Alessandria


 

“Quando è che hai meno lavoro giù al negozio?”.

“Il Gomaa. Chiudo mezza giornata per la preghiera e comunque nel giorno di festa non ricevo molti clienti, la gente pensa più allo svago che a cambiare una lampadina”.

“Venerdì è dopodomani. Che ne dici se ce ne andiamo da qualche parte tu e io soli? Che te ne pare di Iskindiriyya? Sì, credo che Alex faccia al caso nostro”, sento il viso illuminarsi come trasportato dagli stantuffi del treno o dalle ruote della macchina. Ismail non ne sembra convinto sebbene l’idea non gli dispiaccia. Immaginare le imposte della ferramenta chiuse  così all’improvviso gli dà l’ebbrezza della sfida, la brama della trasgressione. La mancata apertura gli farà passare tutto il giorno seguente a dare spiegazioni per sedare la curiosità di tutti i negozianti vicini e i passanti abituali. Gli suggerisco che sarebbe il caso di applicare un biglietto sulla serranda della bottega.

“Allora? Che ne pensi? Possiamo prendere la mia macchina e …”, m’interrompo bruscamente come se qualcuno mi stia tamburellando sulla spalla. “Anzi, sai che ti dico, prenderemo il treno, così saremo tutti e due a non lavorare”. I colori dei taxi ad Alessandria sono diversi ma andare con il mio mi lega in qualche modo alla vita di tutti i giorni.

“Ok, ci sto. Venerdì!”, lo dice con un tono perentorio come se legga nella mia mente e tutto sia già chiaro senza null’altro da aggiungere. Lo stantuffo del treno rimbomba più forte.

“Domani passo alla stazione a Midan Ramsis a controllare gli orari e i prezzi. Poi ti telefono per metterci d’accordo”. Gli propongo il Turbini, un treno che in un’ora e mezza ci porterà a destinazione.

“No, preferisco il treno normale. Non è tanto per il prezzo, in qualche modo vorrei viaggiare insieme a tutti gli altri egiziani”. Non ha alcun motivo per fare una richiesta simile o forse sì. Crede che viaggiare insieme alla gente comune lo metta più a suo agio piuttosto che salire su un treno fatto per persone sbrigative o per stranieri affaccendati in inutili affanni. Ci diamo appuntamento il giorno dopo sotto casa mia alle cinque del mattino.

 

La sveglia suona. Mi sento la pesantezza della pelle sul corpo. Ho ancora il profumo di lei addosso, sento la presenza di Marie così vicina ma oggi è un giorno per un’altra persona, anzi due: Ismail e Yussef.

L’acqua tiepida fa scivolare via il suo odore sebbene l’essenza rimanga dentro. Ho gli occhi arrossati. Ho dormito poco perché siamo rimasti a letto fino a tarda notte, poi l’ho accompagnatsa a casa e sono ritornato. Mi sento un’altra persona, è un cambiamento piacevole. Butto giù il caffè e ruzzolo per le scale. In strada la macchina di mio padre è parcheggiata e mi sta attendendo. Per quanto abbia cambiato colore quello originale non scomparirà mai.

Sabbah el kher”.

Sabbah innuur”, gli rispondo. Poi silenzio. Nell’attimo in cui entra mi fa piacere constatare che anche lui ha gli occhi arrossati.

img_0612Ismail chiude la portiera e io inserisco la marcia. Una scena che si ripete fin dall’infanzia. Per un breve tratto di strada assaporiamo la città che si sveglia. La spettrale mancanza di traffico cambia il volto del Cairo e le percezioni dell’animo. L’Uruba è semideserta ad eccezione di sporadici microbus, taxi e pendolari assonnati in attesa alle ipotetiche fermate, perché al Cairo ogni punto della strada può essere una fermata.

“Come l’hanno presa i tuoi che rimani chiuso oggi?”

“Non rimango chiuso oggi! Ci sarà mio fratello più piccolo, papà è entusiasta di dargli una mano e anche lui alla fine ne è rimasto contento. Non si sa mai che debba cambiare lavoro, in questo modo so già chi mi sostituirà!”. Non lo dice seriamente. Non crede di avere grandi prospettive di cambiare la sua vita. Non sa ancora quanto si sbaglia.

