una chance. Si sofferma sull’aspetto sacro del dipinto, quante saranno le cose che non conosco io?

In strada sento il profumo del pane appena sfornato. Seguo solo il mio naso e Lorenzo. Lui saluta tutti quelli che incontra per strada che si domandano chi sia questo “straniero”. Prendo due pagnottelle simili alle ciriole romane. Spezzo il culetto. La fragranza e il calore evaporano nelle narici. Mangio il pezzo staccato. Ritorniamo a via Roma, dove ho preso il caffè appena arrivato. Lorenzo mi accompagna in un alimentari. Prendo del prosciutto crudo, del formaggio fresco che il vecchietto gentilmente taglia in fette, e una bottiglia d’acqua. Tutta la  merce è accatastata con un ordine poco curato, sembra che siano prodotti ammassati qui da anni. Saluto Lorenzo, gli stringo calorosamente la mano fra le mie, ho paura d’abbracciarlo, gli sguardi mi trattengono. Ha il viso dispiaciuto, non sa che sarà impresso nell’inchiostro in questo viaggio di personaggi quotidiani. Salgo, salgo inerpicandomi sulle stradine osservando la quiete del pranzo che si avvicina, un uomo dietro la tenda del portone di casa che mi guarda incuriosito, le case invecchiate dal sole. Voglio arrivare fino alla cima, voglio svettare oltre le case per ridiscendere con gli occhi sulle vallate che percorreva mio nonno ottant’anni fa. La sua scomparsa ancora pesa, ogni volta che torno a Cerveteri la mia mente mi dice che devo andarlo a salutare a casa prima che mi chiami indispettito. Ora lì sono rimaste sole le sue foto appese alle pareti insieme a mia nonna, la morte ha un’incubazione lunga e strana per chi rimane: va a intermittenza, a scatti di euforia e avvilimento, opprime, infonde un senso d’impotenza e di nullità, una forma di depressione latente che si appiccica ancora di più a chi vive solo. Il cellulare squilla, è mia madre che è in Puglia con mia sorella, il marito e il figlio, mio fratello li raggiungerà tra una settimana con la compagna. La famiglia. Le dico dove sono e le racconto per sommi capi quello che mi è successo negli ultimi giorni. Riagganciamo. Soppeso le cose che ho perso della mia famiglia vivendo all’estero e quelle che ho imparato. Ora sono sperduto tra colline selvagge e quest’interminabile e onnipresente giallo delle mietiture. L’aria immobile, la terra spaccata, io e tutto quello che mi circonda incastrato in un dipinto della mente. Mi fermo sotto un casolare e riempio il pane con l’affettato e il formaggio. Il sole picchia forte sulla testa ma non c’è ombra qui. Ascolto lo sgranocchiare dei miei denti. Una Vespa scivola rumorosa sulla strada consolare, una porta sbatte, un bicchiere si frantuma al suolo, un cane abbaia. Deglutisco. Guardo oltre il giallo all’orizzonte. Mi alzo. Raccolgo tutto e metto il sacco in spalla. Una donna si affaccia alla finestra del casale guardandomi incuriosita e indispettita per aver invaso il suo territorio. I miei sandali calpestano il sentiero sterrato. Una sensazione che anche qui il mio tempo sia terminato. È ora di andare. Ridiscendo fino alla stazione dei bus. Ad ogni passo è un addio come mi è successo per tutta la settimana quasi trascorsa. Al garage dei pullman c’è una bulgara che si lamenta per il ritardo del conducente cercando il mio appoggio, se fosse partito in orario avrei dovuto aspettare il prossimo e magari tutti i miei programmi sarebbero cambiati. L’autista conosce Cucchiaro e tra noi s’instaura una complicità implicita che isola le lamentele delle bulgara. La corriera procede lenta per le strade tortuose tra il silenzio del paesaggio e lo sbuffare della bulgara. La prossima fermata mi attende, il prossimo strappo. Arriviamo al piazzale Fratelli Rosselli che sto incominciando a conoscere a memoria. La fermata è meno caotica del mattino, ormai ognuno sarà arrivato, o in procinto di arrivare dai suoi cari o al posto di villeggiatura, in un certo modo mi sento l’unico che a ridosso di Ferragosto stia lavorando. Penso ironicamente a tutte le volte che mi sono sentito dire “Bello il lavoro dello scrittore”, come se fosse tutto un’eterna vacanza senza sapere che ogni minuto è un dettaglio: uno sguardo, l’angolazione di un raggio di sole, il movimento impercettibile delle labbra, un bambino che piange, il borbottio del caffè, una piazza gremita di persone in attesa della corriera … la mia sta arrivando.

“No, mi dispiace, facciamo biglietti di sola andata”, sarà un segno? Forse contatterò Simone, il fotografo di Aragona e magari mi dà uno strappo fino a Agrigento al ritorno? Dipende da quanta voglia avrò di socializzare. Spesso, quando si accumulano tante informazioni in poco tempo, l’ultima cosa che si vuole è instaurare un rapporto formale con una persona conosciuta, per questo ci sono gli amici: non ti chiedono o obbligano a comportarti diversamente da come ti conoscono. Sarà per questo che mi sono attaccato di volta in volta a Andrea Candela, Enzo Quartana, Stefano Reina, Ornella e Enrico, Lorenzo, Daniele e Noemi.

La strada per Canicattì è ancora più selvaggia e isolata di quella di Aragona. Ripenso a mio padre, a quando diceva “Ma da dove vieni, da Canicattì?”, scimmiottando un modo di dire frequente dalle mie parti. Oliveti, vigneti, pini marittimi, rovi di more, fichi, canneti, coltivazioni di grano, orzo e ceci, case di pietra, cavalli, capre, fichi d’india, strade sterrate … in alcuni tratti il paesaggio dà l’impressione di non essere cambiato dagli ultimi ottant’anni. Passiamo la globalizzazione per tuffarci dentro il borgo di un “paesotto”. Scendo dal bus e chiedo per la biblioteca sperando che sia aperta di pomeriggio. “Vedi quella chiesa con la cupola verde? Quella è San Diego, prendi la strada a sinistra, è l’edificio di fronte, nel caso chiedi”. Attraverso un vasto parcheggio circondato da palazzine “sessantottine”, mussoliniane e da qualche avanzo del ’800. La facciata della chiesa si avvicina, in Sicilia le chiese hanno tutte la stessa architettura di quelle spagnole. In via Cavallotti trovo la biblioteca. Suono al citofono. Riprovo. Niente da fare. Osservo questo immenso portone ottocentesco, la struttura non curata dell’edificio. Mi insinuo nei vicoli deserti della città dove solo il caldo mi fa compagnia, saranno tutti andati al mare, o forse faranno un riposino dopo pranzo, solo che questa desolazione e i palazzi abbandonati sono opprimenti. Mi muovo sempre puntando la parte più alta del paese. In una piazzola un padre gioca con suo figlio mentre dalla porta finestra la moglie combatte tra i fornelli. Questa è la tipicità dei borghi italiani: le case si affacciano direttamente sulla strada già al piano terra, in una grande città è impossibile, ognuno là vive la sua vita, nell’indifferenza … il Cairo, una megalopoli di miriadi di borghi. E qui come nella capitale egiziana sono i palazzi e le case antiche fatiscenti a colpirmi, a creare una distanza e un contatto, attrazione e repulsione, desolazione e microcosmi famigliari che sembrano come abbandonati in una realtà parallela. A mano a mano che salgo i vicoli si fanno più stretti e l’oppressione si fa più asfissiante. Dopo una biforcazione mi trovo davanti a uno spiazzo dove un ragazzo sui venticinque anni gioca con una bambina mentre una donna cicciotella che potrebbe essere sua madre e una ragazza di vent’anni circa salgono velocemente i scalini. Mi osservano dall’alto, da un punto sicuro. Dai loro occhi capisco che sono come una minaccia, un corpo alieno che non doveva essere qua, un misto di paura. Impercettibilmente il mio passo rallenta. Passo nel mezzo.

“Dove vai? Ti serve qualcosa?”, mi domanda il ragazzo con i suoi occhiali con le lenti grandi da Ray Ban. Riesco a vedere i suoi occhi. “Ma su non c’è niente, rimani qui con noi, vieni, siediti qua accanto a me”. Mi siedo qualche scalino più su, a debita distanza e ogni muscolo allertato. Le donne continuano a fissarmi con paura. La bambina di tre anni si avvicina. “Di dove sei? Roma, ci sono stato diverse volte. Centocelle perché non ci regali qualcosa alla bambina, magari cinquanta euro”, è tutto il viaggio che mi domando quando sarebbe capitata una situazione del genere.

“Non ce l’ho, solo qualche spiccio”, senza voltarmi ripasso a memoria il proseguimento dello spiazzo, non posso girarmi, non posso dare segnali di insicurezza. Provo a tenere sotto controllo ascoltando ogni movimento che può venire da dietro. Se mi immobilizzassero? Cosa ho nella borsa? Quanti soldi ho nel portafogli? Gli chiederei almeno di lasciarmi il passaporto. E se mi forzassero a ritirare i soldi da un bancomat? O peggio chiedermi i codici? E se invece si sbarazzassero di me?

“Regalaci gli occhiali alla picciridda”. Le donne osservano, attendono freneticamente l’azione, l’esplosione. Stringo il pugno.

“E dopo io come faccio con questo sole?”. Mi alzo. “È venuta l’ora di andare”.

“Su non c’è niente, solo il cimitero”.

“Vorrà dire che visiterò i morti”. Lo osservo allertato. Se tira fuori un coltello lo posso fronteggiare, non credo che abbia una pistola, è solo un delinquentello. Ma se sì, sarebbe in grado di usarla? Rischierebbe per prendere quattro soldi a uno sconosciuto che non vale niente? Rovinerebbe la sua vita per rubare qualche centinaia di euro? Che cosa ha da perdere in fondo? Pareti decrepite, due donne spaventate e una bambina che ancora ha voglia di giocare e un bambino di dieci anni che ancora tiene il pallone da calcio immobile sotto la pianta del piede nudo. Do le spalle a tutti e continuo la mia salita. “Ahi, romano! Ci si vede in giro, okay?”, mi volto. Abbozzo un sorriso.

“Se Dio vuole”. Ho ancora l’adrenalina nelle gambe e nelle braccia che mi appesantisce i movimenti. In un’altra piazzetta vedo un vecchietto dentro casa che parla con suo nipote, passo accanto alla loro porta. Per un attimo si fermano a osservarmi con un misto di curiosità e ostilità: non faccio parte di questo contesto e non sono l’ospite di nessuno qua. Proseguo. Dalla porta di un edificio escono quelli che reputo essere dei marocchini o tunisini, la donna porta l’hijab, un velo bianco che le lascia scoperto il viso color miele. Per un attimo vorrei fraternizzare con loro, parlargli in arabo, ma chi sono io? Scivolano via con i loro bambini al seguito. Si sentono a loro agio dentro questa cultura, loro sono parte di questa comunità, Sicilia, terra di confine, Cairo città dei mille borghi. Le case iniziano a scomparire, la campagna si apre a vista d’occhio circondata da vallate e vigneti, sarà buono anche qui il vino? Mangio una banana ripensando al ragazzo di prima, mi sta seguendo? Mi ha messo addosso una paranoia! Proseguo in un punto dove dall’alto vedo tutti i quattro punti cardinali: le valli intorno e il mare d’Agrigento verso sud. Il caldo rallenta i miei passi e sento la stanchezza sulle gambe. Ne ho abbastanza, credo di aver visto a sufficienza, il romanzo è parzialmente costruito sull’immaginazione, non posso pretendere di vedere tutta la Sicilia. Proseguo per un’altra strada costellata di ville isolate. In un’ora che cammino saranno passate solo due macchine, devono avere il sonno pesante da queste parti. A ridosso della città bagno i polpacci e le braccia a una fontanella. Per un attimo la stanchezza viene lavata via, il tempo di asciugarmi. Mi fermo al convento di Santo Spirito dove sulla scalinata mi faccio un altro panino con gli avanzi del prosciutto e del formaggio comprati a Aragona. Il convento è chiuso, c’è il parco giochi per i bambini della parrocchia, nel prossimo futuro dovranno installare playstation se vorranno ancora fare proseliti tra i più piccoli. Una macchina si ferma nella piazzetta affianco il convento. Scendono delle persone che mi scrutano incuriositi e infastiditi. Mi dico che anch’io vedendo un forestiero sul portone di casa mia starei allerta. Decido che è veramente arrivato il momento di levare le tende, qui non c’è altro da fare per me, forse se non fosse stato a ridosso di Ferragosto avrei visto un’altra città. Passando per corso Umberto I mi fermo a prendere un caffè in un bar anonimo dove su un tavolo nel marciapiede giocano a carte quattro persone e tutti gli amici intorno. Dei ragazzi venticinquenni affollano lo stretto bar. Il caffè è buono ma sento gli occhi del gruppo addosso più del rumeno che beve il suo accanto a me. So che l’approccio negativo è dovuto alla paura, all’idea che i siciliani pensino “Che è venuto a curiosare qua?”, ma forse è solo la stanchezza che modifica la realtà.

