Parte Prima


 

Fiat 128

 

 

La testata della mia FIAT 128 è scoperchiata. Il mio amico Ismail è di fronte, dall’altra parte del cofano. Guanti di liquido nero gocciano catrame dentro la bacinella, Ismail rispecchia la sua mezzaluna bianca in quel fascino scuro di km consumati. img_08091

 Mi piace sentire il calore tiepido dell’olio del motore sulle mani. Mi ricorda mio padre … Copre le squamature della pelle, mi fa sentire che posso scivolare in qualsiasi paese, in qualsiasi realtà. Ho solo venticinque anni ma riesco a leggere nelle pieghe della pelle. Sarà l’aria secca e sabbiosa del Cairo che stende il suo manto sopra ogni cosa: macchine, case, alberi, paraboliche satellitari, riesce ad appiccicarsi sui vetri come una colla e neanche gli uomini ne sono immuni. C’è una patina sopra l’anima che mi impedisce di vedere il profondo. A volte mi dico che forse è un bene che sia così.

“E adesso che cosa ci vuoi fare con quel coso?”, mi indica Ismail ridendosela di gusto. Una mezzaluna complice della mia sicurezza gli risponde al suono del silenzio.

“Questo è un pistone razza d’idiota!”, naturalmente scherzo, anche lui ha una vaga infarinatura di meccanica. “Vedi la testata?”. Il suo sguardo s’infittisce, l’apprendista che vuole divorare la conoscenza del maestro. Accosto la parte superiore del pistone a quella ancora dentro la testata, quindi inizio il mio sermone. “Vedi, sono quasi uguali. Quella che ho in mano è lievemente più piccola, ma l’importante sono queste due fasce nel mezzo”.

“E allora?”. Deve farne ancora di strada!

 

Allora non sapevo, o non volevo capirlo che non tutte le persone hanno lo stesso potenziale di apprendimento. Con gli anni e l’esperienza ho accettato anche questo.

 

“Allora cosa? Non vedi che sono quasi completamente consumate?”.

“E con questo?”.

“Mammalucco! Sei proprio un testone accipicchia! Quale è il problema della macchina?”.

“Consuma troppo olio, perde colpi e potenza”.

“Esatto! Le fasce impediscono all’olio del motore di andare nella camera di combustione, quindi di bruciare l’olio; te ne accorgi da quel fumo bianco azzurro che vedi uscire dal tubo di scappamento. Inoltre se queste fasce sono logorate, il motore perde potenza perché allo scoppio della scintilla e la conseguente combustione della benzina la spinta non va tutta sulla testa del pistone ma si perde sulle pareti del cilindro”. Attendo. Le sopracciglia di Ismail diventano un’unica onda pelosa che gli vanno da una tempia all’altra. Non sembra tanto convinto. Con il tempo prenderà dimestichezza. “Procediamo?”.

“Dove hai imparato tutte queste cose Yussef?”.

 

Non era molto più difficile di adesso. Una volta arrivato a Londra non ho impiegato molto a migliorare l’inglese. La meccanica di alcuni cervelli è meglio lubrificata di altri.

Quando mi sono iscritto alla Facoltà di Informatica e Ingegneria Meccanica della Stratford University molti professori sono rimasti colpiti dalla facilità del mio apprendimento, da come riuscivo a implementare le tecniche apprese. Avrei voluto raccontargli di quanti ragazzi come me esistono al Cairo, ragazzi costretti a seguire le linee del tram di quella città: io sono sceso da quel tram ma sento ancora la strada ferrata  percorrermi le vene.

Solo il mio Imam aveva capito di quale potenziale fossi capace. Sì, lui l’aveva intuito già da Parigi.

 

“Dove le hai studiate?”.

“Da nessuna parte Ismail”, vedo i miei occhi neri perdersi dentro la bacinella dell’olio. Per un istante si velano dello stesso colore del deserto. Con un colpo di chiave inglese il viso diventa un’ombra ondeggiante dentro un’altra ombra.

dsc00335“Me lo vuoi dire o no dove li hai imparati tutti questi concetti?”, insiste lui. Alzo la testa e lo guardo dritto nelle pupille, carico di un odio non mio, non voluto. “Da una persona che non c’è più”, riesco a masticare tra i denti. Quello che c’è tra i molari non è rivolto direttamente a lui, ma in qualche modo ne è la vittima.

Andiamo a uno sfascio nella periferia più esterna di Eliopolis per prendere i pezzi di ricambio. Sistemiamo la macchina quasi senza parlare. Solo lo stretto necessario. È come un cane bastonato, ma non riesco a placare lo stato d’animo che provo, mi sembra di dover scoppiare da un momento all’altro con Ismail immolato sull’altare sacrificale. Mi sento in colpa ma non demordo. Mi segue come un cucciolo senza far domande e obiezioni.

Infilo la chiave e avvio. Il motore sembra scivolare liscio, come una sonata per pianoforte di Mozart: un suono impeccabile, a tutto punto, mi azzardo a dire. “Andiamo”. Sono tornato sereno e anche Ismail allarga le labbra.

 

In quell’occasione capii cosa significa essere un leader dispotico, ma soprattutto mostravo i primi sintomi di volubilità. Volevo bene a Ismail e tuttora gliene voglio, è una delle poche persone rimastami cara, le altre sono scomparse come ombre al tramonto. Un’altra cosa non conoscevo allora: la musica classica! E dire che ero perfino contento di aver trovato il termine che pensavo giusto: messa a punto.

 

Un aspetto delle città occidentali che ripugno è la completa indifferenza verso gli stranieri. Anzi, verso alcuni stranieri. Mi sono spesso domandato se fosse una sorta di razzismo. Sicuramente lo è.

 

 


 

 

Il padre

 

 

dsc00318Silenzio. L’aria fresca della sera autunnale. Mio padre è qui accanto in una postura marmorea, una piccola brezza di sabbia e calore portata dal deserto rantola in un mulinello nella strada. Ha le mani sui fianchi, le braccia forti e muscolose sfoggiate senza esitazione, il petto erculeo, i capelli corti, castani con la riga da una parte. Lo sguardo fiero si posa sui tetti del Cairo. Il viso squadrato, militaresco, gli occhi marroni del leone della savana.

Di poco supero con la testa il corrimano del balcone. Non sono per niente intimorito, mi sento protetto e felice. Gli occhi mi brillano e mi tremano.

La sua mano si scosta e mi accarezza la testa. Mi sento onorato. Mi stringe a sé all’altezza del costato. Serro le palpebre come in un sogno; un calore m’invade il collo si unisce a quello del suo corpo. Apro gli occhi e le luci delle case cairote sono risucchiate nella mia pupilla. Il sogno è realtà.

 

“Ma perché vuoi andare? È una pazzia! Ormai la nostra terra è l’Egitto, qui è la nostra casa”. Non avevo mai visto mia madre in quel modo. Dietro il velo nascondeva più di una treccia di capelli. Ricordo poco dell’infanzia: una pelle di miele soffice come la seta. Lei che si asciugava le gambe mentre una corda di fili neri sottilissimi, bagnati, le scivolava attorcigliata dalla nuca alla schiena.

Una donna fiera come suo marito. Seducente come una fanciulla dai mille segreti dell’harem ma capace di penetrarti con la durezza del suo sguardo. Molti uomini, amici o colleghi di mio padre ne hanno saggiato la lingua sottile. Erano i tempi delle guerre del ’67 e del Kippur. Erano i tempi in cui le donne facevano anche politica. I tempi di Nasser e Sadat.

Una donna inginocchiata avvolta nel suo sari arabo a pregare e svuotare il suo mare salato, per piegare un uomo destinato alla morte. Era il 1980. La guerra in Libano era da poco scoppiata. I miei occhi sono ancora posati sulla bacinella d’olio.

 

 

A volte mi domando come sarebbe stato mio padre. Come si sarebbe incurvato sull’asse degli anni, magari sarebbe rimasto un uomo fiero con il mento alto e il portamento di un gentleman inglese. Chi può dirlo? Forse poteva diventare un tipo mite che avrebbe coccolato i nipotini con lo sguardo magnanimo di chi ne sa fin troppo sulla vita. Chissà. Magari si sarebbe sentito solo e abbandonato, lì in cucina con la moglie a sorbirsi rumorosamente l’ennesimo brodo bevendo thè alla menta. Io preferisco immaginarlo su una sedia di legno e iuta sul balcone intento a osservare un paesaggio ogni notte diverso in compagnia di mia madre, ricordando i vecchi tempi come migliori del presente; io arrivo con mia moglie e i bambini che sguizzano dentro correndo appena la porta si apre, inseguendo un anziano canuto.

 

dsc00586Sono ritornato qualche volta in quella casa d’infanzia. Entrambi i miei genitori sono andati via per ricongiungersi con il profeta. Ora c’è un’altra famiglia che vive lì. La cordialità e l’ospitalità delle genti arabe non conosce limiti. Ho spiegato il motivo del mio apparire così, dal nulla. Per fortuna hanno capito, non ho avuto bisogno di smuovere le conoscenze di Ismail. Mi hanno lasciato solo sul balcone richiudendo la porta della camera.

Ho le mani sui fianchi, la pupilla si muove lentamente. La magia è scomparsa. Il panorama è lo stesso ma gli occhi sono di qualcun altro, c’è solo l’ombra riflessa di quel bambino sulla mia mano. Gli edifici sono stati incoronati con dischi di metallo, il frastuono dei clacson delle strade affollate arriva fin quassù, le case a pianterreno seguono il disordine dei tempi … è tutto più sbiadito, forse la polvere del deserto è entrata in profondità nelle facciate delle case.

Sfilo la mano dalla tasca. Le lancette segnano le otto. Un aereo per Londra mi attende a mezzanotte. Ripercorro il corridoio una volta famigliare. L’attuale famiglia mi saluta con reverenza, salutano l’immagine dei miei incubi.

 

La prima volta che feci sesso fu con una straniera. Per quanto si fantasticava sulle donne non avevo la più pallida idea di quello che si doveva fare. Ho sempre creduto che le donne fossero più avvantaggiate dei maschi. Le madri spiegano tutto per filo e per segno quello che si deve fare, come ci si deve comportare, svelando trucchi e trappole. Invece i padri danno tutto per scontato: buttati nella mischia e fatti le ossa! L’unico rischio è essere sbranati e scomparire. Non sono stato sbranato, ma non so più dove sono. La testa oblunga in una goccia di un derivato del petrolio.

