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Archivio per la categoria ‘Impressioni mediorientali’

Impressioni Mediorientali …

La seconda “pirlata” l’ho fatta ad Arsuz, in Turchia. Il giorno prima avevo contrattato con il padre del ragazzo che mi sta davanti per 15 TL turche a notte, e pensare che nella bettola dove avevo dormito la notte precedente ad Antakya, avevo pagato lo stesso prezzo! Quello di due sere prima sicuramente mi aveva fregato. Era troppo bello pensare che anche al sud della Turchia i prezzi fossero come quelli egiziani. 50 TL mi ha sbattuto in faccia il ragazzo alla reception dell’hotel Yunus di Arzus. Così mi spiego il motivo per il quale il padre del ragazzo ieri continuava a dirmi: “Domani, paghi domani”; che fesso! Lui non ci sarebbe stato e sarei stato costretto a pagare la cifra chiesta a suo figlio. È perché non ho le palle!

Dopo aver pagato con la visa, sono ritornato alla reception e ho cercato di spiegare tutto al ragazzo. Lui continuava a dirmi  che suo padre era all’ospedale, che non poteva chiamarlo, faceva il segno della flebo, come se fosse sdraiato sul letto …

… tramite lo sguattero cinquantenne dell’albergo che ha lavorato in Arabia Saudita riesco a fargli tradurre tutto il mio ragionamento: suo padre mi ha ingannato dal giorno prima, dicendomi un prezzo per un altro! Con la faccia piena d’orgoglio mi richiede la mia carta visa di nuovo e la fa scivolare dentro l’incavo del pagobancomat. Digita alcune cifre e mi restituisce   una ricevuta per lo storno. La guardo. Tutto è scritto in turco ma la cifra di 50 TL è ben evidenziata. Sono un po’ scettico, però la prendo. Mi fa segno che tutto è a posto, che me ne posso andare con buona pace mia e della reputazione di suo padre. Dovrei scrollare le spalle, ringraziare e andarmene. Invece non ci sto, messo alla berlina come un normale pezzente, da un bifolco dalla faccia tonda e rossa, neanche per sogno. Esigo di pagare i 15 TL che avevo pattuito con suo padre. Il ragazzo mi taccia in maniera spocchiosa con una faccia tra il disgustato e l’offeso. Allora gli offro di pagare 30, una cifra che reputo idonea per entrambi, anche perché quest’albergo non è il buco infido dove ho dormito ieri sera. I tratti sul suo viso si fanno più rilassati. Prende la banconota da cinquanta e mi restituisce il resto. Ringrazio con un sorriso a trentadue denti sia il ragazzo che lo sguattero turco. Mi affretto per prendere il primo minibus per ritornare a Iskandarun.

Le differenze tra la Siria e la Turchia si notano già al primo paesino a pochi chilometri dal confine: le case hanno quasi tutte intonaco e balconi,  le strade per la maggior parte asfaltate. Sebbene sia un piccolo paese, a Kavalcik non c’è sporcizia sui marciapiedi e nei vicoli; le macchine sono Fiat, Mercedes, Renault, Wolswagen e qualcuna giapponese o coreana; i negozi sono puliti e ben organizzati con vetrine e cartelli pubblicitari ben in ordine, niente a che vedere con l’ammassamento di annunci che c’è in Egitto e in Siria: siamo già in Europa. Soliman, l’autista della Fiat Multipla è turco, parla l’arabo saudita, ha lavorato a Riad per anni, è stato diverse volte in Egitto, è l’unica persona che capisce il mio egiziano, con gli altri passeggeri una barriera che rompiamo solo gesticolando.

Il viaggio da Aleppo è stato lungo, ci siamo fermati più volte. La prima in un piccolo villaggio per comprare un secchio (sì, proprio un secchio!) da 5 kg di yogurt di campagna fatto dal contadino, dove i microbatteri che arricchiscono la flora intestinale sembravano rincorrersi sulla superficie, quasi volessero saltare fuori dal bordo. Lo strato superficiale sembra diventato panna, mentre Soliman lo porta a spasso avrei voglia di affondarci le mani e assaggiarlo per quanto è invitante. In macchina offro i felafel che ho comprato anche agli altri tre passeggeri, in meno di cinque minuti sono finiti. La seconda sulla strada verso la frontiera dove hanno comprato dei cocomeri in uno di quei rivenditori ambulanti sul ciglio della strada. La terza in un piazzale a ridosso di colline dove non ci sono nient’altro che  negozi, a comprare dolciumi, tè, pomodori e banane. La quarta al Duty Free siriano a fare il pieno di sigarette e whisky. Come mi aveva chiesto uno dei passeggeri dico a Soliman che se vuole può comprare delle stecche in più, alla dogana turca posso dire che sono le mie. Mi ritrovo con tre cartoni di tabacco nello zaino. Dimenticavo, c’è stata un’altra volta in cui ci siamo fermati, una quinta (ma forse era tra la terza e la quarta) a fare benzina, il pieno ovviamente, perché in Siria il litro vale tre volte di meno che in Turchia … come del resto tutto quello che hanno comprato prima di attraversare la frontiera.

Al primo paesino turco, Kavalcik, facciamo il trasbordo su un minibus; con l’aria spaesata scendo dalla macchina. Soliman mi dice che ha pagato lui il bus, vive qua vicino e non ha voglia di proseguire, alla sua età non avrei neanch’io voglia di continuare il viaggio. È Ramadan e la famiglia sarà contenta di vedere il nonno portare tutti quei doni come se fosse uno dei re magi; con il pieno di benzina e con tutte le cose buone a basso prezzo avrà risparmiato dieci giorni di lavoro di un turco, senza contare le sigarette da rivendere agli amici. Lavorare al confine non è facile, trasportare migliaia di persone da un paese all’altro, volti anonimi che si ripetono, ma non c’è dubbio che si fanno buoni affari; i rischi con la polizia doganale attutiti da qualche mancia scivolata in una stretta di mano, tutti i poliziotti sanno, ma nessuno si lamenta perché ognuno ha la propria cerchia di clienti.

Il minibus mi porta alla città di Antakya. Siedo accanto al ragazzo che era sul taxi con me da Aleppo. Ci capiamo a gesti, non spiccica una parola di inglese, per fortuna che il mio amico Amir a Damasco mi ha detto che qui parlavano anche arabo! Mohamet, così mi sembra che si chiami, mi accompagna ad un albergo economico che gli ha indicato Soliman, una volta arrivato ho perso la mia guida definitivamente senza poterla salutare, sarò solo in balia di me stesso.

La stanza è un buco: un letto piccolo, un lavandino, una striscia di finestra da 20 cm e le pareti parzialmente scrostate dell’intonaco. La prendo, se questa costa solo 15 TL, gli altri mi avrebbero preso molto di più e sono troppo stanco per andare a cercare, voglio fare una doccia e mangiare qualcosa, il viaggio è stato lungo: sono partito questa mattina alle 10:00 da Damasco, ora sono le sette di sera, 700 km circa e un confine da valicare.

Una cosa che ho notato subito dopo il confine, sono le donne, pochissime sembrano portare il velo. Dove sono tutte quelle integraliste di cui parlano i media europei? La gente beve e mangia per strada, il Ramadan qui sembra non esistere, non ci sono facce tirate e stressate come in Egitto. Lì il digiuno d’estate può essere veramente una tortura nel torrido del caldo opprimente del vicino deserto. Sotto questo aspetto l’Islam è molto più vicino all’ebraismo, con una rigidità che noi cristiani d’occidente abbiamo quasi completamente perso e che forse in parte continua a esistere nei piccoli centri urbani, lontano dalle grandi città. Tra le tre religioni, l’Islam e l’Ebraismo danno, almeno per me, sempre l’immagine di un Dio punitore e spietato, capace di bruciarti all’inferno; sarà perché entrambe sono nate e sviluppate nel Medio Oriente, mentre il cristianesimo si è sviluppato e è sopravvissuto in Europa, come se non avesse possibilità di sopravvivenza dove è nato.

Gesù come profeta ha portato la bontà e l’amore per il prossimo, ma sopratutto ha portato flessibilità nel pensiero moderno, e con sé il seme che avrebbe secolarizzato il suo verbo. Sotto questo punto di vista Gesù era proprio all’avanguardia.

Ad Arsuz il mare è pulito con il fondo di sabbia nero. Vado in uno stabilimento che mi ha consigliato il padrone dell’albergo che si è presentato come Mohamed Ali[1], forse perché parlo egiziano (Mohamed Ali, lo stesso che mi ha fatto il prezzo di 15 TL per intenderci!) L’ingresso in spiaggia costa 5 TL, prezzo ridotto, perché Mohamed Ali mi ha dato un foglietto con lo sconto.

La sera passeggio cercando un ristorante dove mangiare del pesce fresco, tra kebab, felafel e donut kebap non so quando avrò un altra chance di mangiarlo. Camminando rimango positivamente colpito dal fatto che sulla costa ci siano tutte abitazioni private; si sente odore di cucinato casalingo, rumori di posate e piatti. Noto, come già avevo visto a Antakya, che i turchi a differenza degli egiziani e dei siriani vivono molto i balconi delle case, per mangiare o solo per chiacchierare nella frescura della sera. Mi fa piacere, forse perché mi avvicina di più alla mia Italia. La terra ai cittadini e non alle grandi multinazionali di resort.

M’immagino che anni fa ogni turco aveva un pezzo di terra e dove ci costruì la sua casa (o seconda casa, un po’ come facevano gli italiani negli anni ’50-60 e che continuano a fare). In questo modo si nota il diverso gusto di ogni persona nel costruire la sua villa la quale non ha niente a che vedere con le SPA. Queste creano solo bungalow omologati di prima, seconda e terza fascia. Un ambiente artificiale e asettico che per certi versi rappresenta il futuro nella proiezione di molti occidentali. È per questo che avverso (se non proprio odio) i compound di cui il Medio Oriente è costellato, seguendo quella che è la vetrina artificiale di Dubai.

Di compound l’Egitto ne è pieno, sopratutto sulla costa; la Giordania ne è piena, in particolare Amman; mi accorgerò che la Turchia non è da meno (fortunatamente la mia amata Siria ne sembra momentaneamente esclusa). I compound sono quartieri privati circondati da una recinzione che spesso consiste in alti muri, un cancello o una barra all’entrata con portieri che controllano 24 ore su 24 chi entra, vie tutte pulite e casette all’americana tutte uguali dove si personalizzano i colori e i giardini, un po’ come fanno i bambini quando devono colorare un disegno prestampato. Qui la sicurezza è privatizzata, il vivere insieme è regolarizzato da norme dettate dalla comunità privata e dietro il pagamento di un canone mensile, annuale o vitalizio (come in un grande condominio allargato a dimensione di rione).

Il senso della comunità è privatizzato e l’esclusione è la regola, chi è povero, o non può permettersi la retta, è tagliato fuori. Ma non è tagliato fuori solo da questa comunità privata, ma anche dalle possibilità che la società può dare, perché se un povero rimane povero (e spesso con basso livello di educazione), fornisce manodopera a basso costo. Il muro contiene il senso della separazione e dell’esclusione, non c’è scambio di idee, non c’è comunicazione con l’esterno se non quando si esce in auto, non esiste una parola se non quella dettata dalla comunità-quartiere omogenizzata e appartenente alla stessa classe. Lo scambio avviene dei limiti stabiliti dal muro e tra persone che la vedono alla stessa maniera, una micro-corporazione autarchica.

In questo modo la società come è stata intesa fino ad ora fallisce e viene rivoluzionata in una concezione limitata ed elitaria del senso comune. È simile a un ritorno alla comune o alla signoria in Italia nel tardo Medioevo, solo che allora erano le mura cittadine a proteggere i ricchi, poveri, commercianti, braccianti, costruttori, fornai … con i compound è una parte minoritaria della società che si “difende” dall’altra. Su questa base la società si ferma, non c’è sviluppo o evoluzione né idee innovative per apportare miglioramenti se non per una minima parte della società

Teoricamente e tecnicamente la prima messa in atto di un sistema analogo è avvenuta a Berlino con la separazione marcata della città. In quell’occasione c’erano delle condizioni storiche che lo imponevano dal punto di vista sovietico. La seconda è avvenuta in Israele. La costruzione del muro ha di fatto escluso i palestinesi da qualsiasi tipo di innovazione e sviluppo che si produceva nell’area israeliana. I palestinesi erano, e continuano a essere, la manodopera a basso costo che deve passare i check-point giornalmente (metal detector, scansioni, perquisizioni e controllo permessi e documenti) e che permette a Israele di espandersi rapidamente a livello economico-industriale.