Sul corso un centro anziani dove anche qui giocano a carte. La città si va risvegliando ma non ho voglia di rimanere, la stanchezza veramente sta prendendo il sopravvento. Ritrovo la chiesa di San Diego, riattraverso il parcheggio di auto anni ’80 e vado a comprare il biglietto. Alla fermata c’è poca gente, solo gli ultimi ritardatari circondati da amici e parenti, una breccia che separa l’animo nel momento del primo passo sullo scalino della corriera o del treno, una linea sottile per il distacco, la divisione, un piccolo trauma che sarà cancellato al prossimo incontro, con quella linea sottile che s’ispessisce con l’avvicinarsi del momento della partenza … le vacanze sono un pò così. Mi sistemo al primo posto vicino l’autista. Il motore rimane accesso. “Nonnaaa!”, una bambina inizia a frignare, spero che la smetta al più presto, gli urli mi spazientiscono. La madre la porta davanti per farle salutare la nonna..

“Signora, per cortesia si sbrighi, stiamo partendo”, per fortuna ci pensa l’autista.

“Un ultimo saluto per favore”, stanco come sono mi domando se veramente voglio avere figli o appartenere eternamente a quella percentuale di coppie egoiste in cui l’epicentro è solo se stessi, e il partner solo un compagno per scacciare la solitudine. Le sue urla mi entrano nel timpano, il volto paonazzo rigato di lacrime. Spero che la smetta presto. Sul pullman mi concentro sul percorso ma le palpebre quasi si chiudono da sole fino a quando non riabbracciamo di nuovo l’intreccio dei viadotti stradali di Agrigento. Chissà se Caltanissetta sarà come Canicattì e che reazione avrà avuto Caterina. Alla fermata mi ritrovo l’edificio circolare delle poste in stile fascista. Decido di visitare la parte nord di Agrigento e trovare un alimentari per comprare qualcosa da mangiare per domani, quasi sicuramente a Ferragosto non ci sarà niente aperto. Compro solo della frutta e dell’acqua, ma invece di tirare dritto per l’albergo, vado per la strada che s’inerpica e si affaccia verso i monti. Il tramonto arrossisce le cime e le vallate diventano nere. Da quassù si vede un’altra Sicilia, lontano dal mare, un’altra Agrigento lontano dai templi. Domando a due anziani seduti sulla panchina se quello che vedo sulla sinistra sia Aragona.

“No, quello è Borsellino, Aragona è più sulla destra, non si vede perché è dietro i monti. No, mi dispiace, ma eravamo piccoli quando il Fascismo è crollato”. Me li immagino bambini questi due distinti signori, bambini che si rincorrono su questo ampio spiazzo affacciato sui monti tra i palazzi di blocchi di tufo arancione; stanchi di rincorrersi si siedono sulla panchina di marmo con i piedi che non toccano il suolo. Credo che sia venuto il momento di una doccia e di stendermi per almeno trenta minuti sul letto. In prossimità di un campo da calcetto d’asfalto tiro dritto verso il basso, verso via Atenea. All’albergo ritrovo Daniele. È ancora assonnato. Mi renderò conto che è il suo normale modo di fare rispecchiato dal parlare pacato e imperturbato. C’è anche Noemi con lui. Gli racconto dove sono stato e le persone che ho incontrato. Sono un fiume in piena, con Daniele e Noemi sembra di essere amici da una vita.

“Tutti questi giri? E pensare che non sono mai stato a Aragona!”.

“È il destino di chi vive sempre nello stesso luogo: più si hanno le cose a portata di mano e più si rimandano a domani. Non ho mai capito da dove venga questo tipo di pigrizia; però se ti può consolare capita anche a me”.

“Forse lo lasciamo apposta per avere qualcosa di cui lamentarci in vecchiaia”, Noemi se la ride. Di vecchiaia per il momento ne ho fin sopra i capelli, penso che devo finire al più presto il romanzo che sto scrivendo per togliermi questo velo di senilità che mi sono appiccicato addosso. “Vuoi qualcosa da bere?”.

“Un succo, grazie Daniele”. Ci spostiamo sulla terrazza.

“Mi dispiace per ieri sera ma ho dimenticato il cellulare a casa e ho visto l’SMS solo stamattina”.

“Non ti preoccupare, solo che sono andato a mangiare in un ristorante terribile, il cibo era pessimo”.

“Il solito smemorato che sei!”, gli dà una pacca sulla spalla. “Quale era il ristorante?”.

“Quello qui vicino, il primo che si trova nel primo vicolo a sinistra”.

“Ah quello. All’inizio quando ha aperto era buono, poi ha puntato solo su menù turistici abbassando la qualità”, mi spiega Daniele.

“Ma non i prezzi”, aggiungo. Se la ride, il mio portafogli meno. “Poco male, spero di trovare un ristorante buono questa sera”.

“Perché non vieni con noi?”, mi propone Noemi. “Andiamo in spiaggia con mia sorella e il ragazzo e degli altri amici, ognuno porta qualcosa da mangiare e poi si fa il fuoco”.

“Ci sono falò su tutta la spiaggia”, aggiunge Daniele. Mi ricordo la notte di Ferragosto 2004, Torre Flavia, Ladispoli. Falò da tutte le parti: alcol, spinelli, carne che cadeva sulla sabbia, qualcuno ubriaco che si ustionava, gente che correva per fare il bagno di mezzanotte,  grida, musiche a tutto volume, fuochi d’artificio … Pensavo a mia moglie che era a Milano e che in meno di dieci giorni sarebbe divenuta ex. C’era una consapevolezza in me di quello che sarebbe successo, gli sms che mandavo erano già una distanza che non riuscivo a misurare, a percepire in tutta la sua estensione. La gente continuava a ballare, rincorrersi e urlare intorno a me. ero uno spettatore anonimo. Ricordando sento ancora quella strana sensazione di dolore per gli eventi che ancora dovevano accadere.

“No, non mi va di fare il quinto incomodo. Scherzo. Però grazie per l’invito. Anche perché rimarrete tutta la notte e magari voglio tornare prima, se avessi avuto la macchina forse sarei venuto”.

“Ma ti riaccompagniamo noi”.

“Ti ringrazio Noemi, però questa sera non mi va di stare in mezzo alla confusione”.

“Okay, ma se cambi idea faccelo sapere, d’accordo?”.

“Non ti preoccupare”. Mando giù il succo tutto d’un fiato. “Vado a farmi una doccia ragazzi, ci si vede dopo o domani …”.

“Ciao Vincenzo”.

“Ciao”.

L’acqua e il sapone lavano via Aragona e Canicattì. Mi appoggio con la fronte sulla parete mentre il getto massaggia le spalle. Le palpebre chiuse. Mi sembra di poter sentire ogni singola goccia che percorre il mio corpo. Mi ricordo del monito di Daniele di usare l’acqua con parsimonia a causa del razionamento. M’insapono velocemente e lascio la mia voglia di rilassarmi senza pensieri essere inghiottita dallo scarico della doccia. Apro le persiane e sulla soglia, coperto dalla penombra del tramonto, vado nudo incontro all’appuntamento serale con il palazzone e la valle dei templi. Scegliere un albergo è come scegliere una casa: se non ci si sente a proprio agio si scombinano anche gli altri meccanismi biologici del corpo e della mente. Devo distendermi qualche minuto. Mi metto a leggere un libro. Mentre le parole scorrono altre nella testa tessono il filo di questo racconto, mi sento in debito con le persone che ho incontrato, immagino la storia di Andrea Candela letta da qualcuno su un divano o su una spiaggia, l’entusiasmo di Stefano Reina e la sua introversa abnegazione per il lavoro sui disabili, la gentilezza e i comportamenti felliniani di Ornella e gli sbuffi di suo marito, l’ingenuità di Lorenzo e la sbadataggine di Daniele che non si sveglia in tempo per preparare la colazione ai clienti e che non ritira (per mia fortuna) le lenzuola dalla lavanderia … quante altre persone mancano nel puzzle di questa storia? Mi metto seduto sul letto. Il libro è abbandonato sul pavimento con la copertina a faccia in giù, mi stropiccio gli occhi, guardo l’orologio. È passata solo mezz’ora ma mi è sembrata un’eternità. Fuori è buio, lo stomaco brontola, questa sera Giusi non mi scappa. In cucina e nell’atrio la solita desolazione, adesso saranno tutti in spiaggia, anche il corso è poco affollato. Il ristorante sotto l’albergo è chiuso, ho un brutto presentimento. Come immaginavo: questa volta è Giusi che è mancata all’appuntamento. Non voglio ritornare a quello di ieri che ho visto aperto, non ho voglia di rivedere la faccia tosta e arrogante del ristoratore che tratta tutti a pesci in faccia: clienti e dipendenti. In questi casi è sempre meglio prendere un pacchetto lastminute tutto incluso!

Mi dirigo verso il Duomo in cima alla città. Daniele mi ha suggerito di visitarlo, magari trovo una pizzeria per strada. Tra il labirinto di vicoli m’imbatto in un gruppo di francesi smarriti nella ricerca del duomo, non parlano inglese, allora gli indico la direzione in italiano, sembra che abbiano capito. Un uomo si sta radendo, una signora cucina ai fornelli, due bambini guardano la televisione, una donna anziana concentrata sul suo uncinetto …. l’aspetto intricante dei borghi è che si può “spiare” dentro le case anche senza volere, forse sarà per questa mancanza d’intimità che i giovani emigrano verso la globalizzazione. Nei cortili incontro famiglie sedute su sedie di vimini mentre i bambini giocano a nascondino o a chiapparello. Gli anziani parlano con gli adulti, questa è un’altra realtà rispetto a Marsala, più paesana. Sarà perché una è stata costruita su una collina e l’altra sul mare. Il duomo è ovviamente chiuso a quest’ora tarda, ma non è quello a preoccuparmi, è il mio stomaco. Voglio una città dove si può trovare tutto ad ogni ora a prescindere dalle festività. Ho l’impressione che dovrò mangiare la frutta che ho comprato per domani, forse posso cucinarmi una pasta aglio e olio da Daniele. Per quanto sia un B&B e debba pagare, mi sembra di essere ospite a casa di un amico. Forse è la migliore idea, affretto il passo. Scendo questo “burrone” di scalini lentamente, accarezzato dalla luce tremolante dei lampioni. A ridosso del vecchio orfanotrofio m’imbatto in due ragazzi con delle pizze d’asporto. Il profumo che fuoriesce dei cartoni mi ricorda che sono affamato.

“Gira l’angolo a sinistra e poi di nuovo a destra, passa vicino a una farmacia e lì c’è la pizzeria. Figurati. Ciao”. Niente ristorante di ieri e niente pasta in bianco, posso mangiarmi la pizza sulla terrazza dell’albergo se non hanno tavoli. Preso dai miei pensieri mi accorgo che sto seguendo una musica d’inizio ‘900 che riecheggia tra i vicoli. Mi ricorda Caruso. Mi ritrovo in largo Scribani. La musica inonda tutta la piazzetta rimbalzando da una parete all’altra, proviene da una vecchia casa al secondo piano. Il riverbero della luce di una televisione accesa sulle pareti della stanza, le lenzuola appese sui fili del balcone insieme a mutandoni e canotte. Mi appoggio al muretto per rimirare la casa come fossi un pittore, mi accorgo che sotto c’è gente seduta che mangia su tavolini dentro la cornice della musica. Per un momento credo che sia una delle tante riunioni famigliari, invece i tavolini sono ben apparecchiati, il secchiello del ghiaccio, i soldi sul tavolo, persone che si alzano, il cameriere che arriva … ho trovato il ristorante che cercavo. Per un attimo l’atmosfera di compagnia mi rende quasi estraneo, solo i business men vanno a mangiare da soli, dovranno aggiungere alla lista anche gli scrittori. Non credo che la ragazza dalle gambe affusolate verrebbe da Marsala a Agrigento solo per me …

“Un tavolo per uno grazie”, la cameriera è per un momento spiazzata, vorrei dirle di non preoccuparsi che la mia compagnia serale è in strada e sta arrivando, solo una questione di minuti … Spero di non avere una faccia da sfigato.

“Deve attendere una decina di minuti, un tavolo si sta liberando”. Mi siedo accanto all’entrata del ristorante. Mentre scelgo cosa mangiare osservo i clienti accompagnato dalla musica; mi sono già affezionato a questa casa di “musicisti” e mutandoni. C’è solo un bambino di quattro anni che ogni tanto si affaccia curiosando tra la ringhiera e le lenzuola per vedere cosa succede in piazzetta. “Prego, se vuole accomodarsi”. Un cameriere finisce di apparecchiare. Ha dei modi molto gentili, penso al ristorante di ieri, serve così poco per fare la differenza, un sorriso sincero, uno sguardo gentile, “Cosa desidera mangiare?”.

“Cosa c’è nell’antipasto di pesce?”.

“Carpaccio di tonno, cozze in agrodolce, pannelle”.

“Va bene, prendo l’antipasto e una pasta allo zafferano e cozze. Una bottiglia di vino bianco”. Il cameriere si trattiene con me per decidere quale vino si abbini meglio alle pietanze. Il suo volto cinquantenne è solare, il sorriso di chi ama il suo lavoro. Basta così poco per mettere a proprio agio i clienti. Se ne va. Mi soffermo sulla gente intorno a me ma con accanimento su una coppia di stranieri.