“Stai diventando maledettamente in gamba”, gli confesso sempre concentrato sulla strada. Ismail appoggia il braccio sul mio schienale. Entrambi fissiamo il vuoto davanti agli occhi.img_2636

È la prima volta che prende il treno. Sì, ha preso il tram in città ma questa è un’altra cosa. Come spesso accade si vive e si muore nello stesso posto conoscendo il mondo dai giornali o dai racconti provenienti da bocche amiche o di conoscenti.

“Sai Yussef che non ho mai preso il treno? É  la prima volta che esco dal Cairo!”, è visibilmente emozionato. Divora tutto con gli occhi. L’adrenalina del viaggio che cambia la percezione degli eventi, li carica di un significato diverso, li descrive con contorni che prima erano indefiniti.

“Io invece l’ho preso qualche volta con i miei genitori quando ero bambino”, interrompo la concentrazione della guida. “Solo che non ricordo molto. Mio padre ogni tanto ci portava a conoscere il paese. So che siamo stati a Gerusalemme e in Libano, dove lui conosceva delle persone, ma io ero troppo piccolo”. Non aggiungo altro e Ismail non vuole interferire con i miei sentimenti. Oggi è una giornata speciale.

La stazione, costruita da quei maledetti inglesi nella metà del 1800 con l’inutile tetto spiovente per le quasi inesistenti piogge, è affollatissima già dalle prime ore. È una scala in miniatura di quello che succederà in città. Se dovessi consigliare ad un turista dove andare per capire il Cairo, questo è il posto giusto. Mi domando se valga per tutte le metropoli, sono sicuro che un giorno avrò la mia risposta. Miriadi di uomini in galabeyya, con il loro seguito di mogli, madri e bambini, con i loro piccoli raccolti da vendere in città accatastati per terra, donne intente a fare cubetti di verdure per ipotetici minestroni destinati spesso ad irrancidirsi nei sacchetti di plastica, ora Ismail vede che lì, muovendosi con disinvoltura nei loro visi scavati dal sole, assumono un altro ruolo. I poliziotti controllano passando tutto con attenzione meticolosa. Alcuni sono assonnati ma sono i primi a scattare in piedi se accade qualcosa. I tassisti brulicano come mosche richiamando i vari passeggeri in arrivo. Saluto diversi di loro e come per incanto gli altri smettono di importunarci. I camerieri portano avanti e indietro vassoi stracolmi di thè egiziano, caffè turco e nescafè, ma a questo ci sono abituato, in tutti gli ahwaai del Cairo c’è sempre un movimento incessante ogni sera dopo l’ultima preghiera. Ci sono poi dei personaggi vestiti di tutto punto con gli abiti ben stirati, alcuni con occhiali da sole. Gli faccio notare che sono poliziotti in borghese ai quali fare attenzione. In effetti hanno uno sguardo che buca lo stomaco, come se avessero il potere di distruggerti in ogni momento, anche solo per puro divertimento. Alla loro presenza ci si sente rimpicciolire. Vedo Ismail che si mimetizza accanto a me che ostento una naturale tranquillità come se io faccia parte dell’intelaiatura di ferro della stazione, abituata da anni a vedere la storia dell’uomo fatta di angherie, abbracci, lacrime, di addii o di dolore, baci, maltrattamenti, rivoluzioni … veli che si stendono sul tempo.

Salamalecco ya Yussef. Izzayyak?”, mi saluta un conoscente che possiede anche lui un taxi. Ha diversi anni più di me.

Issalaamu aleekum. Tutto bene grazie, e tu?”. Ci ho parlato alcune volte, è una brava persona come l’ottanta per cento degli egiziani: lavorano, si sposano, crescono i loro figli nella speranza di un futuro migliore, nel rispetto reciproco e nel nome di Allah.

“Bene grazie. Vedo che ti sei dato da fare e hai già trovato un cliente. Bravo figliolo”. Detesto quando mi chiamano figliolo. Non sa neanche tutte le cose che gli posso insegnare.

“No, no. È un amico e oggi non lavoro. Mi sono concesso un giorno di ferie ad Alex”. Ismail ha gli occhi che divorano tutto. Quando gli poso la mano sulla spalla sembra provenire da un altro mondo.

“State prendendo il treno?”, quelli del tassista strabuzzano incredulità. “Ma potevi andare con la tua …”

“Salaama aalekum”. Sento la sua voce confondersi con tante altre. Non ho voglia di iniziare la giornata dando spiegazioni. “Alla prossima”.

Aaleekum issallam wi rahmatu Allah wi barakeetu”, che Allah abbia misericordia anche di te, penso fra me.