 

“Forza Yussef. Ce la puoi fare”. È entusiasta. “Vediamo, il pedale sulla sinistra cos’è?”.

“La frizione”, rispondo senza esitare.

“Bravo figliolo. E quello al centro?”, continua lui.

“Il freno, e l’altro l’acceleratore”, mi affretto ad aggiungere anticipando la sua nuova domanda; aspetto un suo assenso, certo che sarà orgoglioso di me.

“Sei intelligente, figlio. Spero che ne sappia far buon uso”.

 

Era contento sebbene un velo opaco gli si stendesse sugli occhi, come a trasportarlo in un altro tempo; forse l’iride stava scorrendo nell’ipotetica vita di suo figlio. In quel momento ci rimasi male, ma in futuro avrei capito quell’inflessione dello sguardo. L’istante andò via.

 

“E questa a cosa serve?”, continua la lezione ritornando in sè per vedere se ho afferrato tutti i concetti.

“È la marcia e serve per mettere in movimento la macchina”. Deglutisco. I miei occhi emanano gioia come se stessi venerando un dio. “Questa è la prima”, la inserisco spingendo bene la frizione, “la seconda”, arretro l’asta della marcia dritta giù, perpendicolare alla prima. Tiro con tutta la forza verso di me per evitare d’inserire la quarta pensando che si faccia sempre così. In un futuro sarà un gesto naturale che non richiederà tutte queste attenzioni: un prolungamento del mio arto destro. Sento le braccia pesanti. Seguendo con la stessa concentrazione inserisco tutte e quattro le marce con un sorriso da primo della classe. Mi passo l’avambraccio sulla fronte.

“Bravo figliolo. Adesso vediamo se sai guidare. Non credere che sarà lo stesso facile!”.

Non posso crederci! Eureka! Mio padre mi permette di portare la macchina. Mi sento onorato di tanta responsabilità. Ho  un caldo pazzesco. Mette la macchina sulla strada e io mi risiedo al posto di guida. Ismail seduto nel mezzo del sedile posteriore.

Giro la chiave. Il motore si avvia. Dallo specchietto retrovisore vedo la sua pupilla rimpicciolirsi fino quasi a scomparire. Con un cenno della testa mio padre annuisce. Spingo il pedale della frizione, appoggio il palmo della mano sul pomello della marcia che ora sembra una palla da calcio, lo tiro a me. Fisso la strada davanti. Mando giù il mallopo di saliva. Inserisco la prima e sento un gracchiare come se dentro il cofano ci fossero mille vespe.

“Spingi più a fondo la frizione”, mi dice calmo mio padre. Seguo le sue istruzioni e la prima per fortuna entra. Avverto ogni singolo muscolo della gamba sinistra assumere una vita propria. Non so quanto tempo passa ma sembra un’eternità. A motore spento è un’altra cosa. Per una frazione di secondo riesco a guardare lo specchietto. Ismail ha un misto di terrore e apprensione dipinto sul volto, è una delle rare immagini dell’infanzia che ricorderò per tutta la vita.

Avverto la voce calma di mio padre. “Lascia lentamente la frizione e dai un pò di gas. Non aver paura, se sei cosciente di quello che fai non succederà nulla e tutto filerà liscio”. L’auto balbetta e singhiozza sulla strada.

“Uhaaa. Aiuto”, singhiozza Ismail.

“Zitto tu là dietro!”, gli intima autoritario mio padre. Dopo solo il rumore del motore. “Ora spingi la frizione e inserisci la seconda. Togli e rimetti il gas”. Entrambi abbiamo lo sguardo sulla strada, non riesco a vederlo ma avverto la sua concentrazione pulsare nelle mie tempie. Seguo quanto mi ha detto. La macchina inciampa ma non si spegne. Ho il cuore in gola. Le braccia pesanti e dure come fossero marmo. La fronte imperlata di goccioline. Una indipendente la sento scivolare vicino all’orecchio. L’auto procede mentre un’altra avanza lentamente verso di noi.

 

“Vedi quel parcheggio sulla destra Yussef?”.

“S-si, si”, credo di rispondere.

“Infilati dentro e frena piano piano fino a fermare la macchina senza toccare l’altra parcheggiata. Ricordati di spingere la frizione per evitare di far spegnere il motore”, la sua voce mantiene sempre quel tono rilassato che mi trasmette sicurezza. Ancora non sono cosciente di quanto mi mancherà. Credo di vedere Ismail con gli occhi strabuzzanti verso l’auto che procede verso di noi. Il 128 si ferma sgommando con le ruote anteriori sull’asfalto sabbioso. Il motore singhiozza e poi si spenge. Le spalle si rilassano. Con il viso sudato guardo esausto mio padre.

“Bravo figliolo. Sono fiero di te”, mi dice serio e orgoglioso. Sento la carne del corpo spingere sulla pelle. “Ora andate a casa, tua madre ti sta aspettando”. Non dico nulla. Apro lo sportello e scappo via nel vialetto di casa. Mi sembra di aver guidato per chilometri e chilometri. Non sento il suolo sotto i miei piedi. Il Muezzin intona la voce per la preghiera del tardo pomeriggio. Un brivido percorre la pelle. Quella cantilena ha il fascino di raggiungere un punto indescrivibile dell’animo.

 


 

 

Caffè

 

 

Un ticchettare improvviso. Uno scroscio di acqua continuo. Con le palpebre ancora chiuse sono convinto che si tratti di un sogno. Nel tepore delle coperte mi rigiro con le spalle alla finestra a ignorarla. M’illudo. Qualcos’altro si muove sotto le lenzuola da giorni, forse settimane. Non resisto a questo martellare incessante che desta irriquietezza. Di scatto mi alzo, apro le persiane. Una pioggia di spilli martella i tetti del Cairo. Dovrei essere abituato, ma ad ogni temporale rimango incredulo. La città sembra cambiare pelle, assumere un aspetto lascivo e distante. Ho gli occhi pesanti e stanchi. Infastidito e frastornato mi rifugio nel letto nella speranza di rincontrare Morfeo.img_0569

I minuti passano con l’illusione di riposare. Non ce la faccio. La mente è sveglia, la lotta è persa. Stancamente mi trascino verso la cucina. Sento gli occhi arrossati. Apro le imposte e mi affaccio dal balcone. Una nebbiolina spessa ha preso il posto delle nuvole. È stato solo un temporale passeggero. L’odore acre del bagnato s’insinua nelle narici. Penso che sia impossibile lavare l’odore impastato di sabbia e smog di questa città. Non è un odore gradevole ma a me piace. Con cura preparo il caffè e del latte. Prendo del miele e dello yogurt che stendo su del pane di segale. Lo stomaco emette un brontolio alla vista del cibo. M’impongo di attendere che il caffè sia pronto. Oggi preferiscofare colazione sul balcone.

 

I tetti ancora coperti da uno strato d’acqua. In alcuni tratti ci sono chiazze d’asciutto, le parabole, i muri e i cornicioni mettono in mostra i rigagnoli del tempo. Ai miei occhi sembrano essere stati così da sempre e mi domando se le pareti siano mai state giovani.

Rumori dalla cucina richiamano la mia attenzione. Lo scroscio dell’acqua incrina quel momento di quiete. Il fuoco s’accende. Una mano scivola sul petto nudo e una guancia mi ascolta il respiro sulla schiena.

“Tutto bene habibi? Come mai ti sei alzato così presto? Dovresti riposare di più, questa notte ti sei agitato molto e parlavi nel sonno. Ultimamente stai lavorando come un forsennato, non dovresti staccare un pò la spina?”. I miei occhi rigonfi e infossati, la piccola scintilla di luce dietro la pupilla scomparsa, linee sottili si sono formate ai lati degli occhi. Non posso ingannarmi.

Ormai sono rimaste solo piccole pozzanghere.

“Vengo a Parigi con te”. Pronuncio queste parole come se fossero verità assoluta, senza possibilità di risposta. Il viso di Marie si scosta dalla mia pelle, la chiazza di calore lasciata sulla schiena dal suo corpo va assottigliandosi. La macchina del caffè pronuncia un borbottio, Marie si precipita a spegnere il fuoco.

 

 “Ho messo da parte una certa somma e conosco delle persone nei sobborghi di Parigi, anche se preferirei non contattarle e risolvere tutto da qua. Tu potresti trovarmi un posto dove stare”. Marie non sembra capire se sia una domanda o un’affermazione. Continua a spalmare il burro su una fetta di pane, poi un’altra, e un’altra ancora. Lo sguardo è disorientato.

Sono certo che capisca il motivo della mia decisione, ma pensa di non avere voce in capitolo.

“Cosa è che spinge gli uomini a pensare anche per me? Che cosa sono, un bel soprammobile da mostrare agli amici?”. Alcune gocce salate cadono sul tavolo e nel caffè. Una fitta pulsa sullo sterno, solleva la testa ma tutto le deve sembrare appannato. Sono ancora sul balcone intento nei miei pensieri e silenzi, posso distinguerne la forma. “Sola, per la prima volta dopo tanto tempo riprovo una sensazione di abbandono e solitudine. Che senso ha amare qualcuno? È solo una forma di egoismo in cui si succhia a vicenda la voglia di vivere per dimenticare il proprio essere soli. È un sottile inganno con il quale prima o poi si deve fare i conti, è lì che iniziano le crisi: quando l’inganno viene svelato e tutto appare più chiaro”. Vuoto. Tradita e sola. L’amore è distante. Quelle parole sono riuscite a creare una frattura da qualche parte nel suo corpo.

“Pensavo di poter trovare un lavoro in qualche bar, momentaneamente dovrebbe andar bene. Poi voglio iscrivermi all’università, riprendere gli studi di economia e marketing. Voglio darti il meglio”, le parole sono rivolte al vento, in un punto dell’orizzonte oltre le parabole e lo smog della città. “Potrei lavorare la sera e seguire i corsi la mattina. Quando gli studi saranno terminati troverò lavoro, prenderò il passaporto francese, compreremo una casa per vivere insieme. Tu non avrai bisogno di lavorare”, quando termino mi sento circondato dal silenzio. Un gatto passeggia sopra il tetto di una casa adiacente incurante del caos circostante. Con un movimento rapido getto lo sguardo nella cucina con un’ombra di timore e una strana sensazione. Quello che vedo non mi piace affatto. “Ma, cosa è successo?”, mi precipito dentro senza badare a evitare il caffè e latte sul pavimento. “Ti senti bene amore? Cos’hai?”, lei si morde il labbro inferiore quasi a farlo sanguinare, il corpo irrigidito e gli occhi rossi. Non l’ho mai vista così. Le passo un braccio sulla spalle e la cingo a me. Non capisco, mi sento spaesato e insicuro, ma anche offeso e un senso di orgoglio incomincia a percorrermi la schiena.