Lui versa il vino. Impugna la bottiglia dal fondo come si fa per lo champagne o con il prosecco. Il vino è rosso. Il calice riempito di una passione svaporata. Il nettare rosso si riempie di se stesso. La musica di Caruso riempie la piazza. Un cartoccio di carta argentata avvolge patate e pesce. Lei ingoia, rigurgita la sua mano sicura nel cristallo. Rigurgita il suo mondo e la sua falsa sicurezza. La piazzetta incastrata in un’impossibile vertigine che sfida le leggi dei venti e della gravità. Case accatastate in improbabili angoli. Nicchie d’architettura antica. Manda giù il nettare d’uva. Manda giù la sua incompetenza nel silenzio del cibo, nei discorsi vaghi, in una sicurezza vaga. Lui continua a contemplare l’immagine di sé di ogni mattina allo specchio, l’immagine della sua boria fasulla. Ascolta in silenzio, circondata dalle note degli anni ‘30 e da coppie che non le appartengono. Guarda altrove, in un punto oltre le sue parole, nell’imbarazzo del corpo che le siede davanti, di quel corpo che ha conosciuto avidamente ma che non sa più a chi appartiene.  Si sistema la spallina del vestito. Lui parla e riempie il bicchiere. La cameriera ritira i piatti. Domanda se vogliono qualcos’altro. Una mousse di glassa. Un corpo ricoperto da parole. Un bicchiere velato di rosso. La mano tira su la bretella. Un seno si scopre leggermente, lui continua a mangiare e versare vino. Dov’è quel corpo da divorare? Le spalle di lui si vanno incurvando. In una lingua incomprensibile per questo luogo mediterraneo, lei sembra parlare di loro. Di come lui sia cambiato, delle frasi sussurrate all’orecchio prosciugate, del suo lavoro di cui a lei non importa nulla, di come la casa sia sempre vuota e la TV accesa. Lei versa dell’acqua. Le spalle dell’uomo s’incurvano in un atteggiamento bambino, ricorda i rimproveri della madre, il splenio si piega sul piatto. Il vino è finito. Le parole sono finite, solo lei parla. Parla di qualcuno a lui conosciuto, parla di un’immagine svanita nello specchio. Gli occhi non guardano più, gli occhi puntano oltre  verso un sorriso svanito, per una complicità lontana, per due corpi che cercavano di conoscersi. Il collo di quello che era un adulto collassa dentro le spalle, la mano della donna solleva la bretella. Il bicchiere è prosciugato. La cameriera porta il conto, un pezzo di carta per terra svolazza in un mulinello d’aria. I capelli di lei si gonfiano, la musica si è tramutata in una moderna. Una stella cadente taglia il cielo, lui guarda il suo bicchiere vuoto, lei ascolta le parole mute. L’unghia smaltata ticchetta il silenzio. La cameriera sta tornando. Lei riprende a parlare. Lui contempla il conto. Mentre con il piede cerca di recuperare l’infradito senza che lei lo noti. Mi scappa da ridere. Persiste nel tentativo di trascinare la suola di plastica ma la sfiora solamente. Lei le ricorda di quando si sono conosciuti. Lui è concentrato a calcolare l’ipotetica forza del piede sulla ciabatta senza che il suo interesse scemi dal discorso della partner. La cameriera ritorna con il resto. Lui si china a recuperare l’infradito con le mani. Lei si sistema il decolté, sorride alla cameriera che porge il resto a lui. Quanta gente è sola al mondo? La voce di Caruso è ripiombata sulla piazza. La frase è solo un’eco che risuona nelle corde vocali rimanendo intrappolata nella vibrazione di un corpo nudo. Mangio l’antipasto.

Secondo me nella pasta insieme alle cozze ci sarebbero stati bene anche dei fiori di zucca e pinoli. Ci sono due alternative per chi vive solo: diventare uno chef provetto o accontentarsi di panini e tavole calde. Però credo che la seconda opzione alle lunghe riconduce alla prima. Riosservo questo ristorante incastrato dentro la piazzetta, dentro un altro tempo. Da una finestra esce la musica di Caruso, queste famiglie e coppiette sembrano anche loro non volersi allontanare dall’atmosfera anni ’20. La distesa di lenzuola fa da sipario a questo quadro insieme a una tenda scialba e un lampadario consumato nel teatrino della casa del “grammofono”. Così ho trovato quel clima  per il quale andavo peregrinando. Finisco di bere l’ultimo sorso di vino. Mi mancherà quest’angolo, questo pezzo di Sicilia che mi ha voluto fare un regalo, forse l’ultimo. Quando ritornerò sono convinto che starò cercando qualcosa di diverso; voglio credere che quest’isola anche allora sarà in grado di darmi delle risposte.

È piacevole passeggiare con il vino in corpo: scioglie la stanchezza e allontana quel senso di vuoto. Respiro questa città deserta, i suoi vicoli che rappresentano quelli di ogni roccaforte meridionale dove i bambini sanno ancora correre …

Giorno VIII …

Per la prima volta mi sveglio senza l’affanno di rincorrere una città o un pezzo di storia. Faccio un pò il punto della situazione. Ho cercato i passi che ha percorso mio nonno da bambino e da giovane. Ho camminato con lui e i suoi ricordi, l’ho conosciuto quando era giovane e ho visto con i suoi occhi la spensieratezza e la preoccupazione che lo attendevano: “Imparare a vivere significa in realtà imparare a morire, a considerare la finezza assoluta della vita, senza redenzione, resurrezione e salvezza”, così diceva il filosofo francese Derrita. Che cosa ci hanno lasciato gli anni ‘30 e ‘40? Dove andavano quei giovani? E cosa ci hanno lasciato? Mi sembra che manca ancora molto prima di riuscire a capire chi era mio nonno. Ho parlato tanto con lui, però i ricordi modificano gli eventi, la percezione della senilità stende un velo di nostalgia su tutte le cose che sono successe, cambiandole, modificandole a proprio piacimento. Spero che quando arriverò in Calabria riuscirò a venire a capo di questa matassa, a riempire i vuoti. Già, ma quando arriverò in Calabria? Ho accettato questo giorno di vacanza perché oggi è festivo e non ci sono bus, domani è Domenica, stessa cosa. Sono preoccupato, non voglio rimanere incastrato ad Agrigento inutilmente. Credo che proverò di nuovo l’autostop per arrivare a Gela. Come sarà questa città che tutti mi descrivono così male? Una città che rappresenta il degrado siciliano, dove l’organizzazione criminale e mafiosa è forte; non riesco a capacitarmi come possa essere possibile dopo le esperienza positive vissute fino ad ora. Gela, la città dello sbarco. Sarà solo una città di passaggio, Caltagirone è la mia meta, il paese della scalinata di maioliche che ho visto su internet e che mi ricorda le case di Siviglia. Se farò l’autostop l’unico problema sarà il tempo: devo essere caricato prima di mezzogiorno per poter prendere una camera perché muoversi con tutti i bagagli sarà veramente difficile. Lascio perdere queste preoccupazioni per domani. Vado a fare colazione.

Daniele ci ha fatto trovare un vassoio di cornetti. Mangiamo sulla terrazza dove chiacchiero con tre ragazze: due di Napoli e una di Catania. A parte la più piccola, le altre due sono insegnanti a Torino: la ragazza di Napoli è diventata di ruolo, la siciliana ormai è scoraggiata dopo la riforma. Quanto vorrei veramente capire quale sia la scuola giusta per il mio paese. Il grembiule, il voto in condotta e il maestro unico. Come mio nonno cerco di scrutare con nostalgia nella mia infanzia per trovare una risposta. Questi tre elementi saranno in grado di essere all’altezza della globalizzazione o è solo un ritorno indietro? I tre insegnanti per classe, il maestro d’inglese, quello per il computer, quello di sostegno, potranno essere rimpiazzati da uno solo? Forse i maestri trentenni saranno più al passo con i tempi, ma gli altri? È meglio un educatore unico, il pedagogo che conosce il carattere e il nome di tutti gli alunni, o le tre personalità che abituano il bambino ad un mondo complesso quale quello odierno? Gli esperimenti si possono anche fare, il problema è che chi ci rimette sono solo i bambini, se non funzionerà, saranno loro a pagare le conseguenze con il loro futuro. Non capisco lo scetticismo dei miei compagni di colazione nel sentire che sono scrittore; i mezzi sorrisetti e occhiate complici mi mettono a disagio; invidio gli scrittori affermati che non hanno bisogno di dimostrare niente a nessuno. Consiglio alle ragazze di andare alla “Scalinata dei turchi”, poi rammento che una di loro è di Catania, però non vuol dire nulla, magari non aveva una nonna emigrante che le raccontava di un viaggio da bambina, ripenso a Caterina. Rimango solo con Daniele. Mi ha fatto un altro cappuccino. Mi racconta di come è nata l’idea del B&B dopo che il padre gli ha comprato l’appartamento, altro che banche e investimento per i giovani, se in Italia non ci fosse la famiglia i giovani sarebbero già tutti emigranti come all’inizio del secolo scorso. Quando scompariranno i sussidi ai lavoratori ottenuti con le lotte degli anni ’60 e ’70 chi aiuterà la famiglia? La globalizzazione esige la sua fetta di povertà per diffondere la ricchezza ai paesi emergenti, per questo chi ha le risorse se le tiene strette, ma a quale prezzo? “Dovrebbero tagliare questo palazzone a metà, così avremo una vista stupenda”.

“No, basta che tagliamo un quarto e così avresti una vista stupenda sul mare e un palazzo cool con un design stravagante”, Daniele se la ride immaginando di scolpire questa architettura moderna. Vado in camera, mi sento così svuotato e inutile senza una meta da inseguire. Potrei leggere un po’ o magari scrivere, ma non ne ho voglia. Mi corico sul letto da capo a piedi guardando i templi e il mare. Potrei andare in spiaggia ma non mi va di prendere un bus per arrivare fin laggiù. Ora capisco gli agrigentini perché a fine maggio si trasferiscono nella vicina San Leone per tutto il periodo estivo. Noemi non riesce a capacitarsi del perché lo fanno, “non sarebbe meglio andare la mattina e tornare qui?”. È il caldo che impigrisce, solo chi non vive in un paese caldo non può capire alcune abitudini, ma lei è di Napoli! Metto qualcosa nello stomaco, l’insalata di riso che mi offre Daniele è il piatto giusto per quest’afa. Lui è tornato alle otto del mattino dopo aver dormito in spiaggia; mi ha confermato il casino, neanche c’era posto tra un falò e un altro, ogni comitiva delimitava il proprio spazio con del nastro bianco e rosso simile a quello che usano i vigili urbani.

Esco per togliermi la svogliatezza camminando sotto il sole del primo pomeriggio. Si è sempre un po’ scellerati e sadici quando si è turisti o insoddisfatti con se stessi. Cosa cercare ancora qua? Dopo ieri sera sono sicuro di aver raggiunto il mio fine, ma un velo di frustrazione rimane per essere costretto a rimanere. Ce la farò a fare tutti i giri che avevo in mente? La mia sicurezza incomincia a incrinarsi. Il 24 agosto ho il biglietto per il Cairo da Roma: 960 km ancora da percorrere … sento il tempo stringere e le sicurezze vacillare. Qualcosa in me si sta arrendendo. Arrivo nuovamente al Duomo, anche oggi è chiuso, forse questa mattina ci sarà stata la messa, oggi in fondo è l’Assunzione di Maria, ma se anche fosse non ce l’avrei mai fatta ad alzarmi presto. Dal Duomo si vede l’entroterra agrigentino, ieri è stata veramente una lunga giornata. Costeggio il duomo per la via che porta lo stesso nome insieme a qualche sporadico turista e gli sguardi vigili dei residenti. Entro in un portale con la solita facciata scrostata e un pontile per rimodernarla. Seguo l’impalcatura che mi porta in una biblioteca dove si sta svolgendo la messa, spostata all’occorrenza qua dall’adiacente chiesa con i lavori in corso; sicuramente non farà parte di quelle da sconsacrare. Il prete predica i precetti cristiani di come seguire la parola di Dio. Provo a seguire il filo conduttore ma mi sembra così ancorato a dei dettami fuori dalla realtà che anche i superiori gli farebbero fare un corso di aggiornamento. Forse per questa realtà siciliana va bene così, o forse è per questo che ci sono quasi solo anziani e qualche casalinga, o forse è solo perché oggi è Ferragosto. Questa realtà è solo un inganno: nei piccoli centri e forse anche qua ad Agrigento le chiese la Domenica pullulano di gente che non vede l’ora di mostrarsi fervida credente impellicciata e agghindata con i suoi gioielli e vestiti nuovi. Mi lascio la messa alle spalle.