L’esclusione e l’emarginazione sono il concetto insito in  qualsiasi muro. È vero che in senso privato, nella singola abitazione o nel condominio, viene accettato, come confine di proprietà privata in cui il singolo cittadino vuole soddisfare i suoi bisogni individuali e condividerli con chi ritiene opportuno e giusto. Questa è un’idea largamente accettata dalla società. Il concetto di compound invece è rivoluzionario e scardina tutta questa visione. Il privato viene inteso come piccola comunità che condivide bisogni ed esigenze identiche, alienando il proprio bisogno personale per “mettersi” a disposizione della piccola comunità-quartiere. Ciò scardina completamente la dimensione e il rapporto pubblico-privato nel senso che è stato inteso fino ad oggi. Sotto certi aspetti l’assottigliarsi dell’individuo nei confronti delle esigenze del compound, assomiglia molto a uno schema classista e settario di una élite che tende a isolarsi. Questo porta ad un’omologazione dei soggetti che personalmente mi ricorda il sistema totalitario-comunista. Se è vero quello che dicono molti, che questa meta è l’idea base del neocapitalismo, o l’obiettivo al quale anela, è curioso come questa visione si avvicini proprio al suo opposto comunista.

Mentre son sul minibus che mi porta da Iskandarun a Gazi-Antep, mi sorge un dubbio. Tiro fuori lo scontrino che il ragazzo mi ha dato questa mattina all’hotel Yunus per restituirmi i 50 TL: è la copia “numero 2” della ricevuta di pagamento! Mi monta su una rabbia, così invece di aver pagato 30 TL per la notte, ne ho pagate 80 invece dei 15 iniziali! Non esiste definizione migliore nel lessico italiano, prestata dal dialetto milanese, di pirla. Sì, perché coglione è troppo generico e poco esaustivo. Pirla invece è colui che crede di essere furbo o intelligente, e invece viene fregato spesso senza che se ne renda conto.

Provo a consolarmi dicendomi che qualcosa di buono mi succederà, che avendo agito in buona fede il destino mi ripagherà, mi pongo in una visione ascetica di remissione distaccata cattolico-buonista. Ripenso alla mia onestà di voler pagare le 30 lire turche. Poi in cuor mio continuo a mandare al ragazzo le peggiori imprecazioni, continuo a mandargli maledizioni dal momento che ho letto “copia numero 2”. Gli auguro dieci anni senza successi economici, di essere insoddisfatto in amore e a letto, di essere emarginato dalla sua comunità di Arsuz … poi riduco la pena a cinque anni, per far pace con il mio lato “cattobuonista”.

Creando i compound, i poveri saranno sempre più marginalizzati. I resort nel Medio Oriente ne sono uno specchio, le loro spiagge sono chiuse da muri che penetrano dentro l’acqua, un chiaro segnale per esortare la gente comune a non entrare. Questo impedimento evidente e esaustivo rispecchia ancora di più la volontà di isolarsi di chi può permetterselo. Questa élite, che con ogni probabilità è la stessa che governa il paese, o la base che la sopporta, non si prende la responsabilità di indirizzare la società verso una visione comune, ma esprime solo la visione di una minoranza autocratica. Il solo permettere l’accesso per il passaggio sulle spiagge dei resort, rispettandone le regole, potrebbe essere da esempio per il passante al fine di fare la stessa cosa nella “sua” spiaggia in base alle proprie possibilità e sensibilizzando gli altri abitanti del quartiere ad un rispetto migliore della “cosa comune”. Comportandosi in questo modo, l’élite si deresponsabilizza anche dal suo ruolo sociale di produrre idee e educare la società.

È vero che in Egitto (ma anche in Siria a Laodicea), gli stessi egiziani non sono i migliori cittadini per prendersi cura della cosa/casa pubblica. Lo dimostra il forte tasso di sporcizia, la fatiscenza del centro cairota, le spiagge trasandate piene di buste e bottiglie di plastica (noi italiani non siamo certo i migliori per dare l’esempio, a parte gli eco-mostri, anche il mare e la battigia non sono dei più puliti), gli chalet da affittare arrivano a ridosso della spiaggia … anche se c’è da aggiungere che spesso dentro gli edifici, gli appartamenti e gli chalet sono ben curati, ma non è raro, anzi, direi la regola, vedere edifici dove ogni appartamento esterno ha un colore diverso dall’altro.

L’aspetto privato ha una forte predominante nel mondo egiziano, per questo sono ben felici di derogare i loro doveri di cittadini e di buona convivenza a ditte private che si occupano del condominio pubblico del villaggio sul mare dove sono proprietari degli chalet (o del compound). Ma fuori dalle mura, ognuno fa un po’ quello che gli pare, senza rispettare le regole di normale convivenza civile. Ciò porta a un accumulo di immondizia ai bordi delle strade e in molti angoli delle città. Non credo che un ricco vorrebbe il suo paradisiaco resort chiuso tra due discariche, perché, dovunque sposterà il suo resort, il povero lo raggiungerà sempre (i banchetti dei re sono sempre pieni di poveri che raccolgono le briciole).

È interessante come gli egiziani, invece di esigere che lo Stato compia a sua volta i suoi doveri verso i propri cittadini, abbiano una totale mancanza di fiducia nell’istituzione statale che li porta ad averne nel settore privato (almeno chi può permetterselo). L’erosione di questo rapporto, conduce ad uno sfibramento del collante che lega i cittadini all’autorità pubblica. Il troppo arroccamento della ricchezza e dei privilegi, lasciando la massa dall’altra parte del muro, corrode lentamente i diritti dei cittadini nel corso degli anni, in modo tale che le nuove generazioni accettino quello che lo stato gli propone nel presente attuale, dimenticando quello che avevano i loro padri. L’evoluzione del diritto non può essere dimenticare il passato.

L’educazione pubblica gioca un ruolo importante all’interno della società, il corpo docente è responsabile delle nuove generazioni e di come queste affronteranno le sfide del futuro, il ruolo dell’insegnante deve essere responsabilizzato e premiato all’interno dello strato sociale e non denigrato come assistiamo recentemente in Italia. L’erosione dei diritti, e conseguentemente della ricchezza soprattutto della classe media, a partire dagli ultimi venti anni, è lampante in Italia. Il bombardamento mediatico e i proclami politici verso un ridimensionamento delle proprie esigente individuali, ha spianato la strada all’attuazione dei dettami neocapitalisti. La differenza rispetto al Medio Oriente consiste nelle modalità di azione che devono essere diluite in uno spazio di tempo più lungo, per disabituare i cittadini ai loro nuovi diritti e doveri.

Il conducente del minibus è simpatico, parla un arabo siriano molto stretto e lo capisco solo sforzandomi molto. Solite domande: di dove sei, chi sei, che fai in Turchia … Il panorama è un avvicinamento alla collina lasciando il mare alle spalle: la terra si fa più arida, le montagne piene di abeti, cipressi, olivi e qualche pino marittimo. Paesaggio molto italiano, forse più arido. Alcune cime sono completamente piene di massi e pietre come se fossero piovute dal cielo durante un ipotetico diluvio universale di un altro tempo.

Arrivati a Gaziantep, il mio proposito di ritornare a Arsuz per riprendere i “miei soldi” è già tramontato davanti alla cartina della Turchia. Infatti decido di rientrare in Siria dalla frontiera a nord di Aleppo attraverso la città di Kilis. Il mio scopo è di visitare almeno un piccolo lembo di entroterra turco per  continuare la mia ricerca-analisi “socio-antropologica” del Medio Oriente e per compararlo con la costa. Spero che al mio rientro in Siria alla frontiera non mi facciano problemi come entrando dalla Giordania alla Siria. Sì, perché in quell’occasione il poliziotto di turno voleva rispedirmi indietro in territorio giordano, diceva che dopo due ingressi via terra il terzo non era così automatico come credevo. Alla fine il superiore mi diede l’ok, però il poliziotto, dopo aver messo il timbro di entrata, mi ammonì dicendomi che non sarei più potuto rientrare in Siria, che sarebbe stato il mio ultimo ingresso. Una cosa è certa, quel poliziotto riuscì a farmi andare storto qualcosa: avevo perso il taxi. Infatti il giovane autista che mi accompagnava, mi lasciò appiedato dopo che già avevo pagato le tasse per il visto. In quel caso non fui un pirla, fu solo un bastardo lui! Così mi trovai un altro taxi che fortunatamente mi chiese solo cinque dollari per portarmi dal confine a Damasco.

Alla fermata dei pullman di Gaziantep sono spaesato perché qui nessuno sembra parlare inglese né tanto meno arabo, già rimpiango Yassir, l’autista dell’altro minibus che mi ha accompagnato fino a qua. A gesti faccio capire all’autista del minibus di andare a Adiyaman che devo ritirare i soldi dal bancomat. Non capiscono mentre io capisco che il bus sta per partire o partirà in meno di cinque minuti. Chiedo se qualcuno parla inglese, si offre una ragazza che dai lineamenti e dal modi di vestire assomiglia molto a una spagnola: viso tondo, occhi larghi e scuri, capelli neri; jeans attillati, maglietta colorata, come del resto il braccialetto di cotone e il nastro intrecciato che porta sui capelli lisci in stile vagamente yippie. Avrà all’incirca ventidue/venticinque anni. Mentre mi parla con il suo inglese stentato, suo padre le è saldamente appiccicato. Strano, se fosse tanto possessivo non la lascerebbe vestire così moderno.

Mi accompagna dentro la stazione degli autobus. Sapevo di dover venire qua, ma lei insiste, inoltre avendola a fianco e sapendo che anche lei va nella stessa destinazione, mi rende più tranquillo, il bus mi aspetterà.

Vorrei mettere la borsa sul retro, ma l’autista mi dice che è impossibile e mi esorta a salire. Vado nei sedili posteriori e capisco il perché: il portabagagli è pieno di scatole di scarpe e ciabatte nuove. Mi farò tutto il viaggio sommerso dall’odore di scarpe appena uscite dalla fabbrica e odore di gelsomino. Non riesco a capire da dove viene questo profumo quando il panorama fuori propone solo campi secchi o appena arati, come gli stessi che si trovano in Spagna sulla strada che va da Valladolid alla Cantabria. Capirò solo tra qualche giorno quando arriverò a Kilis, per il rientro in Siria, lì l’autista di turno mi porgerà una boccetta di fragranza di fiori che ci passeremo tra tutti i passeggeri per profumarci dopo il lungo viaggio.

Nel momento in cui scrivo sono di nuovo a Damasco. Sono nella casa di Amir piena di studenti europei: Iacopo dell’Eur di Roma, Barbara di Parigi, tre inglesi, un tedesco e un iracheno rifugiato che dà lezioni di arabo. Ieri ero in un altra casa, molto bella, antica di circa due secoli ma piena di polvere e di crepe su tutte le pareti, sebbene i suoi marmi bianchi e blu cenere avessero un fascino ammaliante. Lì c’erano Fabio di Agrigento, Joshua dall’Australia ed altri due inglesi.

Parlo con tutti questi ragazzi, vedo le loro vite e speranze scivolare nei loro gesti e atteggiamenti. Molti sono smaniosi come se vogliano spaccare il mondo (Barbara), parlano come gli adulti (sopratutto gli inglesi, e bevono come loro), hanno preoccupazioni (in particolare gli italiani), ma stanno solo costruendo le loro prime esperienze che poi li formeranno. Ad ogni modo per quanto cerchino di studiare l’arabo, sono come sospesi in un limbo adolescenziale che non gli permette di avere un quadro della realtà in cui vivono, questo perché la maggior parte si riunisce tra loro, cercando o creando divertimenti simili a quelli che hanno nei paesi d’origine, facendo in modo di circondarsi da persone autoctone che hanno una visione simile a quella occidentale. Dal ’68 in poi, proprio l’occidente sembra aver creato in continuazione generazioni di adolescenti e ragazzi viziati che girano alla ricerca di un qualcosa che difficilmente troveranno: la speranza delle generazioni pre-sessantottine, di quegli stessi padri che hanno poi creato il ’68. Le nuove generazioni sembrano intrappolate dentro le loro frustrazioni infantili, complessi di una società viziata a sua volta. Cercano feste e alcol, sesso e droga, un solo modo per passarsela bene, un solo modo d’immaginare la vita. L’eterna ricerca della trasgressione. L’Occidente è circondato da un muro.

