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Il Treno da Prendere

Il Treno da prendere

… Febbraio 1920. Nasco. Attraverso quel tunnel oscuro annaspando tra un liquido con il quale ho convissuto nove mesi. Assaporo il sesso di mia madre con la lingua, mi dico che deve essere così, altrimenti non c’è spiegazione per quello che accadrà nella mia vita. La guerra era finita da circa un anno e mezzo. Per fortuna sono nato lontano dal confine: Curinga, Calabri. L’eco delle bombe qui è arrivata tramite la carta e l’inchiostro (forse è lì che l’Italia si è divisa). Se mio padre non fosse ritornato dall’America, dove era andato a cercare fortuna nel ’14, forse ora non starei qui a raccontare questa (la mia) storia. Mia madre mi ha allattato a ritmo di soppressata, provola, pane e anduja. Mio padre perdeva la casa con i risparmi americani, tutto per essere caduto nelle maglie del fratellastro :”Perchè cercare un terreno da un’altra parte, prendi questo mio qui in paese”. Nessun contratto, nessuna firma per un uomo analfabeta. Stupido? No, un uomo troppo buono e troppo giovane da credere ancora ai rapporti famigliari. Un astio che si sarebbe portato dentro nella tomba insieme ai suoi trentacinque anni e la turbercolosi.


Carmine

“Carmine, Carmine”, mi sporgo d’abbasso. Lo sguardo si posa un attimo sulle isole Eolie, una mano sulla fronte e l’altra sul ramo. “Carmine, lo senti?”.

“Cosa mamma?”, il suo viso giovane di crema ambrata è teso verso di me, un abito grigio chiaro che assomiglia ad un saio di un frate, un grembiule sbiadito che ha solo il ricordo del rosa che era, scarpe che abbracciano tutta la caviglia, siamo nel 1927, non è ancora permesso mostrare il corpo. Un giorno lo rimpiangerò, poter ancora fantasticare e scoprire con la carezza dell’occhio cosa si nasconde sotto la lavanda delle donne! È meglio che mi interrompa, mi dilungo sempre sulle targiversazioni della mente, poi perdo il filo. Sì, eravamo a mia madre. Sotto i suoi piedi una rete piena di olive.

[Cosimo Terlizzi e D.Gallery Torino courtesy]

“Non sento niente a parte quell’inutile cornaccia”.

“Non biasimare le creature di Dio figlio. Ascolta, ascolta bene”, tendo l’orecchio ma continuo a non sentire niente. Ronzio di mosche e moscerini, il ragliare dell’asino, il fruscio del vento tra le fronde … “Oltre, oltre la collina”. Come faccio a sentire oltre la collina, neanche fossi un mago! Mi dico un pò infastidito. Poi arriva. Un fischio acuto, potente che sbaraglia la strada, una strada segnata per un cammino prestabilito, sprazzi di fumo nero che muoiono nel cielo.

“Il trenooo”, la mia bocca pronuncia quella parola sbalordita di qualcosa che la mia mente ha solamente immaginato o sentito dire. In un tempo che verrà, l’avrei preso come un metronomo per seguire le bizzarre indecisioni del governo italiano che durante la guerra ci spedirà da una parte all’altra dello Stivale per imprese che dovevano essere impresse nella storia: assalto a Malta, l’occupazione della Russia; pescatori dal volto tagliato dal bagliore dell’orizzonte o cobalchi dalle guance rosse e le vene piene di vodka (come se tutte queste cose le conoscessi allora).

“È quello che prenderai per andare a Marsala. Lo zio Goffredo sa già che vai”. Non rispondo, ancora meravigliato, posseduto da quell’idea che la sua voce ha spifferato nella mia testa: prenderò il treno! L’indomani pregusto l’invidia dei compagni di classe (sarei stato all’altezza di Quinto, lui è stato con suo padre a Lamezia [vedere le mappe ferroviarie di inizio secolo, chiedere a Bruno]). Lo zio Goffredo, sono curioso di conoscerlo questo zio enigmatico esistente solo sulle labbra dei miei genitori, e non fa nessuna differenza che lui mi conosca già perchè mi ha visto appena nato e a due anni, io non l’ho mai incontrato!

Ripresi a strappare le olive con una mano minuta di sette anni. I monti della Sila incastrati da oliveti e fichi d’India, profumo di origano fresco e finocchiella, i fichi settembrini che qui da noi vengono in Ottobre per via del troppo caldo, lo iodio dei due mari Ionio e Tirreno quassù si mescolano per proteggere queste terre dalle infiltrazioni di culture lontane e novità. Qui le parole non escono dalle case e gli occhi vedono solo la legge della famiglia e dei clan. Mio fratello non si sarebbe mosso da questa terra, io ero destinato ad altri lidi. Marsala era solo l’inizio e io non avevo paura di nulla, la guerra era lontana, neanche quello zio che in un futuro mi avrebbe picchiato a proprio piacimento prendendo il posto di un padre che non aveva ami posato un dito sulla mia guancia, un padre buono e uno zio al quale sarei rimasto legato malgrado tutto.

“Andiamo Carmine, fra poco calerà la notte e non si vedrà più nulla”, mio padre è venuto a piedi dal palazzo del barone Bevilacqua, un gentiluomo e benefattore, si da il caso che lui, mio padre s’intende, faccia il portiere presso la sua villa. In cosa consista fare il portiere non lo capisco bene, così mi immagino mio padre con la sua umiltà illimitata a reclinare la testa e aprire il cancello, poi il portone di casa con un mezzo inchino in riverenza del barone e i suoi ospiti. Seppure debba fare da custode, commesso per le faccende domestiche, la spesa, governare la stalla, sistemare il giardino …

“Ma c’è ancora tanta luce papà, perchè andiamo a casa?”,

Non mi discostavo tanto dalla realtà: era più di un mezzo inchino, ma la fame è una cattiva compagna.

In poco più di mezz’ora sarebbe divenuto buio pesto, le strade non avevano i lampioni come oggi e io non avevo il senso del tempo come lo hanno i figli dei contadini. Arrivammo a casa giusto con l’ultimo bagliore.

“Non c’è la luna oggi figlio”, sorride con quel suo modo distaccato di chi rimare in un altro mondo, quando se ne è andato l’ha fatto allo stesso modo, in silenzio come se stesse dando noia, come se fosse normale che lui togliesse il disturbo. Chissà se una parte di lui non sia rimasta in America, che cosa abbia fatto in quel periodo oltre oceano se l’è portato con sè.

“Lo sai papà che prenderò il treno? Me lo ha detto la mamma!”, mi appoggia una mano sulla spalla, mio fratello corre con le sue gambette corte e con il suo modo di fare silenzioso ma intrusivo per posizionarsi dall’altra parte e prendere la sua fetta d’attenzione, ricoprire un vuoto. Papà gli posa l’altra mano sulla testa.

“Lo so Carmine. È la prossima settimana, starai a casa della zia Elisa e lo zio Goffredo. Devi comportarti bene ed essere educato, ubbidire a tutto quello che gli zii ti diranno di fare”.

“Si papà”. Ci incamminiamo per la strada nella scoscesa che porta al paese. Di questo giorno non dimenticherò mai il calore della sua mano e la delicatezza del suo tocco come se avesse paura che mi potessi spezzare. Ancora oggi che a poco a poco vedo cambiare le facce di quest’altro paesino che mi ha ospitato, che iscrivo i volti delle persone andate su un ipotetico personale munumento ai caduti, un elenco custodito nell’anima, anche Viola da qualche anno ne infoltisce il novero. Quando sono solo, se mi volto posso ancora vedere la sua mano sulla spalla e distinguerne il profilo di un giovane che ora potrebbe essere mio nipote. Come sarei stato se mio padre non fosse scomparso così giovane? Magari sarei rimasto in Calabria.

“Anch’io voglio andare sul treno”, se ne esce Gentile, tutto indispettito per non essere stato scelto per cavalcare l’animale di ferro.

“Tu sei ancora troppo piccolo, avrai tutta una vita davanti per poter prendere il treno”, quanto si sbaglia. Mi sento l’unico privilegiato di un lusso simile.

“Ma perchè devo andare a Marsala?”, gli domando sorpreso di me stesso. L’eccitazione di poco prima è scomparsa.

“Perchè qui non c’è futuro. Perchè tu possa averne uno diverso da quello mio e di tua madre”. Non capisco il senso di quelle parole. Perchè devo andare via? Il viaggio mi eccita, ma che c’è che non va nei miei genitori che non capisco?. “Lì studierai fino alle superiori, lo zio ti insegnerà la musica. Marsala è una grande città, avrai tante possibilità. Martedì prossimo verrà commare Totò che ti accompagnerà. Anche lui è di Curinga ma è di stanza lì con il suo battaglione”. Battaglione? Totò? Marsala? Il treno? Per un momento ho un fremito di paura, che sollievo non essere solo. In un paio d’ore la mia vita sta cambiando radicalmente.

Mia madre accende la stufa a legna e mette a scaldare la zuppa di ceci del giorno prima. Come facciano quei piccoli sassolini duri a diventare così morbidi e succulenti non riesco proprio a capirlo. Bevo il brodo ascoltando solo il risucchio del cucchiaio evitando le insistenze di mio fratello minore per venire sul treno anche lui: io sono destinato ad altri lidi, lui non ne è degno. Una consapevolezza che s’impossessa del corpo minuto dopo minuto. I grandi con una loro decisione possono far nascere un mondo intero.

Sono troppo agitato per dormire, devo fare qualcosa. Mi infilo i pantaloni, il tessuto scorre freddo sulle gambe, il brivido mi ricorda che se i miei si svegliassero questa volta le botte non me le toglie nessuno.

“Dove vai?, sobbalzo. Vedo solo la sua pupilla riflettere il buio della stanza.

“A fare pipi”.

“E metti i pantaloni?”.

“Ho freddo, che c’è di male?”.

“Non ci credo. Non fa freddo. Guarda io dormo solo con le mutande e il lenzuolo”, non riesco a dargliela a bere. Anche con quasi quattro anni di differenza è intelligente. Si mette seduto sul letto comune, le gambe come steli, la loro morbidezza e ancora quel vago profumo di latte risplendono nella penombra. Nostra sorella ha una branda tutta sua all’angolo della stanza. “Se non mi porti con te lo dico a papà”. Attende. Mi lascia in quel silenzio che mi irrita. Questo piccolo mostro che s’insinua nel mio letto si permette di ricattarmi.

“Ok, ma devi stare sempre dietro a me. E se succede qualcosa te la faccio pagare. Capito?”, annuisce con un cenno del capo.

“Ma dove andiamo?”.

“Alla cascina a vedere il mare”.

“Ma la luna non c’è, il mare non si può vedere!”.

“Tu devi solo sederti sulla roccia magica, guardare la vallata e stringere gli occhi. Se stai attento dopo un pò sentirai il rumore delle onde, poi vedrai la spuma bianca, e giù in fondo le isole, i gabbiani e i pesci. Quando riaprirai gli occhi forse le stelle lo illumineranno, allora potrai vedere il mare”.

“Non ci credo”.

“Dipende da quanto sei bravo, devi prendere la cosa seriamente, se ti concentri ce la puoi fare. Tutto dipende da te. Tu provaci, va bene?”.

“Si, va bene”. Mi guarda con il suo faccione rotondo e gli occhi grandi morrone scuro non ancora convinti.

Avevi le guance paffute che ti saresti portato per tutta la vita fratello mio. Mi mancano ora i nostri viaggi per vederci, mi mancano le telefonate per domandarci dei figli e dei nipoti, delle mogli, della musica, della banda, dell’orto e dell’origano che raccoglievi per portarmelo a Roma. Il profumo della Calabria. I ricordi di un’infanzia lontana e quanto mai vicina.

Seguimmo la strada, i suoi piedi facevano da eco ai miei. Le strade di terra erano deserte. La gente dormiva, domani un altro giorno l’attendeva, un giorno senza pause dall’alba al tramonto. Non c’era il tempo per annoiarsi, ognuno aveva un compito da svolgere: le donne risistemavano la casa, facevano la farina, il pane, la pasta, le conserve per l’inverno rigido e austero, poi lavoravano nei campi, cucivano i vestiti, senza loro gli uomini non potevano fare gli stallieri, i calzolai, i bracianti, i sarti … i soldati.