Sulla discesa per la piazza dove ieri ho incontrato i due vecchietti, mi fermo a parlare con una signora affacciata sulla strada a un altezza quasi d’uomo. I turisti stranieri ci guardano incuriositi per questo siparietto tutto italiano. Lei mi racconta di suo fratello emigrato in America subito dopo la guerra, di come abbia fatto fortuna aprendo una concessionaria d’auto dopo aver lavorato come idraulico per anni; dei nipoti che vengono a Agrigento in vacanza e a malapena parlano l’italiano; del figlio dottore che lavora a Roma, di come i suoi figli abbiano studiato, della figlia maestra; di quando era giovane e durante il Fascismo le donne non potevano andare in giro se non accompagnate dai fratelli quando era concesso; di come durante lo sbarco degli americani la madre la rinchiuse in soffitta insieme alle tre sorelle perché nessuno le toccasse e le trovasse (in tempo di guerra i soldati non sono meno uomini dei tempi di pace); di come un soldato americano fu freddato dall’oste di una trattoria perché metteva mano sulle rotondità della figlia cameriera; di come dopo quel fatto Elvira e le sue sorelle furono liberate, tornate a casa e in strada. Altri tempi. Il suo sguardo è uguale a quello che aveva mio nonno, di chi si rivede con il berretto di seta nera, camicia e maniche lunghe in piquet bianco, gonna nera, calze lunghe e bianche, scarpe nere, guantini bianchi. “Durante il Fascismo non c’era paura di uscire per strada, i ragazzi facevano la corte e non si sapeva nulla del sesso. Ci bastava una stretta di mano di nascosto, sotto il tavolo, quanta energia c’era rinchiusa in quei due pugni”. Sono convinto che i ragazzi oggi, con sfumature diverse, abbiano quel trasporto tipico dell’adolescenza e della prima giovinezza, ma affrontano fragilità diverse dovute a questa società frammentata che spesso frantuma i loro sogni e le loro anime, ma non per questo le loro emozioni sono diverse. Una volta la società, il nucleo famigliare, dei parenti, amici e conoscenti proteggeva da attacchi esterni esigendo il continuo della tradizione. Oggi questi ammortizzatori famigliari o della comunità sono deboli, fragili. Elvira rivede quella Piccola Italiana. Allora non avrebbe mai immaginato che il tempo sarebbe passato così velocemente. Ottant’anni sembrano un’eternità, ma quando si arriva a questa età, la vita sembra come la scia di una stella cadente. Mi riparla dei suoi figli, del fratello in America, del marito scomparso quando aveva appena ventinove anni … bisogna avere una grande forza interiore per potersi confrontare con quella bambina spensierata, anche mio nonno frastagliava i suoi racconti passando da un periodo all’altro, forse proprio per il coinvolgimento emotivo con quell’età che può essere doloroso. Saluto Elvira stringendole la mano attraverso la finestra, attraverso uno spazio temporale affacciato verso il passato e in bilico nel presente … continuo la mia passeggiata. Ripasso per via Girolamo dove ieri una donna scheletrica sui cinquant’anni era appoggiata alla colonna: tacco alto, pelle alcolizzata, capelli lunghi di stoppa, pantaloncini e magliettina da dodicenne; inveiva verso il marito o fratello che era seduto su una poltrona consumata al primo piano; la pancia strabordava dalla canotta, la sigaretta in una mano, dall’altra forse delle noccioline che rigurgitava a manciate, un bicchiere di birra sul tavolino, i capelli incanutiti, metà lunghi e unti, spettinati, occhiali quadrati con montatura in radica marrone. Lei gridava al mascalzone senza mai allontanarsi dal portico aspettando che le aprisse la porta. Accorgendosi di me lui mi faceva il segno che è matta con l’indice sulla tempia. Ora questo piccolo portico è calmo e non c’è traccia della tensione di ieri, chissà se Fellini avrebbe immortalato quella scena di degrado sulla pellicola, con quel suo tocco d’ironia che rende normale la banalità e quello che oggi sarebbe etichettato come trash.

Proseguo per via Gomez. Nella piccola ansa del vicolo il negozio di Antonio è chiuso. Un piccolo sarto superstite dell’era delle botteghe. Ieri mi ha offerto uno sgabello di vimini e mi sono seduto all’entrata mentre una Fiat 500 gialla vecchio modello parcheggiava. Antonio cuciva, il metro sulla spalla, qualche ago appuntato nel taschino della camicia, i capelli grigi, la barba leggermente incolta. Raccontava di una strada piena di botteghe, di sarti e calzolai, dove il via vai dei bambini-lavoratori-corrieri era una costante per consegnare la merce di prima qualità, “… altro che gli stilisti milanesi …!”. Si rammaricava di non essere andato a Roma o a Milano, lì avrebbe tenuto testa ai vari Armani, Missoni e Versace, forse sarebbe divenuto uno di loro, “… quelli sì che hanno avuto l’aiuto politico-finanziario, no come al sud dove i soldi sono finiti in altre tasche …”, magari in quelle di tutti. Forse lasciamo le cose apposta per avere qualcosa di cui lamentarsi in vecchiaia. Inforcava gli occhiali per controllare puntigliosamente il lavoro appena terminato, un ago tenuto con le labbra. Il negozio sarà stato grande non più di 12 m ², le scatole accatastate sopra gli armadi, una macchina da cucire Singer, quelle di una volta. Ormai si dedica ai piccoli lavori, come un’abitudine … ormai tutti i capi sono prodotti all’estero (la ruota dello sviluppo prosegue il suo cammino) … suo figlio è laureato in informatica, difficoltà di trovare lavoro, forse dovrà fare quello che suo padre non ha avuto il coraggio di fare: emigrare. Magari Antonio pensava che con il suo lavoro la Sicilia avrebbe decollato come il resto d’Italia … La saracinesca è abbassata, le gambe proseguono svogliate e lente. È ora di cenare. Non mi dispiace l’idea di tornare al ristorante di ieri. Ripercorro quasi tutta via Atenea per ripassare di fronte al municipio. Il ristorante è chiuso, la musica non vibra nella piazzetta. Sono nella stessa situazione di ieri: tutto chiuso. Due opzioni: pasta aglio, olio e peperoncino o il ristorante della prima sera, già so cosa sceglierò. Un cartello me ne indica uno: “Cucina tipica siciliana”, non ho niente da perdere. M’incammino per la salita. Due turisti tedeschi che ridiscendono non mi ispirano nulla di buona. Chiuso anche questo. Le gambe mi portano in giro senza frenesia. Il ristorante sotto l’albergo è aperto, non mi resta altra scelta, non può essere peggiore dell’altro e perlomeno qui la vista è uguale a quella della mia camera da letto. Mi manca l’atmosfera di ieri sera, la musica, le persone, quel momento di congiunzione con la scrittura, quella consapevolezza che qualcosa sta nascendo mentre l’inchiostro scrive nella mente. Il cibo non ha niente a che vedere con quello di ieri, ha una consistenza “turistica” che odio. È sempre un dispiacere quando l’incantesimo, quel contatto interiore svanisce, è per questo che quando arriva è un regalo che bisogna saper cogliere al momento. Questa sera non ci sono parole da scrivere.

Pago il conto e vado in camera. Osservo per l’ultima volta lo spicchio di luna sui templi e sul mare. Domani è tempo di autostop.

Giorno IX …

I cornetti questa mattina non ci sono, ieri notte tutti i bar e tutti i forni erano chiusi a detta di Daniele. Io gli credo, gli altri ospiti storcono il naso. Qualcuno prova a borbottare sul continuo disservizio, io non posso lamentarmi, tra doppi cappuccini, caffè, chiacchierate e insalate di riso mi verrebbe da pagarlo di più, come ho fatto con Ornella. Come ci eravamo messi d’accordo ieri, Noemi mi accompagna a San Leone per fare l’autostop. Sono stati entrambi carinissimi, il denaro mi sembra così futile per sdebitarmi e non ho la scortesia di offrirlo. Carico le valigie sulla Matiz nera e insieme partiamo per questo nuovo viaggio. Mi lascia davanti a un McDonald, in questa periferia italiana che sembra l’America. Sarà per questo che gli extracomunitari del sud del mondo vengono da noi: popolo ancora di emigranti. Passa un’ora, due. Il caldo aumenta e giro in continuazione dietro l’ombra del palo della fermata dei pullman. Chi sarà mai quel pazzo che si mette a dare l’autostop nella mattinata dopo Ferragosto con un foglio con su scritto GELA, sostituito poi con LICATA? Mi fermerei davanti a un giovane dal bel sorriso e due borsoni? Ci rifletto davanti a un’insalata del McDonald e un maglioncino di cotone per proteggermi dall’aria condizionata gelata. Senza il French dressing la lattuga saprebbe di plastica coma la confezione dove sto mangiando e come il resto del cibo. Chiamo Daniele per vedere se Noemi può venire a riprendermi, ormai non si fermerà nessuno e il tempo è scaduto. Vado a fare l’autostop in direzione contraria. Anche qui sembra che nessuno abbia intenzione di fermarsi, niente francesi questa volta. Sto chiamando Daniele quando si ferma un ragazzo. “Vado a San Leone, se vuoi posso portarti lì e poi prendi un mezzo per Agrigento”. Non ho altra alternativa. Salgo in macchina. Bruno è un ragazzo biondo di statura bassa. Ha vissuto all’estero per qualche mese. Sta aspettando la stagione nuova per ritornare in Ungheria. Italia, terra di emigranti. Mi dice che anche suo fratello ha scritto un libro, in attesa di pubblicazione. La maggior parte delle persone pensa che se tu ne hai pubblicato uno hai la bacchetta magica per tutti, niente di più sbagliato. Le dune gialle di San Leone mi ricordano Capocotta a Ostia, salvo che lì la sabbia è nera, ferrosa. Bruno apprezza la mia parlantina. Beviamo un caffè a ridosso della spiaggia, il pullman arancione sfila via verso il lungomare. “Non ti preoccupare, fa il giro e torna di nuovo su”. Andiamo alla fermata, a un africano in attesa dall’altra parte della strada chiediamo se è la direzione giusta; tra le sue collanine di legno ci fa segno di sì. Metto su le valigie e il mio culo. Saluto Bruno. Ripercorro nuovamente la salita di asfalto e gomiti, di nuovo nello stesso piazzale di due giorni fa. Compro il biglietto: Agrigento-Catania, lì una volta arrivato vedrò che fare, ma un’unica destinazione risuona nella mia testa: Calabria, Curinga. Mando un SMS a mio cugino Franco, lui calabrese emigrante a Bergamo che va in Calabria solo per le vacanze, che sarebbe stato di lui se avesse vissuto sempre nella sua terra? Chi sarebbe stato mio nonno se avesse vissuto sempre in Calabria? Chi sarei stato io se fossi vissuto sempre a Cerveteri?

Il paesaggio verso Caltanissetta è lo stesso di sempre: brullo, secco, aspro, lontano, deserto, isolato. Guardo annoiato la distesa di raccolti mietuti, greggi di capre rompono la monotonia. All’improvviso un arrampicarsi di rocce fino a diventare un paese mimetizzato con la pietra: Enna, città di Pirandello, città periferica come se vivesse una vita a se stante. Il bus le gira intorno, costeggiando la collina e le case appostate su quel dirupo. La terra diventa grigia, separata da quella vista fino ad ora, per poi trasformarsi in una distesa di aranceti dopo le colline: un’interminabile perdita d’occhio di verde, frammezzato da una serpentina di acquedotti per l’irrigazione come si usa in Spagna, e da mulini eolici mono pala che non capisco a cosa servano. Sembra una realtà staccata e indipendente, consolidata dalla notte dei tempi, una realtà immobile, uno stato dentro lo stato. Come è strana e mutevole la Sicilia: eterea, isolata, accogliente, arida, calda, saporita, azzurra, aspra, immobile, cangiante, scontrosa, scrutante … una strana nostalgia buca il petto, un rimpianto per non aver continuato il mio percorso, come se avessi tradito i ricordi di mio nonno. Ma il tempo corre e prima del ritorno in terra egiziana voglio passare del tempo con la mia famiglia, con mio nipote, con i miei fratelli, perché questo sia anche un viaggio da raccontare a qualcuno che amo. Ho la strana sensazione che mi dice che il tempo è finito, che mi richiama verso la terra d’origine, quella terra dove è nato questo viaggio: Curinga, 11 marzo 1921.

A Catania i palmeti e gli alveari anticipano le gettate di cemento e di asfalto, le case in stile liberty, che fanno concorrenza a quelle di Palermo. Anche qui, dietro le strade luccicanti ci saranno palazzi e case fatiscenti? Un altro Cairo? Cambio corriera per Messina, non ho il tempo di riflettere, di osservare. Forse dovevo venire in un’altra stagione, forse no. Costeggiamo la miriade di case che frastagliano la costa orientale della Sicilia: l’uomo deve conquistare ogni angolo che la natura gli concede. Mi domando se, scrostandomi di tutti gli slogan sull’ecologia e protezione ambientale, vedrei questa costa con occhi diversi. Conosco due siciliane nel pullman, vanno a Roma e da lì a Varese. Giovanna lavora là. Prima di prendere il traghetto entro in una tavola calda-pizzeria-alimentari. Mi faccio fare dei panini velocemente, non so a che ora parte il primo traghetto, sarebbe irritante perderlo sotto i miei occhi. Miriam, la ragazza di Reggio Calabria con la quale ho diviso la stanza in barca a vela non mi risponde, forse non è riuscita a contattare sua sorella mi ha detto che sono fuori città per il Ferragosto. Poco male, a questo punto vado direttamente a Curinga. Mi affretto. Luglio 1943, fuga dalla morte, dalla sconfitta, fuga verso il futuro: Aragona, Canicattì, San Cataldo, Caltanissetta, Licata, Gela, Caltagirone, Catania, Milazzo, Messina, Reggio Calabria, Bari, Pescara, Ancona … Torino, per cosa morire? Un esercito disgregato diretto verso la salvezza, verso il Piemonte (qualche decennio più tardi gli stessi siciliani si sarebbero trovati a percorrere gli stessi itinerari per un lavoro, lasciando alle spalle una sconfitta, una terra amata e ingrata; un posto dove sarebbero tornati per le vacanze). Contemporaneamente Andrea Candela percorreva un tragitto inverso. Il mare accompagna il mio sguardo. Salgo sul traghetto. Mangio il panino. La Madonnina di bronzo saluta la mia dipartita “Vos Et Ipsam Civitatem Benedicimus”, forse in questa terra una benedizione solo non è stata sufficiente per raddrizzare alcune cose. L’isola si stacca da me affondando le sue radici sul mio corpo, è avvenuto così in fretta questo trasbordo che neanche me ne son reso conto. Una fuga …

“A che ora arrivi?”.

