L’Etiopia dove il sogno è fare la schiava in Arabia – Il Venerdì di Repubblca (4 apr 2014)


Piccole portatrici di fascine vicino Jinka

Piccole portatrici di fascine vicino Jinka

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Hainalà sorride mentre mescola la calce al piano terra dello scheletro di una casa in costruzione a Jinka, nella regione sud ovest dell’Etiopia. Ha la pelle nera e la maglietta macchiata di schizzi d’intonaco e di pittura. Gesachew attende il secchio di malta sopra l’impalcatura, incurante che il suo collega sia donna. Non è un gioco, ma una dura realtà a cui le donne etiopi sono abituate fin da bambine. Una manciata di minuti dopo Hainalà si sposta dentro il cubo di cemento armato per impastare con la pala una piccola montagna di cemento e sabbia. Hainalà ha 25 anni, una costituzione robusta e sana, come la maggior parte delle sue coetanee, lavorava saltuarialmente prima di trovare questo lavoro, riuscendo a malapena a dare da mangiare ai suoi due figli. Ora, grazie alle nuove costruzioni di cui l’Etiopia sembra avere bisogno, lavora con maggiore continuità, anche se la paga non è delle migliori, appena 20 birr al giorno (un dollaro), la metà di quello che guadagnano gli uomini. Al piano superiore ci sono altri operai, tra loro anche Asma, 21 anni, che dipinge delle assi di legno e Tedis, 20 anni, che attende annoiata di fare qualcosa. Sono tutte giovani donne con un disperato bisogno di riuscire a contribuire al budget della propria famiglia.

Hainalà

Hainalà

I cantieri sono solo l’ultimo grado di un lavoro femminile che manda avanti l’economia domestica e ha un forte contributo-impatto sul Pil nazionale etiope. L’80% della popolazione in Etiopia vive nell’entroterra, lavorando prevalentemente nell’agricoltura e nella pastorizia, ma il ruolo di pastore è normalmente lasciato agli uomini. Le donne devono sobbarcarsi altri compiti come la raccolta dell’acqua e della legna. Le raccoglitrici di fascine sono in attività dalle 5 del mattino, scendono dai monti con i loro carichi di rami annodati sulla schiena verso i centri abitati; una volta venduti ritornano nei boschi per un incessante via vai che dura tutto il giorno. Senza la legna sarebbe quasi impossible vivere nelle zone rurali dell’Etiopia dove mancano il riscaldamento e i fornelli a gas. Non esiste neanche l’acqua corrente, le donne vanno alla sorgente più vicina, anche se questo vuol dire percorrere molti chilometri, e trasportano taniche di plastica gialla da 20 litri di acqua sulle spalle per l’uso domestico.

Mercato di Jinka

Mercato di Jinka

Nei villaggi etiopi le bambine che dovranno pensare alla raccolta della legna vengono scelte in tenera età e il loro destino verrà segnato per sempre. Le bambine devono camminare molte ore al giorno, in luoghi isolati, sotto il sole o sotto la pioggia, con pesanti carichi sulle spalle. Vanno in gruppo per evitare di subire aggressioni sessuali. Le più grandi escono in coppia e spesso devono badare anche ai figli che portano con loro sui monti, se non hanno qualcuno su cui fare affidamento. Lo sviluppo del loro corpo rimarrà condizionato dagli sforzi fisici a cui sono sottoposte, rimarranno minute ed esili, un fascio di nervi abituati a lavori pesanti. Non hanno possibilità di andare a scuola aumentando il novero di analfabeti che è già molto elevato in Etiopia, nonostante gli sfrozi delle organizzazioni internazionali. Tutto un mondo infantile legato al gioco e all’apprendimento è loro negato, l’infanzia è segnata dalla routine lavorativa e solo la domenica approfittano per andare a messa e pregare con il resto della famiglia. Raggiunta la pubertà vengono date in spose giovanissime secondo le disposizioni del capofamiglia e i matrimoni vengono combinati con membri di altre tribù. Secondo l’Ong Project Harah un bambino su sei in Etiopia muore prima dei cinque anni e l’80% della povertà ed analfabetismo si trova nelle zone rurali. Sebbene il governo centrale abbia attivato una campagna di comunicazione contro alcune tradizioni arcaiche, un numero elevato di bambine etiopi, cristiane e musulmane, continua tristemente a subire la pratica dell’infibulazione. Le cure mediche di base sono scarsissime, una visita ginecologica non è per niente contemplata e a causa della mancanza di strutture adeguate le nascite dei bambini si svolgono prevalentemente in casa. Quelle bambine che hanno la sfortuna di rimanere orfane, sono costrette a vivere in strada e mendicare per sopravvivere. Coloro che raggiungono l’adolescenza non avranno altra scelta che accontentarsi di lavori manuali saltuari e sottopagati. Quelle che non trovano un lavoro stabile producono l’anjera, il pane tipico etiope, e degli alcolici artigianali da vendere per riuscire raccimolare pochi birr per il sostentamento della prole.

Nelle vicinanze di Jinka

Nelle vicinanze di Jinka

L’alternativa a questa vita di fatica e di stenti è la fuga verso l’estero, molte donne negli ultimi anni sono fuggite anche illegalmente in Arabia Saudita per lavorare come domestiche, per riuscire a guadagnare anche $200 al mese. Ma, nella patria dell’Islam, vivono in condizioni di semi schiavitù, chiuse in casa e private del passaporto. Il problema è così sentito da spingere il governo etiope a scoraggiare, attraverso una campagna televisiva, l’emigrazione verso il Regno Saudita. Non stupirebbe se dopo l’Indonesia, le Filippine e lo Sri Lanka anche l’Etiopia rivedesse le politiche  per regolamentare i flussi migratori e le normative di lavoro all’estero (http://www.bloomberg.com/news/2013-01-24/saudis-turn-to-ethiopian-maids-after-beheading-limits-supplies.html).

Qualche donna riesce ad emanciparsi. Nella capitale, dove il tasso d’istruzione è più elevato, alcune donne sono diventate delle vere e proprie imprenditrici nel tessile e nella pelletteria. Molte hanno aperto un’attività in proprio nella ristorazione, come Mimi, proprietaria di un ristorante e di un negozio di parrucchiere, o in negozi di abbigliamento e di sartoria, come Beza, 26 anni di Harah, o come la designer Hiwot Gashaw che ha aperto una scuola di moda con il sostegno del Centro Africano per l’imprenditoria delle donne (http://www.cawee-ethiopia.org/). Mentamer che abita a Tilili, vicino al lago Tana, attraverso il microcredito finanziato da UNWomen, è riuscita a realizzare un piccolo allevamento di capre grazie al quale è ha affittato una casa arredandola con mobili comprati da lei e a dare un tetto a suo figlio Abraham (http://www.unwomen.org/en/news/stories/2013/4/new-horizons-ethiopian-women-join-efforts-to-escape-poverty).

Lavoratrici etiopia

Lavoratrici etiopia

Purtroppo questi casi rimangono una piccola minoranza rispetto al resto della popolazione femminile. Le difficoltà sono enormi per le donne in un paese vasto come l’Etiopia tra analfebetismo, infibulazione, violenze sessuali, prostituzione, discriminazioni sul posto di lavoro … Ostacoli che le etiopi devono affrontare quotidianamente senza mai lasciarsi per vinte.

Portatrice di fascine

Portatrice di fascine

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