Il fruscio dell’erba sui vestiti. Dico a Gentile di fare attenzione al ramo di un albero e a dei spini, un muro di pietre che separano le proprietà scorre sulla mia mano per un gesto istintivo, mio fratello mi imita, lo guardo e gli sorrido, lui mi mostra la fessura tra i suoi denti frontali. La grande quercia al lato del campo di olivi mi dice che siamo arrivati. Lui prende la mia mano. Un contatto che nasce fin dalla nascita, il legame della famiglia impresso nei geni, l’abitudine di vedere volti dal momento in cui appaiono i colori. Lui è ancora in quella fase in cui solo la famiglia ha importanza, dove nonni e zii non hanno un ruolo, figure sfumate che solo il tempo che passa riuscirà a mettele a fuoco.

“Eccola là”, esorto.

“Ma è una pietra con un buco in mezzo! Allora forse è magica veramente!”, il suo viso si allarga e s’illumina a dismisura.

“Andiamo”, lo incalzo. Ci sediamo in direzione del mare. Solo un alito di vento e il ciondolio dei suoi tacchi che battono sulla macina fanno compagnia ai nostri respiri.

Sento l’odore del mare e del pesce che porta con sè, l’aria impregnata d’umidità, lo iodio si addentra nella mente. “È verooo!”, mi guarda come se mi dovesse convincere. “Ho visto il mare”, si stropiccia gli occhi, “È come avevi detto tu!”.

“Hai visto che non mentivo?”, lo sapevo che ci sarebbe riuscito.

Pensavo che sarei morto prima di te perchè ero il più grande e che fosse normale così. Quattro anni, un abisso nell’infanzia, una nullità in vecchiaia. Il tempo passa. Una persona in un luogo qualunque venti anni dopo di me sarebbe nata e avrebbe sposato mia figlia ancora non nata. Anche lui un giorno sarà mio coetaneo.

“Forza sbrigati, dobbiamo tornare a casa altrimenti domani non mi alzo per andare a scuola e dopo mamma si arrabbia”.

“Perchè devi andare a scuola? E perchè la mamma si arrabbia?”.

“Perchè ci vuole bene e ha paura che ci succeda qualcosa. La scuola è importante per costruirsi un futuro”, parole che mi sono state dette. Lui le accetta senza ribattere. Le sue domande hanno un fondo di verità a distanza di tempo.

“Che cos’è la paura?”, insiste. Non so rispondere.

Per un momento mi prende la mano per lasciarla subito dopo, il profumo acro e penetrante della finocchiella si fa strada tra le magliette e le narici. Ripenso all’intero giorno, ai cambiamenti nella mia vita, a come sarà il treno? Mi ripropongo di chiederlo a papà, lui è stato in America, deve averlo preso prima. Cerco di immaginarlo ma mi viene in mente solo il suono che si ascolta da lontano. Improvvisamente un urlo mi riporta al presente, mi precipito nel punto da cui proviene. È Gentile caduto dentro una buca profonda all’incirca un metro e mezzo.

“Ahh”.

“Ti sei fatto male?”, ma cosa diavolo ci fa una buca del genere mezzo del campo. Per la miseria, è tutto sporco di terra, la mamma se ne accorgerà.

“Non tanto. Ahi”, gli tendo la mano aggrappandomi ai ciuffi d’erba.

“Dammi la mano. Cerca di spingerti con i piedi”, mi fa cenno di sì con la testa, alcune lacrime gli si stanno già asciugando sul viso. Piange tra sè. Vuole dimostrare di essere grande. “Te l’avevo detto che era meglio che non venivi”. Sei stato forte nel sopportare la caduta, sono contento di averti portato. “Dai forza che ce la fai, spingi con i piedi!”. Appena fuori ti aggrappi a me, un segno di riconoscenza e per smorzare la paura. Sono fiero di te. So che ti vorrò sempre bene. “Forza andiamo. Arrivati a casa fuori c’è il barile della raccolta d’acqua. Sarà un pò fredda ma è meglio che ti lavi altrimenti mamma laverà la mia di testa”.

Arrivammo a casa. Il giorno dopo andai a scuola, poi al campo a raccogliere le olive. La settimana dopo partii.


Compare Totò

Un’altra settimana e la raccolta delle olive sarà solo il ricordo di un autunno mite. Mi mancherà andare al frantoio, sentire l’odore intenso e spesso delle olive schiacciate con tutto il nocciolo dalle macine di pietra, un odore simile a quella crema che mamma stende sul pane qualche volta. E poi quel filo di un verdastro dorato che colando nel secchio di legno non emette nessun suono, sarà per il rumore delle pale e dei zoccoli degli asini. Ogni volta sono tentato di immergerci la testa e mio padre, che sembra leggermi il pensiero, mi guarda come se mi dicesse “Non pensarlo neanche!”. Tocco con l’indice quella lama d’oro, lo frego con il pollice avvicinandomelo al naso, l’odore penetra con quelle sue spirali acidule e acre della prima spremitura, mi lecco i polpastrelli e un’esplosione di sapori scoppia nella testa e con esso tutti quei pomeriggi passati sugli alberi. Mia madre mi ha dato del pane nero, un paio di uova sode, del formaggio, del miele, qualche oliva condite con origano e pezzi d’arancio, della soppressata, un paio di pomodori e un bicchiere di latte munto dalla vicina mezz’ora prima che da solo potrebbe essere un pasto.

“Mangia figliolo. Devi mangiare a sufficienza, il viaggio sarà lungo”. Dal canto mio mi ingozzo di ogni cosa assentendo alle sue parole. Si avvicina. “Mangia piccolo, mangia”, mi accarezza la testa. Non riesco a vederle il volto ma la sua voce mi sembra spezzata. Sento il suo tocco e l’odore dei suoi abiti e della sua pelle, scorgo con la coda dell’occhio il suo addome fatto di quell’umile vestito e il grembiule scolorito. Mi accosta la tempia alla pancia, il boccone mi rimane in gola. Non avevo mai ricevuto una carezza, mi abbandono volentieri al suo ventre come in un sogno di un bambino appena nato: ridiscendere quel limbo di liquido amniotico nel ritorno dei non sogni e non pensieri. Chissà se veramente sognare è un ritorno alla culla d’acqua primordiale. Spero che i miei fratelli non si sveglino ora per non rubarmi questo momento tra me, mia madre e il cibo intrappolato nella gola.

Sentiamo bussare alla porta. Lei porta via quel vago profumo di lavanda e sapone di grasso di maiale mischiati al cucinato giornaliero e all’odore forte dei formaggi. Ritorno alla realtà e riapro gli occhi, finalmente degluttisco. Sulla soglia si disegna l’ombra di un uomo. “Compare Totò, come state? Prego, accomodatevi. Il caffè è quasi pronto. Francesco è di là che si sta vestendo”. Non avevo mai visto mia madre comportarsi in quel modo, per me era la prima volta che avevamo ospiti che non fossero famigliari.

“Non vorrei disturbare e …”.

“Non dovete neanche pensarlo! Sapete come è mio marito, si può offendere facilmente”, si sta ancora sistemando lo scialle sopra la testa, mio padre è un uomo buono quanto geloso e rispettoso delle tradizioni: la moglie è un oggetto di propria proprietà. “Prego, prego. Accomodatevi. Lui è il fortunato che verrà con voi, è mio figlio maggiore Carmine. Venite, venite!”, continua ad esortarlo. Dopo aver fatto i dovuti calcoli che forse non c’è nulla di male nell’entrare in casa visto che anche il capo famiglia è presente. L’ombra che poco fa sembrava gigantesce si rivelava in un uomo minuto con il viso tagliente, forse per il prominente naso arcuato che sembra posarsi sulle cose prima degli occhi. Lo sguardo sembra investigativo e accorto. “Eccolo qua il nostro eroe”, si toglie il cappello militare e mi mostra le sue perle ingiallite, eppure il sorriso che gli taglia il viso stretto da parte a parte è aperto e caldo. Le sopracciglie nere fanno risaltare i suoi noccili d’oliva, il colore dei suoi occhi è simile al mio. So che faremo un buon viaggio.

“Compare Totò! Come andiamo?”, è mio padre che lo prende di spalle e gli dà delle pacche sulla spalla. Devono essere vecchi amici dall’espressione felice sul suo volto. Da uomini si stringono forte la mano. Tesa. Decisa. Poi si mettono a parlare e domandare di così tante persone che perdo il numero e l’interesse. Messo da parte mi concentro sulla colazione, mamma è sulla stufa ad armeggiare con le pentole, sta già preparando il pranzo e la cena. Poi si porta sul ripiano vicino alla bacinella di marmo del lavabo. I suoi movimenti sono lenti e precisi, come se li avesse calcolati nei minimi particolari. C’è del pane nero affettato lì.

“Questi sono per voi. Ci sono due panini con la soppressata e due con la provola, un paio di cipolle e dei pomodori”, consegna il pacchetto a compare Totò.

“Non doveva disturbarsi donna Felicia”.

“Non è nessun disturbo”, interviene mio padre. “Siamo noi che ti dobbiamo ringraziare. Grazie a Dio sei di stanza a Marsala e possiamo approfittare della tua cortesia. Io non posso assentarmi dal lavoro”, abbassa lo sguardo. La povertà è qualcosa che scava l’animo. Compare Totò fa finta di niente, si rigira verso di me e mi pone il sacchetto del pranzo, credo che sia stato il quel momento che mi è piaciuto. “Allora Carmine, facciamo un tratto: tu porti questo e io porto la tua valigia. Ci stai?”, mi strizza l’occhio vistosamente, poi allarga di nuovo le sue labbra. Facciò di sì con il capo. “Ma che cos’ha questo bambino? Ha perso la lingua?”.

“Va bene, ci sto!”.

Mi piaceva quell’uomo che non avrei mai più rivisto, mi dissero che era uno dei tanti dispersi della battaglia di El Alamein. Un giorno con i capelli già grigi ho rivisto il suo nome scritto su una delle lapidi bianche nel mausoleo italiano fra le scogliere di azzurro turchese africano.

Lui prende il sacco e si dirige verso la porta, lo seguo spronato dai miei genitori e loro al mio seguito.

Fuori di casa, sulla strada sterrata mia madre si accuccia e mi stringe forte avvolgendomi anche le braccia. “Comportati sempre bene figlio mio”, mi dice con una alito di voce. Sono stordito e con il corpo flaccido, abbandonato a quell’abbraccio. Non ho il coraggio di guardare mio padre ma con la mano libera ricambio la stretta di regole non scritte.

Mio padre stringe la mano del suo amico, intravedo delle banconote nascoste sul palmo. “Questi dovrebbero essere sufficienti per la corriera e il treno”. Questa volta è lui che non risponde. Senza abbassare lo sguardo i due uomini si fronteggiano mentre mia madre si alza passando il dorso della mano sulla guancia. Il bordo inferiore della sua gonna rimane ricoperto di polvere. Totò mi allunga il suo braccio e io afferro la sua mano ossuta.

“Andiamo, altrimenti perdiamo la corriera”.

“Sì”.

Quella risposta racchiude un futuro lontano tra nord e sud sempre in procinto di attraversare il confine prima di divenire fuggiasco sui monti ceriti e intorno al lago di Bracciano.

Mi volto. Mio padre fa passare mia madre per farla entrare in casa tenendole un braccio, è mattina presto, non c’è nessuno in strada, per una volta abbassa le difese. Non mi stanno guardando. Lasciato al mio destino. Mentre i miei passi vanno due volte più veloci di quelli di compare Totò, un senso di sconforto prende il sopravvento, un abbandono per qualcosa che non avrò più. Una carezza anelata nel sonno. Mia madre abbassa la testa ed entra in casa.

“Forza Carmine, dobbiamo sbrigarci, fra poco il pullman parte. Non vedo l’ora di arrivare giù in stazione o salire sul treno”. Mi domando quale fretta abbia. Mi faccio coraggio.

“Perchè?”.

“Perchè devo andare in bagno!”. Si rivolta verso me dall’alto al basso inarcando una sopracciglia.

“Se vuoi puoi farla qui per strada dietro quei fichi d’India”, si sta accendendo una sigaretta e soffia fuori la nuvola di fumo.

“È che devo cagare! Ho preso anche il caffè mannaggia! Mi manda subito in bagno. Speriamo di resistere”.

“Non vedo perchè non la puoi fare qui, che differenza c’è? Noi bambini la facciamo sempre dove capita quando ci scappa”. Si ferma di colpo. Il modo brusco mi fa sobbalzare oltre la linea dei suoi piedi. Immagino che si sia arrabiato. Mi guarda con un’espressione interrogativa. Tira fuori il suo orologio da taschino. Lo osserva bene, sembra faccia dei calcoli. Indietreggio intimorito.

