Ismail


 “Non so cosa ci stai a fare in quel posto”. Da qualche mese ho abbandonato le amicizie di Masr el Gedida. Non proprio abbandonato, solo accantonato momentaneamente. È un periodo in cui voglio fare altre esperienze. Continuo comunque a sentirmi colpevole. Anche Mirvat ne è rimasta coinvolta. Non rispondo alle sue chiamate e mi faccio vedere per un paio di ore alla settimana che lei la maggior parte passa a piangere facendomi innervosire non poco.

I nuovi amici frequentano gente straniera. Ultimamente ho provato l’ebrezza di ubriacarmi. I miei giri con il taxi sono ormai perlustrazioni di Downtown. Con un colpo di fortuna posso sfilare dai 30 ai 50 pound a uno straniero. Pensare che prima ci volevano come minimo due tre ore a girare nel quartiere per raggiungere quella cifra! El Tahrir è fatto di mille luci che non si spengono mai. Quando mi capita di passare per le vie dei venditori ambulanti più poveri, cosa che accade raramente poiché cerco di evitarle il più possibile, osservo quella massa di carne intenta ad urlare. Io non farò la stessa fine, Allah mi ha preparato un futuro differente, ne sono convinto.

Il centro della città lo conosco a menadito. Altrettanto vale per le ragazze europee disposte al sesso facile, ora sono io a scegliere. Ismail continua a cercare di convincermi di lasciar perdere e tornare il Yussef di prima. Lui che ne sa? È rimasto il povero Ismail di sempre e non cambierà mai! In fondo una parte di me è contenta così, per lo meno posso rispecchiarmi in ciò che sono stato.

“E che cosa ci guadagno? Una vita insulsa a spaccarmi la schiena per sfamare quattro figli e una moglie? Lascia perdere, non fa per me”. Poso il palmo della mano davanti alla bocca e stringo le palpebre quasi per immaginare una palla di cristallo dove scorgere il futuro.

“Una vita onesta e proba. Una vita che ti permette di guardarti allo specchio senza timore della figura che vedrai. Non vedo nessun segno sulla fronte, hai forse smesso di pregare?”. È  cambiato. Non è più l’Ismail passivo e pronto ad alzare bandiera bianca con il silenzio. Sta crescendo. Sta diventando un uomo. Un uomo secondo i canoni classici della cultura araba, qualcosa che non fa più per me.

“Come sta tuo padre?”. Il padre di Ismail si è ammalato improvvisamente. Il cuore. Non gli permette di affaticarsi, neanche nel piccolo negozio di ferramenta in una traversa di Roxy. Così lui si è visto costretto a prenderne il suo posto e badare ai fratelli più piccoli. Non ha fatto una piega, ha preso il controllo senza lamentarsi. Di tanto in tanto il padre continua ad andare a trovarlo per vedere come vanno gli affari e per assicurarsi che il figlio amministri bene l’attività, sempre accompagnato dalla moglie dalla quale ora non vuole mai separarsi. Un attaccamento morboso.

Quando arriva si prendono in giro, sorridono come due uomini che si rispettano. Per quanto sia il mio migliore amico, provo invidia e ogni volta cerco una scusa per sgattaiolare via il più velocemente possibile.

“Hai preso la cattiva abitudine di cambiare discorso ogni volta che prende una piega che non ti piace. Non provare a fare il furbo, ti conosco troppo bene, i tuoi trucchi non funzionano con me”.

“Per il momento mi sono preso una pausa di riflessione da Lui e da molte altre cose”, rispondo schivo e distaccato senza voler aggiungere altro.

“Stai attento a non allontanarti troppo. Abbiamo la stessa età, ma i tuoi occhi sembrano invecchiati di dieci anni”, non vuole offendermi, “Non ti riconosco Yussef”. Vuole il suo amico indietro, sempre pronto ad aiutarlo e a insegnargli nuove cose. Un tumulto scalcia dentro il suo petto. So che vorrebbe scuotermi per le spalle, gridare per scrollarmi dal mio fare lascivo, dirmi di non dimenticare la mia terra in qualsiasi posto al mondo mi ritrovi. Due bambini di sei anni mi passano sulla superficie della pupilla, due ragazzini che correvano nelle strade del quartiere a infastidire di nascosto i militari che piantonavano gli edifici statali anche di notte. Il passato non si può comprare nè barattare. Quello che è stato può solo rimanere in qualche angolo della mente, e per lui io sarò sempre il suo amico.

“Io non sono te e tu non sei tuo padre. Lo so che nascondi delle lampadine rotte nel cassetto coperto dal calendario”. Ultimamente Ismail lascia deliberatamente una o due lampadine fulminate tra quelle buone, così quando suo padre viene per dare un’occhiata gli concede la soddisfazione di una lavata di testa. Ismail fa dieci volte meglio il lavoro del padre e la piccola azienda familiare ne ha risentito positivamente. “Se non ci fossi io tutto andrebbe a rotoli”, gli ripete il padre. Forse anche lui ha intuito come è la situazione. Sebbene sia all’oscuro della contabilità del negozio, può vedere i suoi figli vestire e mangiare meglio. Si è calato nel personaggio e sta al gioco, fiero in cuor suo che il figlio l’abbia superato ma ben lungi dal mostrarlo palesemente.