“Quando compro il biglietto e vedo gli orari ti mando un SMS. Grazie mille Franco”. Destinazione Lamezia Sant’Eufemia, quante volte da piccolo sono venuto qua, allora venivo trascinato da un posto ad un altro senza capacitarmi di dove fossi: era il tempo in cui solo la famiglia e i parenti costituivano il mio mondo, quello in cui qualcuno prendeva le decisioni per me. Guardo indietro con nostalgia.

Il treno arriva. Metto su le valigie incazzato nero dopo che la macchinetta automatica dei biglietti si è mangiata la mia carta di credito. Mi sembra di essere già stato qua, ma forse sono i racconti delle diverse persone che ho incontrato che incominciano a intrecciarsi con il mio subconscio. Mi siedo sul vagone insieme ad una coppia di napoletani sui cinquanta, mi ricordano me e la mia ex-moglie, saremo stati così alla loro età? Lei appiccicata a lui e presa nel loro rapporto ancora incastrato in un gioco ancorato al passato … e se fossero insieme solo da pochi mesi e solo innamorati, le mie elucubrazioni pessimistiche sarebbero ancora esatte?  A Gioia Tauro un gruppo di ragazzi si unisce al nostro scompartimento prima che altri prendano i posti liberi. Sono tutti di Bergamo, ragazzi di ventidue anni che si sono sbattuti all’andata quindici ore di tragitto, ragazzi che ora si lamentano per i disservizi che hanno subito all’andata perché qualche idiota ha tirato il freno d’emergenza. Prendendo una macchina costa molto di meno in quattro, ma come si arriva a destinazione? Mi domandano cosa faccia al Cairo, più che un viaggio di ricerca incomincia a sembrarmi uno di marketing visto che è il mio libro che tiene banco. Ci immergiamo nella conversazione, nel treno che continua la sua corsa verso Milano, nel sole che è tramontato e lascia il rosa dietro le Eolie. Sono pervaso dalla stanchezza, dovuta più al sole cocente di questa mattina che alla reale spossatezza. Continuiamo a chiacchierare. Mi domando se la mia esperienza di “extracomunitario” serva a mitigare il loro razzismo verso gli stranieri, verso i musulmani, uno non deve per forza amare il diverso, ma almeno lo può rispettare. Chissà se sono coscienti che c’è un disegno più grande del loro odio, un disegno che prevede una futura inclusione di paesi prettamente musulmani nell’Unione Europea. Certo non sarà domani, ma forse tra venti o trent’anni. Penso all’Egitto, a quei piccoli mutamenti che mi ricordano l’Italia negli anni novanta prima dell’EU e dell’euro: le monete in Egitto sembrano gli euro, le targhe sono bianche e azzurre con la traduzione dall’alfabeto arabo a quello latino; la partecipazione di ditte straniere aumenta; la crisi si fa sentire fra gli egiziani, le informazioni sull’influenza suina allarmano le autorità e la popolazione … l’Egitto diventerà la prossima Turchia? Le donne con il tipico abito arabo che vivono in Europa abituano l’occhio; è un lavoro di convincimento sotterraneo di cui anche i più xenofobi non si accorgono. Ci si abitua e non ce ne accorgiamo: il villaggio globale è già parte della mentalità chiusa italiana, non esiste nessun Mussolini che può fermare questo cambiamento. Diventerà l’Europa come il Medio Oriente è già da secoli con proporzioni ribaltate? Lì la maggioranza è musulmana con sacche dal cinque al quindici percento di cristiani fino ad arrivare al Libano con l’attuale quaranta (in Medio Oriente le due realtà e le tre religioni hanno vissuto per secoli in pace). In Europa avremo dal cinque al trenta per cento di sacche di musulmani. Chissà se l’ 11 settembre prevedeva tutto questo. Santa Eufemia scorre sui miei occhi, è tempo di scendere e lasciare i pensieri senza senso continuare il loro viaggio fino alla prossima stazione.

Franco tarda cinque minuti. Ci abbracciamo come avrebbero fatto suo padre e mio nonno. Già, il fratello di mio nonno, Felice, l’unico che è rimasto nel suo paese natio insieme allo zio Alfredo, alle cugine, alla madre e alla sorella. Chi sarebbe stato lui se fosse emigrato? La strada di notte non mi ricorda niente della mia infanzia, Franco segue il Tom Tom. Facciamo benzina. Si rammarica che non abbia una macchina fotografica con la quale avrei potuto immortalare Marsala e mostrarla alle zie visto che ci hanno vissuto. Cerco di spiegargli che per me sono le parole le foto che non faccio, sono le emozioni che vivo, concentrarmi in un unico punto, l’occhio della camera, limita la mia percezione tutt’intorno. Chissà se riesce a capirmi, io capisco che lui avrebbe voluto rendere felici le zie ormai ottantenni. Eppure anche in giovinezza non sono mai tornate a Marsala, perché?

Ci arrotoliamo con la macchina lungo la strada che strozza la collina che conosco fin dall’infanzia. Arriviamo a casa di zia Bettina, ho preparato qualcosa da mangiare anche se no ho molto appetito. Franco ci lascia. Zia scalda le pietanze, io mi sistemo nella camera da letto che è a metà tra la sua e il salone. Una volta non sapevano cosa fosse la privacy. Questa è pressapoco la stessa casa dove ottant’anni fa mio nonno dormiva. Mangio le melanzane al forno ripiene di soppressata e provola calabrese, mischiate a pan grattato e pomodoro fresco, un sapore che conosco fin da piccolo. Guardo mi zia e i suoi ottantasei anni ingobbiti sul suo solito abito nero di una vedova mai sposata, di una donna che ha resistito fino a oggi. Gli zigomi sono diventati più sporgenti e le guance succhiate fra i denti. I suoi movimenti sono calibrati ma imprecisi, la mente fatica, una gentilezza maldestra, una gentilezza dimenticata per una donna che sembra non avere compassione di se stessa. “Mangia, mangia ancora, ce n’è assai!”. Le sorrido. Negli ultimi trent’anni non è cambiata per nulla nel mio immaginario, anche quando ero piccolo m’ingozzava di cibo. Per fortuna allora ancora non c’era la playstation e correvo insieme a mio fratello e i miei cugini tra i vicoli di Curinga.

“Scendo a salutare le zie. No zia, non c’è bisogno che vieni con me, conosco la strada”.

“Ci sono anche i tuoi zii, Bruno e Mariuccia, arrivati da Cerveteri tre giorni fa”.

“Sì zia, me lo ha detto Franco”.

“Non mi devi ringraziare per il cibo, non sia mai …”. Tra parenti è un obbligo dovuto, è scontato che ci si aiuti, come mio nonno che nel ‘29 andava a Marsala dalla zio per cercare un altro futuro. Attraverso il paese fino a casa delle zie. La gente nelle strada è in fermento, c’è la festa del paese: il palco montato in una delle piazzette principali; i bambini si rincorrono tra i vicoli ridendo, i padri li richiamano, altri lasciano fare; adolescenti si scoprono tra discorsi e sguardi nel gruppo o appartandosi nei giardinetti, primi amori … eppure io ho dovuto attendere fino ai trentaquattro anni per incontrare il mio primo amore, per avere la consapevolezza dell’altro e non un gioco insegnato o un imitazione dei genitori. Ognuno segue la sua strada.

“Oh, mamma mia ma chi c’è!”, zia Velia stringe il mio viso tra le mani, gli occhi le brillano. Si siede immediatamente sul divano, ha delle vertebre così schiacciate che ha la schiena piegata a 60°, l’operazione è sconsigliata per una donna di ottantaquattro anni, non si cerca di migliorare quando si rischia la morte, solo i giovani sono capaci di tanto coraggio, i giovani o gli immigrati sui barconi, ma loro alle spalle abbandonano una morte peggiore, un futuro che non esiste. Arriva zia Elisa che mi consuma il volto di baci, Maria, mia cugina che vive a Verona, è preoccupata per zia Aida che sta poco bene, una febbre che l’ha debilitata molto, più della sua ipocondria. Racconto brevemente di Marsala e della Sicilia, di Stefano Reina e di suo padre quando sono venuti a Curinga.

“No, mi dispiace zia, non ho la macchina fotografica”, è come essere un bambino senza il gameboy. Come spiegare l’importanza delle parole? “Allora buonanotte, passo domani così vi faccio l’intervista sulla vostra infanzia”. Le bacio di nuovo e vado in piazza dove Franco mi attende con sua moglie Rosi e i suoi amici di Bergamo. Mi siedo con loro nel bar di Mimi che non è più di Mimi perché ha venduto qualche anno fa ma che per me rimarrà sempre il bar di Mimi finché le nuove generazioni se ne saranno dimenticati.

“Eccolo qua”, Franco mi presenta ai suoi amici tra cui c’è una coppia di Curinga. “Cosa prendi da bere, una birra?”. Franco ha circa quindici anni più di me, ero un bambino quando ci portava con mio fratello in giro o al mare con la Fiat 500 giallo ocra di zia Elisa. Lui era il nostro mito quando venivamo qui in vacanza. Ho sempre visto una distanza incolmabile tra i nostri anni. Ora è bello vedere che mi tratta come un uomo.

“Prendi una grappa che facciamo da queste parti”, mi suggerisce Pietro. Prendo la grappa. “Come mai sei andato in Sicilia?”, il suo sguardo s’incuriosisce, la consapevolezza che uno più giovane di lui va alla ricerca del passato, come lui, curinghese doc, con le sue foto. “Abbiamo fatto una mostra fotografica su Curinga dagli inizi del ‘900 a oggi”. Lui e sua moglie non sono mai andati via da Curinga, ha aperto un’associazione culturale, è fotografo amatoriale credo e organizza anche mostre fotografiche. La chiacchierata è piacevole e rimbalza da una parte e l’altra del tavolo, mi fa piacere essere circondato da un ambiente famigliare.

“Sto bene”, mi risponde Rosi. “Da quando siamo diventati scrittori si è scomparsi”, il tono è tagliente e abbastanza alto in modo che tutti la sentano. “Tuo nonno e tuo zio mi volevano un bene. Sai, quando è nato Francesco, mi ringraziavano perché era l’unico erede che avrebbe portato il loro cognome”. Ridiamo. Rosi ha la capacità di essere distante e altezzosa ma allo stesso tempo capace di riportare l’attenzione su di lei, forse sarà abituata, forse non riceve le giuste attenzioni dal marito, una volta era così, si lamentava sempre per questo “… lavora troppo …”, mi ripeteva. Allora quando ero più piccolo, non avevo una capacità di critica e analisi ben marcati, così mi trovavo a dar ragione alle lamentele di tutti senza sapere dove fosse la verità. La Calabria ha la capacità di dire e non dire, lasciare le frasi in sospeso, mille sottintesi che spiazzano, informazioni e storie raccontate a metà per portare l’interlocutore dalla loro parte, vittima inconsapevole del raggiro che sta subendo. Anche mio nonno diceva tutto a mezza bocca. Credo che lei non sia stata mai accettata dalle zie che trattavano Maria e Franco come dei pupilli, quasi come figli. Andavano a dormire da loro, gli davano da mangiare, gli compravano i libri, gli pagavano gli studi universitari … Erano altri tempi, mi domando come sia possibile allontanare i propri figli e darli in affidamento a altre persone, anche solo zie o cognate, forse zio Felice non ce l’avrebbe fatta a dare un’istruzione a tutti e quattro i figli se fossero rimasti sotto il tetto di casa sua. In un certo modo ora il figliol prodigo è stato ripudiato dalle zie, per colpa della moglie, come se ci fosse una colpa nell’amare qualcuno. È difficile lottare in continuazione con i fantasmi, non essere all’altezza del proprio compagno, crea un’autostima che pone barriere nelle relazioni con il mondo esterno. Mando giù l’ultimo sorso di grappa e i miei pensieri di viandante. Do la buona notte a tutti e mi arrampico sulla salita dove c’è casa di zia Bettina. Qui i paesi non sono tanto diversi da quelli siciliani, anche il dialetto assomiglia incredibilmente a quello dell’entroterra agrigentino, sarà per questo che mio nonno ne serbava un ricordo vivido.

Prendo la chiave nascosta tra i fiori del balcone, mia zia la ripone lì credendo che sia al sicuro, ho l’impressione che lo sappia tutto il vicinato, ma la cura e l’allerta che ripone nel nascondere la chiave mi dà l’idea di una persona rimasta bambina, i cui segreti sono un piccolo tesoro. Entro in casa. Guardo intorno. L’arredamento è rimasto lo stesso di quando iniziano i miei ricordi qui, alcuni mobili addirittura sono molto più vecchi: gli armadi in legno povero, i letti in ferro battuto, le lenzuola di cotone spesso, il copriletto lavorato al telaio … una sorta di casa di Ornella in stile molto più povero. Sono convinto che dall’arredamento di una casa si capiscono le origini di chi ci vive dentro. Il materasso è spessissimo, duro ma la rete affonda; il crocifisso sulla parete, figurine di qualche santo sul comò, un rosario che dondola sulla chiave dell’armadio. Quanti di questi oggetti risalgono a prima della mia nascita? E quanti prima della guerra? Le palpebre si fanno pesanti, il buio gira insieme al russare di mia zia e qualche parola smozzicata nel sonno.