Ce ne sono alcuni che ci provano, che s’impegnano. Studiano sulle loro scrivanie, ragazzi forse le cui famiglie sono piene di aspettative per loro. Iacopo con il suo volto scavato  inchinato dietro la luce della bajour con il naso infilato sui libri; Barbara che insieme all’aiuto del professore iracheno della casa di Amir cerca di tradurre un testo dall’inglese all’arabo; Fabio lo spilungone e la sua generosità per aiutare un amico damascano a studiare per un anno all’università di Palermo; Joshua che fa i dorsali su una sbarra della porta ricoperto di libri volumi in arabo classico e dialetto siriano, ricoperto di regole grammaticali e flessioni al suolo … loro ce la mettono tutta, si legge il loro impegno e la loro concentrazione sui volti tirati a catturare ogni parola di un discorso in arabo. Si aspettano tutto dalla vita, il meglio, ci danno sotto. Vedo le loro sconfitte e i loro successi che verranno, illusioni e disincanti, cosa diventeranno e dove andranno. Passo la mano sul viso. Questa mattina allo specchio ho visto la mia barba diventare sempre più bianca, fra tre anni forse sarà tutta così o forse solo sale e pepe.

Amir fa l’intermediario tra questi giovani e i veri padroni delle case. L’ho conosciuto nel giugno del 2008 quando sono venuto in Siria per la prima volta. Suo padre ha un negozio di anticaglie e stoffe arabe a ridosso della mosche degli Omayyadi nella medina[2] vecchia. In quella prima occasione suo fratello fermò la mia compagna per fargli vedere il negozio, poi ci disse che suo fratello Amir sarebbe stato contento di parlare italiano con noi. Amir è stato in Italia nel 2000 a riparare tappeti persiani per un periodo di sei mesi, poi è ritornato in Siria. I mercanti hanno tre occhi, con il terzo riescono a capire di dove sei, a quale classe sociale appartieni e quanto sei disposto a spendere, però, come mi disse una volta proprio Amir: “L’importante è che i clienti vadano via sempre con il sorriso e la consapevolezza di aver fatto un buon affare”.

È basso Amir, più o meno un metro e sessantacinque, ha l’occhio vispo e il naso pronunciato, spalle larghe e fisico compatto. Lui porta l’eredità di due generazioni, porta le chiavi di casa che suo nonna si è portata dietro dalla Palestina dopo la guerra del ’67. Cosa pensava quella donna quando chiuse la porta di casa e dopo aver sprangato le finestre? Non certo che immaginasse di andare in vacanza, ma quanto pensava sarebbe passato prima di poterci rientrare? Un mese? Un anno? Sono passati per l’esattezza sessantadue anni dalla Nakba[3]. Forse quella casa è solo dentro la testa della nonna, ormai abbattuta per creare una nuova città, o per coltivare la terra, o per far passare la linea del treno, o per un kibbutz, o per un nuovo compound. Lei quella casa se la porterà dentro il suo sogno nell’aldilà. Amir è convinto che prima o poi lui ritornerà in Palestina, per esaudire il sogno dei padri, ma quando sua nonna non ci sarà più, chi gli dirà dove si trova la sua casa? Sarà veramente ancora là? Quelle persone che l’hanno occupata dopo la guerra, come faranno ad andarsene?

I suoi nonni e suo padre furono ospitati da una famiglia siriana qua a Damasco per un periodo di dieci anni senza pagare una lira di affitto, in attesa dell’Awda[4] che ancora attendono. Se veramente ci sarà il ritorno, saranno capaci gli israeliani ad accoglierli senza che paghino un affitto? Amir ancora ci crede, ma come faranno a mettersi d’accordo se questo conflitto sembra fare comodo a tutti i paesi della regione? Amir ci crede, anche se in cuor suo sa che forse neanche lui riuscirà a vedere la terra promessa, come se il vitello d’oro avesse gettato l’ira di Dio su dieci generazioni di palestinesi.

Sul minibus Hana mi lancia sguardi di nascosto da quelli che il padre getta a lei. Mi metto a parlare con il ragazzo che è seduto accanto a me, ma il suo inglese è più zoppicante di quello che vuole dare a vedere, si ferma al lavoro d’insegnante che fa, a quanti anni ha, quanti figli … Hana ogni tanto da lontano cerca di darmi una mano infischiandosene apertamente del padre, ma con il rumore del motore e dei finestrini aperti non riesco a sentirla. L’odore di plastica delle scarpe nuove comincia a darmi la nausea, tra l’aria condizionata che va a intermittenza e quella calda che entra da fuori.

Questa parte della Turchia è più contadina, ma sembra ben organizzata raffrontandola con quella egiziana e siriana. Si nota immediatamente la forte industria agricola che c’è alle spalle. Come ho detto prima mi ricorda la Castiglia Leone, e la Turchia nel suo insieme la Spagna di fine anni ’90: un cantiere a cielo aperto; c’era allora nella penisola iberica una forte crescita economica dettata sopratutto dalla costruzione edilizia, dalle grandi opere pubbliche e infrastrutturali. Anche qui il minibus è costretto in più tratti a rallentare per i lavori in corso dell’autostrada che proietterà la Turchia oltre il ponte mediorientale per la conquista economica dell’Asia meridionale. A differenza della Spagna la Turchia non è limitata dall’oceano. La prima continua ad avere un forte interscambio con il Sud America, se non altro dettata dalla comunanza linguistica; la seconda commercia prevalente per via terra proponendosi come porta dell’Europa che si affaccia sul resto dell’Asia … è sempre più veloce percorrere 1000 km su strada che in mare. Per questo motivo l’Europa sarà costretta ad aprire un ponte con il nord Africa per continuare ad espandersi economicamente se non vuole essere tagliata fuori dalle rotte del nuovo sviluppo. I cinesi e i coreani già lo fanno, la Toyota ha invaso tutto il Medio Oriente con i suoi modelli base e a basso costo, l’Italia con la sua posizione strategica sarebbe avvantaggiata, Termini Imerese invece di un’industria di mero assemblaggio potrebbe divenire un vero polo industriale per la Fiat, per traghettare i suoi prodotti dai porti siciliani a quelli africani, la Tunisia è a 80 km dalla Sicilia, e Alessandria d’Egitto a solo due giorni di navigazione. Gli scogli sono due: la mafia e la lungimiranza dei politici italiani ad appoggiare le scelte industriali negoziando trattati bilaterali con l’altra sponda del Mediterraneo. Potrebbe essere una possibilità per salvare il nostro Sud da quel lento decadimento e immobilismo che lo blocca, ma forse, come nel ’93, ci vorrebbe l’esercito a presidiare le strade, o forse sono due scogli insormontabili.

Arriviamo ad Adiyaman. Anche questa città è in costruzione. Hana mi domanda che cosa farò qua, che sono venuto a fare, dove andrò … scorgo un’eccessiva preoccupazione nei suoi occhi, come se non fossi capace di badare a me stesso. Come le ho detto prima sono venuto solo per osservare e che troverò un albergo. Mi viene da pensare che la sua “disperazione” sia dettata più dal perdere il contatto con lo straniero, in fin dei conti non credo che da queste parti ne vengano moltissimi di turisti, e qui un occidentale è ricoperto da un alone esotico. Vorrei darle il mio biglietto da visita con il telefono e la mail, ma che se ne fa se poi già domani non sarò più qua? Rimarremo in contatto mail o Facebook, si tranquillizzerà che tutto sia andato bene. Intorno a lei si è radunato un nuvolo di uomini incuriositi, è spalleggiata dalla sorella e il cognato che fanno le veci del padre e in qualche modo la portano via da quest’inutile perdita di tempo occidentale. Da una parte mi dispiace, ma penso che sia meglio così.

Da quel poco che sono riuscito a vedere dal finestrino e da quello che vedo passeggiando per la città, questa parte della Turchia sembra molto più tradizionalista. È Ramadan e nessuno beve e mangia per strada, molte più donne indossano il velo e vestiti sobri, gli uomini hanno una faccia stupita nel vedere un forestiero (il sottoscritto) da queste parti, si nota la tensione per la rottura del digiuno al tramonto, quella tensione che si avverte nei posti dove le regole religiose vengono rispettate con più rigore. In fin dei conti anche in Italia è molto simile. Nelle grandi città si è più orientati verso il lavoro e la quotidianità, anche nei piccoli centri urbani, sebbene qui le regole e le tradizioni religiose siano più sentiti: alla Vigilia di Natale per la messa notturna, le chiese sono piene anche di giovani, si organizzano  presepi viventi, le processioni Pasquali, le infiorate … durante l’anno la presenza e l’interesse giovanile per le pratiche religiose diminuisce drasticamente, il ripetersi e il riproporre questi riti crea un substrato cristiano che la gente condivide e accetta come parte delle regole e del vivere comune, poi, durante l’anno le messe delle domeniche sono occasione per sfoggiare il nuovo abbigliamento comprato di recente. Per quanto siamo moderni e all’avanguardia, esiste un certo bigottismo provinciale dal quale non possiamo prescindere e che fa parte della nostra cultura italiana.

Ad Adiyaman si respira quest’aria tradizionalista. Nella prima passeggiata per cercare un albergo mi ha dato l’idea di essere una città molto “occidentale”, moderna, in fin dei conti il modernismo non è una prerogativa solo dell’Occidente. Molte ragazze vanno in giro senza velo, jeans attillati e magliette sbracciate. Qui si nota la comunanza tra Turchia e Siria: la maggiore libertà nel vestirsi delle donne anche se con molta sobrietà. In Egitto invece esiste un disprezzo superiore degli egiziani per le donne che adottano in strada un portamento troppo dissoluto, vengono guardate con un sottile velo di disprezzo ed etichettate come possibili prede sessuali, per lo meno più disponibili al sesso. È vero che negli alberghi, nei locali, nelle case e nelle auto questo portamento si perde, però è anche vero che molte donne, occidentali che vivono al Cairo, sono costrette a mettere uno scialle sulle spalle per evitare gli sguardi e gli apprezzamenti indiscreti degli uomini e per evitare di essere importunate. D’inverno è molto più facile, ma in estate le temperature possono raggiungere i 45° centigradi. Invece in Turchia sembra esserci un rispetto maggiore tra la gente, un quieto vivere comune, a prescindere che le donne portino il velo o no.

Dopo aver visto letteralmente due topaie, e un altro albergo decente ma pieno, torno all’hotel Iskandarun dove alla reception mi avevano accolto allegramente e con entusiasmo appena avevano saputo che ero italiano, solo che quando arrivo non ci sono le stesse persone di prima.

Mi faccio una doccia velocemente e vorrei riposarmi un po’, distendermi sul letto, sopratutto pensando che da Arsuz a Adiyaman ci ho impiegato dalle otto alle nove ore, ma sono curioso di vedere l’iftar[5].

Come assecondando le mie attese, le strade sono deserte, il silenzio surreale della rottura del digiuno islamico. Il ristorante dove vado è pieno di famiglie, coppie, coppiette e gruppi di amici. Sono maggiormente mahgabat[6] le donne che siedono ai tavoli. I camerieri non parlano inglese, così decido di parlare arabo e gesticolando riesco a farmi capire. Devono prendermi per musulmano credo, ad ogni modo non gli danno molta importanza. Noto positivamente come una donna fuma una sigaretta dopo il pasto in compagnia del suo partner davanti a tutti. Può sembrare una cosa naturale, ma chi vive in Egitto sa bene che una donna velata in strada o in un ristorante sarebbe alquanto impopolare, fino a poter essere tacciata con l’etichetta di puttana. Intendiamoci, è un proforma sociale, poi durante party e festini nelle case cairote tutti i pregiudizi vengono buttati nel cestino. Anche in Italia mi sembra di ricordare che negli anni ’50 una donna era vista come una “donnaccia”, una poco di buono se fumava in pubblico. A dire la verità questo atteggiamento si riscontra soprattutto nelle classi basse e povere al Cairo, dovuto alla loro ignoranza e al troppo attaccamento ai precetti religiosi … Carl Marx insegna.