Mi sfiora l’idea di lei. Oggi ritorna il padre da un lungo viaggio a Parigi. Non era particolarmente felice, chissà poi che cosa avrà di tanto speciale quest’uomo. Provo una repulsione inconscia, mi sembra più pericoloso di un’amante.

“Sì scusami Ismail, ero soprapensiero”.

“È il nostro binario, il cinque”. Binario 5, sì è questo. Siamo arrivati.

 

Saliamo sul treno. Ci stupiamo di come sia semivuoto ma alla fermata successiva il vagone strabocca di gente da tutti i pori. Gomiti accatastati sopra pance e spalle, spalle contro sedili, pance contro culi. Ogni tanto una zaffata di piscio si mischia al cardemomo e all’odore delle spezie sulla pelle delle persone. Ad ogni fermata il treno si svuota e si riempie ancor più di prima. Studenti con la faccia strafottente di chi ha la giovinezza dalla loro parte, o con la timidezza del solitario che forse non è presente su quel treno, per lui sarò solo un ricordo. Niente altro che uno sconosciuto seduto a qualche metro di distanza, un’ombra sul sedile.

C’è di tutto su questo fallo metallico. Salgono contadini con al seguito mogli, suoceri, bambini, gruppi di dieci dodici persone. Il profumo dei formaggi di campagna che portano ad Alessandria per un momento ricopre tutti i tanfi mattutini. Guardando quelle forme bianche e mollicce mi verrebbe da affondarci le dita per mangiarle a tocchi. Ismail continua a osservare il mondo. Dovrebbe uscire un pò di più dal quartiere. Le donne portano pollame e uova per il mercato improvvisato negli angoli delle strade.

Ragazzi giocano con le suonerie. Salgono uomini in tunica con le bici egiziane vecchio stile, lunghi sottili fili di ferro come freni. Per molti l’intelaiatura di ferro, plastica e ruote costituisce tutto il loro patrimonio, la casa è un rifugio con un tetto improvvisato in ogni luogo. Vado al bagno trattenendo il respiro. Il tanfo dell’urina è appiccicato alle pareti e una pozzanghera sul pavimento segue le oscillazioni del vagone. Guardo nel buco nero della tazza, un rivolo di luce sguscia dal suolo di pietra e legno che scorre veloce insieme al mio piscio. Mentre lo scroscio continua sento la sensazione di voler scappare, come se quel tunnel scuro fosse in grado di risucchiarmi, di trasportarmi in parti di me che non conosco. Non so per quale strana coincidenza mi viene in mente il padre di Marie, questo fantomatico Monsieur Voltari che ho visto di sfuggita un paio di volte. Chiudo la zip e scappo nella confusione egiziana.

“Tutto a posto? Hai un colorito pallido, sicuro di star bene?”, Ismail ha la capacità di stupirmi sempre con la sua scaltrezza.

“Tutto bene, è solo che ho un certo appettito e tutti questi tanfi mi stanno ottenebrando il cervello. Che ne dici se scendiamo un paio di fermate prima alla periferia e andiamo al parco di Montazah?”.p03-05-07_1134

“Per me qualunque cosa va bene, non sono mai stato qui e non ha importanza dove andiamo”. Così scendiamo. Uno strato di grasso di motore mischiato con la terra percorre come una lingua nera parte dei binari. L’odore della nafta della locomotrice afferra le narici. Prima che lo stomaco brontoli ancora siamo già in mezzo alla strada persi nel traffico cittadino. Sebbene sembri più pulita non c’è poi tanta differenza tra Alessandria e il Cairo: lotta quotidiana nelle strade. L’unica differenza sono i colori dei taxi. “Vieni, andiamo. Conosco un posto qui vicino dove possiamo comprare del fool, falafel, uova sode e pomodori”. Sono appena le dieci e già la fame reclama il suo tributo.

“Avrei mangiato volentieri il formaggio di quelle signore sul treno. Non me ne sarebbe importato nulla degli altri odori”. Il volto scuro spaccato dal sole di una di loro scivola nella spirale della pupilla. Come il pensiero di Voltari lei prende i miei occhi e scivola dentro il tunnel. Rimango impietrito.La immagino prendere il soffice formaggio bianco e imboccarmi con le dita. Batto le palpebre e la vedo sistemare bene le cassette con le galline. Mi sento la carne catturata da una magia.

“Sì, anch’io”, concorda Ismail.