“Perché mi fai questo?”, mi dice a denti stretti.

“Cosa? Che cosa hai detto? Non ho capito?”, Marie chiude le dita a pugno arricciando la tovaglia e facendo ondeggiare l’unica tazzina superstite. Altro caffè si versa sulla tavola.

“Perché mi fai questo? Perché prendi decisioni senza consultarmi? Non potresti dire: “Tu che pensi se …?”, scrolla le spalle con forza allontanando il mio abbraccio. I piedi puntano il pavimento quasi vogliano aggrottarlo, gli occhi arrossati sputano fuoco e dolore.

“Ma … pensavo …”, la voce mi trema, la sicurezza di poc’anzi è sparita. “Credevo che anche tu lo volessi, che mi amavi …”, lo dico con poca convinzione.

“Non ho detto che non lo voglio”, l’incrinatura si allarga e lei ora vuole lottare, vuole ricucire quello strappo, non vuole che anche questa volta gli eventi prendano il sopravvento. Sono certo che mi ama ed è pronta a battersi con me, per me. C’è qualcosa di più importante dietro: il suo essere donna e non l’oggetto di qualcuno. Sarà la differenza di culture? Chissà se i visi di alcuni ragazzi dalla carnagione chiara gli stanno passando davanti. No, non è la differenza di cultura.

“Ma te lo sto chiedendo ora”, dico cercando di ricucire lo strappo.

“Che faccia tosta! Non provare a prendermi per il culo”. Lo sguardo come un rasoio. Si scosta la solita ciocca ribelle dal viso. Entrambi sappiamo che ha ragione. “Lo sai quanto può essere difficile lì? Non ci saranno persone che ti aiuteranno, verrai trattato come un mulo senza alcun rispetto, non accetteranno scuse se non rispetti gli impegni. Inoltre come pensi di ottenere il visto?”

“Ehi, aspetta. Ho sempre mantenuto gli impegni da che è scomparso mio padre. Per il visto posso prendere quello turistico e convertirlo in permanente una volta che troverò lavoro. L’unica cosa che dovresti fare è dichiarare che vengo a trovarti. Così non dovrei avere problemi”.

“Non so se lo posso fare, c’è di mezzo mio padre. Già mi ucciderebbe se sapesse della nostra relazione”.

Ecco il punto! Sogghigno indietreggiando impercettibilmente di un paio di centimetri. “Che cosa vuoi dire?”.

“Che ci metterà i bastoni fra le ruote. Te l’ho già detto che è meglio che sia io a venire da te”.

Sento un sorriso sarcastico tagliarmi il volto. Adesso credo di capire. È tutta una messa in scena.

“Dillo chiaramente che per te sono stato solo una bella scopata. Spero che ti sia divertita e di essere stato bravo a letto”, mi allontano ancora di più da lei. Non posso credere che stia succedendo veramente. Vorrei tornare indietro e fare come se nulla fosse accaduto. Invece mi sento percorrere da una perfidia rinnovata. La sto perdendo, ne sono cosciente e ne soffro ma non riesco a fermarmi.

Il mio volto le si fa acquoso, il labbro inferiore trema incastrato tra i denti. Di scatto si dirige in camera da letto sbattendo la porta alle sue spalle. Apre  armadi e cassetti, tira fuori le poche cose che ha accumulato.

Con calma afferro la tazzina superstite. Sorseggio il caffè rimasto. È freddo e ha un sapore amaro e stranamente salato.

 


 

 

Ismail

 

 

“Non so cosa ci stai a fare in quel posto”. Da qualche mese ho abbandonato le amicizie di Masr el Gedida. Non proprio abbandonato, solo accantonato momentaneamente. È un periodo in cui voglio fare altre esperienze. Continuo comunque a sentirmi colpevole. Anche Mirvat ne è rimasta coinvolta. Non rispondo alle sue chiamate e mi faccio vedere per un paio di ore alla settimana che lei la maggior parte passa a piangere facendomi innervosire non poco.

I nuovi amici frequentano gente straniera. Ultimamente ho provato l’ebrezza di ubriacarmi. I miei giri con il taxi sono ormai perlustrazioni di Downtown. Con un colpo di fortuna posso sfilare dai 30 ai 50 pound a uno straniero. Pensare che prima ci volevano come minimo due tre ore a girare nel quartiere per raggiungere quella cifra! El Tahrir è fatto di mille luci che non si spengono mai. Quando mi capita di passare per le vie dei venditori ambulanti più poveri, cosa che accade raramente poiché cerco di evitarle il più possibile, osservo quella massa di carne intenta ad urlare. Io non farò la stessa fine, Allah mi ha preparato un futuro differente, ne sono convinto.

Il centro della città lo conosco a menadito. Altrettanto vale per le ragazze europee disposte al sesso facile, ora sono io a scegliere. Ismail continua a cercare di convincermi di lasciar perdere e tornare il Yussef di prima. Lui che ne sa? È rimasto il povero Ismail di sempre e non cambierà mai! In fondo una parte di me è contenta così, per lo meno posso rispecchiarmi in ciò che sono stato.

“E che cosa ci guadagno? Una vita insulsa a spaccarmi la schiena per sfamare quattro figli e una moglie? Lascia perdere, non fa per me”. Poso il palmo della mano davanti alla bocca e stringo le palpebre quasi per immaginare una palla di cristallo dove scorgere il futuro.

“Una vita onesta e proba. Una vita che ti permette di guardarti allo specchio senza timore della figura che vedrai. Non vedo nessun segno sulla fronte, hai forse smesso di pregare?”. È  cambiato. Non è più l’Ismail passivo e pronto ad alzare bandiera bianca con il silenzio. Sta crescendo. Sta diventando un uomo. Un uomo secondo i canoni classici della cultura araba, qualcosa che non fa più per me.

“Come sta tuo padre?”. Il padre di Ismail si è ammalato improvvisamente. Il cuore. Non gli permette di affaticarsi, neanche nel piccolo negozio di ferramenta in una traversa di Roxy. Così lui si è visto costretto a prenderne il suo posto e badare ai fratelli più piccoli. Non ha fatto una piega, ha preso il controllo senza lamentarsi. Di tanto in tanto il padre continua ad andare a trovarlo per vedere come vanno gli affari e per assicurarsi che il figlio amministri bene l’attvità, sempre accompagnato dalla moglie dalla quale ora non vuole mai separarsi. Un attaccamento morboso.

Quando arriva si prendono in giro, sorridono come due uomini che si rispettano. Per quanto sia il mio migliore amico, provo invidia e ogni volta cerco una scusa per sgattaiolare via il più velocemente possibile.

“Hai preso la cattiva abitudine di cambiare discorso ogni volta che prende una piega che non ti piace. Non provare a fare il furbo, ti conosco troppo bene, i tuoi trucchi non funzionano con me”.

“Per il momento mi sono preso una pausa di riflessione da Lui e da molte altre cose”, rispondo schivo e distaccato senza voler aggiungere altro.

“Stai attento a non allontanarti troppo. Abbiamo la stessa età ma i tuoi occhi sembrano invecchiati di dieci anni”, non vuole offendermi, “Non ti riconosco Yussef”. Vuole il suo amico indietro, sempre pronto ad aiutarlo e a insegnargli nuove cose. Un tumulto scalcia dentro il suo petto. So che vorrebbe scuotermi per le spalle, gridare per scrollarmi dal mio fare lascivo, dirmi di non dimenticare la mia terra in qualsiasi posto al mondo mi ritrovi. Due bambini di sei anni mi passano sulla superficie della pupilla, due ragazzini che correvano nelle strade del quartiere a infastidire di nascosto i militari che piantonavano gli edifici statali anche di notte. Il passato non si può comprare nè barattare. Quello che è stato può solo rimanere in qualche angolo della mente, e per lui io sarò sempre il suo amico.

“Io non sono te e tu non sei tuo padre. Lo so che nascondi delle lampadine rotte nel cassetto coperto dal calendario”. Ultimamente Ismail lascia deliberatamente una o due lampadine fulminate tra quelle buone, così quando suo padre viene per dare un’occhiata gli concede la soddisfazione di una lavata di testa. Ismail fa dieci volte meglio il lavoro del padre e la piccola azienda familiare ne ha risentito positivamente. “Se non ci fossi io tutto andrebbe a rotoli”, gli ripete il padre. Forse anche lui ha intuito come è la situazione. Sebbene sia all’oscuro della contabilità del negozio, può vedere i suoi figli vestire e mangiare meglio. Si è calato nel personaggio e sta al gioco, fiero in cuor suo che il figlio l’abbia superato ma ben lungi dal mostrarlo palesemente.

“Che cos’è quella scintilla che brilla dietro la tua pupilla? Stai pensando a Mirvat?”, aggiunge infine Ismail.

È la mia ragazza ufficiale, porta spesso un velo azzurro. Non so se l’amo, forse affezionato. Prima o poi ci saremmo dovuti sposare. Così fanno tutte le persone che conosco.

“Sai Ismail, le coppie mi sembrano tutte tristi. Non dico con i figli, ma tra mariti e mogli, come se della cenere si fosse depositata sul loro rapporto e l’avesse seppellito”.

“E come credi che sia la vita? Non c’è via d’uscita”, lo dice con franchezza. Ne sono colpito, non lo reputo un tipo tanto intelligente. Sebbene siamo amici per la pelle sin dall’infanzia mi sono sempre creduto una spanna più in alto di lui. Sono sempre stato quello più sveglio, che vive alla ribalta, affrontando la vita a viso aperto e Ismail il mio fido scudiero che vive nell’ombra.

“Non riesco a vedermi con una donna che non mi ama. Anche Mirvat è come te: passiva. Mi accetta solo perché così deve essere, non c’è uno slancio di passione, uno sguardo segreto, un rapimento del cuore, un trasporto del corpo che ti fa apparire tutto sotto una luce diversa. Lei è già pronta a vivere una vita da cinquantenne pur avendone meno di trenta!”.