“Lo sai che hai proprio ragione!”, e lo sai che tu sei un tipo buffo vorrei dirgli. Abbozza un sorriso, tra le fessure dei denti sento la sensazione di paura svuotarsi dal corpo. Lui si perde dietro le piante.

“Carmine. Carmine. Vieni, sbrigati!”.

“Che c’è”, gli rispondo svogliato.

“Portami delle foglie di fico”, ci mancava anche questa. Strappo la sua richiesta e mi stringo forte le narici. Prendo una bocconata d’aria e mi dirigo da lui. Appena le afferra scappo via espiando l’aria dalla bocca e dal naso. Deve essere diventato proprio cittadino per avere tanta ripugnanza. Aveva ragione mio padre.

“Dai forza dobbiamo correre”, esce con i pantaloni ancora sbottonati mentre cerca di richiuderli come se avesse il padre di una ragazza alle calcagne ripenserò un giorno.

Davanti a quella quercia, proprio nel punto dove mi trovavo hanno fatto una strada. La intitolarono a mio zio. Sì, proprio quello che stava a Marsala, ma allora ovviamente non potevo sapere nulla. La mia pelle era soffice come il latte di una mucca appena munto e non questa carta arricciata che mi ritrovo ora.

La corriera arriva seguita da un fumiciattolo bianco azzurro. Compare Totò ha il volto rilassato e non smette di rincorrere la frescura mattuttina tagliata dal respiro bianco delle sigarette. La fermata all’albero di fico lo ha svuotato della tensione e della frenesia di arrivare. Chissà se oltre il mare ci sarà la soppressata e la provola? La mamma ne ha messe un paio come regalo per gli zii e, “perchè sta bene così!”. Ringrazio che sia Totò a portare il peso del mio fagotto anche se me temo che si divori tutto a morsi senza lasciarmi nulla.

Mi hanno detto che la Sicilia è un’isola, cioè una terra tutta circondata dal mare, quando gli ho detto ha mio padre come facevano a entrarci tante persone in un fazzoletto di terra si è messo a ridere. Poi mi ha spiegato che anche in un’isola si può vedere solo terra tutt’intorno. Sono curioso. “Andiamo? O vogliamo rimanere qui un altro giorno?”, mi sprona con uno buffetto sulla scapola. “Il treno non passa a tutte le ore e spesso nella vita ne passa solo uno”.

A otto anni era difficile capire il senso di quella frase. Oggi nella frenesia della vita moderna i treni passano frequentemente, l’importante è saperli riconoscere.

Quel leggero colpo scuote persino il senso di vuoto che si è impossessato di me. Quando appoggio il piede sullo scalino capisco che non rivedrò il volto di mia madre per un lungo periodo. Il sentimento della separazione si contorce nello stomaco. Sento il cibo della colazione schiacciarsi dall’agitazione. I pioli scorrono sui miei occhi. Totò fa i biglietti, la corriera parte. Attraverso il finestrino vedo le curve ondulate della strada snodarsi come un serpente sulla collina tra il fogliame degli uliveti. Il senso dell’emozione per lo stantuffo del motore ha cancellato quell’altro serpente nascosto tra le costole. Il mare si arrampiaca verso di noi come se volesse mangiarsi la terra, non l’avevo mai visto da così vicino. Lamezia è poco oltre, nascosta dietro la pianura dove l’occhio si perde nell’orizzonte.

“Vedrai che ti abituerai e Marsala ti piacerà più della tua Calabria”, sembra come se a lui già non appartenesse, io sento invece di portarmela nel puzzo della pella, nella ribellione dell’animo, nel dubitare nell’incontro con uno sconosciuto nascosto dietro un sorriso accomodante, la voglia di ritornare a sentire i profumi e i sapori di questa terra che scava la carne.

“Sì, mi piacerà”. Il mio tono non deve convincerlo tanto.

“Vedrai, vedrai. Un paio di giorni e ti sarai dimenticato tutta la famiglia! Il marasma della città t’ingioa”.

Aveva ragione, ma nel fagotto c’erano molto di più che due soppressate e provole. Quegli odori sono tuttora radicati in me, su questa pelle ringrinzita che è buona solo per scartavetrare le pareti. Eppure se guardo in profondità nello specchio vedo sempre quell’uomo giovane pieno di vitalità che affronta la vita apettando un futuro migliore con un fucile sulle spalle.

L’emozione della stazione allontana la nostalgia. La zanfata acre di marmo e del ferro delle rotaie raschiato dalle ruote del treno sveglia altri pensieri. La stazione pullula di una vita veloce che al paese non siamo abituati. Ho gli occhi che strabuzzano dallo stupore e la testa che segue il via vai delle persone.

“Te l’avevo detto che ti saresti scordato casa immediatamente”, getta la testa all’indietro in una risata tanto sguaiata quanto la mia aria cupa che incomincia a prendere forma. Non mi piace quando si ride di me.

“Eh, ti porti dietro tuo figlio questa volta Totò?”.

“Non sono suo figlio”, gli rispondo in cagnesco, vorrei mangiarmelo in un boccone.

Quanta spavalderia dovuta alla giovane età. In un futuro non molto lontano mi sarebbe mancata. Ma quale corpo fragile può opporsi alle pallottole o alle bombe? Dove va a finire il coraggio?

“È il figlio di un mio parente. Lo devo portare dallo zio. E poi io non sono ancora sposato, ho appena incominciato a godermi la vita. Non voglio mica incatenarmi”. Si rigira verso me, il capostazione fa muovere i folti baffi in un’espressione che vuole essere un sorriso. Ci volta le spalle e segue i binari per un treno che lui non prenderà mai. “Bel caratterino forte signorino! Ne farai di strada. Ma bisogna vedere come te la caverai con le donne. Per questo gli uomini fanno le guerre: per rimanere il meno possibile a casa!”, mi strizza il suo occhio destro che ogni tanto va per conto suo.

Di strada ne feci tanta, ma non nel senso che intendeva lui. Per le donne forse aveva ragione: la guerra da meno pensieri, l’importante è mettere in salvo la pellaccia e mettere qualcosa nello stomaco. Le donne invece …

“Attenzione, attenzione! Treno in transito!”, la voce è accompagnata dal clangore di un campanaccio che il capostazione muove rumorosamente. Il treno merci passa velocemente, porta un carico fatto di pezzetti neri ammucchiati come sabbia. La gente si ferma ad osservarlo, immobilizzata, incantata dal gigante di metallo che con il suo risucchio dell’aria sembra porti via con sè le pene e le preoccupazioni della gente sulla banchina. Cattura i loro sguardi, sfrontatamente alza le gonne delle donne più mondane, fa volare qualche cappello e si permette di schiaffeggiare con i loro capelli alcune ragazze. Tutto appare come un mondo magico, è tutto così diverso dal paese. Qui le persone sembrano impossessate da una forza aliena che le muove come se fossero marionette. L’orologio fa scattare un altro minuto, il treno è passato, mangiafuoco ha ripreso a muovere i fili. In paese ognuno segue un percorso a rallentatore, di abitudini consollidate nei secoli, la fretta non esiste: tutto è scandito dall’acciottolio degli zoccoli del mulo.

Il capostazione suova nuovamente il campanaccio. Un fumo nero si avvicina. È il nostro treno, lo sento, è il mio treno.

“Vieni Carmine. Andiamo”. Avevo ragione, il treno sta fermando. Compare Totò chiude il giornale scattosamente. Faccio sì con il capo. “Te l’ho già detto: arrivato in città ti scorderai tutto, ma proprio tutto!”. Sento una stretta allo stomaco e alla gola più forte della sua mano che non molla la mia, gli occhi per esplodere l’acqua della separazione. Totò mi passa una mano sulla testa, la lascia cadere sulla spalla e mi sprona ad andare. Degluttisco il malloppo di saliva e lascrime non nate. Sono contento che sia quest’uomo ad accompagnarmi.

Compare Totò, che sarà stato della tua vita? Di quel sorriso canzonatore? Dei denti gialli e lo sguardo vispo? Ti ho conosciuto per un solo viaggio e anche tu hai lasciato un calore nel ricordo; ti voglio ringraziare ora che mi avvicino di nuovo agli anni ’30. Fra non molto vi raggiungerò anch’io e allora della nostra infanzia, dei padri, dei nonni, delle madri spaventate dalle carezze rimarrà niente. Qualcuno ammucchierà le mie foto e come quei pezzi di carbone sul treno ci sarà una fornace ad attenderle. Sono diventato un inquilino indesiderato e fra poco toglierò il disturbo. Le mie figlie verranno e nel riporre le mie cose in un sacco rivivranno la loro infanzie, la loro vita, la casa dove sono nate e cresciute. Poi prenderanno i miei vestiti consuti e li daranno alla Caritas. Io abbellirò i loro soprammobili fino a quando, passato di mano in mano, il fuoco mi mangerà. Quando quel momento arriverà la mia memoria diventerà una linea piatta.

La guerra ti ha portato via compare Totò, strappato alla tua gente, alle tue risa, alla tua terra, forse tu non ne hai mai avuta una, però il tuo nome rimarrà impresso in quel marmo bianco del Nord Egitto mentre il mio verrà rimosso perchè i morti facciano posto ad altri morti. Se il tuo nome scomparirà da El Alamain forse il mondo sarà caduto nel buoi … la memoria una linea piatta.

Il treno è bellissimo. Il corridoio lungo, le carrozze. Totò ne apre una e ci mettiamo seduti. Vedo la stazione muoversi e per un istante le persone mi sembrano immobili: un quadro che si sposta da solo. Sono stordito. Il rumore delle rotaie, il vocio delle persone, il fischio del capostazione seguito da quello della locomotiva. Mi domando dove sono stato fino ad ora, quale dei due mondi è reale? Curinga? Lamezia? Dove sto andando ora? Un luogo chiamato Marsala, e poi?

“Non ti preoccupare, questo è solo l’inizio”.

“Perchè? Che vuoi dire?”, sono imbrocciato sul sedile. Mi fa una rabbia ogni qualvolta un adulto crede saper leggere quello che mi passa per la mente.

“Perchè nella vita ne dovrai vedere molte di situazione nuove. Molte inaspettate, alcune indesiderate che non dipenderanno da te, altre ancora che avrai voluto e queste devi stringerle in una mano e tenerle strette prima che scompaiano. Guarderai quel pugno come un innamorato, odorando la vita attraverso le fessure delle dita … e sai una cosa?”, siamo uno davanti all’altro, mi si avvicina inarcando la sopracciglia e stuzzicando la mia curiosità.

“Cosa?”, il sedile diventa bollente e scomodo.

“Se riuscirai a chiudere due pugni insieme sarai uno degli uomini più felici del mondo”. Ho un’espressione sbalordita. Appallottolo le dita. Ho i due pugni difronte a me, nel mezzo il faccione da pagliaccio di totò.

“Così?”, annuisce. “Allora è facile!”.

“Ma quelli sono vuoti, solo gli anni potranno riempierli”.

“Che vuoi dire che per i bambini non vale?”.

“In un certo senso”.

“Non è giusto, tutto per gli adulti! Per noi bambini non c’è mai niente”, ricado nella poltrona.

“Per i bambini è diverso”, non ho più voglia di starlo a sentire, mi sta prendendo in giro. “I bambini sono la felicità. Scherzano, ridono, sono curiosi, giocano a rincorrersi, a nascondino, per loro ogni cosa può essere un sorriso”, faccio finta di non ascoltarlo, guardo fuori dal finestrino. “Ogni cosa è una novità, tu sei l’essenza della vita”.

“Non ci credo”, ho ancora le mani conserte. Mi piace quello che mi dice, anche la mamma una volta mi ha detto qualcosa del genere.

“È che quando si cresce si perde giorno dopo giorno parte di quella essenza. Allora c’è una ricerca quotidiana per ritrovarla, è per questo che quando si riesce ad afferrare un pezzetto minuscolo così”, chiude il pollice e l’indice indicandomi qualcosa di microscopico. “La si afferra e la si stringe forte”, velocemente forma un pugno. “Poi bisogna stare attenti”.

“Perchè …?”, gli dico ammaliato da quell’incantatore.

“Perchè per prendere la prossima bisogna evitare che quella racchiusa nel palmo non scappi via! È per non perdere quelle che già si stringono che molti perdono l’occasione quando altre si avvicinano”.