Entriamo nella caffetteria. Mangiamo di tutto gusto i panini e le uova. Il thè scorre sul palato al ritmo delle macchine sulla strada. “Va molto meglio adesso”. Sì, a stomaco pieno i cattivi pensieri scompaiono. Camminiamo per un tragitto lungo che ci porta al mare. Ismail spalanca le ciglia quasi a volerle appiattire sulla pelle. È la prima volta che vede il mare. Lo lascio contemplare il paesaggio alcuni secondi e poi gli richiudo la bocca con il dorso dell’indice.

“Vuoi rimanere qui in eterno?”.

“È bellissimo. Dal vivo ha un colore ancora più azzurro”. Le onde bianche non gli rendono giustizia, l’ho visto altre volte ancora più bello. Forse è per la giornata tersa che inganna, o forse riesce a vedere più in profondità di me. Gli poso una mano sulla spalla. Ci incamminiamo sorridendo verso l’incrocio. Chissà se ci ricorderemo di questa giornata.

“Taxi! Taxi!”, l’autista quasi inchioda fregandosene dei copertoni. Quanta poca attenzione! Eppure è il posto dove passa la maggior parte del suo tempo, non dovrebbe trattarlo così. “Ci porti al Parco Montazah. Quanto?”.

“Quindici gineh!”.

“Non se ne parla! Non più di sette pound, mica siamo turisti!”.

“Ok, salite su”, certo che è facile contrattare da queste parti.

“Andiamo Ismail”.

“Sì sì”, è ancora fisso sulle creste bianche ed azzurre. Il mondo dovrebbe essere visto con i tuoi occhi amico mio, forse ci sarebbero meno guerre.

“Quando arriveremo al parco ti porto in una delle insenature dove potrai vederlo da vicino”. Acconsente con un movimento del capo. È ritornato in sè. Le strade di Alessandria non sono diverse da quelle del Cairo.

 

Le onde si abbattono imperterrite sugli scogli quasi volessero spezzarli in due. Ismail s’inchina per raccogliere una conchiglia che casualmente si trova sulla roccia. Le infossature della pietra calcarea fatte a goccia mi sembrano le superfici lunari che ho visto in foto. La salsedine e lo iodio si depositano sui vestiti e sui volti dei pescatori. Ismail infila quel guscio nei pantaloni. Mi guarda rizzandosi in piedi. Sorride ondeggiando la mano. Sono a qualche metro di distanza. Voglio ricordarti così amico mio: il tuo bel sorriso innocente, il mare che ti circonda, il ricordo di un’escursione inaspettata, il vento che accarezza il volto con la spuma delle onde. Fra non molto partirò. Una paura di non rivederti più mi contorce le budella. Un viaggio senza ritorno mi fa paura, ho paura di perdermi. Amo Marie eppure sento una strana sensazione: suo padre, il volto di quella donna sul treno, un tunnel. Impressioni già lontane. Rispondo al tuo saluto. Fra non molto volerò sopra questo mare, arriverò sull’altra sponda dove molti di noi anelano andare come un nuovo eldorado. Non so cosa mi attende.

“Dobbiamo ritornarci con Marie”, hai ancora il fiato ansimante per arrampicarti sugli scogli e districarti in equilibrio sulle lingue di pietra. “Oppure con Mirvat”.

“Fra non molto partirò per un viaggio molto lungo”, il respiro si ferma. Mi guardi da lontano. “Dai su non scherzare”. Il silenzio risponde ai tuoi dubbi.

“Quando l’hai deciso?”, sei un uomo più di quanto si possa pensare.

“Già da qualche mese. Un paio di settimane fa ho preso il visto. Hanno accettato la mia domanda per studiare a Parigi. Un conoscente di Marie ha intercesso con l’intervistatore del consolato e una mano sotto il tavolo ha fatto il resto”.

“Bravo, sai districarti bene con le procedure burocratiche”, i suoi occhi mi abbandonano per un istante. Sento la distanza nella saliva abbandonarsi lungo la fossa della gola.

img_0759“In Europa non è poi tanto diverso da qua. La corruzione è sempre esistita e nella storia c’è sempre stato a chi piace farsi corrompere. Andiamo ora. Finiamo di visitare il parco e poi andiamo al centro, voglio mostrarti la biblioteca da fuori. È bellissima. Anche se non ha nulla a che vedere con quella dell’Alessandria di un paio di millenni fa. Lo sai che il tetto l’hanno studiato in modo che la luce del sole venga convogliata sulle scrivanie della sala?”.

