Preghiera


Mi ritrovo sul balcone richiamato dalle preghiere del muezzin, aveva già cantato prima mentre scrivevo per richiamare i fedeli. Mi domando tra me e me come mai pregano il Sabato. Deve essere una festa particolare e mi riscopro curioso di sapere quale è. Una specie di Pasqua? Più tardi controllando sul cellulare mi accorgerò che oggi è Venerdì. Rimango ad osservare i gesti e gli inchini per Allah. Anche non pregando potrei quasi dire di conoscerli a memoria. L’occhio cade su tre figure minute che entrano nel mio campo visivo. Non mi soffermo più di tanto. Attraversano la strada dove gli uomini hanno disteso le stuoie di velluto su un’asfalto reso incandescente da un sole rovente. Essendo solo in boxer sento il calore su tutta la pelle del corpo. Per un istante mi immagino anch’io con le ginocchia su quel manto nero e il sole forte sulla schiena.

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Sto per rientrare dal balcone quando furtivamente noto che il bambino più grande dei tre porta un tappeto ripiegato con cura sotto l’ascella. L’altra mano appoggiata sulla spalla lontana di suo fratello una testa più basso. A metà altezza una bambina con un velo color turchese, una camicia bianchissima e pantaloni dello stesso colore del copricapo. I maschietti si fermano all’angolo, io seguo la sua figura di bianco e azzurro perdersi dentro la moschea. Mi dico che lì ci saranno le altre donne e forse la loro madre.

 

Srotola il tessuto da sotto il braccio allontanando il fratello che pensando sia un gioco rimane imbrocciato dalla serietà dell’altro. Avranno tre e sei anni ciascuno. Con cura lo stende, si scioglie le scarpe per poi inchinarsi a togliere i nodi che incatenano il fratellino. A malapena riesco a trattenere le lacrime. Si posiziona verso la mecca e saluta Allah accostando le mani accanto alle orecchie per poi lasciarle cadere sui fianchi, prende le mani piccole lì accanto e gli fa fare la stessa cosa. Queste continuano a credere che sia un gioco e gli saltano addosso cuoriose di sapere quali sono le regole. Qui non ce ne sono, c’è solo una voce che ha capitolo e che non apartiene a questo mondo. Cerca di rimetterlo composto, questi corrucciato e le labbra a forma di becco di papera segue movimenti di una maglia più grande di lui. Il gioco è finito. S’inginocchia, l’altro lo imita. Ora diventano due conchiglie di lumache di mare con la fronte irretita nel velluto. Si alzano. Di nuovo i palmi a fare il verso ai cerchi dell’udito. Ora incrociano sul diaframma a toccare reciprocamente i gomiti. Adesso appoggiati sulle rotule per distendere la schiena e l’iride puntata al suolo, le labbra si muovono velocemente in un vocio a tu per tu con Allah. L’Iman saluta la schiera di fedeli che si disperdono come le foto in bianco e nero di una manifestazione proletaria o di una città anonima dei primi del novecento; lì la società di massa ha mosso i primi passi e noi osserviamo quelle immagini sbiadite con nostalgia come se fossero quelle dei nostri nonni bambini. I bambini davanti a me rimangono incollati al tappeto. Sono arrivati in ritardo quando la funzione era già iniziata, non importa che il sole sia cocente, la preghiera per loro non è ancora finita. Quello maggiore ha la rettitudine di ferro: sa che se non espleta il rito completo è come se non avesse pregato. Lui avrà il peso e la responsabilità per i fratelli minori dividendo gli oneri con il padre.

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Uno spauruto numero di adulti è rimasto a chiacchierare o a sorseggiare un analcolico fresco al chiosco dell’altra parte della strada. Finalmente si alzano. Riallaccia le scarpe del fratello. Sgrulla il tappeto impolverato. Ora il gioco può riprendere ma forse quel momento è passato. Si dirigono verso l’entrata della moschea a recuperare la sorella. A loro è permesso entrare anche nella parte proibita. Forse c’è anche la madre.

Provo a immaginare un modo diverso dove uomini e donne si ritrovano a sorseggiare una bibita con il sorriso sulle labbra per aver ritrovato il Dio nascosto più in profondità delle costole. È sempre il solito punto di vista occidentale e magari da qualche parte, in un’altra moschea, la mia visione non si scosta tanto dalla realtà. I bambini sono scomparsi inghiottiti dalle mura sacre.

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