“Io no, io le prenderò tutte!”.

Quanto avevi ragione Totò. Ma che cosa ne poteva capire un bambino di otto anni? Forse in qualche modo cercavi di mettermi in guardia, confidarmi un trucco per ingannare la vita, ma un viaggio è pur sempre troppo poco per imparare i segreti. Ora vorrei urlare di avere un’altra possibilità, di avere una seconda vita. Non ho paura della morte, ma del niente che verrà dopo. Non esiste religione che sia riuscita a piegarmi, e in qualche modo ho desiderato essere sconfitto, ma non c’è stato nulla da fare, anche quella è un’illusione. Vorrei un corpo giovane, nuovo, che rispecchi la vitalità della mia anima, che cancelli la pesantezza delle ossa. Dovrebbero inventare una macchina che invecchi anche l’anima, la mente no, quella invecchia da sola per combattere gli acciacchi dell’età. L’anima no, rimane eternamente attaccata ad un viso senza rughe.

“Il fumo!”, mi piombo sul finestrino. Mi affaccio osservando il fumo che si dirada nell’azzurro. Totò mi si avvicina.

“Stai attento. Se cadi puoi anche scordarti il tuo futuro”. Mi tiene per la vita. Anche lui lo guarda incuriosito. “Fatti un pò più indietro”, con i piedi puntati sul sedile sono appoggiato a lui, distendiamo i gomiti sul finestrino. Guardiamo il mare. I pescatori riordinano le reti e il pesce. I pastori portano i buoi al pascolo. I contadini braccianti le loro zappe sulla spalla. Le donne con il velo e i bambini al seguito per raccogliere le olive. Dovrei essere fortunato perchè posso studiare, così mi dicono, ma invece vorrei essere con loro. Ora mamma sarà sotto un altro olivo con Gentile, vi invidio e il viaggio con il treno non è sufficiente a colmare le distanze. Guardo il mare pensando a chi sarò io. Papà mi ha detto che lo zio mi insegnerà la musica, quel suono che ascoltiamo dalla radio del bar della piazza e dalla banda del paese. Mi immagino vestito con l’uniforme circondato da fanciulle. “Ehi picciotto, che ti succede?”.

“Eh? Cosa?”.

“Sambrava sognassi!”.

“No, guardavo solo il mare”.

“Vieni tra poco dobbiamo scendere per prendere il traghetto”, mi abbandona lì sul vetro.

“E che cos’è un traghetto?”, prende il mio fagotto e lo posa sui sedili. Il treno rallenta la sua corsa, le persone e le cose riprendono un’andatura normale, Totò apre la porta dello scompartimento, afferro la sua mano. Una sensazione che imparerò a chiamare nostalgia s’impossessa delle membra, un sottile strato che si deposita sul corpo in un altro tempo. Solo ora mi accorgo che eravamo soli in carrozza.

“Fra poco vedrai cosa è un traghetto. Per il momento non ti preoccupare, dall’altra sponda prenderemo un altro treno così la nostalgia sparirà di nuovo”. A differenza degli altri adulti quest’uomo mi tratta come se fossi un suo coetaneo.

“Vieni Carmine, questa è Reggio, la capitale della Calabria. La terra da cui veniamo, l’odore che portiamo indelebile sulla pelle … e quella che vedi laggiù è la Sicilia, terra fatta di uomini che vogliono vivere per conto loro senza il contatto con l’entroterra. Noi siamo gli stranieri”.

“Anche noi siamo così, i forestieri sono sempre malvisti”. Mi guarda assorto e stupito. Ho forse detto qualcosa che non va? Vorrei domandarglielo, ma una forma di paura mi intrappola le mascelle e più il suo sguardo si fa indagatore e più divento piccolo. Non è poi così vicino a me come credevo. Poi …

“Forse hai ragione”, un sorriso solare spazza via i miei dubbi. Come sono strani gli adulti.

Il cavallo di ferro, così lo chiamano i contadini, procede lentamente. “Guarda Totò! Guarda, ci sono le barche! Sono grandissime!”, alcune si dirigono verso l’isola.

“Ecco, quelli sono i traghetti e servono per portare le persone, le merci e le notizie dall’altra parte”. La mia bocca è spalancata e i palmi delle mani lasciano l’impronta sui vetri.

“Capolinae! Ultima fermata, scendere!!”, anche qui l’uomo con la campanella ha dei baffoni spessi. “Piacere di rivederti Totò”, sembra che lo conoscano tutti. “Chi è tuo figlio?”, Totò mi guarda, non dico niente, scrolle le spalle.

“No, è mio nipote; lo porto in Sicilia da un compare”, mi stringe ripetutamente la mano, in fondo è una mezza verità, trattengo la risata.

“In qualsiasi posto si va la realtà non cambia: terra di emigranti siamo”.

Usciti dalla stazione il mare inonda tutto intorno: navi da tutte le parti, con vele o che sputano fumo, piccole e immense, con cannoni e con finestre rotonde … anche qui un via vai di gente che fa sembrare il porto un formicaio. “Che fai non pali più?”, mi richiude la bocca con il dorso del dito.

“Totò?”.

“Sì, che c’è?”.

“Le persone qui, che hanno da fare da avere tanta fretta?”.

“Con il tempo anche tu farai la stessa cosa, allora potrai risponderti da solo. Vieni ora che il traghetto ci aspetta”.

“Vuoi dire che andiamo sopra il mare?”. Camminiamo veloci in mezzo a mille volti. Entriamo in un edificio e ci fermiamo dietro una fila di contadini e pezzenti che aspettano di parlare con un uomo dietro una finestrella. “Sì, andiamo sopra il mare”, il mio viso deve dilatarsi e gli occhi esplodere dalla felicità. “Come sei buffo!”, se la ride di me, ma non me ne importa nulla, lui è l’angelo che mi ha accompagnato sul treno e mi porta sopra il mare.

“Il prossimo!”.

“Due biglietti ridotti grazie”.

“Dov’è il suo collega? Per regolamento devo vederlo”. Ha una voce che sembra provenire da una grotta.

“Qui accanto a me”.

“Senta giovanotto, se è venuto a burlarsi di me e a farmi perdere tempo si …”, metto una mano sul parapetto per tirarmi su. L’uomo sobbalza sullo sgabello.

“Sono io il collega”.

“Dio mio figliolo, mi hai fatto prendere un colpo!”.

“Anch’io farò il soldato”.

“Quando avrai rimesso su tutti i denti. Lo sai che se ridi troppo da quella finestrella entrano le mosche?”.

“Davvero?”. Se la ride di gusto, io non capisco.

“Beata innocenza. Ecco qua giovanotto”.

“Grazie. Arrivederci”, prende il resto.

“Arrivederci signore”.

“Avanti il prossimo!”. Totò guarda i biglietti scritti dall’uomo di prima. Aggrotta la fronte.

“Non si capisce niente. O per la miseria!”, guarda l’orologio sulla parete. “Dobbiamo sbrigarci, fra poco meno di mezz’ora si parte. Forza, andiamo collega”.

“Guarda che io parlavo seriamente: da grande farò il soldato”.

“Guarda che i fucili pesano più di quello che sembrano”, uffa! Di nuovo a correre, non ce la faccio più.

“Ma io ho i muscoli, lo solleverò come una piuma”.

“Ma non è il fucile che pesa”.

“E allora cosa?”, rispondo ansimando e trascinato da lui.

“È quello che c’è dentro, nei sui ingranaggi c’è una magia nera che può corrodere l’anima di chi lo porta e di chi lo usa. È per questo che i militari in licenza vanno in giro disarmati”.

“Ooohhh”.

“Non ti preoccupare, quando sarai alto quanto me capirai”.

“Scappa. Scappa. Stanno arrivando. Scappiamo Carmine”, Corradi mi sbraita a più non posso con tutto il fiato che ha in gola mentre io ce l’ho già corto, maledette sigarette! Eppure la tromba la suono bene, avrei dovuto ritornare al paese ma la guerra divampa da quelle parti anche se dicono che gli americani avanzano e i russi hanno riconquistato Stalingrado. La BBC ce la traduce il compagno Belfiore che a suo dire Stalin arriverà anche a Roma, il movimento vincerà, è solo una questione di tempo, poi il mondo intero si piegherà. L’idea del sibillio delle pallottole tedesche mi riporta alla realtà. I rami degli alberi s’infittiscono, le fronde mimitizzano la nostra pelle bianca. Il sergente Corradi mi segue come un segugio. È un ottimo tiratore ma non possiede il senso dell’orientamento.

Dovremo essere al sicuro mi dico. I tedeschi sono dall’altra parte del dirupo. Poi il soffio delle munizioni diventa reale in mezzo alla vegetazione. Sparano a distanza. All’improvviso una raffica di mitragliatrice viene spruzzata come bossoli di una doppietta: noi tordi imbalsamati nel fogliame.

“Ahhh”. Mi giro di scatto. Corradi è stramazzato al suolo e si contorce dal dolore.

“Zitto, zitto! Se continui così vengono a prenderci. Se stai zitto penseranno che ci siamo dileguati”. Sembra aver capito. Da dietro il fusto legnoso vedo che ha un polpaccio spappolato. Se è stato fortunato non ha preso l’osso. Le pallottole s’infrangono/infossano nei tronchi e nella terra. Un attimo penso che se arriva un colpo ben assestano lo finisce e non dovrò portarmelo dietro. La frazione di secondo successiva guardo il sentiero. Son circa venti trenta metri. Se corro e supero il dosso sono salvo.

Ritorno indietro e lo trascino dietro un olivo dal fusto folto. Tutte le mie avventure sono nate e segnate da questa pianta. Il viso di Giacomo è deturpato dal dolore, bagnato dal sudore come fosse uscito dal mare. Penso che se i tedeschi incomincino una battuta sarò costretto ad abbandonarlo, ucciderlo forse? Già mi trema la mano a quel pensiero. Io non ho mai ucciso nessuno.

“Non parlerò. Se mi prendono non parlerò. Te lo giuro”, la paura alimenta una strana alchimia che permette di leggere il pensiero.

“Ma che ti passa per la testa? Adesso ce ne andiamo”, la mia voce è un alito di vento mentre le sue dita mi stanno bloccando la circolazione dell’avambraccio, le sue orbite strabuzzanti (cercare sinonimo, già usato) mi imprecano pietà. La nuvola di aghi di ferro si fa più rada fino a terminare. Metto il palmo sulla sua bocca. Con l’altra mano mi metto le dita tra il naso e le labbra. Dentro il petto una locomotiva pompa sangue in un burrone di paura e dubbio. La propria vita appesa a una combinazione di flussi neuronici di qualcun’altro. Voci tedesche lontane che stanno pensando sul da farsi in paio di minuti che sembrano un abisso sembrano scomparire nel silenzio irreale della valle: anche gli animali si fermano al suono di una bocca da fuoco. Il respiro di fa pesante, i vestiti appiccicati al corpo, un’attesa infinita.

“Ce la fai?”. Annuisce. Lo sollevo con tutta la forza possibile, lui si aiuta con la gamba buona. Stringe i denti per il dolore, respira affannosamente e ha perso molto sangue, la scarpa una pozza di rosso. Ho solo il tempo di applicargli una benda poco sotto il ginocchio, un pò dovrebbe arginare la fuoriuscita. “Andiamo, il tragitto è lungo”. Saranno cinque o sei chilometri per arrivare alla cascina.

Mi dico che potrebbe non farcela, una distanza irrisoria che può costare una vita. Il paese sarebbe più vicino ma è presidiato da quelli che pochi mesi fa erano nostri alleati. La guerra rende difficile le cose più banali.

Percorriamo in mezzo alla boscaglia sentieri nascosti, ci avviciniamo a terreni recintati con muri di pietre per costeggiarli tra l’erba alta. Salitelle e piccole discese che sembrano le Alpi. Giacomo lascia piccoli frammenti di rubino nel grano.

“Non ce la faccio più Ca-m-ine”, il corpo si sta afflosciando. Dovremo aver fatto tre o quattro chilometri. Il suo viso si va facendo cereo, il respiro ridotto ad un alito …

Camminiamo sul molo rasenti all’acqua, il traghetto si fa sempre più grande. Ci fermiamo ai sui piedi, un foglio di giornale s’intrufola tra le ginocchia spoglie. Lo lascio lì fino a che il vento non lo fa volare al dilà della banchina, per un attimo sembra galleggiare sulla superficie; a poco a poco s’inzuppa e affonda fino a perdersi nell’oscurità del mare. La passarella di pioli con le funi ci attende: è arrivato il nostro turno.