La ragazza al tavolo vicino al mio ne fuma un’altra dopo il tè offerto dalla casa. Satollo pago il conto e vado a girovagare per le strade senza una vera meta. La gente passeggia con calma guardando le vetrine senza scandalizzarsi per le ragazze leggermente più scoperte. Le prime impressioni vengono confermate: qui siamo in Europa, il Medio Oriente finisce in Siria, la Turchia è un’altra cosa. Molte culture confluiscono in questo paese: dagli assiri ai babilonesi, dagli ittiti agli antichi egizi che lambirono queste terre, dai greci ai romani, dai cristiani ai musulmani, dagli ottomani ai russi e persiani. Eppure, in mezzo a tutte queste influenze, è lampante come lo stato turco voglia distinguersi dal Medio Oriente già con le costruzione delle case e infrastrutture, le stesse che sembrano molto italiane già dal momento stesso in cui si oltrepassa il confine. Infatti, quello che mi ha colpito è stato il repentino cambiamento: balconi, intonaco sulle facciate, verande, strade e vicoli asfaltati … mi sarei aspettato un cambiamento graduale, una sfumatura di piccoli mutamenti, invece il cambio è stato netto e radicale.

Contraddicendo parzialmente quanto ho detto sopra, intrufolandomi nei vicoli di Adiyaman, si trovano angoli più poveri e meno curati che le vetrine delle strade principali oscurano, come se fossero villaggi dentro la città, una sorta di Cairo a livello ridotto senza arrivare ai livelli fatiscenti della capitale egiziana. Al Cairo, di fatto sembra come se interi villaggi di contadini siano stati impiantati dentro il tessuto urbano, ciò può spiegare la visione provinciale e bigotta egiziana sulle donne non velate e su quelle occidentali (molti addirittura sono convinti che in Europa tutta la gente va in giro mezza nuda) e dall’altro la necessità e la voglia della upper class di isolarsi in quartieri-compound dalla maggioranza “contadina”.

Ritorno all’albergo. Seduto fuori c’è lo stesso signore che oggi pomeriggio mi ha accolto calorosamente. Mi invita a sedermi con lui e il suo amico. Lo accontento e un po’ di calore umano mi farà bene. Discorsi semplici visto il suo inglese scarso e l’arabo inesistente. Ammira molto l’Italia, mi domanda come mai parlo l’arabo, perché vivo al Cairo … Poi, come un ombra, passa un ragazzo sui venti anni e lascia dei volantini sul tavolino davanti a noi. Ne prendo uno. Mi sembra di capire che ci siano delle elezioni politiche alle porte, c’è come una scelta del candidato con la sua faccia ben impressa sul volantino, infatti tutta la Turchia sembra appestata di manifesti elettorali. Ahmet mi spiega che non sono elezioni politiche, ma è un referendum, la scelta è tra democrazia e dittatura e che lui sicuramente voterà per la prima. Mi sembra una demarcazione troppo netta, sono disorientato. Solo il giorno dopo, in un’altra cittadina, qualcuno mi spiegherà che esiste una norma nella attuale costituzione turca che permette all’esercito di intervenire (golpe?) nel caso in cui una forza politica religiosa prenda il potere. Ma se tale norma venisse rimossa, e un partito politico religioso prendesse veramente il potere, e trasformasse lo stato in uno teocratico o confessionale (stile Iran), quale e dove è la democrazia? L’estrema libertà attribuisce anche il diritto all’autodistruzione, come il verbo di Cristo. Non saprò mai per chi avrà votato Ahmet, ma il 12 settembre 2010 il referendum avrà luogo, quindi scoprirò quale sistema avrà avuto successo[7].

Ahmet mi domanda se ho visitato un posto qua vicino dove ci sono i resti di un’antica civiltà. Mi dice il nome della paese che per me può essere un nome di un cono gelato o quello di un’automobile. Vado su in stanza a prendere la cartina, in meno di un minuto sono di nuovo sotto. Lui punta il dito dove andrò domani: Kahta, lì vicino ci sono i resti archeologici di quella civiltà; penso agli Assiri, lui aggiunge solo Mesopotamia. Scrollo le spalle, ora ho un’altra meta.

La seconda pirlata mi è accaduta il primo giorno di viaggio, se fossi stato intelligente l’avrei presa come segno premonitore e sarei stato più attento, ma si vede che non lo sono stato.

Sono partito dal Cairo il 18 agosto per andare a fare l’immersione del Thistlgorm[8] vicino a Sham el Sheik. Per i sub quest’immersione la si può paragonare alla visita delle Piramidi in Egitto, e venire al Cairo e non vedere le Piramidi è un sacrilegio. Al momento in cui scrivo siamo al 8 settembre e mi trovo ad Amman, ospite di Duraid, il cugino iracheno della mia amica Farah che mi ha invitato qua. Non pensavo di rimanere fuori casa così a lungo, certo, le avevo promesso che qualora fossi andato a Dahab, sarei venuto a trovarla, in fin dei conti 500 km non sono molti, anche se si deve andare a Noweeba e prendere il traghetto per evitare di passare per Israele. Purtroppo se si ha il timbro israeliano sul passaporto, non si può entrare in Siria né tanto meno in Libano.

Al Cairo perdo il pullman diretto che va a Dahab (segno premonitore). Vuoi vedere che anche questa volta non riesco a fare il Thistlgorm come la settimana scorsa? Mi dico. Acquisto il biglietto per la prima corriera che si dirige a Sharm, da lì prenderò la prima coincidenza per l’altra cittadina. Uno dei miei difetti è quello di avere la cocciutaggine tipica dei meridionali.

Arrivato a Sharm, alla stazione generale degli autobus, domando a che ora c’è il prossimo bus per Dahab. La gente è nervosa per via del Ramadan, non bere una goccia d’acqua con questo caldo infernale porta irascibilità a livelli molto alti. Mi sento dire che ce n’è solo uno alle due di notte, che poi è quello diretto che sarebbe partito dal Cario alle sette di sera. Sono solo le nove, Dahab è appena a 80 km. Decido di fare l’autostop, anche se gli egiziani sono sempre reticenti a prendere su stranieri, perché ai check-point la polizia fa sempre problemi; infatti lo scorso marzo con Gianni abbiamo avuto dei problemi al check-point tra Dahab e Noweeba quando un camion ci ha caricato per un passaggio. Me ne infischio, ci provo lo stesso. Mi carica un microbus che mi porta al check-point di uscita da Sharm per 20 lire egiziane (più o meno 3 euro). Questa è un’altra ragione per la quale sono riluttante a chiedere passaggi in Egitto: i conducenti chiedono sempre soldi, anche se quel poveruomo del camion che a marzo ci ha caricato con Gianni, non ha voluto neanche un centesimo!

Arrivo al check-point. Questo non è altro che un posto di controllo permanente dove gli autisti vengono controllati uno ad uno. Infatti l’Egitto dopo i molti attentati subiti non vuole perdere altri turisti, quindi ha preso nettamente le distanze dai movimenti terroristici e visto la posizione calda in cui si trova, a ridosso di Gaza e d’Israele, non può fare altrimenti se vuole continuare a vivere di turismo.

I poliziotti sono gentili, cercano di aiutarmi. C’è un taxi a disposizione ma se volevo un taxi lo avrei potuto già prendere alla stazione centrale dei pullman di Sharm. Mi spiego meglio al poliziotto che sembra avermi preso in simpatia, mi dice di non preoccuparmi. Dopo diverse auto a cui chiede se sono disposti a darmi un passaggio, arriva un bus che sembra uscito dall’anteguerra. Pago il biglietto di 15 lire.

Mi siedo vicino all’autista, lui mi dice che ad ogni ora ci sono gli autobus per Dahab che transitano a Sharm: pirla! Eppure vivo in Egitto da quattro anni, dovrei conoscere come sono fatti qua: ti fanno credere tutto e il contrario di tutto. Non essendoci altra corriera se non quella che passa alle due di notte e con cinque ore di interminabile attesa, si è costretti a prendere il taxi, è vero che alla fine per €30 percorrono una tratta di 80 km (a Roma neanche il giro del Colosseo ci si fa!), però mi piacerebbe essere trattato come un cittadino del mondo e non come un “dollar man walking”! Ormai è andata, però non posso fare a meno di prendermela con me stesso. Comparando con quello che mi succederà ad Arsuz, qui ho solo perso 3 euro, lì 25 … spero che da qui alla fine del viaggio le pirlate siano finite, altrimenti se andiamo in crescendo non so quanto pagherò la prossima volta!

Amman, quasi mezzanotte. Sono andato al supermercato Cozmo, una sorta di Carrefour. Ho fatto la spesa e sono tornato a casa per cucinare. Non c’è niente che mi rilassi come quest’arte di mischiare ingredienti e di sapiente attesa. Ho cenato con Duraid, poi ci siamo messi a parlare sul Medio Oriente e sull’Iraq.

Spesso ho tacciato gli arabi, sopratutto gli egiziani, come carenti di flessibilità. Duraid mi faceva notare come gli stessi americani in Iraq non ne siano esenti. Quando era a Baghdad, ogni  volta che chiedeva a un americano la soluzione di una contesa, questi gli diceva di attendere un attimo e si metteva a cercare la soluzione su internet; a dire la verità mi sembra un po’ eccessivo, però dagli americani mi aspetterei di tutto. Inoltre giudica l’approccio degli yankee sbagliato, proprio perché non si rendono conto come funziona il cervello degli  iracheni che li mette davanti a problematiche che non capiscono.

In Medio Oriente non è facile trovare soluzioni; una decisione non è mai lineare, bisogna analizzare tutte le componenti e i soggetti in campo, l’esclusione di uno potrebbe portare a grandi svantaggi nel medio-lungo termine, questo perché nella maggior parte dei casi c’è di mezzo una sorta di onore al quale ognuno non può rinunciare. Escludendo un clan, si genera un risentimento interiore e la volontà di rivendicare l’offesa dimostrando che si era sbagliato nell’escludere la propria fazione, perché l’onore del clan, e quello delle famiglie che lo compongono, non può essere calpestato.

In Italia conosciamo bene questo atteggiamento, tipico del nostro Sud. Ciò in Medio Oriente porta a uno stallo politico (nel caso italico alla mafia), perché non si possono accontentare tutte le parti in campo e allo stesso tempo e non ne beneficia nessuno. È indubbio che gli americani abbiano sbagliato approccio nel Medio Oriente, sopratutto per mancanza di conoscenza degli aspetti culturali locali. Come sempre le armi non risolvono quasi mai le problematiche tra uomini, sebbene la forza nel contesto umano sia necessaria allo stato attuale della società globale.

L’approccio della forza non deve obbligatoriamente essere brutale, può essere economica (embargo), psicologica (media e propaganda), sociale e qualora sia solo fine a se stessa, o per il bene di pochi, le problematiche non vengono risolte, ma solamente rimandate a un prossimo futuro. L’insoddisfazione e l’umiliazione covano dentro l’io sociale, familiare e individuale e possono sfociare in violenza nel momento meno inaspettato.

Il bus che mi porta a Kahta costa solo € 3. Mi godo il panorama di terre mietute, la Turchia sembra voler essere il granaio d’Europa.

Arrivo nel piccolo centro. Ho il gomito e parte della testa fuori dal finestrino per sbirciare la cittadina. Un uomo sui quarantacinque anni mi dice in un italiano storpiato se sono qua per i monumenti della Mesopotamia. Non c’è niente da fare, i rivenditori sanno anche che marca di dopobarba usi. Annuisco. Mi dice di scendere. Ubbidisco come un soldatino, non ho nulla da perdere nel vedere cosa mi propone. Attraversiamo la strada e entriamo in quello che sembra essere il suo ufficio: una stanza rettangolare di circa 20 m², vetrata sulla strada, pareti opache per il troppo tempo intercorso dall’ultima tinteggiatura, qualche poster dei luoghi archeologici della zona, aria condizionata a manetta e una scrivania disordinata di legno compensato di bassa qualità.