“Con chi ti vedi ultimamente?”, m’interrompe bruscamente osservandomi di sottecchi con ,ossevo il traffico perenne del Cairo. “Sono mesi che non ti fai vedere in zona, quelle rare volte sei sempre scontroso con tutti. Invece ora sembri diverso”.

Mi  incurvo sulle spalle accennando una postura da cavallo di razza. Lo osservo da un’angolazione diversa. Faccio finta di non aver sentito, continuo la mia arringa. “Avremo un breve momento felice che lei sarà contenta di vivere, un periodo da poter raccontare alle proprie figlie. Poi ritornerà in sé, per iniziare la lotta quotidiana fino a che l’ultimo respiro non ci separi. Dubbi, incomprensioni, insoddisfazioni, sbuffi. Odio quando una donna mi sbuffa in faccia, non sa vivere la vita!”.

“Con chi ti vedi Yussef? Non voglio metterti i bastoni tra le ruote, ma stai attento a quello che fai”.

“Lo stai già facendo …”, ribatto sarcastico.

“Cosa?”, risponde sbigottito.

“Mettermi i bastoni tra le ruote!”

“E cosa preferiresti, che dicessi a tutto sì, hai ragione che razza di amico sarei? A che cosa ti servirei allora?”. No, non è più l’Ismail di un tempo. Non so cosa pensare o che preferire. Non sono abituato ad avere contradittori con lui. “Non hai ancora risposto alla mia domanda”. Sì, mi sta tenendo testa come non ha mai fatto prima.

“Okay, okay”, balzo in piedi dal muretto su cui sono seduto. Scalcio fortemente la polvere del marciapiede con una furia repressa. Sento il cervello martellare di doveri o responsabilità da assumere, cose che non hanno niente a che fare con me. Chi lo ha deciso? Perché devo seguire il cammino stabilito da altri? Sento un sentimento nuovo per Marie, un sentimento chiamato amore, una relazione che non sarà vista di buon occhio.

“È la francese della settimana scorsa. Ci siamo visti tutti i giorni, anche solo per pochi minuti. Ne sentivo un bisogno da sentirmi bruciare le budella.”

“È pericoloso Yussef innamorarsi di qualcuno che dopo una settimana ritorna al suo paese. Ti stai facendo del male da solo. Poi come ti ritrovi? A pensare tutte le sere a una persona che è entrata nella tua vita solo per qualche giorno”.

“Bravo, hai scoperto la formula dell’amore amico mio. Questa volta è diverso. Lei vive qui. È la figlia dell’ambasciatore francese”.

“Questo cambia la situazione, così ti stai mettendo veramente nei pasticci Yussef. Ti sarò sempre amico, ma ci sarà un momento in cui non ti potrò aiutare. Mi sarà chiesto di schierarmi e … io vivo qui mentre tu … non so”.

Ci guardiamo negli occhi. Culture che saranno barriere. Penso alle occhiate maligne di disprezzo verranno.

“Lo so”. Qualcosa si è rotto dentro di me. Una decisione porta sempre fratture, eventi che in un modo o in un altro invadono anche le persone che non hanno voce in capitolo. Ci  abbracciamo. Poi ognuno si dirige verso la propria casa senza aggiungere altro. Ismail nella casa affollata dei genitori, io solo in quella paterna.

 

Era passato circa un anno in cui avevo continuato a stare con un piede in due staffe. Il mio rapporto con Mirvat si era raffreddato di molto. Ero distante. E come in una coincidenza che non capivo lei era diventata più dolce, sorridente, intraprendente. I suoi baci erano caldi di passione. Le mie labbra fredde.

 Ismail era spettatore partecipe ma silente. Non aveva aperto bocca con nessuno. Mi rammentava che in ogni momento gli eventi potevano precipitare. “Non voglio essere l’uccello del malagurio, voglio che sia preparato”.

 

 


 

 

Alessandria

 

 

“Quando è che hai meno lavoro giù al negozio?”.

“Il Gomaa. Chiudo mezza giornata per la preghiera e comunque nel giorno di festa non ricevo molti clienti, la gente pensa più allo svago che a cambiare una lampadina”.

“Venerdì è dopodomani. Che ne dici se ce ne andiamo da qualche parte tu e io soli? Che te ne pare di Iskindiriyya? Sì, credo che Alex faccia al caso nostro”, sento il viso illuminarsi come trasportato dagli stantuffi del treno o dalle ruote della macchina. Ismail non ne sembra convinto sebbene l’idea non gli dispiaccia. Immaginare le imposte della ferramenta chiuse  così all’improvviso gli dà l’ebbrezza della sfida, la brama della trasgressione. La mancata apertura gli farà passare tutto il giorno seguente a dare spiegazioni per sedare la curiosità di tutti i negozianti vicini e i passanti abituali. Gli suggerisco che sarebbe il caso di applicare un biglietto sulla serranda della bottega.

“Allora? Che ne pensi? Possiamo prendere la mia macchina e …”, m’interrompo bruscamente come se qualcuno mi stia tamburellando sulla spalla. “Anzi, sai che ti dico, prenderemo il treno, così saremo tutti e due a non lavorare”. I colori dei taxi ad Alessandria sono diversi ma andare con il mio mi lega in qualche modo alla vita di tutti i giorni.

“Ok, ci sto. Venerdì!”, lo dice con un tono perentorio come se legga nella mia mente e tutto sia già chiaro senza null’altro da aggiungere. Lo stantuffo del treno rimbomba più forte.

“Domani passo alla stazione a Midan Ramsis a controllare gli orari e i prezzi. Poi ti telefono per metterci d’accordo”. Gli propongo il Turbini, un treno che in un’ora e mezza ci porterà a destinazione.

“No, preferisco il treno normale. Non è tanto per il prezzo, in qualche modo vorrei viaggiare insieme a tutti gli altri egiziani”. Non ha alcun motivo per fare una richiesta simile o forse sì. Crede che viaggiare insieme alla gente comune lo metta più a suo agio piuttosto che salire su un treno fatto per persone sbrigative o per stranieri affaccendati in inutili affanni. Ci diamo appuntamento il giorno dopo sotto casa mia alle cinque del mattino.

 

La sveglia suona. Mi sento la pesantezza della pelle sul corpo. Ho ancora il profumo di lei addosso, sento la presenza di Marie così vicina ma oggi è un giorno per un’altra persona, anzi due: Ismail e Yussef.

L’acqua tiepida fa scivolare via il suo odore sebbene l’essenza rimanga dentro. Ho gli occhi arrossati. Ho dormito poco perché siamo rimasti a letto fino a tarda notte, poi l’ho accompagnatsa a casa e sono ritornato. Mi sento un’altra persona, è un cambiamento piacevole. Butto giù il caffè e ruzzolo per le scale. In strada la macchina di mio padre è parcheggiata e mi sta attendendo. Per quanto abbia cambiato colore quello originale non scomparirà mai.

“Sabbah el kher”.

“Sabbah innuur”, gli rispondo. Poi silenzio. Nell’attimo in cui entra mi fa piacere constatare che anche lui ha gli occhi arrossati.

img_0612Ismail chiude la portiera e io inserisco la marcia. Una scena che si ripete fin dall’infanzia. Per un breve tratto di strada assaporiamo la città che si sveglia. La spettrale mancanza di traffico cambia il volto del Cairo e le percezioni dell’animo. L’Uruba è semideserta ad eccezione di sporadici microbus, taxi e pendolari assonnati in attesa alle ipotetiche fermate, perché al Cairo ogni punto della strada può essere una fermata.

“Come l’hanno presa i tuoi che rimani chiuso oggi?”

“Non rimango chiuso oggi! Ci sarà mio fratello più piccolo, papà è entusiasta di dargli una mano e anche lui alla fine ne è rimasto contento. Non si sa mai che debba cambiare lavoro, in questo modo so già chi mi sostituirà!”. Non lo dice seriamente. Non crede di avere grandi prospettive di cambiare la sua vita. Non sa ancora quanto si sbaglia.

“Stai diventando maledettamente in gamba”, gli confesso sempre concentrato sulla strada. Ismail appoggia il braccio sul mio schienale. Entrambi fissiamo il vuoto davanti a noi.img_2636

È la prima volta che prende il treno. Sì, ha preso il tram in città ma questa è un’altra cosa. Come spesso accade si vive e si muore nello stesso posto conoscendo il mondo dai giornali o dai racconti provenienti da bocche amiche o di conoscenti.

“Sai Yussef che non ho mai preso il treno? É  la prima volta che esco dal Cairo!”, è visibilmente emozionato. Divora tutto con gli occhi. L’adrenalina del viaggio che cambia la percezione degli eventi, li carica di un significato diverso, li descrive con contorni che prima erano indefiniti.

“Io invece lo presi qualche volta con i miei genitori quando ero bambino”, interrompo la concentrazione della guida. “Solo che non ricordo molto. Mio padre ogni tanto ci portava a conoscere il paese. So che siamo stati a Gerusalemme e in Libano, dove lui conosceva delle persone, ma io ero troppo piccolo”. Non aggiungo altro e Ismail non vuole interferire con i miei sentimenti. Oggi è una giornata speciale.