“Passa Carmine e stai attento a non scivolare”. Metto il piede sul ponticello che sembra volersi sbriciolare come il pane secco. Ondeggia. Mi aggrappo alle corde. Il mio sguardo è intrappolato/irretito dal mare. Salgo, salgo, salgo. Improvvisamente il mare sprofonda, io sono minuscolo, sollevato in un abisso, il legno e le funi entrano negli arti. Io scompaio (si può dire scomparisco?). “Carmine, Carmine! Ti senti bene?”, mi sprona spingendomi, il corpo s’irrigidisce. “Gnammo ninda che la pula tegne la scoppetta. No mirar dabbajo, tirate pu la corda”. Il mare torna ad avvicinarsi: io emergo. Cammino ipnotizzato dal pontile della nave. “Mi hai fatto prendere uno spavento, ma sei impazzito? O porca miseria come sei pallido”, si accascia fino a vedergli tutti i contorni del viso. “Sei pure tutto sudato, devi soffrire di vertigini. Non ti preoccupare piccolo scugnizzo, quando sarai uomo non succederà più”, mi scarmiglia i capelli e mi sorride. Che paura dice lui, io me la sono fatta sotto, credevo di cadere, di andare giù nel vuoto. Le gambe molli, il corpo sudato. Che succede? Alzo la testa verso il fumo nero e il suono rompi timpani della sirena: la nave si muove. Mi affaccio sul corrimano, il mare non è più un nemico. Le piccole barche di pescatori scivolano via, Totò continua a tenermi per la manica della camicia. “Non ti preoccupare, è stato solo un piccolo incubo. Mio padre mi diceva sempre: il mare come ogni cosa, se la rispetti non fa paura”. La cicca descrive un arco prima di essere inghiottira dalla spuma. Mi stringo forte a lui.

Sul pontile in alto ci sono donne profumate sotto ombrellini bianchi, sedie semi vuote, uomini con baffi e bombette, ingessati negli abiti e con una strana cosa che penzola dal collo. “Quelli sono i signori Carmine, devi sempre portargli rispetto. Se li stimi loro sapranno ricompensarti. Guardo in basso e intorno a noi: gente ammassata tra pecore, galline, puzza di merda, piscio e sudore. “Questi non dimenticali mai, loro sono il popolo, il buco da dove vieni, ma punta in alto e quando arrivi non te li dimenticare, loro non si scorderanno mai di te. Questa è la Sicilia, terra fatta di uomini d’onore, dove le parole vanno misurate”. Un porto si allontana e uno si avvicina, non mi sono accorto che siamo già arrivati. La gente incomincia a spintonarsi mentre si accalcano all’uscita. I marinai fanno cordate di braccia: i signori devono scendere per prima, i loro occhi non si posano mai su di noi.

La terra e le pietre scompaiono sotto i piedi, andiamo veloci. Il porto è alle spalle, il mare ci accompagna sul finestrino. Aveva ragione Totò, ne avrei preso un altro di treno. Ad ogni suo passo devo farne tre, mi tira per la mano. “Dobbiamo sbrigarci, questa notte monto di guardia e devo rientrare il caserma”. La stazione è già andata via. “Tuo zio ci starà aspettando a casa”. Guarda l’orologio e rallenta. Finalmente! “Forse non abbiamo così tanta fretta”.

“Come sono grandi le cose qui”.

“Quest è una città, ne avrai tempo per vederne tante”.

“E come fai a saperlo?”.

“Se a otto anni ti sposti di casa allora questo sarà il tuo destino”. Boh, che significherà destino. Giriamo in continuazione per le strade della città. Saliamo su una macchina che assomiglia al treno, ma lui la chiama tram, come è complicato il mondo dei grandi.

“Ecco, ci siamo”, giriamo l’angolo e un quartiere pieno di palazzi altissimi, i balconi pieni di lenzuola, pantaloni e magliette. Le donne strillano e si parlano dalle finestre, l’odore del mare si muove nei vicoli come un serpente e si diffonde nella piazza. Dalla radio provengono parole incomprensibili, il suono di uno strumento musicale, bambini che corrono all’impazzata dietro una palla, vecchi seduti su rottami di legno con i menti incastrati su quello che li sorregge.

“Vieni, è al sesto piano”. Mi sento ubriacato da questo marasma e dagli odori di cucinato. Totò mi precede mentre per me gli scalini diventano pesanti. “Arrivati”. Nel painerottolo da basso sento qualcosa muoversi nel petto, come una spaccatura, una sensazione che afferra gli occhi. Bussa. Per un attimo intravedo il volto di mia madre. Lei si accuccia e mi stringe fra le sue braccia e il seno gigante. Sono quasi felice di soffocare.

“Finalmente, è tutta la mattina che vi aspetto. Vieni qua, fatti guardare bene”, mi spettina i capelli e mi accarezza il volto. Perchè non mi lascia stare? Le donne hanno sempre l’abitudine di tirarti pizzicotti e scompigliarti i capelli. Lei è la copia ingrassata di mia madre, la sua mole arricchisce il suo carattere. “Quanto sei bello, sei tutto tuo padre. Ma guarda che occhi belli che hai”.

“Tu devi essere la zia Elisa. Mamma le manda questo”. Sollevo il fagotto.

“Soppressata e provola. Anche tu hai lo stesso odore. Qualche giorno qua e un buon bagno e ti renderemo un perfetto cittadino”. La guardo stupito e offeso.

“Io non ho nessuno odore signora Elisa”.

“Chiamami solo zia figliolo. Ora venite, c’è qualcosa di caldo e per lei Totò un caffè caldo”.

“… ma io non ho nessuno odore, sono pulito”, mi annuso le ascelle e la maglietta. Non sento niente. Lei mi sorride con il suo faccione tondo. “No, non puzzo proprio”.

“Su venite, Goffredo sarà qui fra ppoco. Hai fame? Hai mangiato? Vuoi una limonata?”, annuisco. “Se mi muovi solo il capo non capisco figliolo”.

“La limonata … voglio la limonata”, non la guardo in viso.

“Non ti devi vergognare Carmine, anche perché da oggi in poi vivrai qui con noi. Considerami come una seconda mamma”. Ripenso alle sue tette che premono le guance.

“Signora Elisa, devo proprio scappare”.

“Ma il caffè compare Totò, non lo prende?”.

“Questa sera monto di guardia e vorrei riposare un pò, altrimenti mi addormento di notte e se mi prende il sergente … addio licenza”.

“Capisco, ma ci metto veramente cinque minuti, un sorso e via giù per le scale”.

“Certo che voi donne siciliane non vi arrendete mai. Grazie …”.

“Calabresi. Totò siamo anche compaesani! A voi l’aria di città vi fa male alla memoria. Entrate entrate!”. La luce entra dalla finestra, attraverso alcuni palazzi si riesce a vedere uno spicchio d’azzurro: l’acqua, il mare, i pesci, le reti, una barca che ho disegnato a scuola. Le lenzuola sui balconi. Le magliette sono chiazze colorate sui fili, occhi, bocche, nasi dei palazzi. Un tavolo con sedie di legno scuro, un mobile dello stesso materiale con bicchieri e piatti, un tappeto di pelle di mucca, un divano, una cassettiera.

“Questo sarà il tuo letto. Vieni che ti dò la limonata”. La seguo nella cucina. Un ripiano di marmo consumato accanto al lavabo. Pensili pieni di altri piatti e bicchieri, mobili pieni di pentole e tegami, un altro tavolo di marmo, bordi celeste chiaro. Un mazzo di teste d’aglio e uno di peperoncino: casa.

Sento il rumore dell’acqua. “L’acqua esce dal muro!”. Dal suo profilo velo la bocca tagliarle la guancia.

“Qui abbiamo l’acqua potabile in casa. La città è un’altra cosa. Vieni qua Carmine, voglio farti vedere una cosa”, scorre le tende e mi prende in braccio. Il porto e le barche si disegnano sopra l’acqua. Navi di ferro per assalti di guerra, vite spezzate, idee che muovono masse, pezzi di ferro che spappolano teste, masse schiacciate, annientate.

“Il portooo. Lo sai zia che ci siamo passati con Totò? Che bello visto da quassù. Ma la posso aprire quando voglio questa finestra zia?”.

“Certo che puoi Carmine, qui sei a casa tua. Però mi raccomando: non ti sporgere troppo”. La carezza soffice delle sue dita fra i miei capelli. La porta d’ingresso sbatte. Voci attutite dalle pareti.

“Compare Goffredo, come state? Tutto bene spero. Vi vedo in forma, sembrate un picciriddu”.

“Eh, magari compare Totò, magari. Gli anni passano per tutti”.

“Goffredo vieni accà, è arrivato. È bello quanto suo padre!”. La figura riempie il buco della porta, non so ancora quanto riempirà la mia vita.

“Eccolo qua il nostro musicista”. Mi guardo intorno come se dovesse esserci qualcun’altro nella stanza. “Sto dicendo a te. Tutti fanno quella faccia, ma presto diventerai un musicista”.

“Ma quando?”, sbarro le palpebre. Parole che descrivono un me che ancora non esiste.

“Uno o due anni, prima dobbiamo saper leggere il pentagramma e poi vedere quale sarà il tuo strumento”, quelle righe che delimitano i contorni della vita. Eppure quando le cinque linee continue finiscono inventiamo note spaccate per raggiungere bassi e alti che non ci sarebbero concessi.

“Ma sono tantissimi, voglio studiarla adesso la musica”. Si avvicina, mi solleva in aria. Il mare mi gira intorno.

“Ci sarà un momento in cui due tre anni non saranno niente nella tua vita, neanche ti accorgerai che sono passati. Però capisco la tua frenesia. È vero: sei la copia spudorata di tuo padre!”.

“Non è vero! Nonno Anselmo rimpiange anche solo un anno!”. Mi mette giù ridendo a fior di pelle. Che avrò detto di così buffo?

“Ma quello è un altro periodo della vita, per te manca ancora tanto”.

“Hai comperato il ghiaccio?”.

“Sì, compare Peppiniello verrà tra circa un’ora. Mi dispiace Carmine ma ti dovrai bere la limonata calda”.

“Ma io a casa la bevo sempre così”.

Totò è andato via. La zia sta scaldando due pentole d’acqua, mi sembra un pò presto per cuocere la pasta.

“Scusa ma devo proprio andare, devo prendere la corriera per ritornare a Trapani e se non faccio in tempo mi aspettano dieci giorni di consegna. Non se la prenda a male donna Elisa il caffé è come se l’avessi preso. Eccoti qua bell’eroe, ci rivedremo quando sarai militare? Qua la mano collega”. Con lo zio lo accompagnamo alla porta, prima di uscire mi attacco alla sua gamba. “Non ti preoccupare, ci rivedremo presto”.

“Venite è pronta la pastasciutta. Tu Carmine devi rifocillarti. Domani già dovrai andare a scuola, ti abbiamo iscritto a quella qui vicino. Ti verrò a prendere all’uscita e dopo pranzo scenderai con me al negozio, lì faremo i compiti e attenderemo i clienti”.

“Un momento, la musica dove la mettiamo?”, il tovagliolo legato al colletto e la bocca piena di spaghetti.

“Già porta via te, lui invece mi aiuterà in negozio, sempre appiccicato a me, non è vero piccolo mio?”, mi accarezza e mi bacia la testa davanti a suo marito! Mando giù gli spghetti.

“Allora domandaglielo cosa vuole fare, se venire con me a suonare nei paese tra le belle ragazze o ammuffirsi dietro uno scaffale”.

“È per questo che suoni, le belle ragazze? Quelle vengono anche al negozio e che cosa vuoi dire con questo che forse mi sto ammuffendo dietro il bancone?”, prende il suo braccio e la tira a sè fino a farla sedere sulle ginocchia. La pasta fumante davanti a lui e quella che mi cade dalla bocca.

“Vieni qua mio peperoncino calabrese”.

“Fermo che c’è il bambino”. Mia zia si alza di scatto e si ricompone il vestisto. “Me lo sgualcisci tutto”.

“Allora Carmine, dicci: cosa vuoi fare?”, si pulisce le labbra e i finissimi baffi.

“Tutte e due le cose”, sbotto.