Fuma in continuazione, finalmente un turco degno del suo nome, solo che cinque minuti dopo mi dirà che è armeno con una faccia disgustata all’idea di essere turco. Mi spiega il tour che sta organizzando, un percorso di otto ore. Contratto sul prezzo, alla fine il tour, albergo (che è alle spalle dell’ufficio) e colazione, mi vengono a costare 80 TL, € 40 o giù di lì. Sicuramente lui ci avrà guadagnato più di quello che io ho risparmiato, ma è il gioco delle parti e sempre secondo Amir, l’importante è essere soddisfatti. E ad ogni modo in Medio Oriente è sempre una partita persa: l’affare lo fa sempre il commerciante! Questi ha un’esperienza lunga millenni, e un piccolo occidentale è solo pieno del suo bagaglio culturale che non può competere con tutti quegli anni.

Si parte tra due ore, all’una esatta. Ci saranno altre tre persone che vengono dalla Cappadocia. Sarà interessante viaggiare con tre turche, così avrò modo di conoscere qualcuno del posto e fare due chiacchiere … ovviamente sperando che parlino inglese. Dopo aver sistemato i vestiti nella stanza, scendo in giardino. Scopro con sorpresa che le ragazze sono due australiane della mia età e una francese di circa 22 anni. Maalesh dicono gli egiziani: non fa niente. Mi rammarico per le “tre turche che parlavano inglese”. Ad ogni modo socializzo con i ragazzi che lavorano in albergo, contentissimi che sia italiano, come se fossi uno di loro; in un certo senso, per il territorio, le case, le strade, i negozi … hanno ragione. La Turchia è molto più vicina all’Europa, sicuramente l’Europa mediterranea, sebbene l’organizzazione che hanno mi ricorda di più l’efficienza tedesca. Purtroppo la lingua rimane sempre uno scoglio insormontabile, fatta di sorrisi di cortesia e di come ti chiami.

Partiamo. Prima tappa il tempio di Karakus. Poi il ponte romano di Cendere costruito con le pietre del precedente tempio. Terza tappa il castello di Yenikale costruito dai mammalucchi. Con il passare delle ore con le ragazze ci andiamo affiatando. Faccio la guida turistica leggendo la guida scritta in inglese che l’autista del taxi porta con sé, in questo modo, leggendo, riesco a memorizzare meglio i luoghi che visito. Passiamo per le tombe di Pirin Kaya, le grotte di Palanli e quella di Haydaran Kaya dove si possono notare i bassorilievi, in onore del dio sole Helio e del re Antioco, e  iscrizioni in greco antico su una parete di granito. È un continuo scendere e risalire dal pulmino-taxi, però la fatica non si sente sebbene il caldo non dia tregua. Le ore scorrono, intorno alle sei e mezza arriviamo sul monte Nemrut Daği: 2150 metri di altezza. L’aria fresca della sera e dell’altopiano pungono. L’autista mi domanda se non abbia con me un maglione, solo che nessuno mi ha avvisato o consigliato di portarlo … maalesh. La salita dell’ultimo tratto è irta, s’incammina su un sentiero di pietre impervie.

Sulla sommità si arriva al tempio di Nemrut: una piramide di pietre piccolissime accatastate come in un mucchio casuale, a sud e a nord due tempi con altari per praticare i riti religiosi, e statue giganti di Apollo, Giove, Ercole, Antioco … Mi viene da pensare se questa civiltà mesopotamica sia entrata in contatto con quella egiziana, perché costruire una simil piramide? Questa di Antioco non raggiunge la grandezza di quella egiziana, ma dislocata su questa vetta di 2150 metri, ne supera di gran lunga l’altezza, magari nella mente del re lo poneva molto più vicino al dio sole di quanto potesse fare quella a Menfi. Poi mi viene da pensare che ci sono sempre scambi di idee i progetti nella storia dell’uomo, anche oggigiorno Dubai, Sciangai, Singapore … sono parziali imitazioni della civiltà americana, cercando di superare l’altezza dei grattacieli e la vastità delle città.

Dalle parole di Duraid si nota un forte patriottismo e un attaccamento atavico all’Iraq. Sarà soprattutto lo stato di guerra in cui versa il paese che lo unisce ancora di più alla sua terra, le difficoltà e la precarietà portano ad un’affezione sviscerale, impregnata di quella nostalgia dei tempi che furono. Così mi ricorda di quando Saddam Hussein costruì l’autostrada che collega Amman con Aqaba, di quando forniva la Siria e la Giordania di petrolio, di quando prestava 50 milioni di dollari a Mubarak; mi racconta di come la frutta e la verdura fossero buonissime in Iraq, e di come fossero coltivate biologicamente, di come il sistema educativo era il migliore di tutto il Medio Oriente. Ora non so quando di questo sia vero, però vedo il suo bisogno di non perdere quel contatto con la sua origine. Gli iracheni che vivono all’estero non hanno portato chiavi con loro, solo che il ritorno si fa sempre più lontano e il ri-inizio sempre più difficile. Dai suoi occhi capisco che la sua speranza si va affievolendo, forse sa che prima di rivedere la sua terra germogliare di nuovo, lui sarà già vecchio, a trent’anni si trova a dover iniziare quasi da zero la sua attività commerciale dopo che la crisi economica l’ha quasi spazzata via.

Duraid sembra provenire da una famiglia che in Iraq contava molto, sebbene suo padre fosse solo un professore universitario responsabile del dipartimento di Archeologia. Una famiglia rispettata. Non sembra essere così contrario all’invasione americana, perché per quanto Saddam fosse generoso con i suoi vicini, era spietato con il proprio popolo: un insegnante con esperienza e cultura alla spalle poteva essere messo nella condizione di vivere con cinque dollari al mese, mentre un leccapiedi del regime, incapace e senza titolo di studio, poteva arrivare a duemila con tanto di auto e casa come indennità. Insieme alla prostituzione, elencherei come uno dei lavori più antichi al mondo quello di leccapiedi.

Secondo Duraid, l’Iraq del 1991 avrebbe tenuto testa a lungo ad un’eventuale invasione americana, invece il logoramento di dieci anni di embargo ha sfiancato il morale dell’esercito e della popolazione, e spianato la strada agli yankee nel 2003. Duraid s’immaginava che la guerra avesse un breve strascico nella nazione, ma sebbene sia una persona forte, che sostiene il mio sguardo con orgoglio, sa bene che le sue speranze sono morte. Non c’è luce a Baghdad, né acqua né gas, i quartieri costellati da check-point, l’analfabetismo è cresciuto a livelli del 40%, i migliori professori e insegnanti sono tutti emigrati all’estero … la povertà, la fame e l’ignoranza, terreno fertile per gli estremisti. Quale futuro? Quando il futuro?

Amir è nato in Siria. Ha trentadue anni, si sente palestinese al 100%, ama la Siria perché ha accolto la sua famiglia, suo padre ha il negozio nella città vecchia, sua nonna porta le chiavi di una casa lontana e racconta storie della Palestina occupata, è così che la Siria chiama Israele, in parte è vero. Se si calcolano tutti i palestinesi esiliati e quelli che vivono ancora in Terra Santa non c’è posto per tutti in Israele.

Amir ama la Siria, ma non è la sua terra, spera un giorno di ritornare a casa sua, un posto in cui non è mai stato, che non ha mai visto e che lui chiama casa o patria. Chissà se veramente Amir andasse in Palestina riuscirebbe a riconoscere i posti di cui parla sua nonna, chissà se quello che vedrebbe corrisponde all’immagine che si è fatto durante questi trentadue anni di racconti.

Amir come Duraid spera e attende, guarda un futuro ma ancora non ne vede i contorni. Il secondo ha la fortuna di ritornare a Baghdad per motivi di lavoro, per il suo business, Duraid vede la realtà ma forse preferirebbe che qualcuno gli raccontasse le storie del suo paese. Amir spera che il suo invece trovi una soluzione, ma neanche lui sa quale. Forse dovrebbero chiamarlo con un nuovo nome: Isropalestina per esempio, senza divisioni, convivenza pacifica e libera partecipazione nelle istituzioni … ma si dovrebbero dimenticare gli ultimi sessant’anni di guerra, uccisioni, attentanti, esili, odi. Non so dove Amir riesca a vedere la soluzione, forse è che se smette anche lui di credere è come tradire i suoi avi e la terra da cui proviene. Anch’io se dovessi pensare che qualcosa non si realizzerà mai smetterei di crederci.

Il tramonto sul monte Nemrut è a dir poco magnifico, tra le teste degli antichi dei della civiltà dei Commageni che sembrano anche loro osservare in contemplazione la palla di fuoco che s’infila tra i monti. Se spegnessero la voce di tutti i turisti che sono alle mie spalle, sarebbe molto più bello, però va bene anche così. Per un attimo, quando l’ultima goccia di sole scompare, sembra che il silenzio riecheggi nella vallata, che domini le emozioni umane. È solo il lasso di un sospiro, già tutti si preparano ad andare via, a scivolare dentro la realtà moderna di un furgoncino.

Sono ancora rannicchiato su una roccia che un tempo doveva far parte del tempio. Mi rendo conto che mi sto letteralmente cagando sotto dal freddo, indosso solo una t-shirt e pantaloni corti. Mi accodo a tutti gli altri turisti, taglio per una specie di scorciatoia per scendere più velocemente possibile e rifugiarmi nel pulmino. Nella borsa lasciata sul sedile ho un’altra maglietta e una sciarpa araba di cotone che uso più come pareo, mi ci avvolgo dentro. L’autista sembra divertito, mentre io sono incazzato e penso che sia colpa dell’armeno che non mi ha avvisato, forse ho tirato troppo sul prezzo, magari mi sbagliavo che ci guadagnano sempre i commercianti, magari con 5 TL in più mi avrebbe consigliato a dovere, mi immagino che se ne avessi pagato cinque in meno mi avrebbe mandato su in costume da bagno!

Sul pulmino il freddo scompare. Il crepuscolo viene inghiottito dalla notte, le montagne scompaiono, solo le stelle in cielo e le luci nelle vallate delle case. Mi affosso nel sedile con le ginocchia piegate su quello davanti. Ognuno di noi ha solo voglia di una doccia e di mettere qualcosa sotto i denti, il silenzio regna nell’abitacolo.

Un aspetto della Siria e di tutti i paesi del Medio Oriente che mi sorprende, è il culto della persona del presidente della repubblica. Bashar al Asad è rappresentato in molti angoli della città, su vere e proprie gigantografie, lungo le autostrade la sua figura è costante. Ciò che mi colpisce di più, sono le sue immagini sui parabrezza posteriori delle automobili di privati cittadini: da foto a tutto vetro a piccoli ritagli sul cruscotto. È come se andassi in giro con la mia auto e la foto tutta tonda sul finestrino di Berlusconi o di Napolitano, preferisco Madonna o Lady Gaga, o qualche altro divo se proprio devo mettere delle immagini appiccicate su qualcosa di mia proprietà, se non altro per la vista gradita di una vera bellezza! Per quanto il nostro premier decanti le sue proprietà virili e da Don Giovanni, non è certo il miglior sex-appeal da mettere sul cruscotto della mia auto! Anche in Giordania l’effige del monarca è onnipresente, e Mubarak non è da meno in Egitto (ma tra i tre quest’ultimo è quello che forse ha meno consenso). Non conosco la realtà in Libia, ma non mi stupirei di ritrovarmi nella stessa situazione. Le statue di Saddam le abbiamo viste crollare in mondovisione, forse ora in Iraq metteranno quelle di Obama!

Perché in Medio Oriente c’è questa ricerca spasmodica di un leader? Molti di questi rais vorrebbero ricoprire quel ruolo di califfato tanto caro all’Islam e che con la caduta del sultanato turco è venuto a mancare. Questa tendenza si può già riscontare con Gamal Abd el Nasser in Egitto negli anni ’50, portata avanti da Sadat, fino a disperdersi in ugual misura nei vari leader regionali (Gheddafi, Bashar al Asad, Saddam Hussein, re Abd Allah …). Ogni leader sembra voler mostrare agli altri la sua capacità e magnificenza, mentre in casa adotta un pugno di ferro più o meno flessibile (escluderei la Giordania), alternando come si suol dire il bastone alla carota. Ciò porta a sistemi dinastici ereditari sebbene la maggior parte dei paesi sopramenzionati si etichettino come repubblicani (vedi Siria dove Bashar è succeduto a suo padre Hafiz, e dove la stessa cosa con molta probabilità accadrà in Egitto e in Libia).