La stazione, costruita da quei maledetti inglesi nella metà del 1800 con l’inutile tetto spiovente per le quasi inesistenti piogge, è affollatissima già dalle prime ore. È una scala in miniatura di quello che succederà in città. Se dovessi consigliare ad un turista dove andare per capire il Cairo, questo è il posto giusto. Mi domando se valga per tutte le metropoli, sono sicuro che un giorno avrò la mia risposta. Miriadi di uomini in galabeyya, con il loro seguito di mogli, madri e bambini, con i loro piccoli raccolti da vendere in città accatastati per terra, donne intente a fare cubetti di verdure per ipotetici minestroni destinati spesso ad irrancidirsi nei sacchetti di plastica, ora Ismail vede che lì, muovendosi con disinvoltura nei loro visi scavati dal sole, assumono un altro ruolo. I poliziotti controllano passando tutto con attenzione meticolosa. Alcuni sono assonnati ma sono i primi a scattare in piedi se accade qualcosa. I tassisti brulicano come mosche richiamando i vari passeggeri in arrivo. Saluto diversi di loro e come per incanto gli altri smettono di importunarci. I camerieri portano avanti e indietro vassoi stracolmi di thè egiziano, caffè turco e nescafè. Ma a questo ci sono abituato, in tutti gli ahwaai del Cairo c’è sempre un movimento incessante ogni sera dopo l’ultima preghiera. Ci sono poi dei personaggi vestiti di tutto punto con gli abiti ben stirati, alcuni con occhiali da sole. Gli faccio notare che sono poliziotti in borghese ai quali fare attenzione. In effetti hanno uno sguardo che buca lo stomaco, come se abbiano il potere di distruggerti in ogni momento, anche solo per puro divertimento. Alla loro presenza ci si sente rimpicciolire. Vedo Ismail che si mimetizza accanto a me che ostento una naturale tranquillità come se io faccia parte dell’intelaiatura di ferro della stazione, abituata da anni a vedere la storia dell’uomo fatta di angherie, abbracci, lacrime, di addii o di dolore, baci, maltrattamenti, rivoluzioni … veli che si stendono sul tempo.

“Salamalecco ya Yussef. Izzayyak?”, mi saluta un conoscente che possiede anche lui un taxi. Ha diversi anni più di me.

“Issalaamu aleekum. Tutto bene grazie, e tu?”. Ci ho parlato alcune volte, è una brava persona come l’ottanta per cento degli egiziani: lavorano, si sposano, crescono i loro figli nella speranza di un futuro migliore, nel rispetto reciproco e nel nome di Allah.

“Bene grazie. Vedo che ti sei dato da fare e hai già trovato un cliente. Bravo figliolo”. Detesto quando mi chiamano figliolo. Non sa neanche tutte le cose che gli posso insegnare.

“No, no. È un amico e oggi non lavoro. Mi sono concesso un giorno di ferie ad Alex”. Ismail ha gli occhi che divorano tutto. Quando gli poso la mano sulla spalla sembra provenire da un altro mondo.

“State prendendo il treno?”, quelli del tassista strabuzzano incredulità. “Ma potevi andare con la tua …”

“Salaama aalekum”. Sento la sua voce confondersi con tante altre. Non ho voglia di iniziare la giornata dando spiegazioni. “Alla prossima”.

“Aaleekum issallam wi rahmatu Allah wi barakeetu”, che Allah abbia misericordia anche di te, penso fra me.

Mi sfiora l’idea di lei. Oggi ritorna il padre da un lungo viaggio a Parigi. Non era particolarmente felice, chissà poi che avrà di tanto speciale quest’uomo. Provo una repulsione inconscia, mi sembra più pericoloso di un’amante.

“Sì scusami Ismail, ero soprapensiero”.

“È il nostro binario, il cinque”. Binario 5, sì è questo. Siamo arrivati.

 

Saliamo sul treno. Ci stupiamo di come sia semivuoto ma alla fermata successiva il vagone strabocca di gente da tutti i pori. Gomiti accatastati sopra pance e spalle, spalle contro sedili, pance contro culi. Ogni tanto una zaffata di piscio si mischia al cardemomo e all’odore delle spezie sulla pelle delle persone. Ad ogni fermata il treno si svuota e si riempie ancor più di prima. Studenti con la faccia strafottente di chi ha la giovinezza dalla loro parte, o con la timidezza del solitario che forse non è presente su quel treno, per lui sarò solo un ricordo. Niente altro che uno sconosciuto seduto a qualche metro di distanza, un’ombra sul sedile.

C’è di tutto su questo fallo metallico. Salgono contadini con al seguito mogli, suoceri, bambini, gruppi di dieci dodici persone. Il profumo dei formaggi di campagna che portano ad Alessandria per un momento ricopre tutti i tanfi mattutini. Guardando quelle forme bianche e mollicce mi verrebbe da affondarci le dita per mangiarle a tocchi. Ismail continua a osservare il mondo. Dovrebbe uscire un pò di più dal quartiere. Le donne portano pollame e uova per il mercato improvvisato negli angoli delle strade.

Ragazzi giocano con le suonerie. Salgono uomini in tunica con le bici egiziane vecchio stile, lunghi sottili fili di ferro come freni. Per molti l’intelaiatura di ferro, plastica e ruote costituisce tutto il loro patrimonio, la casa è un rifugio con un tetto improvvisato in ogni luogo. Vado al bagno trattenendo il respiro. Il tanfo dell’urina è appiccicato alle pareti e una pozzanghera sul pavimento segue le oscillazioni del vagone. Guardo nel buco nero della tazza, un rivolo di luce sguscia dal suolo di pietra e legno che scorre veloce insieme al mio piscio. Mentre lo scroscio continua sento la sensazione di voler scappare, come se quel tunnel scuro fosse in grado di risucchiarmi, di trasportarmi in parti di me che non conosco. Non so per quale strana coincidenza mi viene in mente il padre di Marie, questo fantomatico Monsieur Voltari che ho visto di sfuggita un paio di volte. Chiudo la zip e scappo nella confusione egiziana.

“Tutto a posto? Hai un colorito pallido, sicuro di star bene?”, Ismail ha la capacità di stupirmi sempre con la sua scaltrezza.

“Tutto bene, è solo che ho un certo appettito e tutti questi tanfi mi stanno ottenebrando il cervello. Che ne dici se scendiamo un paio di fermate prima alla periferia e andiamo al parco di Montazah?”.

“Per me qualunque p03-05-07_1134cosa va bene, non sono mai stato qui e non ha importanza dove andiamo”. Così scendiamo. Uno strato di grasso di motore mischiato con la terra percorre come una lingua nera parte dei binari. L’odore della nafta della locomotrice afferra le narici. Prima che lo stomaco brontoli ancora siamo già in mezzo alla strada persi nel traffico cittadino. Sebbene sembri più pulita non c’è poi tanta differenza tra Alessandria e il Cairo: lotta quotidiana nelle strade. L’unica differenza sono i colori dei taxi. “Vieni, andiamo. Conosco un posto qui vicino dove possiamo comprare del fool, falafel, uova sode e pomodori”. Sono appena le dieci e la fame reclama il suo tributo.

“Avrei mangiato volentieri il formaggio di quelle signore sul treno. Non me ne sarebbe importato nulla degli altri odori”. Il volto scuro spaccato dal sole di una di loro scivola nella spirale della pupilla. Come il pensiero di Voltari lei prende i miei occhi e scivola dentro il tunnel. Rimango impietrito. La immagino prendere il soffice formaggio bianco e imboccarmi con le dita. Batto le palpebre e la vedo sistemare bene le cassette con le galline. Mi sento la carne catturata da una magia.

“Sì, anch’io”, concorda Ismail.

Entriamo nella caffetteria. Mangiamo di tutto gusto i panini e le uova. Il thè scorre sul palato al ritmo delle macchine sulla strada. “Va molto meglio adesso”. Sì, a stomaco pieno i cattivi pensieri scompaiono. Camminiamo per un tragitto lungo che ci porta al mare. Ismail spalanca le ciglia quasi a volerle appiattire sulla pelle. È la prima volta che vede il mare. Lo lascio contemplare il paesaggio alcuni secondi e poi gli richiudo la bocca con il dorso dell’indice.

“Vuoi rimanere qui in eterno?”.

“È bellissimo. Dal vivo ha un colore ancora più azzurro”. Le onde bianche non gli rendono giustizia, l’ho visto altre volte ancora più bello. Forse è per la giornata tersa che inganna, o forse riesce a vedere più in profondità di me. Gli poso una mano sulla spalla. Ci incamminiamo sorridendo verso l’incrocio. Chissà se ci ricorderemo di questa giornata.

“Taxi! Taxi!”, l’autista quasi inchioda fregandosene dei copertoni. Quanta poca attenzione! Eppure è il posto dove passa la maggior parte del suo tempo, non dovrebbe trattarlo così. “Ci porti al Parco Montazah. Quanto?”.

“Quindici gineh!”.

“Non se ne parla! Non più di sette pound, mica siamo turisti!”.

“Ok, salite su”, certo che è facile contrattare da queste parti.

“Andiamo Ismail”.

“Sì sì”, è ancora fisso sulle creste bianche ed azzurre. Il mondo dovrebbe essere visto con i tuoi occhi amico mio, forse ci sarebbero meno guerre.

“Quando arriveremo al parco ti porto in una delle insenature dove potrai vederlo da vicino”. Acconsente con un movimento del capo. È ritornato in sè. Le strade di Alessandria non sono diverse da quelle del Cairo.

 

Le onde si abbattono imperterrite sugli scogli quasi volessero spezzarli in due. Ismail s’inchina per raccogliere una conchiglia che casualmente si trova sulla roccia. Le infossature della pietra calcarea fatte a goccia mi sembrano le superfici lunari che ho visto in foto. La salsedine e lo iodio si depositano sui vestiti e sui volti dei pescatori. Ismail infila quel guscio nei pantaloni. Mi guarda rizzandosi in piedi. Sorride ondeggiando la mano. Sono a qualche metro di distanza. Voglio ricordarti così amico mio: il tuo bel sorriso innocente, il mare che ti circonda, il ricordo di un’escursione inaspettata, il vento che accarezza il volto con la spuma delle onde. Fra non molto partirò. Una paura di non rivederti più mi contorce le budella. Un viaggio senza ritorno mi fa paura, ho paura di perdermi. Amo Marie eppure sento una strana sensazione: suo padre, il volto di quella donna sul treno, un tunnel. Impressioni già lontane. Rispondo al tuo saluto. Fra non molto volerò sopra questo mare, arriverò sull’altra sponda dove molti di noi anelano andare come un nuovo eldorado. Non so cosa mi attende.

“Dobbiamo ritornarci con Marie”, hai ancora il fiato ansimante per arrampicarti sugli scogli e districarti in equilibrio sulle lingue di pietra. “Oppure con Mirvat”.

“Fra non molto partirò per un viaggio molto lungo”, il respiro si ferma. Mi guardi da lontano. “Dai su non scherzare”. Il silenzio risponde ai tuoi dubbi.

“Quando l’hai deciso?”, sei un uomo più di quanto si possa pensare.

“Già da qualche mese. Un paio di settimane fa ho preso il visto. Hanno accettato la mia domanda per studiare a Parigi. Un conoscente di Marie ha intercesso con l’intervistatore del consolato e una mano sotto il tavolo ha fatto il resto”.