“E bravo! Un pò di belle ragazze con me e altre con tua zia. Sei proprio furbo tu”, mi indica con la forchetta e il gomito appoggiato/incavato sul tavolo. “Di chi avrà ripreso, non certo dai genitori”. Che centrano i miei genitori? Mi mancano le stranezze di Totò e il suo modo di trattarmi comu un piccolo uomo, mi manchi tu mamma quando mi svegli la mattina, la tua schiena intenta a lavare i piatti nel lavabo di marmo, a rimestare il pentolone sulla stufa, il tuo grembiule rosa scolorito a cui mi aggrappavo da piccolo.

Sarebbero stati pochi i momenti che lo avrei ricordato così. In meno di un anno la sua vita sarebbe cambiata e la mia di conseguenza.

Nuovi amici. Una lingua differente. Ormai la zia non viene più a prendermi a scuola. “Buttati, dai Carmine, buttati!”, attappo il naso. Uno, due e tre. Salto dallo scoglio, con il culo scoperto affondo nell’acqua. Le gambe dei miei compagni di classe scalciano opache tra bolle d’aria. Torno su.

“Carmine andiamo, mia madre ci aspetta”.

“Ancora un pò Dorotea, mi sono appena tuffato”. Che pizza che è mia cugina, a volte non la sopporto.

“Sono tutte così le femmine, stanno sempre lì a vedere quello che fai”.

“All’attacco”, strillano tutti insieme. Zampilli d’acqua come fontane: bianco, azzurro, marrone delle nostre pelli e le barche dovi i pescatori hanno preparato le reti per la notte che verrà. Mia cugina ci guarda imbrocciata, alle sue spalle i palazzoni dove viviamo.

“ora devo proprio andare Angelo”, ci vediamo Lunedì a scuola.

“Perché non vieni con noi nel pomeriggio, andiamo al manicomio a prendere in giro i matti, dai che ci divertiamo”.

“Non posso, devo stare in negozio, la zia non sta molto bene”.

“Va bene, fa come vuoi. Cia a Lunedì”.

“Ciao … ehi tu, girati dall’altra parte”.

“Perché?”.

“Perché sono nudo”.

“Va bene, allora mi attappo solo gli occhi”. Non le rispondo, tanto fa sempre ciò che vuole lei. Esco in fretta.

“Non barare, mi stai spiango attraverso le dita”.

“Non è vero, guarda!”. Toglie mani, ha le palpebre serrate.

“Non me la dai a bere”, mi vesto velocemente. Ci dirigiamo a casa. Mi giro, gli altri ragazzi sono ancora intenti a schizzarsi, li saluto ma nessuno bada a me.

“Eccovi finalmente! Ma dove erav… Carmine, hai i capelli tutti bagnati, di nuovo al mare!”, le sorrido abbassando la testa. “Non ti preoccupare, un pò di svago ti farà bene, sei un bravo ragazzo”.

“E io?”, Dorotea s’impunta sfrontatamente davanti alla madre.

“Tu dovresti prendere esempio da lui”.

“Carmine, vieni a tavola”, mio zio è già con il solito tovagliolo pronto, le altre due figlie vicino al posto di mia zia. Mi siedo accanto a lui e Dorotea davanti. “La zia è molto buona con te, gliene devi essere grato”, la osservo remissivo. “Lei ultimamente non sta tanto bene, così dovrai aiutarla di più al negozio, vuoi?”.

“Certo zio!”, rispondo con la bocca piena e impettendomi.

“Bravo. Per premio questa sera verrai con me e la banda, domani è Sabato e non c’è scuola”. La forchetta mi cade.

“Veramente zio posso venire?”, annuisce.

“Non è giusto perà, a lui sempre tutto e a noi tre niente”, Dorotea abbraccia la sua arrabbiatura.

“Cosa ti ha detto la mamma?”.

“Uffa, ma perché devo prendere esempio da lui che non risistema mai le cose e le lascia in disordine. Siamo sempre noi tre a ripulire il suo casino”, mi piego a prendere la forchetta, le sue accuse lambiscono solo la sedia.

“Attenta a te, non usare certe parole in Casa”.

“Scusa papà”.

“Va bene, allora domani andiamo tutti al centro a prendere il gelato, ti va?”.

“Va bene”, recupera la forchetta e mangia appoggiandosi una guancia sul pugno.

“Ti sei preparato Carmine? Eccoti qua, vieni su”. Mi accosto a lui, prende una boccetta con un tubo e una bolla di pelle all’estremità, la spreme. Una nuvola profumata mi inonda e mi pizzica il naso. “Salute”, se la ride di gusto mentre continuo a starnutire.

“La volete piantare di fare i pagliacci voi due?”.

“- È colpa del tuo canto. Affascinato io mi beava -, atto primo, scena seconda; – E anzi, eccoci intrambi ai tuoi piedi! -, – Una e cinquanta. Da quel dì il mio core … -, atto secondo, scena seconda: Tanio, i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Io me la rido, mia zia si accascia alla porta, di scatto suo marito la solleva dai fianchi. “Tutto bene mia cara? Vuoi che rimandiamo, non mi va di lasciarti in queste condizioni”.

“No, no, solo un leggero mancamento”.

“Non vorrai dirmi che?”, le appoggia la mano sulla pancia. Lei le fa un sorriso stanco.

“Non lo so, domani vado Lunedì prossimo vado dal dottore. Se rimanete un altro pò arriverete in ritardo. Via di qui!”, tira fuori un’energia inaspettata. Ci spinge tra le risa delle mie cugine alla porta d’ingresso. “E non voglio rivedervi fino a domani mattina, intesi?”, mio zio rimane a guardare l’anta che gli è stata gentilmente chiusa in faccia. Ha un’espressione ebete.

“Beh, non ci rimane che andare, speriamo che sia un cuginetto”.

“Come?”.

“Niente, niente”, lo seguo sulle scale. Che voleva dire? Ospiterà un altro cugino che non conosco? Gentile è troppo piccolo. E dove lo metterà? Già non c’è posto per me, forse vuole rimandarmi in Calabri? Ho fatto qualcosa di sbagliato? Accellero il passo e gli prendo la mano. Mi guarda e mi fa una smorfia che sembra burlarsi di me.

“Buonasera Maestro Reggi”.

“Buonasera Giovanni, grazie ma non sono ancora maestro”.

“Ciò vuol dire che lo vuole diventare”.

“Se capiterà l’occasione”. Leggo la locandina: Maciste all’Inferno.

“Vuoi entrare figliolo, per te che sei con il Maestro mio amico non costa nulla”.

“Grazie Giovanni, ma questa sera mio nipote lo porto al concerto della banda. Anzi, dobbiamo muoverci. Ci scusi”.

“Ci mancherebbe, quando vuole sempre a disposizione Maestro”, continuo a guardare il cinema, le locandine e lui che mi fa l’occhiolino mentre mio zio mi deve trascinare quasi a forza. L’astuccio dell’inseparabile tromba flicorno nell’altro braccio, il completo da musicista addosso, il berretto sotto l’ascella. Ci dirigiamo al comune. Questo periodo infantile me lo ricorderò per stare sempre alla mercé di qualche adulto. Svoltiamo a sinistra, credo di vedere tutti angeli tra i sobbalzi della strada, sono magiorette. Tutte ragazze con la gonna fino alla caviglia, le giovani italiane mi dice mio zio. “Prestate alla causa, oggi è l’anniversario dell’Unità d’Italia”.

“Eccoti Goffredo, siamo quasi al completo, chi è?”.

“È mio nipote Carmine, da parte della sorella di mia moglie. I genitori l’hanno mandato qua dalla Calabri per farlo studiare fino al colleggio”.

“Benvenuto in Sicilia piccolo calabresello”.

“Lui si guadagna l’ospitalità aiutando la zia al negozio. È un bravo picciriddu”.

“E bravo figliolo, piacere di conoscerti come ti chiami?”, ha i baffi e la barba sul mento quasi bianchi, gli zigomi pronunciati, la pelle sembra scura colpita dalla fiamma di petrolio delle lanterne. Un viso accogliente.

“Carmine signore”.

“Maestro, lui è il Maestro di tutti noi”, mi corregge mio zio.

“Piacere Carmine, sono il Maestro Pagliai”.

“Anch’io so la musica Maestro: do, re, mi, fa, sol, la, si”, dico tutto d’un fiato prima di essere interrotto. Già lo so, io sono l’attenzione dei primi cinque minuti, poi i grandi si rinchiudono nel loro circolo.

“È bravo davvero il piccoletto”.

“Gli sto dando lezione da una settimana”.

“E non avevi mai studiato?”, scuoto la testa.

“Solo che ha bisogno di polso, si distrae facilmente”, dove sono i complimenti e le premure che mi riservava a tavola?

“Portalo alla sala prove, può studiare là con noi”.

“Sì zio, voglio venire alla sala prove, dai zio”.

“Grazie Maestro, ma non se ne parla. Voglio insegnargli bene le basi e la discipllina, però lo porterò ai concerti”.

“Sì zio”. Mi tira a sè, sa che mi tiene in pugno.

“Andiamo, tutti in riga!”, il Maestro si rivolge a tutti gli altri musicisti. “S’incomincia”.

“Ora Carmine devi stare dietro la banda, suoneremo in giro per il paese, capito? Dietro la banda”.

“Va bene zio”.

Le note incominaciarono a riempire l’aria: Puccini, Bellini, Verdi … pezzi riarragiati per le bande di paese; la cucaracha … tutte canzoni che m’insegnasti insieme ad altre brutalità della vita. Come eri bello quella sera, anche il maestro scompariva con te accanto. Che cosa ti ha corroso da dentro, quale è stato il verme che ti ha mangiato? Furono i miei comportamenti o non aspettavi altro, una scusa fatta di carne e ossicini che vedevano in te un eroe, un padre alla ribalta mentre quello vero veniva schiacciato sotto i piedi di un barone. Quella sera ti seguii, poi la stanchezza prese il sopravvento, e davanti al cinema la curiosità fece il resto.

“Buonasera signor Giovanni”.

“Buonasera figliolo, tutto bene? Che fai non rincorri la banda?”, i musicisti con lo strascico di gente umana è già sfilata via.

“Lo zio mi ha detto che se mi stancavo potevo chiedere a lei di riposarmi, lui viene più tardi a riprendermi, se non è un problema per lei …”.

“Ci mancherebbe piccolo, vieni. Come ti chiami piuttosto?, il cinema, non posso crederci! La prima volta. “Figliolo, come ti chiami?”.

“Carmine signore, mi chiamo Carmine Barbelli”. Maciste all’Inferno, Amleto, L’uomo che ride … sono schiaffeggiato da mille volti e disegni, ci infiliamo dentro, nell’oscurità, apre un’altra porta e uno spiraglio di luce biancastra taglia il pavimento. Oohhh, è più bello di quanto raccontano. “È una magiaaa!”.

“Sì, che viene da lassù”. Dalla parete un fascio di luce fende il buio e il fumo delle sigarette.

“Che succede?”.

“Quello lì, nel film, stava tirando/scoccando una lancia”. Ride.

“Vieni, tirati su. Tutto quello che vedi nel film rimane appiccicato alla tela dove viene proiettato”.

“Davvero?”, mi gratto la nuca.

“Sì, i film sono come l’Opera, conosci l’Opera?”, faccio di no. “Non fa niente. I film raccontano storie di persone che non ci sono più, di personaggi o re del passato, damigelle e regine, avventurieri e eroi dell’antica Roma … i film fanno conoscere quello che non sai. Storie vere o immaginarie che creano sogni”.

“Ma i sogni possono entrare nella realtà?”.

“Certo! Se ci credi veramente. Siediti ora e gustati il film”, (forse funziona un pò come io faccio con Gentile quando andiamo alla grande pietra).

Mi addormentai, sognai che quelle persone in bianco e nero scavalcavano lo schermo e mi portavano nel loro regno. Delle labbra sensuali a tutto schermo m’imghiottirono, mi presentarono Maciste, l’Uomo che ride, Aladino, Frate Francesco, Giovanna d’Arco, Enrico IV, Don Giovanni, Otello, i Corsari … tutti personaggi che avrei conosciuto con il passare degli anni, figure che riempivano riviste, figure che non sarebbero mai morte.

“No, no … non voglio andare via, lasciatemi in pace, lasciatemi rimanere qui”.

“Carmine, forza andiamo! È tardissimo”.

“Ho sonno, voglio dormire”, mi prendi in braccio di peso, appoggio la testa sulla tua spalla, ritorno parzialmente ad un mondo in bianco e nero.