Giorno X …

Ho dormito pesantemente, i muscoli contratti e un leggero mal di testa, alla fine ieri ho percorso circa 350 km tutti di un fiato. “Buongiorno, hai dormito bene? Vuoi il caffè? Vieni mettiti seduto. Vai anche tu al mare? Ah, rimani a Curinga per intervistare le zie?”, non sono abituato ad alzarmi ed essere bombardato di domande, vado a lavarmi il viso mentre il latte si scalda. Guardo i soliti biscotti del forno di sempre, non ricordo che il caffè fosse così cattivo, forse non prestavo tanta attenzione ai dettagli. Il sapore di bruciato è smorzato dal latte e dal sapore dei biscotti; anche la macchinetta a casa di mio nonno ha impregnato lo stesso sapore, dovrò cambiarci il filtro. “Vengo giù con te?”.

“Non importa zia, vado solo, conosco la strada”. Il fresco della mattinata pizzica piacevolmente il viso, più si invecchia e più si apprezza questa parte della giornata, sarà che in gioventù era lasciata al sonno fino all’ultimo minuto disponibile. Compro il giornale e lo infilo sotto l’ascella. In piazza tutti mi guardano cercando di capire di chi sono parente o amico. Passo all’alimentari dove c’è Giuseppe, un signore di novantatré anni. L’ultima volta che sono venuto con mio nonno siamo andati a trovarlo nel suo orto proprio sotto la rupe che si apre alla vista dalla piazza del paese. Legava i rami dei pomodori con del nylon bianco all’intelaiatura di canne costruita apposta. Con mio nonno parlavano del passato, delle persone loro coetanee, ancora vive, della guerra, di come curare l’orto, della musica … se mi dicessero di cosa avrei paura in vecchiaia è proprio questo: la solitudine, non la solitudine di vivere solo, ma la solitudine che tutti i miei coetanei di una volta non ci sono più, che i ricordi e i loro visi siano come schegge impazzite nel mio cervello e che  guardando i miei figli e i miei nipoti mi domanderò quando verrà il mio tempo … chissà se la penna mi seguirà anche in vecchiaia. Fu in quell’occasione che nacque il mio secondo romanzo, quando venimmo qui con mio nonno. Una sera che guardando le stelle lui mi raccontava di come veniva disteso il grano per farlo asciugare, di come fare il miele, delle marce con la banda musicale, delle botte dello zio, dei treni presi da militare, dell’incontro con mia nonna …

“No, mi dispiace, mio padre Giuseppe non c’è, scende sempre più tardi. Certo che glielo dico, sì, lo so chi sei, il figlio di Vincenzo, nipote, scusa”. Proseguo questo percorso di stradine. Quando tornerò la prossima volta a Curinga, cercherò Giuseppe un’altra volta, fino a quando non lo troverò più, allora sarà suo figlio a raccontarmi di lui e delle sue storie, per un passato che ci accomunerà. Entro nell’ex bar di Mimì, i cornetti sono finiti, una distesa di tazzine sporche è dietro e sul bancone. Non ho voglia di chiedere un caffè. Passo nell’altra piazzetta dove c’è il palazzo che una volta era la sede del partito fascista, ora c’è un fruttivendolo; il palco per la sagra è inanimato ora, questa sera accomunerà il paese per una notte ancora. Arrivo nell’ultima piazza dove c’è la chiesa della Santissima Maria e dove nel mio romanzo mio nonno a dieci anni lavora come ciabattino e gioca con le cugine, i fratelli e gli altri bambini. Quanto sarà vera e autentica la storia che sta prendendo forma nel romanzo? Entro in casa delle zie. Un via vai dei figli di Maria che si preparano per il mare. “Vuoi un caffè?”, è la gentilezza di Elisa che risuona da lontano, con il suo viso innocente che le rughe non possono cancellare. È la più giovane delle tre sorelle. Aida è seduta sulla poltrona di pelle dove la ricordo sempre intenta a cucire gli interminabili uncinetti e corredi per le nipoti. La vecchiaia le ha consumato il viso tondo. Zia Velia è sul divano, stanca della sua schiena. Le saluto calorosamente e mi riempiono di baci. Loro sono un contatto con mio nonno. Mostro loro i libri di Marsala Antica, ma non c’è nessun interesse particolare, loro quelle foto le conoscono nella memoria, vogliono vedere come è diventata la loro città, ma io non ho una macchina fotografica, e per quanto scarichi da internet immagini della città non sortiscono nessun effetto, il loro rapporto con la tecnologia è freddo, distante. Niente di cartaceo. Zia Aida è provata dalla febbre ma acconsente a rispondere alle mie domande. Creo il nuovo file “Le zie”. Il via vai non termina.

“Dovevo recitare una poesia sull’altare della Matrice, ma nel cortile di palazzo Sciré un bambino mi colpisce all’occhio con una fionda. Imperterrita vado a recitare lo stesso. Mentre recito il dolore si fa così forte che scoppio a piangere”, chissà come si vede se stessa da bambina; i figli di Maria ascoltano in silenzio, il più piccolo spegne il gameboy. Per un attimo vorrei entrare nella sua mente per scoprire il suo immaginario. “Un’altra volta siamo andati a teatro a giocare alla tombola. Si comprava il numero e veniva estratto il premio che era una bambola di pezza che mi piaceva tanto e che avrei voluto a ogni costo. Gridavo in continuazione perché la volevo. Estrassero il numero 90, era il mio. Tornai a casa con papà e la bambola in mano”, se la ride di gusto zia ripensando alla sua infanzia tanto che Maria e Elisa le suggeriscono di calmarsi. I suoi occhi brillano nei ricordi, loro hanno paura che le possa venire un infarto. Entrano anche mio zio Bruno e mia zia Mariuccia con mio nipote Daniel che si affretta a sedersi accanto a me.

“Allora Vincé, che fai vieni al mare?”.

“Dai zio, vieni anche tu, daiii”, è quando incominciano a chiamarti zio o papà che capisci che il tempo passa e la spensieratezza appartiene ad altri tempi.

“Devo intervistare zia, magari vengo domani, mi dispiace Daniel”. Vorrei far contenti tutti, ma è impossibile. A poco a poco la casa si svuota. Il caffè è molto più buono di quello preso stamattina.

“Nonno lavorava al negozio in piazza della Loggia. Doveva aver finito le elementari”, Aida soppesa le parole con lo sguardo pensoso. “È stato solo sette mesi, non di più. Lavorava in salumeria e imparava la musica”. Se fosse ancora vivo lo porterei di nuovo sulle strade della sua infanzia, per fargli accarezzare le immagini che si era portato nel cammino della vita come compagne di viaggio.

“Tuo padre era bravo a suonare la tromba, sì, tuo nonno …”, si corregge zia Velia che come tutti appiccica la mia faccia a quella di mio nonno, sarà la somiglianza.

“Dopo la morte della mamma solo zia Elisa e tuo nonno erano rimasti a Marsala. Se papà non tornava a prenderli, zia sarebbe morta di sicuro, la donna a cui era affidata non le dava da mangiare, non puoi sapere quanti pacchi di cibo le mandavano dalla Calabria! Solo che erano altri tempi, c’era la miseria e la fame, sicuramente quella donna pensava di più alla sua famiglia che alla neonata. Un’ombra si frappone tra uscio di casa sempre aperto e la strada. Zia Velia volta lo sguardo dall’altra parte e mugugna fra i denti. Sarà qualcuno che ha dimenticato qualcosa. Sulla porta della sala appare la figura di zia Bettina. Zia Aida smette di parlare. L’aria si fa improvvisamente pesante, fatta di sguardi tesi.

“Buongiorno a tutti”, sbotta lei con il suo immancabile abito nero.

“Oh Bettina”, le fa eco Elisa, “come stai? Vieni, mettiti seduta, vuoi anche tu un caffè?”. Si siede sulla sedia accanto a me. Aida e Velia si scambiano occhiate, Bettina appoggia la borsa sulle gambe e ascolta in silenzio.

“Allora zia, dove eravamo rimasti?”.

“Ah, Curinga. Mi ricordo la strada che andava a San Pietro, c’era un castagneto con una capanna nel mezzo, nonno Tommaso viveva là, sì, il tuo trisnonno. Un giorno zia Maria, la madre di tuo nonno, va a portargli da mangiare e ritrova i vestiti puliti che gli aveva portato la sera prima ancora appesi sul filo dove li aveva lasciati. Nonno Tommaso era morto”.

“Scrivi, scrivi”, mi incalza zia Velia come se parlasse con qualcun altro, “poi ci fai leggere il libro”. Sembra facile seguire i fili della memoria di ogni persona intervistata.

“Sono stanca ora, voglio riposarmi”.

“Vuoi che ti accompagni su zia?”.

“No no, non ti preoccupare figlio mio, voglio solo chiudere un po’ gli occhi qui sulla poltrona”. Forse è infastidita da zia Bettina che ogni volta la interrompe per dire la sua.

“Vieni Vincenzo, ti faccio vedere le foto di quegli anni”, zia Velia mi trascina nell’altra ala della casa che è un altro appartamento, sembra che abbia letto il mio pensiero e non voglia che mi intrometti nei loro rapporti con zia Bettina. “Questo è papà Alfredo con la mamma nel ’28, guarda che bel portamento aveva la mamma”, non assomiglia affatto all’altra foto che la ritrae abbottonata in un vestito austero, il corpo e il viso tondi. “Qui ci sono io nel ‘59”, è una Velia che veste pantaloni mentre è in posa sulla sua Vespa 125. Uno scandalo per l’epoca, zia Velia è sempre stata un maschiaccio e la ribelle della famiglia, anche quando ero piccolo. Sono infastidito per non poter continuare l’intervista con zia Aida, eppure qualche minuto fa era piena di vigore, sarà la vecchiaia. Mi invitano a pranzo, ma zia Bettina ha già preparato anche per me. È arrivata l’ora di andare, ho l’impressione di non concludere nulla, come se l’incantesimo del racconto si sia spezzato a metà. Mentre cammino a fianco di zia Bettina la frustrazione aumenta, ho paura che quelle domande che mi facevo in Sicilia rimarranno senza risposta. Rientrando in casa mi accorgo di come ci sia mancanza d’intimità qua dentro, tutte le stanze sono comunicanti, chi dorme nell’ultima deve passare tutte le altre per andare al bagno. Altri tempi, un’altra Italia, meno popolosa ma più ammassata, come in Egitto. La pasta è pronta. Sarà l’olio, sarà l’acqua o il sale, ma il sapore è tipico calabrese, quello dei miei ricordi. Finiamo le melanzane avanzate di ieri insieme a dei pomodori spaccati. Mia zia mangia allo stesso modo di mio nonno, anche come impugna la forchetta; mia sorella fa la stessa cosa di mio fratello maggiore: un odioso schioccare del palato per assaporare una pietanza per quanto glielo dica non riesco a toglierle il vizio, ma io sono il fratello che se ne è andato e spesso mi domando fino a che punto ho il diritto di dirglielo. Prendiamo il caffè. Le dico che è bruciato e andando in cucina svuoto la tazzina nel lavandino, mi pento immediatamente capendo che lei l’avrebbe bevuto o magari usato la mattina. Il secondo va un po’ meglio ma forse è tutta la caffettiera da cambiare e non solo il filtro. Dopo il caffè zia mi racconta di mio nonno manesco che la picchiava; che le proibiva di vedere i ragazzi; che da piccolo frignava per avere da mangiare e quando lo otteneva lo scansava disgustato (penso che i bambini siano uguali in tutte le epoche); di come si arrabbiava quando lei s’intrometteva nei discorsi; di come ha allontanato Corrado, lo spasimante suo amico che l’avrebbe sposata. Poi mi racconta di come la casa di suo fratello Felice costruita di sopra alla sua fosse comunicante con una scala a chiocciola, in modo che la madre potesse controllare il figlio e la nuora in ogni momento … le suocere … le barzellette hanno un fondo di verità. Lo dice con così tanta naturalezza da rendere il fatto così naturale.