Perché queste svolte autoritarie? La ragione potrebbe risiedere nei troppi gruppi etnici che spesso compongono gli stati in oggetto; ma se questo può valere per Turchia, Siria e Iraq, non si può dire altrettanto per la Giordania, Egitto e Libia. In Europa l’assoggettamento passivo del popolo è stato scardinato dalla rivoluzione francese (a parte la parentesi fascista e nazista), questo ha portato all’evolversi lentamente verso sistemi democratici, sebbene con il post-modernismo lo stato abbia mezzi con i quali può controllare e indirizzare le masse secondo i propri fini. In Medio Oriente, quando in Europa c’era lo sconquassamento rivoluzionario, si viveva sotto il sultanato turco che accentrava l’autorità statale, si viveva in pace e con gli stati occidentali che già iniziavano la penetrazione economica del territorio, riuscendo proprio lì dove avevano fallito le crociate. Vorrei citare il film “Il terzo uomo”, la frase in cui Orson Welles dice: “Sai che diceva quel tale? In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto assassini, guerre, terrore e massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e di democrazia e cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù. Si può dire lo stesso del mondo arabo?

È anche vero che ogni stato si organizza in base alle proprie esigenze, alla sua storia, al clima e alle influenze della religione, di cui il Medio Oriente è permeato. È vero però che in Egitto la maggior parte della gente vorrebbe uno stato più libero e più democratico prendendo ad esempio i vicini dall’altra sponda del Mediterraneo le cui idee che, attraverso la televisione, internet e Social Network, si diffondono nel substrato della società egiziana. In Giordania la monarchia costituzionale sembra funzionare; in Siria la gente sembra stare bene e dalle parole di Amir, il presidente Bashar è amato. Certo, lui è di parte perché la dinastia degli Asad ha sempre accolto i palestinesi e ha sempre lottato per la loro causa, a costo di isolarsi a livello internazionale (e anche a causa dei problemi di confine con  la “Palestina Occupata” per via del Golan).

Quindi c’è da porsi una domanda: vogliono veramente i popoli del Medio Oriente un sistema democratico? E se sì, come lo intendono? Siamo sicuri che non siano già contenti e soddisfatti così come si trovano? Pensando ad Amir e Duraid, le opinioni sono contrastanti. È indubbio che gli egiziani vorrebbero un sistema che tiri fuori parte del paese dalla povertà e che garantisca più diritti, e, se questo è un leader centralizzato che lo fornisce, non importa, infatti il caso di Nasser dimostra quanto il popolo sembra averlo amato. Il problema sorge però quando questo capo, logorato dai tanti anni di governo, può diventare dispotico e pensare solo agli interessi di una parte (compound), la quale, vedrà nel figlio del rais il naturale continuatore della politica del padre e della difesa dei loro interessi minoritari. Per questo il sistema democratico permette l’alternanza, evitare il logoramento e il beneficio politico e economico di una minoranza, sebbene negli ultimi vent’anni il sistema democratico occidentale si è andato usurando e non ha potuto impedire l’erosione di alcuni diritti e l’aumentare delle disuguaglianze.

Uno degli aspetti che apprezzo molto della Turchia e della Siria, è il cibo. Le olive, i formaggi, il pane, l’olio, la frutta e le verdure hanno sapori intensi. Prodotti mediterranei tanto cari a noi italiani. Così dopo la doccia vado al supermercato e ne faccio incetta. Mi preparo un bel piatto e mi unisco alle ragazze che sono sedute nel patio dell’hotel. Porto la mezza bottiglia di vino libanese avanzata  che ho comprato al duty-free tra la Siria e la Turchia. Ne offro a tutti ma solo Julie, la francese, ne beve un po’, le australiane sembrano contente con la loro birra, c’era da aspettarselo.

Rimaniamo soli con Julie, all’altro tavolo tutti i turchi tra cui una signora anziana che mi ricorda le contadine dell’Antiochia meridionale ad Arsuz: vestiti lunghi e super colorati con ornamenti floreali, un fazzoletto in testa,  i loro lineamenti mi ricordano le donne del Caucaso o della Mongolia. Julie studia sociologia. Dall’inglese cambiamo allo spagnolo, lei è basca e sembra preferirlo. A dire il vero è quasi tutto un mio monologo, le anticipo parte di quello che sto scrivendo, sarà forse per la sua giovane età ma sembra costarle intervenire, sebbene ogni tanto attendo che lo faccia, forse per mancanza di esperienza, oppure non ha tanto da dire. Il vino incomincia a fare il suo effetto, le palpebre scuotono la stanchezza, le dico che vado a dormire. Ci alziamo.

Uno degli aspetti del viaggiare da soli è il continuo parlare con il proprio io e essere bombardato dalle emozioni dei paesaggi che cambiano. Non avendo nessuno con cui parlare se non i vari incontri casuali, non c’è distrazione dal flusso di emozioni e riflessioni che passano attraverso l’animo e la mente. Immagini, persone, voci, suoni, sguardi … territori, montagne, alberi … I pensieri scorrono, le informazioni per analizzare il contesto in cui ci si trova si scovano dentro se stessi e allora sembra come fare un viaggio interiore, un viaggio nel viaggio. Si  scoprono aspetti di sé che si ignoravano come saper affrontare le difficoltà e trovare la compagnia dell’altro che alberga dentro ognuno di noi. Non c’è nessuno con cui dover decidere dove andare, dove alloggiare, dove mangiare, cosa fare, quando andare a letto … si decide di volta in volta la destinazione come per casualità. È una specie di libertà di cui approfitto prima di ritornare alle cose di tutti i giorni, per riflettere su di me e su quello che mi circonda. Forse è proprio per questo che sto scrivendo questa storia. Il viaggio diventa un incontro con l’io interiore.

Sto ritornando a Adiyaman, ho lasciato la mia mail sotto la porta della stanza di Julie, spero che la veda, magari mi manderà le foto che mi ha fatto sul monte Nemrut. Sulla via del ritorno rivedo i paesini arroccati su colline o dentro una vallata. Quelli sulle montagne mi ricordano molto l’Italia: la vegetazione, i tetti, le strade, il modo di costruire, l’unica differenza sono le chiese e i campanili, sostituiti dalle moschee e dai minareti, per il resto c’è un alternarsi tra paesaggi italiani e spagnoli che la mia memoria racchiude. Qui ci sono campi di cotone e di pistacchio che da noi non ci sono; il pistacchio viene raccolto come si fa con le olive stendendo grandi teli sotto l’albero. Dal finestrino vedo un gruppo di contadine raccogliere il cotone.

Appena scendo alla stazione di Gaziantep, salgo immediatamente sul minibus diretto a Kilis. Qui prenderò un taxi per tornare in Siria, sperando che quello che mi disse il poliziotto al confine con la Giordania non sia vero, cioè non poter rientrare in Siria dopo già due volte per via terra. Cerco di individuare quale può essere l’aeroporto più vicino e volare direttamente ad Amman nel caso mi abbia detto la verità, sicuramente Ankara. Ciò vuol dire 600 km in bus, oppure prendere un aereo da Gaziantep per la capitale turca, sulla cartina indica la presenza di un aeroporto anche qua, ma sono sicuro che non ci sarà un volo diretto Gaziantep Amman!

Del sole che illumina di giallo l’hotel Four Season di Amman ne è rimasto solo un riverbero. Rumori di posate nell’appartamento al piano terra, un bambino chiama suo padre, un vociare di donne. Tra poco il muezzin scandirà il nuovo mese di Shawal, nell’area un’attesa impaziente, le voci dal patio di sotto casa di Duraid sono allegre, il muezzin chiamerà l’ultimo canto per la fine del Ramadan, da domani tutto tornerà alla normalità: gli uffici chiuderanno all’ora consueta, la gente non si riunirà in famiglie per pasteggiare o pregare insieme, le strade saranno intasate ad ogni ora e non solo per l’iftar; i ristoranti e i caffè potranno servire di nuovo alcolici o torneranno ad aprire.

I razzi e i petardi già fischiano e scoppiettano nell’aria, i lampioni incominciano ad accendersi, il traffico impazzisce, il Ramadan tra un anno ricomincerà un’altra volta, con dieci giorni d’anticipo, seguendo la luna, per il Natale islamico che alla fine mi ricorda solo il bisogno dell’uomo di voler credere in qualcosa, di cercare dentro sé la forze di un dio interiore che dia una guida. È un po’ come il mio viaggio, sebbene per me non ci sia proprio qualcosa di esteriore che deve dirmi quali regole seguire, secondo quali precetti. Le prime stelle appaiono in cielo. La tavola viene sparecchiata, il tè servito, i petardi proseguono a ritmo ripetuto.

Sul ferry da Noweeba ad Aqaba ho conosciuto Diego. A dire la verità sul traghetto non ci siamo parlati molto, appena qualche parola. Poi, una volta scesi, prima di riprendere i passaporti ha deciso di venire ad Amman invece di fermarsi a Aqaba. Insieme a Mina, una ragazza rumena che vive a Santa Caterina nel Sinai, abbiamo preso un taxi per la capitale Giordana.

Mina lavora come guida turistica, andrà in Israele con un gruppo di preti percorrendo tutti i luoghi cristiani della Terra Santa. Mi spiega che vive isolata nel Sinai perché lì può permettersi una casa con giardino per il suo cane, condivide la villa con un suo collega (non mi stupirei che sia egiziano e sia il suo partner, ma che lei preferisce tenere nascosto). Dopo un po’ incominciano a parlare con Diego di filosofia, anche lui è scrittore: poesie e piccoli racconti. Incentrano una conversazione su Nietzsche e la differenza con Schopenhauer.

Il viaggio non sarebbe male se l’autista non si rivolgesse solo a me perché sono l’unico che parla l’arabo, non sempre la conoscenza della lingua porta vantaggi. La cosa che più mi dà fastidio è che comunque questi autisti hanno sempre il coltello dalla parte del manico: tratti sul prezzo e alla fine ti portano in un posto lontanissimo dal centro, in modo tale che paghi la differenza del prezzo che chiedevano all’inizio.

La mia amica Farah mi chiama in continuazione sul cellulare di Mina, perché lei ha una scheda giordana. Vuole sempre parlare con l’autista. Alla fine non so quante volte hanno cambiato la destinazione del nostro arrivo, ormai mi hanno tagliato fuori da qualsiasi decisione, con mio forte disappunto. Scoprirò quello che temevo all’arrivo: Farah, o meglio il suo amico che l’accompagna, ha promesso al conducente del taxi dieci dinari extra per portarci al centro. Come dirà lo stesso Diego, sembrerà ridicolo comparare 30 dinari che paghiamo da Aqaba a Amman percorrendo 340 km e 10 dinari per farne solo 5! Ma io so che Farah è di buona famiglia e che da una parte lei non ha un contatto concreto con la realtà, ha sempre vissuto ovattata dentro l’ambiente familiare, quando viveva da sola in Egitto nella città di 6 Ottobre vicino al Cairo, aveva addirittura l’autista privato al suo seguito! Lei lo fa per me, per un senso di ospitalità e per venirmi incontro, ma non viaggio da solo in questo taxi. Per Diego sono sicuro che dovunque scenda non ha importanza, Mina invece ha una persona che deve venirla a prendere.

Un motivo per il quale sono contento che sia finito il Ramadan è che in questo modo la gente non sarà tanto incazzata durante il giorno. Come ho detto ad Amir quando mi ha chiesto se avessi avuto problemi al confine: “Se digiunassi tutto il giorno, senza un goccio d’acqua, alzandomi presto per l’ultimo pasto prima dell’alba, poter avere rapporti sessuali durante la giornata, anch’io sarei leggermente incazzato con il mondo!”. Amir non smetteva di ridersela. La storia del sesso vale solo per le coppie sposate, che possono farlo solo dopo il tramonto, mentre per i non sposati teoricamente non dovrebbero farlo prima del matrimonio, ma in molti casi tale precetto non viene rispettato, la verginità, maschile e femminile, è uno dei doveri del buon musulmano (nel cristianesimo è lo stesso, ma l’abbiamo dimenticato, e forse in Italia non l’abbiamo mai praticato, almeno per gli uomini), ma frenare i bassi istinti credo che sia un’impresa titanica!