“Ma a che ora chiudete Giovanni?”.

“Finché ci sono clienti. Suo nipote mi ha detto che sarebbe venuto a riprenderlo dopo il concerto. Quando ho visto che tardava mi sono immaginato che forse si era trattenuto con gli amici”.

“Incominciamo presto a prendersi gioco della gente”, mi scrolla. Provo a guardarlo ma ho gli occhi appiccicati. Mormoro qualcosa di incomprensibile che assomiglia più ad un lamento.

“È partito caro Maestro”.

“Beata gioventù e che fantasia”, sorridi. Il frusciare/scorticare della barba incolta sul colletto della camicia mi dice che stai scuotendo la testa, spero di farla franca. “Buonanotte Giovanni e grazie di tutto”. Sono cullato al ritmo dei tuoi passi.

“Scu-sa zi-o, e-ro stan-co”.

“È più di un’ora che ti sto cercando. Credevo che ti fosse accaduto qualcosa, che cosa avrei detto ai tuoi genitori?”.

“Sc-u-sa zio, n-on lo f-fac-cio più”. Ho la bocca impastata di sonno. Mi accosti il viso al petto …

Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo! Passò qualche settimana tra musica scuola e negozio. La zia stava sempre più male che negli ultimi tempi dovevo rinunciare alla scuola per badare alla pizzicheria. Non è che mi dispiacesse tanto, a parte i bagni con Angelo per il resto mi annoiavo. Pensavo di imparare molto di più stando fuori che dentro quelle mura. Non ne potevo più di storia romana, maciste era molto meglio.

“Avete portato tutti gli strumenti? Una volta partiti non si torna indietro, chi non suona niente paga”.

“Tutto in ordine Goffredo”.

“A fine serata ad oguno spettano 40 lire, il biglietto per il ritorno è a carico vostro, anche perché finito il matrimonio siete liberi di tornare quando volete. Chi vorrà rimanere ci sono le famiglie del posto che ci ospeteranno”.

“Arriva la corriera”, grida un tipo con la faccia buffa e un pò tarchiato. Il bus inchioda davanti a noi di lato.

“Ehi voi, dove siete diretti con tutti quegli attrezzi?”.

“Ulmi”.

“Guardate che io vado a Salami”.

“Non si preoccupi, basta che ci lascia al bivio per il paesello. Dovrebbe esserci un carretto ad aspettarci”.

“Namo ninda, salite che altrimenti si fa tardi. Eh, ma che fate? No, no, no! Tutte quelle valigge e cassette le mettete sopra o sotto nel bagagliaio”.

“Ma sono i nostri strumenti”, interviene un tipo alto e smilzo, dall’astuccio credo che suoni il clarinetto. Gli si addice, sono entrambi secchi e lunghi.

“Facciamo come dice Tonino. E tu che ti ridi?”.

“Io zio? Niente”, metto le mani dietro la schiena e osservo il mio piede acciottolare una pietra.

“Guarda Carmine che oggi mi sono alzato con la luna storta, quindi cerca di comportarti bene”.

“Ma zio, non ho fatto nulla”.

“Senta, il mio astuccio è piccolo, se non le importa …”.

“Ci suoni qualcosa?, il tono dell’autista si va ammorbidendo, come il suo pancione sul grosso cerchio dove tiene le mani davanti a lui. L’altro lo guarda di traverso con fare furbo come facciamo noi ragazzi. In qualche modo si sono capiti, ne sono sicuro. Ci sistemiano sul pullman.

“Allora Carmine, che conosci della musica?”, mi domanda un altro dei compagni di mio zio con il viso greve, un pò grigio e butterato, i baffi ripiegati all’insù e gli occhi collosi.

“Conosco le note, le pause, le chiavi … e leggo tutto il pentagramma”.

“E con lo strumento?”.

“Ancora non lo suono”, rispondo a bassa voce.

“Già, è troppo presto per te!!”, se la ride in mezzo alle braccia conserte sul sedile.

“Canagliam lascia stare il ragazzo!”, è l’uommo dinoccolato del clarinetto. La partenza del bus mi fa cadere sul sedile.

“Stai attento Carmine”.

“Sì zio”.

“Vediamo come te la cavi”, Tonino apre l’astuccio e inizia ad avvitare il clarinetto. Qualcosa nel petto incomincia a martellare incessantemente e sempre più forte. Prende l’asticela e la infila nel beccuccio. “Si fa così, guarda attentamente la posizione della lingua, premendo questi tasti il pentagramma che tu leggi diventa musica”, le note pulite s’insinuano tra i sedili. La gente si rigira tutta allo stesso tempo. “Tieni, ora tocca a te”. Con la maglietta asciugo la fronte.

“Ora ci divertiamo”, dice sottovoce un altro musicista con la faccia tonda da maiale.

“Mi avete stufato, se non la smettete vi spacco in testa il clarinetto”. Non esce niente, solo fiato. Mio zio non dice una parola, ha gli occhi chiusi e il corpo vigile.

“La lingua Carmine, ricordati la lingua”, gli altri due se la ridono. Ricordo come l’aveva messa lui. Il suono esce, pigio i tasti e vado con calma, guardo dritto a me, come fa mio zio quando suona il flicorno. Strimpello una musica senza senso. Ci sono riuscito.

“Ehi, se continuate così vi faccio scendere tutti là in fondo”, ci sono riuscito.

“Bravo Carmine, dammelo qua ora”, ci sono riuscito. Non ridono più, mentre le labbra di mio zio gli tagliano il viso come la mezza luna che usa mia madre … mamma, ce l’ho fatta: ho suonato! Tonino continua ad allietarci con qualche canzone. Il bus si ferma, una frustata apre la porta. “Siete arrivati”.

Il carro c’è veramente. Saliamo, gli uni appiccicati agli altri, gli strumenti al centro come se accatasta la legna per accendere il fuoco nel cortile.

“A che ora inizia la cerimonia?”, è mio zio che siede accanto al cocchiere con me nel mezzo.

“Non si preoccupi Maestro, c’è ancora tempo, vorrete riposare e rifocillarvi un pò”, tiene le redini con il corpo ingobbito in avanti, il cappello quasi gli nasconde gli occhi, una pipa di canna fra i pochi denti rimastigli; il fumo scivola alle spalle, il paese si avvicina.

“L’ha fatta lei?”.

“Cosa figliolo?”.

“La pipa”. Le labbra s’incurvano all’insù, gli spaccano il viso, il taglio dello sguardo fisso sulla strada si perde in quello delle rughe. La sua risposta un dondolio un pò più marcato di quello dei ronzini.

“Benvenuti, benvenuti. Presto, portate dell’acqua e del vino, saranno assettati. Anche loro devono festeggiare”, come per magia escono donne e ragazze dal casolare con brocche in braccio come se stessero attendendoci. Hanno i visi quadrai e duri come quelli del cocchiere. “Tra un’ora e mezza c’è la cerimonia in chiesa. Avrete un pò di tempo per rifocillarvi”.

“Grazie. Per noi va benissimo, siamo già pronti per accompagnare la sposa, ci riposiamo solo un pò”.

“Certo, entrate. Donne, preparate i letti e i divani!”. Una bambina della stessa età mi osserva da capo a piedi, ha gli occhi chiari. Mi piazzo davanti a lei.

“Lo strumento non lo suona ma inizia presto”, è la voce di quello che ha la faccia grigia. Lei mi porge una mano.

“Lasciali in pace, sono solo bambini”, Tonino che orami mi ha preso sotto la sua ala protettiva.

“Vieni con me? Ti faccio vedere cosa stiamo facendo in giardino”. Le prendo la mano e corro dietro lei. Arriviamo al giardino che da dall’altra parte di dove siamo entrati. Le donne sono indaffarate ad abbandire la tavola: fagiani, agnello, patate arrostite, pomodori, melanzane ripiene con qualcosa, pomodori … devono essere una famiglia ricca per tutta questa bontà.

“Che fate qui, chi è quel ragazzo Monica?”.

“Sono il nipote del Maestro dei musicisti”.

“Venite qua”, è una donna dai fianchi larghi e robusta, i seni prosperosi. Senza che me ne accordo ho il mento fra la sua mano. “Sei un bel picciotto, tuo zio dovrà stare sempre allerta quando crescerai, altrimenti potresti combinare qualche casino”. Sono in punta di piedi.

“Si-gno-ra, mi sta facendo male”, la voce strozzata dal collo allungato. Mi libero e scappo via. Rientro in casa e mi stendo accanto allo zio Goffredo. Sbadiglio.

“Carmine alzati, dobbiamo andare”.

“Uno, due, tre”, attaccano. Il piccolo gruppo di musicisti diretto da mio zio segue la sposa. L’accompagna nel suo cammino segnato dalle lastre di pietra che calpesta. La vediamo perdersi dentro il portone della chiesa. La musica s’interrompe, seguo la banda come il cane con il suo padrone. Non voglio far arrabbiare mio zio.

“Chi vuole rimanere fuori può farlo, non c’è problema. Carmine!”, faccio cucuzzella da dietro le gambe dei musicisti. “Noi entriamo”. Per una volta vorrei rimanere fuori, ma dal tono non sembra che mi sia data una scelta. Per un secondo il buio ci inghiotte, sento solo la sua mano che ricopre interamente la mia, si sente la voce del prete, a poco a poco le figure delle persone compaiono dal niente.

“Non ti preoccupare, è l’effetto luce ombra”, anche la sua voce sembra riapparire dall’oscurità. Fa un cenno d’intesa a una schiera di uomini, solo uno in divisa lo sta guardando, gli rispondo con un leggero movimento del capo. mi fanno ridere questi adulti, fanno gli stessi cenni che facciamo noi piccoli.

“Così vi dichiaro marito e moglie”, la coppia si fronteggia, lui sembra incespicare sulla punta delle scarpe, poi con uno sforzo alza il velo, la fissa. Un mormorio tra i banchi lo desta dall’incantesimo, le sfiora la guancia con le labbra.

“Evviva gli sposi!”, il mormorio diventa baccano, uomini che si alzano, strette di mano, congratulazioni, occhi arrossati (di madri e sorelle), bambini che corrono, donne che continuano a pregare, il prete che sollecita la gente a fare baldoria fuori dal tempio del signore.

“Usciamo, dobbiamo prepararci”.

Un fungo di persone sembra nascere sulla soglia della chiesa. Gli sposi appaiono, il riso vola, la musica attacca. Seguiamo la gente fino, tra la musica e gli schiamazzi, fino alla casa di prima dove c’erano tutte quelle pietanze. Ci sediamo tutti.

“Ce l’avete fatta alla fine ad arrivare”.

“Il pullman ha tardato un pò ma non ce la saremmo fatta perdere quest’occasione per suonare, con la paga della banda tre figli non li cresce nessuno, solo il Maestro. Grazie a te ogni tanto esce fuori qualcos’altro”, arrotola qualcosa tra le dita e la passa sotto il tavolo al poliziotto.

“Beh, c’è tanta gente che non ha nemmeno quello ma in compenso ha più di cinque figli. Alla salute del Maestro Reggi”.

“Alla salute degli sposi e del maresciallo Baffi”.

“E lui chi è?”, mi sono già rotto che ogni volta domandano di me come se fossi un intruso.

“Mio nipote Carmine”.

“Benvenuto piccotto”.

“Buonasera maresciallo, grazie”.

“È bell’educato il ragazzo”.

“Già, la parlantina ce l’ha buona solo che dovrebbe comportarsi meglio”.

“Ven accà, devi brindare anche tu, alla Sicilia, agli sposi, a tuo zio e a me”, versa un liquido melmoso, denso, nel bicchiere.

“Un dito è abbastanza Baffi”.

“Eh Maestro, un poco di Marsala non ha mai fatto male a nessuno”.

“Anch’io vivo a Marsala”.

“e questo viene da lì, tieni, bevi!”. Mando giù tutto d’un fiato. È dolce.

“Buono”, butto giù il bicchiere sul tavolo, il bruciore al petto mi prende all’improvviso, vorrei vomitare gli occhi.

“Era buono che sì”, se la ride il maresciallo, mentre mio zio mi da dell’acqua e colpetti sulla schiena. “Dov’è andato a finire l’ometto di prima?”.

“È che mi è andato di traverso, per questo ho tossito”. Mi asciugo la lacrima sulla guancia.

“Che signorine che siamo”.

“Io non sono una signorina”, mi avvento sul tavolo.

