Fiat 128


La testata della mia FIAT 128 è scoperchiata. Il mio amico Ismail è di fronte, dall’altra parte del cofano. Guanti di liquido nero gocciano catrame dentro la bacinella, Ismail rispecchia la sua mezzaluna bianca in quel fascino scuro di chilometri consumati.img_0809

 Mi piace sentire il calore tiepido dell’olio del motore sulle mani. Mi ricorda mio padre … Copre le squamature della pelle, mi fa sentire che posso scivolare in qualsiasi paese, in qualsiasi realtà. Ho solo venticinque anni ma riesco a leggere nelle pieghe della pelle. Sarà l’aria secca e sabbiosa del Cairo che stende il suo manto sopra ogni cosa: macchine, case, alberi, paraboliche satellitari, riesce ad appiccicarsi sui vetri come una colla e neanche gli uomini ne sono immuni. C’è una patina sopra l’anima che mi impedisce di vedere il profondo. A volte mi dico che forse è un bene che sia così.

“E adesso che cosa ci vuoi fare con quel coso?”, mi indica Ismail ridendosela di gusto. Una mezzaluna complice della mia sicurezza gli risponde al suono del silenzio.

 

“Questo è un pistone razza d’idiota!”, naturalmente scherzo, anche lui ha una vaga infarinatura di meccanica. “Vedi la testata?”. Il suo sguardo s’infittisce, l’apprendista che vuole divorare la conoscenza del maestro. Accosto la parte superiore del pistone a quella ancora dentro la testata, quindi inizio il mio sermone. “Vedi, sono quasi uguali. Quella che ho in mano è lievemente più piccola, ma l’importante sono queste due fasce nel mezzo”.

“E allora?”. Deve farne ancora di strada! Allora non sapevo, o non volevo capirlo che non tutte le persone hanno lo stesso potenziale di apprendimento. Con gli anni e l’esperienza ho accettato anche questo.

“Allora cosa? Non vedi che sono quasi completamente consumate?”.

“E con questo?”.

“Mammalucco! Sei proprio un testone accipicchia! Quale è il problema della macchina?”.

“Consuma troppo olio, perde colpi e potenza”.

“Esatto! Le fasce impediscono all’olio del motore di andare nella camera di combustione, quindi di bruciare l’olio; te ne accorgi da quel fumo bianco azzurro che vedi uscire dal tubo di scappamento. Inoltre se queste fasce sono logorate, il motore perde potenza perché allo scoppio della scintilla e la conseguente combustione della benzina la spinta non va tutta sulla testa del pistone ma si perde sulle pareti del cilindro”. Attendo. Le sopracciglia di Ismail diventano un’unica onda pelosa che gli vanno da una tempia all’altra. Non sembra tanto convinto. Con il tempo prenderà dimestichezza. “Procediamo?”.

“Dove hai imparato tutte queste cose Yussef?”.

 

Non era molto più difficile di adesso. Una volta arrivato a Londra non ho impiegato molto a migliorare l’inglese. La meccanica di alcuni cervelli è meglio lubrificata di altri.

Quando mi sono iscritto alla Facoltà di Informatica e Ingegneria Meccanica della Stratford University molti professori sono rimasti colpiti dalla facilità del mio apprendimento, da come riuscivo a implementare le tecniche apprese. Avrei voluto raccontargli di quanti ragazzi come me esistono al Cairo, ragazzi costretti a seguire le linee del tram di quella città: io sono sceso da quel tram ma sento ancora la strada ferrata  percorrermi le vene.

Solo il mio Imam aveva capito di quale potenziale fossi capace. Sì, lui l’aveva intuito già da Parigi.

 

“Dove le hai studiate?”, gli occhi strabuzzano dalle orbite.

“Da nessuna parte Ismail”, vedo i miei occhi neri perdersi dentro la bacinella dell’olio. Per un istante si velano dello stesso colore del deserto. Con un colpo di chiave inglese il viso diventa un’ombra ondeggiante dentro un’altra ombra.

“Me lo vuoi dire o no dove li hai imparati tutti questi concetti?”, insiste lui. Alzo la testa e lo guardo dritto nelle pupille, carico di un odio non mio, non voluto. “Da una persona che non c’è più”, riesco a masticare tra i denti. Quello che c’è tra i molari non è rivolto direttamente a lui, ma in qualche modo ne è la vittima.

Andiamo a uno sfascio nella periferia più esterna di Eliopolis per prendere i pezzi di ricambio. Sistemiamo la macchina quasi senza parlare. Solo lo stretto necessario. È come un cane bastonato, ma non riesco a placare lo stato d’animo che provo, mi sembra di dover scoppiare da un momento all’altro con Ismail immolato sull’altare sacrificale. Mi sento in colpa ma non demordo. Mi segue come un cucciolo senza far domande e obiezioni.

Infilo la chiave e avvio. Il motore sembra scivolare liscio, come una sonata per pianoforte di Mozart: un suono impeccabile, a tutto punto, mi azzardo a dire. “Andiamo”. Sono tornato sereno e anche Ismail allarga le labbra.

 

In quell’occasione capii cosa significa essere un leader dispotico, ma soprattutto mostravo i primi sintomi di volubilità. Volevo bene a Ismail e tuttora gliene voglio, è una delle poche persone rimastami cara, le altre sono scomparse come ombre al tramonto. Un’altra cosa non conoscevo allora: la musica classica! E dire che ero perfino contento di aver trovato il termine che pensavo giusto: messa a punto.

 

Un aspetto delle città occidentali che ripugno è la completa indifferenza verso gli stranieri. Anzi, verso alcuni stranieri. Mi sono spesso domandato se fosse una sorta di razzismo. Sicuramente lo è.

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