Un altro motivo è la pelle e il fiato. Non potendo neanche bere una stilla d’acqua, la pelle e l’alito trasudano e esalano i succhi gastrici che si vanno accumulando per tutta la giornata. Capisco che il concetto insito nel digiuno sia cercare la purezza e il contatto con Dio, ma neanche lavarsi i denti mi sembra eccessivo! In fondo chi sono io per cancellare 1400 anni di tradizione? Da “fondamentalista” che sono, perlomeno farei bere acqua, una piccola percentuale almeno. È vero che il digiuno tempra lo spirito per il lungo sacrificio, però nei tempi moderni e nella globalizzazione niente si ferma, neanche il Medio Oriente. Come mi ha confermato Duraid, anche il Ramadan ha perso un po’ del suo valore, invece di pensare ai poveri e ai bisognosi come suggerisce il Corano, si pensa più allo shopping. Devo dire che forse questa interpretazione si applica di più alla Giordania, in Egitto il vero senso del Ramadan è sentito più profondamente, sebbene in strada alle quattro del mattino ci siano molte persone che letteralmente s’ingozzano il più possibile per riuscire a sopportare la lunga giornata di digiuno (mentre Maometto suggeriva di mangiare qualcosa di leggero), tuttavia ciò non evita che la gente sia anche lì incazzata. Intendiamoci, il senso “incazzato” è perché le persone sono più facilmente irascibili e un niente a volte le fa scattare. Oggi si deve abbinare lo stress moderno con il digiuno che sicuramente richiede uno sforzo più grande rispetto al passato e per questo ha un significato ancora più profondo, in fin dei conti, visto i tempi moderni che corrono veloci, non è proprio male fermarsi un attimo.

Credo che sia la ricchezza che svaluta i principi religiosi. Apparentemente la Giordania, o per lo meno Amman, ha un tenore di vita alto al quale molti egiziani aspirano, infatti quest’ultimi, o molti di loro, emigrano qua per lavoro in quanto la valuta giordana ha un rapporto di 1 a 8 con la lira egiziana. Sorgendomi un dubbio, vado a guardare su Wikipedia (per fortuna che c’è internet … non so se Duraid sarebbe d’accordo, ma forse visto che è una ricerca enciclopedica chiuderebbe un occhio), e rimango sorpreso. Secondo l’enciclopedia online, il PIL pro-capite (per persona per i profani) giordano è inferiore a quello egiziano! E tutta questa ricchezza che vedo ad Amman? È tutto specchio per le allodole? È indubbio che qua in Giordania il PIL è spalmabile su una popolazione di quindici volte inferiore all’egiziana, però i prezzi sono per lo meno cinque volte maggiorati, come fanno a vivere i giordani meno abbienti? E dove si nascondono questi poveri ad Amman? Fuori i compound? È già così avanzata l’attuazione dei nuovi quartieri-compound? Devo rendermi conto che sono ospite di persone agiate e se penso al centro fatiscente di Amman, allora le statistiche hanno ragione, o forse sono abituato all’Egitto, dove la povertà è tangibile.

Ieri è finito il Ramadan. Sono andato al centro commerciale a fare la spesa, lo chiamano Big Mall. Ci sono il Carrefour e il McDonald, simboli della globalizzazione, e migliaia di altri negozi. La gente è standardizzata, anche il sottoscritto, sì, perché in quell’ambiente mi sembrava di stare in Europa, e devo dire che ho sentito aria di casa, come stare al centro commerciale dell’Anagnina a Roma! Erano le 10:30 di sera quando sono tornato a casa, mi sono messo subito a cucinare, per me è l’unico modo di togliermi lo stress. Duraid mi aveva detto di attendere degli ospiti, era sottinteso che dovevo presenziare anch’io, un ospite italiano non c’è tutti i giorni. Prima però sono andato a coricarmi sul letto.

Erano tutti iracheni, tre di loro vivono a Dubai, una in Australia e l’ultima che era seduta accanto a Duraid ad Amman; lei indossava un vestito che sembrava più un babydoll e tacco da dieci centimetri. Non so quante volte ho sbirciato tra le sue cosce. Sul tavolo c’erano due bottiglie di vodka, una di whisky e una tanica da duty free da tre litri di vino californiano … già, il Ramadan era stato decretato morto per quest’anno dal muezzin circa sei ore prima, da quel momento in poi sono iniziati gli undici mesi di rincorsa prima di una nuova astinenza.

Mi sorprende come Duraid sembra circondarsi solo di amici iracheni, sicuramente non sarà solamente così, ma in fondo è giustificato perché ognuno cerca di portarsi un pezzo di casa in qualunque angolo del mondo si trovi, e ognuno lo fa a modo suo.

Oltre i minareti, l’altro aspetto che differenzia la Turchia dall’Italia e dall’Egitto, sono la presenza ossessiva dei pannelli solari sui tetti. La Turchia ha fame di crescere e pertanto anche di energia a basso costo, se ogni cittadino riesce a soddisfare il suo fabbisogno individuale, lo stato può convogliare la spesa maggiore per l’energia verso le grandi opere e la Turchia è un cantiere a cielo aperto.

L’unica nota negativa è stato scoprire la presenza della censura su internet. Ho cliccato sulla pagina dell’attentato a Lahore del 1 settembre e mi è uscita fuori la scritta “Censored”. Sono rimasto a dir poco sbalordito. Nella frazione di un click sono scomparsi i cantieri, i pannelli solari, le costruzioni, le piantagioni di cotone … in un attimo tutto si è fatto buio. Sono tornato alla homepage di Repubblica e per alcuni istanti sono rimasto a osservare il monitor.

Interessante, perché chi controlla il web, controlla la metà del mondo. È vero che nell’Occidente le notizie possono essere filtrate, o completamente omesse sia alla televisione, che alla radio o sui giornali; però il web è una fonte trasversale che supera i confini dei media tradizionali. Anche se una notizia viene oscurata, chiunque maneggi internet, può reperire notizie mancanti dai giornali esteri e condividerli su un blog, sui social network o tramite mail. Non bisogna neanche andare tanto lontano per noi italiani per cercare un’altra lingua, basta andare sul sito svizzero in lingua italiana e il gioco è fatto. Qui in Turchia è un’altra cosa: prima viene il filtro, poi i media.

Arrivato ad Aleppo sono indeciso che cosa fare: rimanere a dormire qua o andare a Laodicea al mare e trovare un posto là. Opto per la seconda possibilità.

Mi dicono che devo andare alla stazione di Ramusa, la stessa dove sono arrivato da Damasco. In poche parole devo tagliare la città in due. Vado a prendere il bus alla fermata dove sono sceso il giorno che mi sono diretto in Turchia, nel frattempo posso comprare qualcosa da mangiare.

Camminando mi ritrovo in un enorme piazzale pieno di rivenditori di frutta e verdura. Il caos, la sporcizia e le urla mi ricordano il Cairo. Vado a un forno della città vecchia dove ero stato con Gianni sei mesi prima, compro delle piadine con timo, olio di oliva e formaggio halumi, prendo anche delle pizzette. La medina vecchia di Aleppo non ha nulla da invidiare a quella di Damasco, forse ancora più bella, e la città di per sé è molto più elegante della capitale siriana, signorile, la definirei la Torino del Medio Oriente. La città vecchia di Damasco è come un paesino incastrato in un tempo antico, isolato dal resto della città; ci sono molti turisti e stranieri occidentali che vi risiedono, maggiormente studenti, i quali, vivendo sopratutto nel centro storico, hanno poi una visione distorta e romantica della città (e forse del Medio Oriente in generale). La medina offre alloggi economici, ristoranti, bar e discoteche. Gli studenti creano tra loro un “grande gruppo” e si frequentano a vicenda. La medina vecchia di Damasco è come una donna sensuale che ti irretisce, ti rende prigioniero di una realtà artificiale e artificiosa. Tu sei là, la osservi e l’aneli, e lei ti ammicca, ti avvolge e ti ubriaca.

Arrivato a Laodicea. Vengo assalito da un nuvolo di tassisti. Sono veramente stanco, sono partito da Kahta in Turchia alle 10:00, ora sono le 23:00. Tiro dritto, solo due autisti non demordono, domando a uno se può portarmi al mare, pensando che sia qui a due passi, non ho la più pallida idea di dove sono … forse avrei fatto meglio a rimanere una notte ad Aleppo e venire qua di mattina. Il tassista mi porta da un suo amico o conoscente che affitta villini, non mi rimane altra scelta che fidarmi. Andare al Meridien e spendere 100$ a notte non mi sembra il caso.

Il suo amico mi fa vedere una casa ma neanche i topi ci rimarrebbero. Andiamo a vedere un’altra. Mi dice una cifra per la seconda casa, troppo. La stanchezza prende il sopravvento, dico al tassista di riportarmi alla stazione dei pullman, penso di ritornare a Damasco, in fondo ho le chiavi di casa di Amir, e se c’è una stanza non affittata mi ci ficco dentro. Mentre riaccompagniamo l’affittuario al suo ufficio m’immagino su un pullman scomodo per altre tre ore di viaggio come minimo. Decido di prendere il villino in questo quartiere fatiscente.

Farah l’ho conosciuta ad una festa in un appartamento del Cairo, uno di quei party alcolici e musica altissima organizzati dagli stranieri che vivono nella capitale egiziana e che sembrano voler protrarre la vita da Erasmus oltre gli studi. C’è sempre un guazzabuglio di gente provenienti dalle diverse parti del mondo. Credo di non aver parlato molto con lei la prima volta, anche se non passava inosservata: cappelli sciolti, neri, lunghi, carnagione olivastra, pantaloni attillati, tacco alto, camicetta bianca leggermente sbottonata senza preoccuparsi di mostrare la sua candida pelle. Studia farmacia al Cairo, lei è giordana, o meglio, suo padre è palestinese, musulmano, sua madre irachena, cristiana della fede siro-cattolica.

Farah è un mix di tutti e due, quest’anno, per la prima volta nei suoi ventiquattro anni di vita ha provato a fare il Ramadan digiunando. In Egitto era molto più facile per lei, perché lì il digiuno è praticato dalla maggioranza dei fedeli, mentre nella sua famiglia solo il padre segue il precetto coranico. Mi piace questa libertà, in casa loro la cena effettiva è l’ora dell’iftar, ma chi vuole mangiare e bere durante il giorno, può farlo cercando di evitare di farlo davanti agli altri, non tanto per nascondersi, quanto per il rispetto di chi segue i dettami religiosi; in Egitto invece sembra che chi non li segua sia peggio di un infedele. Comunque per Farah è abbastanza facile fare il digiuno perché prima dell’alba mangia a sufficienza rimanendo sveglia fino alle sei/sette del mattino, per poi svegliarsi alle quattro del pomeriggio. Il tramonto è alle sette di sera, quindi il suo digiunare è di sole tre ore. Al Cairo, che è una città che non si ferma mai, sarebbe impossibile fare altrettanto. Ad ogni modo le mie rimangono pure considerazioni di un occidentale, estraneo all’Islam. Pensandoci bene, mi trovo parzialmente d’accordo con questo mese di “sacrificio”, perché è vero che purifica e tempra lo spirito, e rinforza la forza di volontà; una pratica, quella del digiuno, che nella società occidentale ormai praticano solo gli eccentrici e le suore. Inoltre, la mia è puramente un’osservazione da un punto di vista laico e non sono uno studioso di teologia per entrare nel merito di decisioni personali, o nella cultura e tradizione di ogni paese.

La famiglia di Farah è agiata, una robusta famiglia di classe medio-alta. Il padre aveva due saloni di bellezza, ora mandati avanti da due dei cinque figli; quello che ho visto era all’ultimo piano di un edificio nel mezzo di una zona commerciale chic. Anche la casa dove vivono è molto grande, per un europeo 380 metri quadrati sarebbero una reggia, ma in Medio Oriente è difficile trovare tagli inferiori ai 150 m2. Hanno tre automobili e una filippina che aiuta in casa.