“Si dovrebbe fare la stessa cosa per le case, sai quanta elettricità si risparmierebbe”.

“Da quanto tempo t’interessi di tutela ambientale? Non ti facevo così preparato”.

“In negozio, quando non c’è nessuno, mi metto a sfogliare riviste e giornali. La lettura è un buon antidoto contro la noia e la mente ci guadagna. Anch’io un giorno vorrei poter visitare alcune parti del mondo, non sia mai che ti venga a trovare a Parigi!”. Non ne sei tanto convinto, però ti ringrazio amico mio per essermi vicino in questo strappo con il nostro mondo. Guardo oltre l’orizzonte dove il mare si perde e non si vede nessuna terra.

 

Sono le 15:00. Il palazzo Montazah con i suoi ghirigori turchi e fiorentini è già alle spalle. La torre arabesca ricorda la torre del Palazzo della Signoria a Firenze, però non ne sono certo, l’ho vista solo in fotografia. Un gruppo di giovani e anziani si allena nel parco con le racchette di legno per l’estate che verrà. “Qui fanno dei veri e propri tornei sulla spiaggia”. Lui mi osserva come per dirmi a quale scopo. “Divertimento”, gli dico senza che apra bocca. Scrolla le spalle.

“Taxi! Taxi”, Ismail mi prende l’avambraccio.

“Prendiamo un microbus”, ribatto.

“Non ti preoccupare, ce li ho i soldi”.

“Lo so ma preferisco il bus … e questa volta pago io”, abbassa lo sguardo. C’è un limite d’orgoglio ad accettare la generosità degli altri.

“Ok, vada per il micro”, mi scuso con il tassista che si era fermato all’angolo. Quello fa un cenno con la mano per dire che non fa nulla. Chiediamo quale numeroimg_0805 di pullman ci porterà al centro. La Cornice chilometrica di Alessandria a differenza di quella del Cairo si getta su acque salate; la sua estenzione si perde in lontanaza. Forte Qaitbey è solo un puntino giallo all’estremità opposta. “Vedi quella costruzione giù in fondo”, fa un cenno col capo. “È il Castello Qaitbey, è stato costruito alla fine del quindicesimo secolo del calendario cristiano. Lo sai che per la maggior parte sono state utilizzate le pietre del Faro di Alessandro Magno?”.

“Di chi?”.

“Ne devi fare di strada! Alessandro Magno, colui che edificò Alessandria”.

“Ah, il Condottiero”.

“Il suo Faro era considerato una delle Sette Meraviglie del mondo antico secondo i filosofi greci. Oggi sono rimaste solo alcune pietre incastrate nel Forte”. img_0808

 “Insieme ai Giardini di Babilonia e la Piramide di Cheope? Mi ricordo qualcosa”.

“Esatto, bravo. Niente male”. Scendiamo in prossimità della biblioteca. Anch’io rimango a bocca aperta. Il crepuscolo della sera le conferisce una luce incantevole. Sarà il riflesso azzurrognolo e arancione sul tetto di vetro o forse per la sfera gigante che sormonta l’entrata. Doveva essere imponente nei secoli di maggior splendore, dell’Egitto tolemaico. Ma quelli non erano i tempi di Allah. Tiriamo dritti per la Cornice superando l’ambasciata francese. All’ingresso mi sembra di scorgere il signor Voltari, deve essere la penombra della notte che m’inganna. Lui adesso è al Cairo. Diamo un’ultima occhiata alla Cornice. Non facciamo in tempo ad arrivare al castello. Tiriamo dritti per le strade del centro. Anche qui c’è la Piazza della Rivoluzione, come se il Tahrir avesse cambiato qualcosa per la maggior parte della gente. Sono convinto che le rivoluzioni servano solo a cambiare le classi dirigenti. Mammalucchi, ottomani, francesi, la dinastia di Mohamad Ali, gli inglesi, Nasser e la sua sfida all’America e i Paesi non-Allineati, Sadat e la vittoria del Kippur, Mubarak e la sua corruzione. Cosa ci abbiamo guadagnato noi cittadini? Soprusi e ingiustizie. I poveri saranno sempre poveri e i ricchi si prenderano gioco di loro. Ma in Europa sarà diverso.

“A che pensi? La tua mente è distante, forse sei già a Parigi?”. Si amico mio. Sono lontano.