“Ho bisogno di prendere un po’ d’aria, vado a fare una passeggiata verso il cimitero. No, no zia, non c’è bisogno che vieni, fa troppo caldo”. All’altezza del campo sportivo chiedo a una signora dove è il cimitero. Me lo indica ma mi avverte che oggi è il giorno di chiusura. La saluto buttandomi a capofitto tra i vicoli medievali. Arrivo alla casa del barone Bevilacqua dove il mio bisnonno Francesco lavorava. Una placca dice che Garibaldi sostò in questa villa il 28 agosto 1860: insieme ai percorsi di mio nonno mi accorgo di stare ripercorrendo le orme dei Mille! Mi piacerebbe entrare ma il palazzo è diventato della Sovraintendenza e non si vede l’ombra di nessuno in questo caldo afoso d’agosto. Le pareti di alcune case sono rivestite di pietruzze e calce mentre altre vestono un intonaco nuovo. Balconcini con inferiate bombate, i tetti spioventi, i vicoli stretti, forse per dare più frescura d’estate e più calore d’inverno, a discapito della privacy. Una volta un camino doveva bastare per tutte le stanze. Passo davanti all’abitazione di mia cugina Giovanna, in un certo senso anch’io mi sento di casa qui a Curinga. Un’altra targa ricorda il medico del paese morto nel 1907. Allora medici e maestri erano gli unici ad aver studiato. Arrivo nella stessa piazzetta del palco. Ritorno a casa delle zie, magari Aida si sente meglio. È a letto. M’intrattengo con Elisa e il marito di Maria. C’è anche Franco, stasera parte per Soverato con la sua famiglia. Torna domani sera. Con mio zio Bruno decidiamo di andare a cena fuori. La casa delle zie è sempre stato un porto di mare amichevole, un rifugio confortevole per chiunque passasse in strada; loro sono parte del paese, una pietra miliare insieme a loro padre che avrà fine con la loro morte. Per quale motivo non si sono sposate? Eppure avevano tutto, cosa le ha intrappolate? Vado a prepararmi per la cena. Zia Bettina si unisce a noi con grande dispiacere di mio zio Bruno. Ho deciso che domani andrò al mare con loro. Mi sembra di essere risucchiato in un vortice più grande di me che non avevo previsto: gli obblighi famigliari, gli stessi per i quali un arabo quando torna a casa deve visitare tutta la famiglia: nonni, zii materni e paterni, nipoti, bisnonni, prozii … gli stessi per i quali mio fratello ed io facevamo i ribelli durante l’adolescenza e a cui ora sono costretto a sottostare. Senza un mezzo di locomozione mi sento incastrato in questa realtà, sul cucuzzolo di questa collina.

La cena scorre veloce, più veloce del previsto. Solo un attimo mia zia Bettina sembra voler salutare l’assessore regionale o comunale che è seduto pochi tavoli più in là. Mio zio Bruno trattiene il suo servilismo; a cosa le serva armai a ottantasei anni suonati neanche io lo capisco, la forza dell’abitudine mi dico. Se solo accadesse, che mia zia veramente vada a salutarlo, lui metterebbe il suo sorriso politico di facciata per poi immergersi di nuovo nel pessimo soté di cozze e ridere di lei con i suoi commensali tra un bicchiere di vino e l’altro. Il cibo è scadente, mi domando se in inverno con meno turisti sia la stessa cosa oppure il mio palato è diventato più raffinato di quello dei miei zii? Viaggiando si può imparare molto. Torniamo a casa. Mentre spengo l’abat-jour mi auguro che domani sia un giorno più fortunato …

Giorno XI …

Dopo la colazione preparo le cose per il mare. Se continuo così invece di trovare il bandolo della matassa, il gomitolo si aggroviglierà ancora di più; vorrei essere già a Roma con la mia famiglia, almeno se proprio devo sottostare a delle regole loro sono le persone che amo di più, sarà per questo che non mi mettono mai i bastoni fra le ruote. Sotto questo aspetto sono fortunato. Mi faccio tutta la strada fino a dove alloggiano i miei zii di Cerveteri. Maria e la sua famiglia sono già partiti questa mattina presto, solo la figlia minore è rimasta per un amore di gioventù che sembra più importante del resto del mondo. Per la classe media l’amore sembra la soluzione a tutto, lo slancio estemporaneo che fa dimenticare il resto, l’emozione dell’attesa, il sussulto per un bacio, per le lingue che s’intrecciano e le salive che si scambiano caratteri … gli ormoni non appartengono a nessuna classe e nessuna età. Saliamo in macchina. Daniel è sempre appiccicato a me, mi sono abituato a sentirmi chiamare zio e devo ammettere che mi piace. I bambini creano tutto un loro mondo immaginario finché qualche adulto non scardina le loro sicurezze e incanala le sue decisioni su altri binari.

Mio zio Bruno mi descrive tutti gli intrighi dei parenti calabresi, la spartizione delle varie eredità, degli odi tra le zie e tra i nipoti, i loro contrasti … non penserei mai di defraudare i miei fratelli e credo neanche loro, da quando è morto nostro padre è come se un patto di sangue sia stato firmato senza che nessuno dicesse mai una parola, forse sarà proprio per l’educazione che ci ha dato nostro padre, un po’ militare e un po’ corporativista. In fondo era il suo lavoro e ognuno se lo porta sempre dentro le mura domestiche; lui non mandò mai mia sorella a studiare pianoforte al conservatorio di Roma, lei poteva stare dalle zie, il rifiuto fu categorico e mia madre lasciò correre. Ora mia sorella è diventata fisico con cento dieci e lode e lavora come ricercatrice all’università di Viterbo. Una decisione e cambia completamente il corso della vita di un bambino. La macchina ridiscende i gomiti asfaltati della collina fino a quando il mare scompare dietro la vegetazione per poi riapparire tra i fusti di una pineta. Parcheggiamo. Quello che mi piace del sud Italia è che oltre le costruzioni selvagge anche la natura è rimasta tale.

La strada che normalmente prende mio zio per andare al mare era interrotta, così siamo dovuti passare da un’altra parte ma non siamo riusciti ad arrivare al solito posto dove erano andati gli altri giorni con Franco, Giovanna e il resto della troupe famigliare. Siamo in uno stabilimento. Al primo bagno ritorno a riva spaventato dopo essermi ritrovato davanti per la scarsa visibilità una medusa grande come due palloni di calcio. Credo che a Daniel gli sia caduto un mito, ma gli eroi per fortuna esistono solo nelle guerre … Facciamo una passeggiata e ritroviamo mia cugina Giovanna con i figli e suo marito Achille. Facciamo un bagno insieme a Daniel e i cuginetti Felice e Giuseppe. Mi metto a giocare con loro nell’acqua come se avessi la stessa età, coetanei di una mia infanzia che non vuole terminare. Dopo una certa quantità di anni sulle spalle non è forse il rincorrere la gioventù che assilla i nostri pensieri? Perché allontanarla quando per un momento la si può vivere di nuovo? Il sole è cocente mentre corro sulla battigia per raggiungere Daniel e mia zia Mariuccia che mi hanno preceduto per ritornare allo stabilimento. Fino a quando il mio corpo funzionerà? Torniamo a Curinga. Mangio con i miei parenti cerveterani nella casetta in cui alloggiano, per un vitto ancora più famigliare, la sorella di mamma rimane sempre la sorella di mamma. Qualcuno ha messo delle cassette di legno con su dei pomodori a essiccare, le montagne sono verdissime, un ragazzo dipinge una scritta con una bomboletta spray nel suo garage, una moto rompe il silenzio della siesta, poi tutto tace; un gatto si ferma in mezzo alla strada, guarda indietro come se mi avesse scorto per poi proseguire. Qui vicino c’è un’abitazione che conosco dove ho ambientato una parte del nuovo romanzo. È incredibile come la fantasia sopperisca alla mancanza di informazioni rendendo tutto così reale, è incredibile come stando al Cairo possa scrivere di questo posto.

Il giorno passa lento. Nel tardo pomeriggio Pietro viene a casa di zia Bettina a portarmi le foto di Curinga antica che scarico sul mio portatile. Quante emozioni possono trasmettere delle immagini in bianco e nero di persone mai conosciute. Memoria storica, cronaca fotografica di uno spaccato italiano che sembra così lontano e che io ritrovo spesso al Cairo con le sue contraddizioni di megalopoli-villaggio. Vedendo i loro volti e sorrisi immagino storie oltre la pellicola elettronica. Scorrendo le centinaia di foto di generazioni passate è arrivata l’ora della cena. Oggi andiamo a Pizzo Calabro.

Franco guida la carovana di tre macchine. Parcheggiamo nella parte alta ridiscendendo a piedi i vicoli di queste roccaforti meridionali costruite tutte in salita. Arriviamo fino a piazza della Repubblica, una distesa di tavolini dei bar all’aperto per degustare il famoso gelato di Pizzo. Andiamo in un ristorante dietro il Castello dove fu imprigionato Murat. Da seduti si possono vedere le luci della costa che disegnano l’ansa di terra che da Vibo Valentia arriva fino a Tropea. Prendiamo tutti una pizza e una birra anche se il menù offre molti piatti all’apparenza deliziosi, solo che si è sempre trasportati dalla volontà degli altri, spesso sentirsi ospiti può essere fastidioso. Le onde del mare accompagnano i sapori italiani, per quanto sia una realtà che m’imprigiona è anche una realtà che mi vizia e è piacevole rilassarsi in buona compagnia e alla vista sul Tirreno. Andiamo a un bar a mangiare il gelato. Ordino il tartufo di Pizzo che l’ultima volta che sono venuto con la mia ex-moglie ho snobbato. La zie mi hanno “perdonato” il divorzio perché in fin dei conti mi sono sposato solo in comune, quindi agli occhi di Dio rimango sempre un’anima integra. La goccia di cioccolato rinchiusa nella noce di vaniglia e gianduia è qualcosa che attiva le cellule sensoriali nel cervello e nel palato. Le chiacchiere scorrono via. Avrei voluto rimanere più tempo in Calabria per andare a Tropea e tornare di nuovo qua a Pizzo, ma da solo, prendendo un bus. Per quanto possa sembrare strano questo mezzo è il migliore per uno scrittore: posso vedere, scrivere, bere, mangiare, parlare … mentre la macchina mi rende schiavo della guida. Facciamo una breve passeggiata tra i negozi che si affacciano sul corso principale che non è altro che un vicolo più grande degli altri. Per ritornare alle macchine c’intrufoliamo tra le case e gli angoli da dépliant Alpitour. Sarei in grado di vivere in questo paese? Forse Marsala e Agrigento, ma Pizzo mi sembra troppo piccola e isolata d’inverno.

A Curinga continuano i festeggiamenti per la sagra. Credo che in queste occasioni i bambini dimenticano i gameboy e si ritorna indietro in un tempo che neanche sanno che sia esistito. La comitiva si sfalda, vanno tutti a dormire e rimango solo. Cammino in mezzo alla gente sentendomi a disagio, se fossi uno sconosciuto non avrei problemi, ma qui tutti mi conoscono anche se non mi salutano, sanno a quale famiglia appartengo. Non mi va che mi compatiscano o giudichino. Vengo risucchiato nel gioco e nelle regole di Curinga. Dovrei cercare una calabresella dalle gambe affusolate come la siciliana di Pietrosino … ancora ritorna in me la giovinezza che emanava il suo corpo, mischiata a una passione sicula tutta da scoprire … solo una calabresella o una compagna mi farebbero sentire a mio agio in questo territorio ostile conosciuto dall’infanzia, un territorio che ti osserva e fa le sue congetture, che costruisce la tua figura fuori da te stesso, così cammino con accanto un altro me che non conosco ma che a Curinga conoscono tutti. Porto a letto me stesso, l’altro me, la calabresella e la siciliana tra il russare di mia zia. Mi lavo i denti, quanti volti ci sono nello specchio? Ripenso al corpo della siciliana, a quanto la mia giovinezza sia appassita per quanto cerchi di mantenermi in forma: la condizione di inesperienza dei venticinque anni, la convinzione di poter spaccare il mondo rendono il corpo e la pelle risplendere di una lucentezza interiore inconsapevole … mia zia oltre che a russare incomincia anche a parlare nel sono …

Giorno XII …

Mi sveglio presto oggi, ho dormito malissimo, mia zia ha sputato tutto il suo rancore sulle cugine durante il sonno. Per un momento nella notte ho creduto che fosse nell’altra stanza con gli occhi sbarrati. Prima di prendere sonno ho immaginato che mentre dormivo venisse a piantarmi un coltello da cucina nel petto come nel film “Psycho”, forse ho visto troppi film americani da piccolo. Zio Bruno mi ha detto che zia Bettina si dimentica facilmente delle cose, a volte mi sembra che abbia come uno sdoppiamento della personalità, un’ossessione che attende il momento dell’attacco. Ieri pomeriggio zia Elisa mi ha dato la macchina per andare a prendere l’acqua alla fonte. Così mi sono portato i piccoli Daniel e Felice più zia Bettina con le sue cassette di bottiglie da riempire. Siamo andati alla sorgente; i bambini si sono messi a mangiare le more finché non sono riusciti più a raggiungerle. Su suggerimento di Felice siamo andati a raccoglierne delle altre a Rupa, un appezzamento di terra in comune tra tutte le nostre famiglie inclusa la mia. Abbiamo raccolto i fichi e le more. Al ritorno zia si raccomandava di non dirlo alle cugine per questa sortita fuori programma. Le ho risposto che non avevo niente da nascondere e che non c’era niente di male, e poi come fermare la lingua dei bambini? Dopo aver riportato la macchina a Elisa ho accompagnato mio zio Bruno a lavare la macchina al paese vicino di San Pietro a Maida. Al ritorno a casa di zia Bettina c’era Giovanna, entrambe scure in volto. Ho chiesto a mia cugina il suo parere sulla riforma scolastica in atto visto che lei è maestra. Ha risposto con una certa durezza e irritazione che pensavo fosse diretta contro il ministro dell’educazione. Sono andato a farmi la doccia velocemente e a vestirmi. Ho salutato zia sentendomi in colpa per non poterla portare con noi a cena a Pizzo. Arrivato dalle zie, Rosi e zia Mariuccia si sono affrettate a domandarmi cosa mi abbia raccontato zia Bettina. Io non capivo. Mi raccontano che nel pomeriggio zia era andata dalle zie e aveva litigato con le due maggiori. Aveva appellato zia Velia con i peggiori impropri da donna di basso borgo, non contenta poi, dopo essere stata cacciata di casa, era ritornata con l’intenzione di picchiare Velia, questa in gioventù avrebbe tenuto testa anche a un uomo, ma ora, che piegata sulla proprio schiena, è facile vittima di chiunque. Mia zia Mariuccia e Elisa a stento sono riuscite ad allontanarla. Così la notte passata mi ha fatto vivere tutti i rancori che porta dentro dalla gioventù nei confronti delle cugine sempre agiate. Pensare che invece potrebbero passare la vecchiaia aiutandosi l’una con l’altra, ma i risentimenti che si portano dentro hanno radici troppo profonde. Inzuppo il biscotto nel cappuccino che sa di bruciato, gli occhi che mi cadono nella tazza per il sonno concitato.