“Bravo, sai districarti bene con le procedure burocratiche”, i suoi occhi mi abbandonano per un istante. Sento la distanza nella saliva abbandonarsi lungo la fossa della gola.

img_0759“In Europa non è poi tanto diverso da qua. La corruzione è sempre esistita e nella storia c’è sempre stato a chi piace farsi corrompere. Andiamo ora. Finiamo di visitare il parco e poi andiamo al centro, voglio mostrarti la biblioteca da fuori. È bellissima. Anche se non ha nulla a che vedere con quella dell’Alessandria di un paio di millenni fa. Lo sai che il tetto l’hanno studiato in modo che la luce del sole venga convogliata sulle scrivanie della sala?”.

“Si dovrebbe fare la stessa cosa per le case, sai quanta elettricità si risparmierebbe”.

“Da quanto tempo t’interessi di tutela ambientale? Non ti facevo così preparato”.

“In negozio, quando non c’è nessuno, mi metto a sfogliare riviste e giornali. La lettura è un buon antidoto contro la noia e la mente ci guadagna. Anch’io un giorno vorrei poter visitare alcune parti del mondo, non sia mai che ti venga a trovare a Parigi!”. Non ne sei tanto convinto, però ti ringrazio amico mio per essermi vicino in questo strappo con il nostro mondo. Guardo oltre l’orizzonte dove il mare si perde e non si vede nessuna terra.

 

Sono le 15:00. Il palazzo Montazah con i suoi ghirigori turchi e fiorentini è già alle spalle. La torre arabesca ricorda la torre del Palazzo della Signoria a Firenze, però non ne sono certo, l’ho vista solo in fotografia. Un gruppo di giovani e anziani si allena nel parco con le racchette di legno per l’estate che verrà. “Qui fanno dei veri e propri tornei sulla spiaggia”. Lui mi osserva come per dirmi a quale scopo. “Divertimento”, gli dico senza che apra bocca. Scrolla le spalle.

“Taxi! Taxi”, Ismail mi prende l’avambraccio.

“Prendiamo un microbus”, ribatto.

“Non ti preoccupare, ce li ho i soldi”.

“Lo so ma preferisco il bus … e questa volta pago io”, abbassa lo sguardo. C’è un limite d’orgoglio ad accettare la generosità degli altri.

“Ok, vada per il micro”, mi scuso con il tassista che si era fermato all’angolo. Quello fa un cenno con la mano per dire che non fa nulla. Chiediamo quale numero di pullman ci porterà al centro. La cornice chilometrica di Alessandria a differenza di quella del Cairo si getta su acque salate; la sua estenzione si perde in lontanaza. Forte Qaitbey è solo un puntino giallo all’estremità opposta. “Vedi quella costruzione giù in fondo”, fa un cenno col capo. “È il Castello Qaitbey, è stato costruito alla fine del quindicesimo secolo del calendario cristiano. Lo sai che per la maggior parte sono state utilizzate le pietre del Faro di Alessandro Magno?”.

“Di chi?”.

“Ne devi fare di strada! Alessandro Magno, colui che edificò Alessandria”.

“Ah, il Condottiero”.

“Il suo Faro era considerato una delle Sette Meraviglie del mondo antico secondo i filosofi greci. Oggi sono rimaste solo alcune pietre incastrate nel Forte”.

 “Insieme ai Giardini di Babilonia e la Piramide di Cheope? Mi ricordo qualcosa”.

“Esatto, bravo. Niente male”. Scendiamo in prossimità della biblioteca. Anch’io rimango a bocca aperta. Il crepuscolo della sera le conferisce una luce incantevole. Sarà il riflesso azzurrognolo e arancione sul tetto di vetro o forse per la sfera gigante che sormonta l’entrata. Doveva essere imponente nei secoli di maggior splendore, dell’Egitto tolemaico. Ma quelli non erano i tempi di Allah. Tiriamo dritti per la cornice superando l’ambasciata francese. All’ingresso mi sembra di scorgere il signor Voltari, deve essere la penombra della notte che m’inganna. Lui adesso è al Cairo. Diamo un’ultima occhiata alla Cornice. Non facciamo in tempo ad arrivare al castello. Tiriamo dritti per le strade del centro. Anche qui c’è la Piazza della Liberazione, come se il Tahrir avesse cambiato qualcosa per la maggior parte della gente. Sono convinto che le rivoluzioni servano solo a cambiare le classi dirigenti. Mammalucchi, ottomani, francesi, la dinastia di Mohamad Ali, gli inglesi, Nasser e la sua sfida all’America e i Paesi non-Allineati, Sadat e la vittoria del Kippur, Mubarak e la sua corruzione. Cosa ci abbiamo guadagnato noi cittadini? Soprusi e ingiustizie. I poveri saranno sempre poveri e i ricchi si prenderano gioco di loro. Ma in Europa sarà diverso.

“A che pensi? La tua mente è distante, forse sei già a Parigi?”. Si amico mio. Sono lontano.

“No, tutto a posto. Pensavo a quanto è bella questa città. È diversa dal Cairo. È più ordinata e l’architettura rispecchia i contatti con il mondo dall’altra parte del mare”. Ismail si guarda intorno. Alza il collo verso gli edifici della piazza.

“Sì, è diversa ma non così tanto. Forse è l’atmosfera del mare”. Forse ha ragione lui, anche al Cairo ci sono tanti edifici simili. Si è fatto tardi. Il tempo è impietoso, non ha clemenza per nessuno. Sono le sette e abbiamo camminato come non mai. Dobbiamo andare, il treno non attende nessuno.

“Vieni, facciamo una corsa verso la stazione”, gli scanso il gomito, gli infilo due dita nella milza e scappo con lui alle calcagna che mi grida e ride. Arriviamo in prossimità della stazione ansimanti. Esausti ci fermiamo frontaggiandoci sui fianchi di una Morris anni 50 color panna e riprendendo fiato. Chissà se l’aria parigina mi farà venire voglia di scherzare così. Mi mancherà questo paese sornione, un pò trasandato, con le sue contraddizioni; mi mancheranno le risa gioviali delle persone e i loro volti sempre accesi, le grida nelle strade, il lattaio in bicicletta, l’uomo del gas e la maledetta chiave inglese battuta con forza sulla bombola per richiamare l’attenzione con suo figlio seduto dietro stretto intorno alla sua vita, gli occhi semichiusi a fendere l’aria. Mi mancheranno i profumi dei falafel, dei kebab, delle spezie, delle cervella d’agnello fritte, del purè di fave, dello zafferano e del cumino. Mi mancheranno i miei genitori.

“A che ora è il prossimo treno per il Cairo?”, sbuffo come un toro. Ismail si avventa sulle mie spalle di corsa. Anche lui è troppo stanco per continuare lo scherzo. Entrambi esaliamo anidride carbonica sul vetro dello sportello.

“Calma figlioli, sembra che avete mille vespe nel culo. O avete combinato qualcosa?”, getta uno sguardo alle nostre spalle per controllare che non ci sia la polizia dietro di noi. “Il treno c’è alle otto e trenta, tra meno di un’ora. Altrimenti alle dieci”.

“No no”, interrompe Ismail cercando di riprendere ossigeno. “Quello delle otto va benissimo”, tira fuori i soldi per pagare ma io lo blocco. “Questa volta è il mio turno,” insiste lui, “tienili per Parigi”. Mi blocco. Paga i biglietti. Mi mancherai fratello.

Ci buttiamo su uno scalino vicino al binario riprendendoci dalla corsa. Gomito a gomito e con le spalle che sembrano voler buttare giù la ringhiera dove sono appoggiate. Uno scossone di locomotiva richiama la nostra attenzione sul treno sul nostro binario. Si sta muovendo. Ci guardiamo negli occhi stupiti. Corriamo come pazzi e saliamo su mentre è ancora in movimento. Dentro le luci spente fanno da cornice alla notte. Un controllore sulla banchina ci dice che il treno sta solo facendo manovra. Ci guardiamo in faccia e ridiamo della nostra stupidità. Come bambini di dieci anni andiamo alla scoperta del vagone e delle porte aperte della stanza del controllore. Nascosti dall’oscurità uriniamo sulla ferrovia beffandoci delle imposizioni e del governo, della povertà e della sofferenza, della ricchezza e della felicità. Quel banale gesto riesce a infonderci un senso di libertà e ribellione. L’ultima fuga, poi di nuovo le mani sul volante e dentro cassa del negozio. Uno scossone ci fa puntare i piedi. “Porca miseria! Mi sono pisciato sulla mano”, lo vedo che si scrolla alcune gocce fuori dalla porta.

“Sei sempre il solito imbranato”, gli faccio per prenderlo in giro.

“Guarda che tu te la sei fatta sui pantaloni”. Mi guardo attonito. Non può essere possibile. Infatti non c’è nulla. “Scherzavo”.

Mentre il treno ritorna verso la banchina, vedo la porta con l’oblò rotondo al centro che si apre e chiude. Il marciapiede si avvicina di volta in volta attraverso lo spiraglio della porta o quel tunnel di vetro. Ora mi sento risucchiato da strani presagi. Le luci del treno si accendono. Fra poco partiamo con un altro treno e non questo fantasma.

 


 

 

Un attimo prima

 

 

La macchina corre lenta rispetto alla reale potenza. Il braccio appoggiato al finestrino, l’afa insopportabile. Cerco di tenermi sveglio osservando il paesaggio intorno. Il corpo è stanco. Solo un’ora e venti di sonno. Sonno? Forse lo si potrebbe chiamare dormiveglia. Invidio Ismail che starà già dormendo dopo la lunga giornata, dovrei fare altrettanto ma una voce dentro mi tiene sveglio.

La mente è percorsa da mille pensieri: penso al mio passato, a ciò che è stato fino adesso e a quello che mi presenta il futuro. Lo sguardo si appanna. Non è nè la pioggia nè il caldo della città a sfumare i contorni. È la labilità del cervello dovuta al poco riposo. Le prospettive si distorcono, così i pensieri e la percezione. Per un attimo mi immedesimo in un possibile interrogatorio delle SS a un detenuto nei lager nazisti. All’improvviso sento un forte bisogno di andare a visitare mio padre. Recentemente è spesso nei miei pensieri.