“No, tutto a posto. Pensavo a quanto è bella questa città. È diversa dal Cairo. È più ordinata e l’architettura rispecchia i contatti con il mondo dall’altra parte del mare”. Ismail si guarda intorno. Alza il collo verso gli edifici della piazza.img_0777

“Sì, è diversa ma non così tanto. Forse è l’atmosfera del mare”. Forse ha ragione lui, anche al Cairo ci sono tanti edifici simili. Si è fatto tardi. Il tempo è impietoso, non ha clemenza per nessuno. Sono le sette e abbiamo camminato come non mai. Dobbiamo andare, il treno non attende nessuno.

“Vieni, facciamo una corsa verso la stazione”, gli scanso il gomito, gli infilo due dita nella milza e scappo con lui alle calcagna che mi grida e ride. Arriviamo in prossimità della stazione ansimanti. Esausti ci fermiamo frontaggiandoci sui fianchi di una Morris anni 50 color panna e riprendendo fiato. Chissà se l’aria parigina mi farà venire voglia di scherzare così. Mi mancherà questo paese sornione, un pò trasandato, con le sue contraddizioni; mi mancheranno le risa gioviali delle persone e i loro volti sempre accesi, le grida nelle strade, il lattaio in bicicletta, l’uomo del gas e la maledetta chiave inglese battuta con forza sulla bombola per richiamare l’attenzione con suo figlio seduto dietro stretto intorno alla sua vita, gli occhi semichiusi a fendere l’aria. Mi mancheranno i profumi dei falafel, dei kebab, delle spezie, delle cervella d’agnello fritte, del purè di fave, dello zafferano e del cumino. Mi mancheranno i miei genitori.

“A che ora è il prossimo treno per il Cairo?”, sbuffo come un toro. Ismail si avventa sulle mie spalle di corsa. Anche lui è troppo stanco per continuare lo scherzo. Entrambi esaliamo anidride carbonica sul vetro dello sportello.

“Calma figlioli, sembra che avete mille vespe nel culo. O avete combinato qualcosa?”, getta uno sguardo alle nostre spalle per controllare che non ci sia la polizia dietro di noi. “Il treno c’è alle otto e trenta, tra meno di un’ora. Altrimenti alle dieci”.

“No no”, interrompe Ismail cercando di riprendere ossigeno. “Quello delle otto va benissimo”, tira fuori i soldi per pagare ma io lo blocco. “Questa volta è il mio turno,” insiste lui, “tienili per Parigi”. Mi blocco. Paga i biglietti. Mi mancherai fratello.

Ci buttiamo su uno scalino vicino al binario riprendendoci dalla corsa. Gomito a gomito e con le spalle che sembrano voler buttare giù la ringhiera dove sono appoggiate. Uno scossone di locomotiva richiama la nostra attenzione sul treno sul nostro binario. Si sta muovendo. Ci guardiamo negli occhi stupiti. Corriamo come pazzi e saliamo su mentre è ancora in movimento. Dentro le luci spente fanno da cornice alla notte. Un controllore sulla banchina ci dice che il treno sta solo facendo manovra. Ci guardiamo in faccia e ridiamo della nostra stupidità. Come bambini di dieci anni andiamo alla scoperta del vagone e delle porte aperte della stanza del controllore. Nascosti dall’oscurità uriniamo sulla ferrovia beffandoci delle imposizioni e del governo, della povertà e della sofferenza, della ricchezza e della felicità. Quel banale gesto riesce a infonderci un senso di libertà e ribellione. L’ultima fuga, poi di nuovo le mani sul volante e dentro cassa del negozio. Uno scossone ci fa puntare i piedi. “Porca miseria! Mi sono pisciato sulla mano”, lo vedo che si scrolla alcune gocce fuori dalla porta.

“Sei sempre il solito imbranato”, gli faccio per prenderlo in giro.

“Guarda che tu te la sei fatta sui pantaloni”. Mi guardo attonito. Non può essere possibile. Infatti non c’è nulla. “Scherzavo”.

Mentre il treno ritorna verso la banchina, vedo la porta con l’oblò rotondo al centro che si apre e chiude. Il marciapiede si avvicina di volta in volta attraverso lo spiraglio della porta o quel tunnel di vetro. Ora mi sento risucchiato da strani presagi. Le luci del treno si accendono. Fra poco partiamo con un altro treno e non questo fantasma. 

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