Il Concerto (da “Il Treno da Perdere”).


I sogni, mi dicesti dei sogni, che i sogni sono il tempo che ricopre il periodo dell’adolescenza, che sopo è solo un utopia … una speranza vana. Eppure è proprio per quello che ora mi ritrovo a Roma e non nel nostro letto. La morte dei nostri sogni si è trascinata una parte di me, un pezzettino quotidiano, una parte di noi non tanto piccola. Anche la musica era diventata opaca, senza tono, senza mordente. I visi delle persone nella feste dei paesi erano piatti: risa disegnate su un pezzo di carta. E tu hai il coraggio di mangiare con me? dormire con me? di parlarmi? di crescere una famiglia? Io che ero stanco di essere spedito come un pacco da una parte e l’altra dell’Italia, io che credevo di aver letto dietro lo scintillio della tua pupilla una prateria di sogni, un pentagramma infinito di fiori dove essere trasportato dalle note. Ci siamo ruzzolati sul prato, arrotolati nei sogni. Dove sono ora quegli sconosciuti? Quei due corpi che si chiamavano ma non osavano sfiorarsi? Suono. Suono davanti a un pubblico incravattato e ingessato in una postura immobile, computa, senza espressione, senza sogni … ma queste note sono la loro unica speranza, un contatto con l’ultimo pezzetto umano che gli rimane. Da soldato venivo qui in piccionaia, dove potevo entrare gratis nella penombra, da lassù mi bastava ascoltare, vedere l’Aida, la Turandot, la Norma … dov’è ora quel soldato che vedeva oltre l’ombra dei tuoi occhi? Si può fuggire per troppo amore? O è solo un atto di vigliaccheria? Ora il suo corpo mi scivola tra le dita, come un liquido che non attacca, un’olio che inganna il tatto. Questa giovane ragazza che invece con il suo profumo ha ingannato un giovane vecchio sul balcone, ho visto le mie mani correre sulla sua pelle fresca, ho visto i polpastrelli giocare con le labbra della sua rosa, il sangue pulsare. Ora questa pelle liscia è nascosta dietro gli spalti, sobbalzata da una porta secondaria dietro il sipario. Lei non lo sa, ma l’ho già posseduta, la sua pelle è già stata tra le mie mani, i suoi gemiti sul mio orecchio, il suo orgasmo sul mio petto … eppure potrebbe essere mia figlia … eppure eravano noi i giovani che si macchiavano nell’erba, circondati da una nuova utopia, da un futuro nostro, un futuro chiuso nel palmo, in un inno verso un’aquila, una lama ricoperta di steli di legno, un braccio teso; eppure ci abbiamo creduto: era il futuro, eravamo noi il futuro, un impulso eterno, un qualcosa che non avrebbe mai abbandonato la nostra giovinezza. La guerra! Tutti la anelavamo ma nessuno sapeva che cosa era. Forse solo le donne lo sapevano, loro che erano abituate a vivere in solitudine, nell’attesa che un’ombra ritornasse. Quell’ombra l’hai nascosta, custodita, protetta dai proiettili, dalla fame, l’hai nutrita della compagnia … ora quell’ombra ti ha tradito, si è fatta gioco delle tue speranze fino a che i sogni morissero.

Suono. Le note rimbombano fra le pareti vuote. Non ho il coraggio di aprire gli occhi, di vedere lei in prima fila, il suo sorriso orgogliosamente vuoto, la donna di carta che scivola tra le mie dita, l’altra giovane dietro le quinte. I miei sogni con lei si sono esauriti. Conosco le note, le pause, gli accordi … non ho bisogno d’incrociare il suo sguardo, gli occhi ancora pieni d’alcol, gonfi d’insonnia e dei miei testicoli pieni. Come gemevi bene da professoressa e da sposa di un altro uomo: cavalcioni, sopra, sotto, di lato, con le tue labbra a gemere i miei incubi (matrimoniali).

L’ ouverture sta finendo. Come vorrei cancellare tutto. La professoressa, la giovane sul balcone e dietro il sipario, la figlia del falegname dopo le pallottole, la signora dai polpacci rotondi e la pelle come miele … che sparisse tutto! Solo il prato, due corpi che ruzzolano fino a che il verde li sommerga. Che cosa mi ha catturato in quel frangente, quale altro momento ho rivissuto? Un bambino su un albero di olivi? Una mano sulla spalla di un bambino  quando il tramonto sfuma i contorni dei corpi? Una mattina in cui c’era un treno da prendere? Due genitori mai conosciuti, corsi via prima che il tempo ci abbia dato tempo, senza parole, uno stomano da riempire, i giorni che passavano veloci e lenti, solo ora percepisco quel tempo, non c’è musica che possa scandire gli anni, le rughe, i capelli bianchi, i sentimenti che si screpolano. I corpi che scivolano, i volti nello specchio ogni mattina. Le mie bambine crescono, e a ogni centimetro diventavo più vecchio e lo spirito si svuotava. Di chi è la colpa? Chi accusare? Te, Viola? Io e la mia debolezza fra le gmabe? Un’attenzione che la professoressa è riuscita a darmi?

Apro gli occhi. L’ ouverture è finita. In un minuto il primo atto avrà inizio: un treno da prendere, due giovani che camminano, sprofondati in un prato tenendosi per mano … un treno da prendere.

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