Cairo, prime impressioni


 

Cairo. Città gentile, cortese, città che porta bene sulle spalle i millenni di civiltà. Cairo fatta di persone dal sorriso facile, aperto, sincero, con gli occhi che sorridono come se ci si conoscesse dalla nascita. C’è una scintilla di luce dietro le pupille. Un sorriso imbarazzato, come se non dovesse, della ragazza con il velo arabo di seta fine. Città fatta degli sguardi maliziosi dei bambini di strada; o di quelli perfidi di chi la strada la vive sul viso mai lavato da sembrare terracotta, ti guardano con la stessa luce di chi ride, con quel luccichio nascosto, ti attraversa l’anima con una brutalità e orgoglio disarmanti. Una vita fatta sul marciapiede a sostituire l’ombra del genitore quando questi non ci sarà più. Uno sguardo che uccide per l’impossibilità di scegliere.

La pupilla nera di una bambina di circa dieci anni mi buca l’anima. L’azzurro dei miei occhi si liquefa, scompaio, annientato da chi forse ne sa già più di me. Devo ricompormi, innalzare una barriera per evitare di essere risucchiato in una spirale non mia. Un’altra parte di me pensa a quei bimbi sull’asino con il carretto pieno d’immondizia e di miseria ma ancora capaci di ridere e scherzare tra loro. Gaiezza che è miele per il mio cuore fragile. Per un momento mi fermo nel mezzo delle rotaie. Guardo da entrambi i lati per essere sicuro che nessun tram arrivi. Deserto. Non c’è ombra di vagoni in lontananza … allora mi soffermo, lentamente  guardo ancora incredulo, rimango abbacinato dal cielo terso e la vastità della strada ferrata: il mio occhio si perde oltre l’orizzonte dove la linea viene ingoiata dal cemento dei palazzi. Mi volto nella direzione opposta, è lo specchio dell’altro lato. Ancora interdetto non vedo più le case, anche le macchine scompaiono, c’è un incredibile silenzio surreale. Siamo io e queste linee dritte e malconce che s’infossano su questo lembo di terra dove ha visto gli albori la civiltà dell’uomo. È come un marchio indelebile, una vena scavata dentro il telaio del corpo; una e cento rughe che spaccano il viso scarno di un contadino del Nilo, un sorriso quasi senza denti che frammenta il viso come un mosaico. Sento le tempie pulsare, il cuore leggero. Salgo sulla banchina, Omar, il mio amico, è già dall’altra parte della strada, non si è accorto che per alcuni secondi mi sono assentato.

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