Non accelero, anche se fremo per andare a fargli visita. Vorrei incontrarlo solo. Solo io e lui. Sono cosciente di pensarci spesso, ma oggi mi sembra una necessità impellente. Un bisogno della carne. Proseguo il percorso stabilito dalla strada. È alienante pensare quanto siamo costretti nei tragitti quotidiani: la ruota segue il manto nero. Forse ci è dato scegliere quale striscia percorrere, però c’è sempre il bisogno di ottimizzare il tempo che a poco a poco consuma la mente. Penso alla Francia, a cosa mi attenderà lì. Sono cosciente che partire è una  decisione da cui non posso più tornare indietro, pensare di rimanere qui senza lei mi sembra di morire. Ho paura. Mi dico che è anche un bene. Questo è un grande bivio, da qui dipende quale Yussef esisterà in questo mondo.

Quale agente chimico, o quale molecola nel cervello può essere stimolata dalla stanchezza al punto tale di accelerare i pensieri in modo irrefrenabile? Confuso ma con una lucida logicità mi ritrovo a non essere già più qui. Quale acido interagisce con i neuroni? quale campo magnetico cerebrale aziona i campi elettrici della mente? Preso da queste divagazioni non mi rendo conto che non sto più andando da mio padre. La sua foto rimarrà affissa su qul loculo ad attendere un altro incontro. Mi ritrovo invece sotto casa di Marie a Garden City. Parcheggio e socchiudo gli occhi. Non mi è permesso di chiamarla. Fino a quando il nostro sarà un amore clandestino?

 

 


 

 

L’aeroporto

 

 

Appoggio le valigie per terra. Sono pesanti e mi spezzano il fiato. Il Conselleur del consolato francese mi ha suggerito di recarmi con largo anticipo per evitare di perdere l’aereo, quando gli ho sborsato 50000 pound per ammorbidirgli il polso. Penso ai molti cairoti che guadagnano dai 400 ai 600 pound al mese.

Ho accompagnato un’infinità di persone all’aeroporto. Era il mio lavoro. Il tabellone delle partenze e degli arrivi, i desk che corrono come un serpente lungo il corridoio, l’odore stantio di pelle umana e pavimenti sporchi, il via vai schizzofrenico delle persone e dei poliziotti militareschi dal viso impenetrabile, mi fanno capire che questo giorno era scritto da qualche parte nel mio DNA. Mi stupisco di come abbia sempre saputo che sarei volato via e di come inconsciamente scacciavo quel pensiero. Una specie di crampo mi afferra lo stomaco ma passa così come è venuto. Forse è la certezza del presente che inganna il passato, la coscienza di un tuffo verso l’ignoto, verso un viso ad attendermi.

Il tabellone dei voli cambia nuovamente emettendo un rumore che mi ricorda lo stantuffo dei treni, i tasselli girano come in una roulette mentre l’occhio cerca di comporne le parole. In quel movimento roteante di numeri e lettere, un palpito dell’animo spera che la pallina si fermi sul proprio numero. Desk 36.

 

Seguo a menadito le istruzioni che mi  vengono impartite dalle varie hostess. Ostento una falsa sicurezza, è la prima volta che viaggio fuori l’Egitto da solo. Mostro con orgoglio il passaporto con il timbro del consolato francese. Sono uno dei fortunati destinati ad altri orizzonti, non rimarrò a marcire in questa fogna di città. La hostess al check-in mi osserva in un modo che intendo complice.

Da una vetrata della sala d’attesa vedo uno scorcio delle piste d’atterraggio e della città. Gli edifici in fondo devono essere Masr el Gedida. Penso alla sera prima, quando ho consegnato le chiavi del taxi a Ismail.

 

“Trattamelo bene, lo sai quanto ci sia affezionato”, so di mascherare l’amara verità che probabilmente non l’avrei più rivisto. Quante volte abbiamo infilato le nostre mani tra i meccanismi del motore? Nei segreti della camera a scoppio? Nel pistone da rettificare? Nei grovigli di fili elettrici? Ogni volta è tornato a ruggire.

Ci guardiamo negli occhi, forse entrambi ripensiamo a quando lo guidai per la prima volta prima di trasformarlo in taxi, alle mani impastate d’olio e grasso. Ci abbracciamo. Nessuno dei due sa se mai ci rincontreremo e se sì, chissà a chi sarebbero appartenuti quei nuovi visi. “Non ti preoccupare. Lo tratterò come se fosse mia sorella!”.

“Hai intenzione di lavorarci? La licenza di tassista è nel cassetto”, spero che il mio amico lo faccia. L’idea di Ismail al volante del taxi mi dà la sensazione che una parte di me non sarà mai partita.

“Non lo so ancora. Ho il lavoro giù al negozio di mio padre. Certo mio fratello minore sta crescendo ed è ora che si trovi un lavoro. Lo sai meglio di me che nella mia famiglia non ci sono possibilità di terminare gli studi”. Per un breve istante si assenta. Si rivede sui banchi di scuola tra matite, squadre, righe, chine; voleva fare l’architetto. Già si vedeva con un blocknotes, elmetto giallo tra calce, pozzolana, cisterne di cemento, effettuare sopralluoghi sui cantieri. Gli do una pacca sulla spalla.

“Ad essere sincero preferisco che sia tu a guidarlo. Manda tuo fratello al negozio e tu al volante. Gira per il centro e cerca di caricare turisti: pagano due o tre volte di più e loro comunque fanno un affare! Se ti fai amico di qualcuno alla reception dell’Hilton o dello Sheraton ti assicurano una buona quantità di lavoro. Tu sei un uomo onesto e loro cercano proprio questo”. Ismail mi guarda dal basso verso l’alto con le sopracciglia inarcate come se stesse ricevendo un colpo, mentre  gli cingo il collo in modo canzonatorio. “Mi accompagni tu all’aeroporto?”

“Ma prendi un taxi no? Non capisco perché devi scomodare gli amici!”. Ci fissiamo circondati dal perenne rumore del traffico, poi scoppiamo a ridere.

“In qualche modo dovrai pur incominciare il nuovo lavoro”. Andiamo a brindare con un coshari shay con foglie di menta fresca.

 

Questa mattina sulla strada verso l’aeroporto ho portato il taxi forse per l’ultima volta. Siamo passati davanti a dei cantieri edili. Un ingegnere con un elmetto giallo si consultava con quello che doveva essere il direttore dei lavori indicando le costruzioni. Non ci siamo detti nulla. Ho alzato il volume dello stereo. La voce di Um-Kalthum irrompeva da un tempo in cui i padri credevano in qualcosa, costruivano un Egitto per tutti. C’era speranza di un nuovo inizio: gli inglesi erano andati via, Nasser costruiva la diga di Assuan con i finanziamenti sovietici, le case crescevano in ogni angolo, la gente aveva un sorriso fatto di speranza. L’immagine militaresca di mio padre mi è parsa lontana, appartenente a un’altra persona.

 

“Lascia che ti aiuti a portare le valigie dentro”.

“No, ci penso da solo”.

“Ma sono pesantissime”, insiste Ismail.

“Da qui in poi è di mia competenza”. Lo dico in tono perentorio e senza possibilità di risposta. Qui c’è una linea che solo io posso varcare, come per proteggerlo da un pericolo. Ci abbracciamo e baciamo tre volte alla maniera egiziana come se ci fossimo rincontrati dopo molto tempo.

“Chissà come saremo?”, mi domanda Ismail. Non replico. La mia ombra si perde oltre le porte scorrevoli di vetro.

 

Quanti aerei sulle piste, atterrano e prendono il volo in una sequenza interminabile. Solo adesso mi rendo conto di non averli mai visti da così vicino, ho sempre dovuto alzare il collo per vedere librarli nel cielo. Incredibile.

Il volto di Samya mi sobbalza alla mente dal niente. La poltrona della sala d’aspetto dove sono seduto diventa scomoda. Provo a collocarmi meglio ma è come se ci fosse qualcosa che mi dà fastidio. Controllo ma non c’è niente.

 

La donna delle pulizie dell’appartamento al secondo piano nel palazzo di fronte. Con una precisione straordinaria stende le coperte senza lasciare una riga obliqua, perfettamente allineate. Porta un velo rosa con ricami  bordeaux, una maglietta dello stesso colore e un giacchetto leggero. Noto il suo petto formoso e all’apparenza sodo, i reggiseni a volte ingannano, mi dico. La gonna grigio marrone lunga fino ai piedi. Potrebbe essere una falsa magra come una falsa grassa. Indefinibile e accattivante. I fianchi sono larghi ma non eccessivi, le gambe si snodano attillate sulla gonna. Una sensazione di calore si diffonde sul petto quasi all’altezza della gola. Ha gli occhi scuri, larghi. Il viso asciutto con un naso affilato e tagliente, carnagione chiara. Non so perché ma ho la sensazione che mi abbia scorto, è veloce e furtiva, ma possiede delicatezza e portamento nei suoi modi di fare.

Mi immagino i suoi muscoli nell’attimo in cui tende la mano per afferrare qualcosa, la pelle giovane e fresca che si tira. Il braccio che si allunga di nuovo e lascia cadere i seni nel vuoto, i lineamenti delle cosce che premono quando si accuccia, e lo stretto ventre forma una goccia di miele .

La vedo entrare nell’appartamento con i piedi scalzi muovendosi con disinvoltura come se fosse la padrona di casa. Sicuramente è sola e gioca con la fantasia. Intravedo la caviglia sottile e parte del polpaccio sodo ma fine. La pianta si posa delicatamente in un camminare dritto. Per un momento la vedo nuda, conosco il suo corpo. Un formicolio torpido corre sull’inguine.

Apro la porta. Lei è come l’ho vista da dietro la finestra.

 

Perché mi appari ora Samya? Oscillo la testa come a scacciare la tua immagine. Ma in fondo lo so il motivo. Quando percorsi la pelle del tuo corpo con la lingua amavo il tuo sapore. Ho immaginato di vivere una vita egiziana con te. Avrei potuto amarti, lo so. Ma tu eri sposata anche se questo non contava quando ti penetrai. In quell’istante ci siamo amati per qualche strana alchimia, concessi l’uno all’altra.