“Che cos’è quella scintilla che brilla dietro la tua pupilla? Stai pensando a Mirvat?”, aggiunge infine Ismail.

È la mia ragazza ufficiale, porta spesso un velo azzurro. Non so se l’amo, forse affezionato. Prima o poi ci saremmo dovuti sposare. Così fanno tutte le persone che conosco.

“Sai Ismail, le coppie mi sembrano tutte tristi. Non dico con i figli, ma tra mariti e mogli, come se della cenere si fosse depositata sul loro rapporto e l’avesse seppellito”.

“E come credi che sia la vita? Non c’è via d’uscita”, lo dice con franchezza. Ne sono colpito, non lo reputo un tipo tanto intelligente. Sebbene siamo amici per la pelle sin dall’infanzia mi sono sempre creduto una spanna più in alto di lui. Sono sempre stato quello più sveglio, che vive alla ribalta, affrontando la vita a viso aperto e Ismail il mio fido scudiero che vive nell’ombra.

“Non riesco a vedermi con una donna che non mi ama. Anche Mirvat è come te: passiva. Mi accetta solo perché così deve essere, non c’è uno slancio di passione, uno sguardo segreto, un rapimento del cuore, un trasporto del corpo che ti fa apparire tutto sotto una luce diversa. Lei è già pronta a vivere una vita da cinquantenne pur avendone meno di trenta!”.

“Con chi ti vedi ultimamente?”, m’interrompe bruscamente osservandomi di sottecchi con l’estremità della pupilla mentre lo sguardo è fisso sul traffico perenne del Cairo. “Sono mesi che non ti fai vedere in zona, quelle rare volte sei sempre scontroso con tutti. Invece ora sembri diverso”.

Mi  incurvo sulle spalle accennando una postura da cavallo di razza. Lo osservo da un’angolazione diversa. Faccio finta di non aver sentito, continuo la mia arringa. “Avremo un breve momento felice che lei sarà contenta di vivere, un periodo da poter raccontare alle proprie figlie. Poi ritornerà in sé, per iniziare la lotta quotidiana fino a che l’ultimo respiro non ci separi. Dubbi, incomprensioni, insoddisfazioni, sbuffi. Odio quando una donna mi sbuffa in faccia, non sa vivere la vita!”.

“Con chi ti vedi Yussef? Non voglio metterti i bastoni tra le ruote, ma stai attento a quello che fai”.

“Lo stai già facendo …”, ribatto sarcastico.

“Cosa?”, risponde sbigottito.

“Mettermi i bastoni tra le ruote!”

“E cosa preferiresti, che dicessi a tutto sì, hai ragione? che razza di amico sarei? A che cosa ti servirei allora?”. No, non è più l’Ismail di un tempo. Non so cosa pensare o che preferire. Non sono abituato ad avere contradittori con lui. “Non hai ancora risposto alla mia domanda”. Sì, mi sta tenendo testa come non ha mai fatto prima.

“Okay, okay”, balzo in piedi dal muretto su cui sono seduto. Scalcio fortemente la polvere del marciapiede con una furia repressa. Sento il cervello martellare di doveri o responsabilità da assumere, cose che non hanno niente a che fare con me. Chi lo ha deciso? Perché devo seguire il cammino stabilito da altri? Sento un sentimento nuovo per Marie, un sentimento chiamato amore, una relazione che non sarà vista di buon occhio.

“È la francese della settimana scorsa. Ci siamo visti tutti i giorni, anche solo per pochi minuti. Ne sentivo un tale bisogno da sentirmi bruciare le budella.”

“È pericoloso Yussef innamorarsi di qualcuno che dopo una settimana ritorna al suo paese. Ti stai facendo del male da solo. Poi come ti ritrovi? A pensare tutte le sere a una persona che è entrata nella tua vita solo per qualche giorno”.

“Bravo, hai scoperto la formula dell’amore amico mio. Questa volta è diverso. Lei vive qui. È la figlia dell’ambasciatore francese”.

“Questo cambia la situazione, così ti stai mettendo veramente nei pasticci Yussef. Ti sarò sempre amico, ma ci sarà un momento in cui non ti potrò aiutare. Mi sarà chiesto di schierarmi e … io vivo qui mentre tu … non so”.

Ci guardiamo negli occhi. Culture che saranno barriere. Penso alle occhiate maligne di disprezzo che verranno.

“Lo so”. Qualcosa si è rotto dentro di me. Una decisione porta sempre fratture, eventi che in un modo o in un altro invadono anche le persone che non hanno voce in capitolo. Ci  abbracciamo. Poi ognuno si dirige verso la propria casa senza aggiungere altro. Ismail nella casa affollata dei genitori, io solo in quella paterna.

 

Era passato circa un anno in cui avevo continuato a stare con un piede in due staffe. Il mio rapporto con Mirvat si era raffreddato di molto. Ero distante. E come in una coincidenza che non capivo lei era diventata più dolce, sorridente, intraprendente. I suoi baci erano caldi di passione. Le mie labbra fredde.

 Ismail era spettatore partecipe ma silente. Non aveva aperto bocca con nessuno. Mi rammentava che in ogni momento gli eventi potevano precipitare. “Non voglio essere l’uccello del malagurio, voglio che sia preparato”.

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