Quando siamo andati ad Hurghada, Farah si è innamorata di Gonzalo, il fratello di Guillermo, un amico spagnolo che vive al Cairo. Non so cosa effettivamente sia successo tra loro, e neanche mi interessa, fatto sta che Gonzalo doveva prima o poi tornare in Spagna dove lavora; era venuto al Cairo a trovare il fratello. Devo dire che come coppia mi piacevano molto, (ormai tendo a fare il papà o il fratello maggiore con gli amici più piccoli di me di dieci anni!), però Gonzalo le ha fatto capire di non farsi illusioni, perché tra la Giordania e la Spagna corre tutto il Mediterraneo. Quando sono arrivato ad Amman all’andata, lei mi ha detto subito che mi voleva parlare di Gonzalo.

Non riesco neanche a farmi la doccia, appena arrivo all’appartamento mi tuffo completamente sul letto. Spero di riuscire a dormire bene.

Appena mi sveglio vado a preparare la colazione, ma ieri sera, prima di andare al villino, insieme al latte e il nescafé, ho dimenticato di comprare qualcosa per accendere il gas. Con gli occhi cisposi scendo di nuovo senza neanche lavarmi il viso.

Le strade del quartiere alla luce del giorno sono anche peggio che di notte. Ci sono mucchi di calcinacci sparsi sulla piazzetta e a ridosso delle case, un giardinetto al centro dove sono ammucchiati rami potati, bottiglie e buste di plastica. Penso alle discariche abusive sparse su tutto il territorio italiano, non è certo l’immagine migliore da avere appena svegliati e quando si è al mare. Arsuz non è poi così distante eppure è così diversa e ben organizzata, forse la mia impressione che i turchi siano i tedeschi del Medio Oriente è vera.

Mi affretto a fare colazione per andare a farmi una nuotata, tornare a casa per una doccia e poi passare all’ufficio dell’agenzia immobiliare per riprendere il mio passaporto. Non esiste una vera e propria spiaggia. C’è una strada sterrata che divide gli chalet dal mare piena di buche e di dossi, come se ci fosse passata una carovana di autoblindo. Ci sono piccoli moli dove sono ormeggiati natanti di terza o quarta categoria, la sabbia è terra granulosa riportata, buste di plastica sulla battigia, alcune famiglie urlano e si schizzano dentro l’acqua, il mare ha un colore tra il grigio e il marrone. Rinuncio a farmi il bagno. Che cosa sono venuto a fare qui? Un bambino mi chiede se posso aiutare suo zio a avviare lo scooter a quattro ruote. Lo accendo, gli spiego come fare, il sole picchia, il motore si spegne di nuovo, è ingolfato ora, la fronte suda, vado a casa a farmi una doccia.

Mi dice che a marzo vorrebbe andare in Spagna a visitare Gonzalo. Ascolto come si creava una loro intimità in Egitto. Rimango interdetto. Non capisco il suo insistere, l’abbandonarsi a un’idea strampalata, non m’immagino lui a aspettarla a braccia aperte, però magari mi sbaglio, perché nella vita mai nulla è certo.

Farah ha una famiglia stupenda che apre volentieri le porte di casa ad un ospite e aggiunge volentieri un posto in tavola. Il padre si è costruito da solo un business qui in Giordania, dopo la cacciata della sua famiglia dalla “Terra Promessa” nella guerra del 1967. Lui parla solo di Palestina occupata, di una situazione nel Medio Oriente complicata da anni che schiaccia le persone nella povertà. Ha viaggiato molto in Italia per lavoro e ne ritrae sempre un buon ricordo. È curioso come mentre noi italiani ci lamentiamo molto, altri, fuori i nostri confini, ci osservano come esempio da raggiungere. Nel bacino del Mediterraneo sì, per la gente comune siamo il paese da imitare per lo standard di vita che le generazioni precedenti hanno raggiunto. Il padre di Farah ha fatto studiare tutti i figli, due di loro gestiscono i saloni di bellezza, quello più piccolo l’hanno appena accettato all’università d’ingegneria, la più grande vive in America coltivando il sogno di diventare regista cinematografico.

Credo che Farah abbia vissuto in un mondo ovattato, e  ora, a ventiquattro anni, sta vivendo la sua adolescenza per uscire fuori dal guscio. Mi sembra di scorgere fragilità nei suoi occhi distanti che guardano qualcos’altro ma non il presente, sembrano chiedere una risposta alle sue domande. Credo che la sua voglia di fuggire dalla Giordania sia una volontà di cercare se stessa e la sua vita, di separarsi dalla sua famiglia che lei ama tanto ma che la soffoca, di cercare quelle risposte che sembrano frustrarla. Qualcuno potrebbe osservare che forse Farah ha assorbito troppi concetti occidentali, ma il modernismo è solo appannaggio dell’Occidente? Come in Mesopotamia duemila anni fa costruivano “piramidi” al dio sole forse cercando di imitare gli egizi, oggigiorno le idee girano il mondo nel lasso di un click (a meno di non vedere la scritta censored, ovviamente), allora dovremo fermare la modernità?

Forse Farah vede in Gonzalo una fuga, un modo per confrontarsi, per capire, per crescere, per capire dove e quale è il suo posto. La religione è importante ma per molte persone è una facile fuga, Farah non mi sembra tra quest’ultime. Oggi, 11 settembre 2010, lei sta solo attendendo con inerzia il suo rientro in Egitto previsto per il primo di ottobre, per iniziare il suo praticantato farmaceutico in una struttura ospedaliera. Attende di ritornare a vivere da sola per poter vedere allo specchio un’altra donna, una persona che conosce. Ha paura di quando i tre mesi di tirocinio finiranno, del rientro ad Amman e la prospettiva di dover rimanere minimo due anni nella capitale giordana per fare esperienza, teme che la sua vita le scivoli via.

Suo padre prega. Nel patio di casa stende il tappeto e punta la Mecca. Allah lo chiama. Ha un portamento regale quando si piega verso la terra. La sua concentrazione merita rispetto e ammirazione. Sua moglie è cristiana, i suoi figli sono liberi di scegliere la propria fede, lui che è scampato alla guerra del ’67 ha coraggio, affronta il modernismo con fiducia. I suoi figli sono la sua preoccupazione e forse Farah più degli altri. Sono sicuro che ha fiducia in lei, per i valori che le ha trasmesso, ripone in lei le aspettative che tutto vada bene nella sua vita, ha cercato di metterla nella posizione migliore, ma forse non è stato sufficiente. Tiene il controllo vigile, per evitare che lei prenda delle sbandate che possono far cadere l’auto dentro un fossato o un burrone. Questo periodo che Farah sta passando non coinvolge solo lei. Osservo con rispetto il volto di quest’uomo che si alza dalla preghiera.

Passo la mattinata a incamminarmi verso una meta che non ho. Mi guardo intorno, fra poco prenderò un taxi e un bus per tornare a Damasco. Di  Laodicea purtroppo ricorderò sopratutto quel muro di cemento armato, corroso dall’acqua marina, che delimita l’inizio della spiaggia dell’hotel Meridien.

Mando un SMS a Amir per avvisarlo del mio rientro. Vado direttamente alla casa dove ho dormito la prima notte prima di andare a Aleppo. Quel giorno quando sono arrivato, sono passato per prima cosa al negozio del padre.

Il fratello di Amir era seduto accanto un tavolino sul vicolo antico della città vecchia. Appena mi vide mi accolse con un sorriso, è sempre un piacere immenso andare in un posto e essere riconosciuti. Lo raggiunsi scendendo la scalinata della moschea degli Ommayyad, ci abbracciammo come fossimo vecchi amici, la stanchezza sembrava scomparire. Amir ci raggiunse poco prima del tramonto. Mangiammo tutti insieme l’iftar che avevano comprato per loro, mangiammo in mezzo alla strada mentre i turisti passeggiando osservavano le stoffe e le anticaglie dei negozi.

Amir ha un tedesco che deve prendere la stanza dove ho lasciato la mia borsa. Mi porta in un’altra casa che è un palazzo antico di duecento anni. Amir è sempre circondato da studenti stranieri, età massima intorno ai ventiquattro anni. Anche lui ha perso parte di sé dentro questo continuo “viaggiare” dentro i volti dei ragazzi che vengono da tutto il mondo per studiare l’arabo.

Con Amir chiacchieriamo e mi racconta parte della sua vita, ma rimane come in sospeso, intrappolato in quella realtà di esiliato che ha ereditato, però in fondo non tutte le persone si trovano a proprio agio quando devono parlare di sé. Non è schivo, e forse neanche lui sa darsi delle risposte.

Mentre camminiamo nei vicoli della città vecchia gli propongo di comprare qualcosa al negozio del padre, come un ringraziamento della sua ospitalità. Questa volta rispetto a quando sono venuto con Gianni a marzo, non mi vuole far pagare. Essendo commerciante capisce che con me non c’è bisogno di insistere, e penso che il suo comportamento sia spontaneo e genuino, allora compro e acquisto volentieri. Così penso che la mia seconda pirlata e mezza me la darà il mio amico Amir acquistando un capo ad un prezzo forse leggermente maggiorato,  ma il giacchetto che compro è bello, un lavoro certosino fatto a mano, di altri tempi. In fondo come dice sempre lui, l’importante è che il cliente vada via con un sorriso. Anche suo padre è contento, almeno per oggi il lavoro non è stato avaro. Torno a casa, un mezzo pirla che cammina tra queste pareti erose dai secoli, tra rocce romane, architetture cristiane e musulmane, odore di sandalo e timo, di pane cotto e formaggio, con una busta in mano e con un sorriso sulla bocca.

Sono le quattro del mattino inoltrato. I ragazzi venuti da Dubai sono stanchissimi, hanno dormito a malapena due ore prima di venire ad Amman, passeranno l’Id[9] in Giordania. Forse le loro famiglie irachene vivono qua, o forse è solo un modo per riunirsi tra connazionali. Ogni tanto intervengo nelle loro conversazioni, ma non capisco bene il dialetto iracheno, così nella mia testa è come se stessi seguendo la pallina di una partita a tennis. I fumi dell’alcol e dell’hashish abbassano la concentrazione e le conversazioni si vanno diluendo. Vanno via tutti insieme. Rimane la ragazza con la gonna corta e le sue cosce che catturavano i miei occhi, mentre le sue mani e quelle di Duraid si rincorrevano per tutta la serata; un’altra coppia faceva lo stesso, mi sembrava di stare a fare il terzo incomodo, ma in fondo a Dubai è completamente proibito per le coppie baciarsi in strada o esibire affezioni in pubblico, pena una sanzione pecuniaria. In fondo sono un ospite, e, ribaltando il proverbio italiano che l’ospite è come il pesce, sono imprigionato in questi schemi di cortesia, quando invece andrei volentieri a dormire.

Dopo essere rimasti solo noi tre, la ragazza improvvisamente avverte un forte dolore alla testa e allo stomaco. Duraid le porta dell’acqua che lei non beve, così decide di accompagnarla in camera da letto. Esco sul balcone. Osservo la notte silenziosa di Amman pronta a scandire un nuovo giorno con la voce del Muezzin. L’ultimo sorso di vodka mi disgusta. Il silenzio dentro casa sembra spettrale e inusuale, Duraid è una persona che riempie gli spazi e i vuoti con il suo carattere allegro e compagnone. Rientro, svuoto il bicchiere mezzo pieno nel lavandino. Duraid e la ragazza sono scomparsi nella camera da letto ben chiusa. Mi vado a coricare. Prima di addormentarmi mi sembra di sentire dei sospiri e dei mugolii dall’altra parte della parete … il Ramadan per quest’anno sembra proprio essere finito.


[1] Padre fondatore dell’Egitto moderno

[2] Città

[3] Wikipedia: all’esodo delle popolazioni arabe intensificatosi a partire dal 15 maggio 1948, giorno a partire dal quale il Regno Unito si ritirò dalla PalestinaIsraele, secondo il Piano di partizione della Palestina contenuto nella risoluzione 181[1] dell’ONU del 29 novembre 1947.

[4] Il ritorno dei palestinesi in Palestina.

[5] Rottura serale del digiuno musulmano.

[6] Donne con il velo.

[7] Al momento in cui scrivo ora, 19 settembre, la maggioranza dei turchi ha votato “sì”, per il cambiamento della costituzione verso un sistema più democratico.

[8] Nave della marina militare inglese affondata dai tedeschi nel 1941 e di facile accesso ai sub.

[9] È la festa di tre giorni dopo la fine del Ramadan.

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