Vado a casa delle zie dove ogni mattina mi ritrovo con mio zio Bruno per andare al mare. Cammino come uno zombi tra le strade del paese. La porta è aperta, come al solito, anche dopo la bufera. Zia Aida è seduta sulla solita poltrona. Tiro fuori l’agenda con la penna. Lei mi racconta che dalla Calabria mandavano pacchi di viveri a Marsala, non perché se la passassero male, ma era parte della cultura. Suo padre Alfredo portò a Marsala suo cognato Francesco e nonno Tommaso, avrebbe voluto far trasferire tutta la famiglia a Marsala, dove aveva aperto una salumeria, la stessa dove lavorò il piccolo Vincenzo nel 1929 a soli otto anni. Felicia, la moglie di Alfredo, prese la nefriti dopo il parto di Elisa, lui fece arrivare un medico specialista da Palermo pagando per quei tempi l’astronomica cifra di cinquemila lire. Ma le prescrizioni non sortivano effetto, quindi la portarono in Calabria su consiglio del dottor Ferrero di Curinga. Secondo il medico la malattia si poteva debellare solo in un ambiente famigliare congeniale, aria buona, latticini e zucchine bollite. La poveretta si stava rimettendo ma si ostinò a fare un bagno caldo che la portò a un peggioramento e poi alla morte. Zia Aida mi dice di come si ricorda della madre affacciata sul balcone di casa il giorno 8 settembre 1930, durante la festa della Madonna del Soccorso, ci tiene a puntualizzare. Alfredo era tornato a Marsala per continuare il suo lavoro. Un sera aveva a cena compare Fontana con Stellina. Leggeva una lettera della moglie che lo ringraziava per tutto quello che aveva fatto per lei “… solo Dio saprà ricompensarti …”. Durante la cena Alfredo ricevette un telegramma urgente che richiedeva la sua presenza a Curinga, la moglie era peggiorata. Partì la stessa notte. All’arrivo Felicia era morta. Zia Aida torna un po’ più indietro nel tempo, di nuovo a Marsala dove andava a fare la spesa; come aveva iniziato la scuola da poco, si fermava in strada a leggere i cartelloni pubblicitari. Così la madre mandava l’altra figlia a cercare la sorella; Velia vedendo la sorella concentrata nella lettura, tirava dritto e andava lei a fare le compere. Al ritorno i genitori le domandavano se avesse incontrato la sorella e lei rispondeva con “Bam, bom bù”, che voleva dire sta leggendo. Così Alfredo quando abbracciava Velia le diceva sempre “Piccola bam, bom bù”. Chissà se dopo la morte della moglie cambiò o continuò a essere affettuoso … Zia Aida andava a scuola dalle suore del Sacro Cuore, la sua insegnante era suor Emanuela, andava a lezione con un cestino con sopra disegnate delle violette per distinguerlo da quello delle altre … È incredibile la precisione dei dettagli. Anche Andrea Candela riavvolgeva alla rovescia la pellicola della sua vita allo stesso modo. Un ombra si pone sulla porta. È mio zio Bruno. “A Vincè, ma ancora non sei pronto?”.

“Sì zio, possiamo andare”.

“Tanto veniamo a pranzo qua, puoi continuare dopo”. Saluto zia Aida con due baci sulle guance. Il suo sguardo è provato ma soddisfatto, come se una luce si sia riaccesa in lei. Lascia andare le sue mani ossute dal mio viso. Andiamo al mare. La macchina profuma e il sonno per il momento è andato via. Mi dispiace per Daniel quando mi accorgo di essermi dimenticato gli occhialini da piscina da fargli usare al mare. In spiaggia ci siamo solo noi, piazziamo l’ombrellone e poi vado a farmi una nuotata a largo. Supero l’ultima boa che segnala i trecento metri dalla costa. Penso al racconto di mia zia, in ogni sua parola c’erano incastrati i personaggi del mio secondo romanzo, tra la finzione e la realtà ci sono molti spazi vuoti, ma i suoi racconti li conoscevo da parecchio tempo. Nuoto indietro evitando qualche medusa, oggi la visibilità mi permette di vederle prima di sbatterci il muso. A pochi metri dalla riva sul fondo vedo qualcosa che sembra una lattina di aranciata, invece è una maschera da bambino. Oggi è il giorno fortunato di Daniel. Sono arrivati tutti a quest’ora: Franco, Rosi, i loro amici di Bergamo, Giovanna, suo marito e i figli. Mi vado a sedere accanto a Rosi. Mi parla di un marito assente, dei figli presi dai loro impegni, mio nonno e il suocero che la adoravano … il suo tono non è più incazzato come quello di un tempo, però la sua solitudine non è stata riempita. Forse anch’io tra non molto sentirò la mia vita scivolare via dalle mie dita. Andiamo via prima degli altri per non far attendere le zie. Osservo per l’ultima volta questo tratto di spiaggia. Per un momento cerco d’immaginarmela senza niente, inizi ‘900 come le foto di Pietro: i curinghesi scendevano qui costruendo capanne di paglia e gli uomini indossavano turbanti tanto da sembrare arabi, era per evitare le insolazioni, le donne completamente vestite in una sorta di burkini calabrese … negli anni quelle capanne sono diventate baracche di legno, ora sono dei veri e propri stabilimenti balneari.

A casa delle zie la tavola è già imbandita. Zia Elisa e zia Velia insieme a una vicina si sono adoperate nel fare le crocchette di patate, o “braciolette” come le chiamano qua, una pasta al burro e salvia, carne e mille contorni mediterranei. Siamo nella casa dabbasso, che alla fine è un appartamento di 100 m ² con vista panoramica sull’altra montagna, sulle pale eoliche e sul mare. Lavate le stoviglie vanno tutti via a fare un riposino. Rimaniamo solo zia Velia ed io.

Lei è distesa sull’altro divano accanto al mio con la spensieratezza e il modo di fare di una giovane che posa per un pittore famoso, una giovane che stuzzica e gioca con gli uomini. Inizia dalle Piccole Italiane. Al Sabato fascista fatto di ginnastica e marce, alle parate di fronte al Duce, a quando tornò tardi da una di queste e il padre la sgridò perché le ragazze non dovevano tornare tardi; alle permanenze sui monti delle Giovani Italiane con le coperte dei militari piene di pidocchi. Ai sedici anni quando le ragazze incominciavano a avere esigenze diverse: tacchi a spillo, trucco, permanente, cappellini, calze … si voleva puntare in alto, migliorare la propria estrazione sociale, il proprio tenore di vita. Si ricorda di quando conobbe mia nonna venuta dal Nord che indossava un cappellino delizioso e elegante … Zia Velia studiò solo fino alla quinta elementare, a quel tempo non era concesso a molte donne di studiare e uscire di casa. A venticinque anni lavorava lavando lenzuola, cucendo e ricamando il corredo per le famiglie più agiate. Di nascosto dal padre però si preparava agli studi di terza media. Fece gli esami nello stesso istituto dove Alfredo insegnava musica. Quando la vide le disse: “E tu che ci fai qui?”. Era contrario ma non poté impedire che fosse promossa. Dopo s’iscrisse alla scuola per ostetrica a Messina. Allora vivevano a Nicastro e ogni giorno per il primo anno doveva frequentare attraversando lo Stretto. Studi di anatomia e fisiologia, lei si toccava le dita, le ginocchia e il corpo per ricordarsi i nomi delle parti anatomiche. Al terzo anno doveva assistere i dottori esperti per fare tirocinio. Lavorava tutte le festività anche Natale, Capodanno, Pasqua … per imparare il più in fretta possibile: donne pre-parto, malati terminali, qualsiasi posto in cui c’era bisogno.

“Nonno Vincenzo non voleva che Corrado facesse la corte a zia Bettina perché uscivano insieme in cerca di ragazze, sapeva che carattere avesse e non voleva che sua sorella fosse disonorata, altrimenti nessuno l’avrebbe più maritata!”. Corrado lo chiamavano Rodolfo Valentino, ma per zia Velia era troppo effeminato, non le piaceva. Sposò un’americana e non si seppe più nulla di lui. Però a quattordici anni zia Velia entrò in camera da letto del padre e sorprese Corrado con i pantaloni bagnati e mia zia Bettina appiccicata alla parete impaurita. Mi domando fino a che punto sia vero o se Velia voglia solo infangare la cugina. Non capiva allora. Andò da una vicina, questa le disse “… il ragazzo ha raggiunto quello che voleva”. Zia capì solo dopo.

“Nonno Vincenzo si era innamorato di donna Filumena, aveva degli occhi azzurri come quelli del mare, capelli lunghi castani”. Dai racconti di mio nonno so che fu la prima donna che baciò. Zia Velia continua il suo racconto. Filumena era figlia di carbonari e i Pomparelli non potevano sposare una di basso borgo. Così mio nonno decise che se non avesse potuto sposare lei, se ne sarebbe andato da Curinga. Partì volontario militare qualche anno dopo, questo me lo disse lui. Ora i fili s’intrecciano e i nodi vengono al pettine, la matassa si va sbrogliando.

Nel 1956/7 zia Velia comprò la Vespa, circa sessantacinquemila lire. Al municipio di Curinga un amico, Torquato Ferrero, le aveva consigliato di comprarla per poter lavorare meglio. Era levatrice e doveva andare in tutti i paesini nei dintorni a far nascere i bambini. Sulla strada che va verso San Pietro a Maida le insegnò a portare il motociclo. Cadde una volta e si ruppe il fanalino, arrivarono fino a San Pietro per comprare uno nuovo e montarlo una volta di ritorno a Curinga. Così arrivo il giorno speciale in cui dovette rompere il ghiaccio e iniziare a guidare davanti ai propri compaesani. Per evitare che le cosce le si scoprissero quasi non entrava dentro il negozio di alimentari con tutta la Vespa. Me la immagino tutta impettita che se ne va dal sarto a farsi cucire tre paia di pantaloni: “Uno di velluto a righine, uno a Principe di Galles e uno a pois. Scarpe? Delle semplici ballerine”. A diciassette anni un ragazzo le faceva la corte; una vicina più grande di lei le domandava spesso di lui. Al mare, quando c’erano le baracche, andavano su materassini di legno o sulle camere d’aria dei trattori. Il giovanotto in questione mise incinta la quarantenne attempata e dovette sposarsela. Dopo un certo periodo, un altro a Nicastro iniziò a farle la corte. Lei rimaneva sempre fredda all’inizio soprattutto per il ricordo dell’altra esperienza. Con il tempo la cose andavano abbastanza bene così venne il giorno che andò a Curinga a trovarla. La sorella maggiore gridò allo scandalo, che non era possibile perché la gente avrebbe parlato male, che si disonorava la famiglia … con il tempo lui non venne più a Curinga finché non si sposò con un’altra donna …

Il pomeriggio è andato. Chiudo l’agenda. Torno a casa di zia Bettina a preparare le valigie.

Giorno XIII

La mattina partiamo dopo aver fatto il giro di tutti i parenti per salutarli. Le montagne della Sila e il mare scorrono sul parabrezza. Ascolto Caruso di Lucio Dalla. Mio zio è preso dalla strada, mia zia dietro gioca con Daniel. Ripenso a ieri, al pranzo e alla sala hobby delle zie con quella stupenda panoramica. Forse è per quello che zia Bettina serba tanto rancore; lei è dovuta crescere senza un padre, quando la donna aveva un ruolo di secondo ordine nella società. Così mi spiego i capricci di mio nonno, la sua ribellione, il suo dolore, l’essere stato manesco con tutti, il fronteggiare la madre in segno di sfida … ora quell’anziano smette di essere mio nonno per un attimo, lui è Vincenzo Pomparelli, con la sua vita fatta di fallimenti e successi, amori, scappatelle, musica, moglie, figlie, lavoro, guerra, fuga … un altro uomo. Fino a arrivare a me, fino a ridiventare mio nonno sotto una veste differente. Ognuno deve affrontare la vita per quello che gli riserva, attraverso mia zia Bettina, Aida, mio nonno, Andrea Candela, Stefano Reina, Ornella … ho imparato che i bambini fanno i bambini in ogni epoca e gli adulti guardano il loro tempo che fu come qualcosa di ormai perso; che quando l’ultimo dei nonni muore un periodo della propria vita si chiude. Io posso considerarmi fortunato per averlo vissuto, altri sono stati strappati alle loro radici e alla loro terra, purtroppo questo è un ciclo che si ripete dalla notte dei tempi, la globalizzazione di certo non aiuterà, il progresso di certo non aiuterà … forse è giusto guardare un pò più a fondo dentro noi stessi. Passiamo il confine tra la Calabria e la Campania, tra qualche giorno rivedrò il Cairo.

Categories: Giorni Siciliani
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