 


 

 

L’Hanger Theatre

 

 

Non so cosa ci faccia in questo posto dove mi hanno portato. Abbiamo attraversato a piedi l’Opera House sull’isola di Gezira, forse sarà per il tasso alcolico un pò alto o per i fumi della marjuana, fatto sta che tra questi palazzi illuminati, la musica classica degli altoparlanti esterni, l’edificio dedicato interamente all’esposizione permanente di arte contemporanea e il museo della musica, mi sento una nullità. Svuotato e frustrato, come annientato di fronte a tanta arte, meno di un granello di sabbia nel deserto. Mi sento rimpicciolire, la vita non vale niente e una strana sensazione mi coglie improvvisamente: l’idea di star perdendo tempo. Gli altri ragazzi schiamazzano e importunano le ragazze e i passanti. Non mi sono mai vergognato tanto di me stesso. Vorrei intervenire, ma mi sento così privo di forza e allora vorrei rimpicciolire ancora di più, quasi a sparire. È qualche mese che li frequento.

Seduto a uno dei tavoli dell’Hanger Theatre insieme agli altri avvolto nel mio silenzio. Mi alzo di scatto con le gambe leggermente tremolanti. Per un attimo si azzittiscono tutti.

“Ma che fai? Siediti”, dice uno di loro.

“Dai siediti, fra poco ti passa”, mi incalza un altro appoggiandomi la mano sulla spalla e tirandomi giù sulla sedia. Il corpo mi s’irrigidisce.

“Non provare a dirmi quello che devo fare!”, tuona la mia voce. “E togli la tua sporca mano dalla mia spalla”.

“Calma amico! Datti una calmata. Siamo qui per divertirci, okay?”. Non ho voglia di continuare a dare spettacolo più di quanto non abbiamo già fatto. Così m’incammino verso il giardino del bar. Con la coda dell’occhio noto uno spicchio di un’altra sala nascosta dietro un corto corridoio. S’intravvedono dei quadri appesi alle pareti. Incuriosito mi avvicino lentamente, quasi a chiedere il permesso Il ragazzo all’ingresso mi incita incoraggiandomi dicemdomi che è ad ingresso libero. Non che mi importi pagare qualche spicciolo, però il modo di fare invitante del ragazzo mi sprona definitivamente.

I quadri mi catturano. Mostrano villaggi di qualche zona sconosciuta dell’Egitto, di posti di cui ho solo sentito parlare; alcuni mi rammentano l’oasi di Al Fayum dove sono stato da piccolo con i genitori, uno dei pochi ricordi insieme; altri credo che siano le case di fango di Siwa, l’oasi sperduta nel mezzo del deserto tra l’Egitto e la Libia. Le pennellate dei volti e paesaggi calmano il senso di irrequietezza interiore. Mi sento partecipe e protagonista di quei colori, un’altra persona, non il tassista decadente e svuotato che ho incontrato nello specchio questa mattina.

“Ehi Yussef! Vieni che ce ne andiamo!”. È uno dei ragazzi. Non gli presto attenzione.

Quando esco dalla sala della mostra è passata forse un’ora e sono contento di non vederli ancora nei paraggi.

Mi siedo di nuovo ad uno dei tavoli e ordino un thè egiziano. Ho bisogno di qualcosa di forte e genuino. Avverto la sensazione di volermi ripulire.

 

Non l’ho notata prima. Forse è venuta da poco. Distrattamente e con un movimento svogliato della testa mi è apparsa dal nulla. Sono i capelli biondi, curati che ondeggiano delicatamente ad accompagnare il volto che mi colpiscono? Rimango pietrificato. La osservo per alcuni secondi per poi rispecchiarmi nella superficie del thè di fronte a me.

È indaffarata a conversare con un uomo senza volto, pieno di scartoffie e parole. Presta attenzione, sembra interessata al discorso dell’altro, ogni tanto dice qualcosa ma riesco a leggere dietro lo specchio dell’iride: è disillusa e turbata. È bella, il viso delicato a forma di oliva, gli zigomi leggermente accentuati con il trucco che evidenzia le parti più affascinanti della sua bellezza. Un leggero velo di rossetto si stende su labbra carnose ma non sfrontate, gli occhi azzurri, grandi, allungati. Ha il naso aquilino, forse un pò troppo ma le dona. Le orecchie piccole, assomigliano a quelle di un bambino … abbasso lo sguardo rapidamente. Si guarda in giro. Sì, si sente osservata. Devo essere più cauto. Ora anche l’uomo si guarda intorno con il viso turbato. Lei gli rivolge un sorriso di facciata.

Non è la bellezza che mi colpisce. Se metto a fuoco ogni piccola parte del viso, so che ci sono ragazze più belle. È qualcos’altro che mi rapisce e mi cattura, un so che di misterioso, di nascosto. Forse è quel modo di fare distaccato, un’illusione di disinteresse. Invece ascolta, sostiene lo sguardo dell’interlocutore, lo liquida con un movimento impercettibile del capo, con un sussulto delle labbra. L’uomo rimane spiazzato. Capisce che c’è qualcosa che non va ma non sa che ora i suoi discorsi si perdono dietro le spalle di lei.

Lei continua a guardarsi intorno. Pattuglia l’ambiente con occhio vigile. Mi nascondo sempre più difficilmente. L’uomo davanti a lei chiude le sue cose in una valigetta di pelle nera con fare indispettito. Osserva confuso tra gli sguardi dei clienti. Le si rivolge con fare brusco girando i tacchi e piantandola in asso. Lei prende la tazza del thè e lo porta alle labbra. Ne beve un piccolo sorso, quel tanto che basta per farle muovere la trachea. Con fare pacato la riadagia sul piattino. Sembra seguire un percorso tutto suo.

Appare sollevata, alleggerita dall’ingombrante presenza di ossa, carne e sudore di un volto di ombra. I clienti sono tornati ai loro discorsi e alle loro bevande, il brusio ha ripreso il suo corso. Ora sono in trappola.

 

Le ciglia di donna hanno scovato gli occhi di spia. Le iridi s’incontrano con pause più brevi. Lei si sistema i capelli lungo il viso. Io mi alzo. Mi sta fissando senza distogliere lo sguardo.

“Posso sedermi?”. Annuisce. Sono contento che i fumi dell’alcool e della mariuana siano svaniti. Sono contento di non avere maschere.

 

Rimaniamo seduti per un tempo incalcolabile. Possono essere trascorsi diversi minuti come ore. Lei apre la borsetta e ne estrae un’agenda dove incomincia a buttare giù appunti. Lavoro? Mah! Può essere che stia scrivendo una storia, o solo gli eventi appena svoltisi, oppure un libro, sicuramente non sono scarabocchi; vedo benissimo la calligrafia annerire le righe. Sono solo spettatore inconsapevole, un personaggio partorito da un trovarsi per caso in mezzo alla strada. Smetto di fantasticare.

“Cameriere! Mi porti un altro thè, senza zucchero grazie. Bevi qualcosa?”. Ho un tono basso e il capo lievemente sporto in avanti. Scuote impercettibilmente la testa senza distogliere l’attenzione dalla scrittura. La lascio proseguire. Sorseggio l’acqua color ambra centellinandola, ad ogni sorso ingoio parti di lei. L’impegno verso quell’inchiostro e la brama degli occhi che sembra aver colto un attimo inafferrabile, una fiamma strana brucia nelle sue pupille. Il braccio e la mano si muovevano schizzofreniche per poi fermarsi di colpo. Si morde il labbro inferiore destro e arriccia il naso. Di getto concella e riprende a scrivere.

“Allora?”, chiude l’agenda. Ha una copertina con un disegno a  rombo, formato a sua volta da piccoli quadrati di vari colori. Il retro foderato in nero. “Come ti chiami?”.

“Yussef …”

“Bravo Yussef. Sei stato molto paziente”, prosegue senza lasciarmi continuare. “È una dote o un trucco che usi con tutte le donne?”, ha un tono canzonatorio. Sbrigativo.

“Mi è piaciuto molto osservarti. Eri come posseduta da una forza esterna. Affascinante. Il tuo viso e tutto il corpo erano qui e subito dopo da qualche altra parte”.

“E bravo. Vedo che sei un tipo che va subito al punto! Già parliamo di corpo!”, reclina leggermente la testa indietro abbozzando una striscia ironica sulla bocca. Non sono nè il primo nè l’ultimo uomo che ha scansato facilmente. È stanca di conversazioni inutili e vuole tagliar corto senza risultare scortese … a meno che non sia necessario. Però sono convinto che ci sia qualcosa in me che le fa abbassare la guardia, le miei parole  devono averla  in parte colpita. Forse il tono neutro della voce, senza inflessioni nè lusinghe. Sì, è curiosa.

“C’è stato subito in te qualcosa che  ha richiamato la mia attenzione. Sono stato attratto da un interesse che va oltre la bellezza. Un quid che mi attrae e mi sfugge …”.

“Il corpo appunto!”, la maschera si sta alzando! Un velo protettivo da parole che colpiscono nel fondo, parole che possono essere pericolose se credute. Un velo inefficace, ne è consapevole. “Che fai nella vita Yussef?”. Non ha altra scelta che cambiare discorso. Le guance le si sono arrossate leggermente. Si guarda intorno come alla ricerca di un appiglio.

“Faccio il tassista. Ho aspettato fino ad ora per incontrare una francese, innamorarmi perdutamente, sognare di sposarla, avere figli, amarla per tutta la vita … le cose classiche da lieto fine da film americano”. Di rimando una sottile striscia ironica si forma sulle sue labbra. Emtrambi non sappiamo quanto siamo vicini alla realtà.

“Come hai fatto a capire che sono francese? Il mio arabo è impeccabile e senza accento. Avrai tirato ad indovinare ed hai avuto fortuna”. È contrariata.

“Ti andrebbe una passeggiata?”, propongo.

“Che ne dici di dare un’occhiata alla mostra nella sala adiacente?”, contropropone lei. Sa benissimo che ci sono stato poco prima e forse anche lei c’è già stata.

“Volentieri. La rivedo con molto piacere insieme a te”. Un calore d’imbarazzo si diffonde sul collo. “Non ti ho ancora chiesto il tuo nome, è molto scortese da parte mia”.

“Vedi che sei interessato solo al corpo!”.

Un momento di silenzio. Poi entrambi ridiamo guardandoci di sottecchi. Il calore è scomparso.

 

“Volo EGY3549 per Parigi partirà tra trenta minuti. I passeggeri sono pregati di dirigersi al Gate 13”. Un sogno francese mi si apre sul volto.

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