“Calma Carmine, adesso basta! Se non la pianti te la sconti insieme a quella dell’altra volta del cinema”.

“Scusa zio”.

“Adesso devo andare, dobbiamo iniziare le danze. Mi raccomando comportati bene, se ci sono problemi vienimi a chiamare, intesi?”.

Non so quanto Marsala a piccole dosi mi fece bere tra una corsa e l’altra con gli altri bambini. Andavo al tavolo a spilucchiare qualcosa e lui versava e rideva. Me lo ricordo ancora quel faccione diabolico che mi affabulava. Non bastandomi mi scolai i rimasugli dei bicchieri superstiti. Il modo per la prima volta incominciò a girare, la falce di denti di Baffi si duplicò, divennero quatto, poi otto. Mio zio mi ritrovò sul lastrono del marciapiede fuori la casa che russavo sonoramente.

“Carmina! Carmine!”, mi sento un dolore acuto sulle spalle, sono i suoi artigli conficcati per suotermi come un fazzoletto, il becco biforcuto. “Puzzi di Marsala che appesti tutta la strada. Ma quanto ne hai bevuto. Carmine, ma lo sai che figura mi stai facendo fare? Riprenditi!”.

“Vai via brutto mostro, mi fai male”, riesco a tenere gli occhi aperti solo come una striscia. Leggo uno schitillio nelle puppille dell’acquila, un’espressione del tuo viso che non ho mai visto, qualcosa mi stringe la gola, non capisco se è paura o qualcos’altro, per un attimo mi sembra di vederti dall’alto. Sento due colpi tremendi a palmo pieno.

Mi risvegliai la mattina con un forte mal di testa e le guande gonfie. I musicisti erano rimasti tutti a dormire nel paesello, mi chiesero cosa avevo fatto, se mi facevano male i denti, un ascesso, forse è meglio andare dal dottore. Camminai due metri dietro di te, in mezzo alle canzonature dei membri della banda. Lo sguardo di quella note col tempo avrei incominciato a temerlo.

I giorni passano, i segni rossi sulle guance nascosti sotto la carnagione scura sono scomparsi. Ormai la pizzicheria la gestico quasi solo io con l’aiuto di Concetta, una vicina che abita nel condominio. Mia zia sta scomparendo, ogni giorno che passa diventa più magra. Il tocco di mio zio sulla pancia è solo un ricordo. Lui diventa sempre più scuro in volto, ha sempre la fronte raggrinzita. Dall’ultima volta cerco di non farlo più arrabbiare, mi fa pena. Quando sono a tavola vorrei dargli una pacca sulla spalla come facciamo con i compagni di scuola quando quelli più grandi di noi ci fanno i dispetti. Ma la mano ogni volta mi trema, così stringo i pantaloni sotto il tavolo. Le cugine sono sbiadite, sembra che hanno perso il colore della pelle come se volessero essere vicine alla madre. Ma non c’è paragone con i suoi occhi scavati e anneriti, sembra che non dormi bene la notte, ogni tanto manda qualche lamento, allora mi sveglio e mi metto seduto sul divano ad aspettare, mi alzo e vado alla finestra, apro le persiane e guardo le stelle e a volte la luna, in mutande con le gambe secce e nere, lì parlo con te mamma. Ti scrivo le lettere che tu non potrai mai leggere, ti racconto di come passo i giorni, degli amici di scuola, del film nel cinema, del bagno veloce al mare, di come Dorotea mi cerca e l’accompagno a casa tenendola per mano e di come la lascio prima di entrare in casa, della tristezza che si respira a tavola, di tua sorella che sta perdendo quel tuo stesso volto, della pizzicheria e di come faccio i compiti dietro il bancone, della musica che mi insegna lo zio, ma anche lui è scolorito, qualcosa sta cambiando in lui, parla sempre meno, credo che sia quello che soffre di più per la situazione della zia, forse la notte non riesce nemmeno a dormire, di giorno si trascina, solo quando suona sembra ritornare quello che ho conosciuto, la musica azzera i pensieri, lui chiude gli occhi e il suo volto pare distendersi, il corpo ingigantirsi. Vorrei raccontarti di tutte le cose che ho imparato, le cose che ho visto, le persone che ho conosciuto … Poi quando un brivido mi riporta alla realtà, mi stringo, guardo il riflesso della luna sul mare e le fiaccole dei pescatori in lontananza, richiudo le persiane e mi rimetto sul divano sotto il lenzuolo, gli incubi sono andati via, i lamenti sono finiti, tu, papò, Gentile e Agnese siete dentro il divano, allora dormo.

Un giorno siamo andati con lo zio ad una festa, però quella volta non suonavano. Giacinto Baffi faceva il compleanno in un’osteria che conosceva lui, però anche lì lo zio non è riuscito a fare un sorriso. Il maresciallo aveva la forza di dargli qualche pacca, la sua mano è più grande della mia. Siamo rimasti poco. Ma non è stato sufficiente. Sono scomparsi dietro una porta, quella che dava al resto della casa. Così l’ho visto che crollava.

Tonino mi allarga le bracci e in un baleno mi soffoca con quelle stecche lunghe e ossute. La barba non tagliata mi graffia, alla fine riesco a divincolarmi. Nella fretta sbatto sulle gambe di qualcuno e finisco con il culo per terra. Mio zio non fa caso a me, è circondato dagli altri che gli si stringo intorno. Rimango a bocca aperta, è la prima volta che vedo una ragazza bionda, gli occhi nocciola, il viso ovale e la pelle color latte, non è tanto alta e ha i fianchi larghi. “Ti presento la mia ragazza, Italia”, sorride Tonino. Non rispondo. “È bella vero?”, meravigliosa, stupenda e quante altre parole belle possano esistere che non conosco vorrei rispondergli. Mi sono innamorato, mi ficco in mezzo ai due senza stacarmi un minuto da lei. Mi aggrappo al suo braccio, lei mi sorride sempre. Ha un profumo di fiori e primavera, a differenza delle altre donne parla agli uomini sfrontatamente senza abbassare la testa.

Sono seduto bevendo una limonata, devo stringere tutte e due le mani per bere. Le voci mi ronzano intorno, l’oste grida alla cucina, dalla penombra una voce di donna acuta fende l’aria, la taverna si riempie di fumo e di chiacchiere, un uomo con un berretto si alza di colpo sbattendo il pugno sul tavolo, l’altro lo fronteggia immediatamente, una ressa di uomini si accalca separandoli, Baffi taglia il silenzio riportando tutti all’ordine, mascelle masticano, il vino colora i bicchieri, io sono dolcemente frastornato dalla presenza di Italia. Solo l’ombra cupa di mio zio mi riporta al presente, a quando torneremo a casa, alla magia che in quelle mura ha smesso di girare, anche con le finestre aperte non entra, un aria cupa e pesante, ogni volta sul pianerottolo vorrei ridiscendere le scale velocemente per raggiungere il mare, dalla finestra si fa sempre più lontano. Loro due si alzano perdendosi dietro un pezzo di legno incastrato nel muro. Scivolo via tra le gambe e i culi, le sedie e i tavoli. Mi rigiro. Nessuno fa caso a me. Il catenaccio è aperto, socchiudo l’uscio, m’intrufolo. Una stanza grande piena di salami e formaggi, delle voci provengono dall’altra stanza.

“Come farò adesso Giacinto? Elisa se ne sta andando, mi lascerà solo, non ce la farò a tirare avanti le bambine. Lei ha dato un senso e una dignità alla mia vita; è l’unica donna che ho mani amato e mi ha fatto ricredere sul gentil sesso dopo che anche mia madre mi aveva abbandonato all’orfanotrofio perché non riusciva a sfamarmi …”, ha il viso dilaniato come se una bomba fosse esplosa nella pancia.

“Ce la farai Goffredo”, è la prima volta che lo sento chiamare per nome. “Hai la musica, la banda e poi con il tempo diventerai Maestro, hai tute le carte in regola. Domanderò a mia moglie Lidia se c’è una badante per le tue figlie quando …”, mio zio annuisce e non lo lascia continuare. Il volto gli si trasforma, lo sguardo pieno di rabbia. Lascio andare la porta, scappo via. Voglio di nuovo sgattaiolare tra Tonino e Italia, voglio smettere di ascoltare, vorrei che il mondo per un attimo si fermasse. Dopo cinque minuti si presentano, altri due e andiamo via. Mi tiene per mano, me la stringe forte, punta la strada, mi fa male. Proseguiamo.

Apro le persiane. Il cielo è coperto, la luna piena crea uno specchio argentato sulle nuvole dell’intensità e del colore della luce della sala del cinema. I palazzi dei condomini sono tutti al buio. Sento i respiri di mia zia e il marito che si raggira nel letto. Mi sento come quel foglio di giornale al porto di S.Nicola a Reggio: in balia del vento. Mio padre dice una parola e mi ritrovo a Marsala; mi zio mi dice che devo studiare la musica e il pentagramma e le note sono parte di me; devo stare in pizzicheria e mi ritrovo dietro il bancone; devo seguirlo con la banda e io vado. Pensavo che agli adulti fosse sempre permesso decidere. Ora mi zia si dissolve e vedo come lui subisce l’evento, non può cambiarlo (la morte strappa un pezzettino dell’anima che porterà via insieme a sua moglie). Lui cambierà. La città sembra immobile, neanche il rumore del mare si sente. Attesa.

La Sicilia è lontana. Non ho cavalcato il gigante di ferro, l’ombra di un altro uomo ha sostituito quella di Totò, mio zio ha guardato per quasi tutto il tempo il paesaggio che fluiva via, ingoiato insieme a mia zia e a un tempo che non esiste più. Ero rimasto solo io a Marsala insieme a mia cugina ancora in fasce, Concetta si è presa cura di noi per un mese, imbeveva un panno nel latte e lo faceva succhiare a Martina ma le piangeva, strillava, si dimenava. Sua madre era in viaggio dentro una cassa di legno per la Calabria. Io avrei voluto strillare e dimenarmi come lei, avrei voluto spaccare tutto perché qualcuno mi prendesse e me le dasse di santa ragione. La pesantezza nel petto rimaneva.

La signora Lidia ogni tanto passava a vedere come stavamo, Baffi per fortuna non veniva quasi mai con lei, non l’avevo sopportato dalla prima volta. Anche Tonino e Italia venivano a trovarmi, mi portavano lungo il mare a mangiare un gelato. Ero contento, ero felice di avere una giovane presenza femminile accanto. Tonino continuava a darmi lezioni di musica e mi faceva suonare il clarinetto. Mi portavano fuori con la banda. Quando una volta rimasi solo con Italia la volevo baciare sulle labbra. Un bambino di otto anni, sei precoce. Le chiesi che significasse precoce, mi disse che quando avrei avuto la prima ragazza avrei capito. Insistevo, solo un bacio desideravo. Che scemo che sono stato, però avrei dato via le mie biglie di vetro solo per sfiorarla.

Mi zio era tornato con un’offerta di dirigere la banda di Curinga. Gli ci volle solo una settimana per vendere negozio e casa, fare le valigie con me dentro e ritornare. Parole mozzicate nel suo mutismo, mia zia non era andata via sola, aveva trascinato con lei una parte di tutti noi. Una mano da appoggiare sulla testa. Vieni! Andiamo. Siediti aspetta. Non ti muovere. Hai fame? Vuoi mangiare? Muovevo la testa per dire sì e no, i contorni di ciò che era rimasto di lui che andavano e venivano mentre ero seduto alla stazione dei treni con Martina che dormiva nella cesta. Scomparsa. Assenza. Ritorno. Vuoto. La panchina di legno è calda, la carne può essere fredda. Mi alzai. I vestiti un pò più stretti e i pantaloni un pò più corti. Quasi un anno era passato da quando ero arrivato. Allungo la mano. La strinsi, non c’era nessuna pressione, era distante. Martina in braccio, io tenevo quella specie di culla. La stazione era piena di gente, il capostazione fischiava, le file per i biglietti, valigie da tutte le parti, bauli, cassette piene di vestiti, viaggi di sola andata … qualcuno che attendeva il ritorno di un caro. Seduto su quella panchina mi era sembrato che il mondo si fosse fermato, immobile, io ero l’unico che respirava. Il suono del treno strilla dentro la stazione, il gigante era diventato un animale inanimato.

Ora sono qui a prendere botte, imparare la musica e a puzzare di colla. La vita di mio padre racchiusa dentro uno sputo impregnato di sangue.

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