Iran, una generazione perduta


Alias de Il Manifesto 29.04.2017

Il carbone incandescente illumina di rosso il viso di Reza mentre la luce da campeggio legata sul suo capo punta alla pipa. Reza soffia forte e ad intermittenza ritmata sul tizzone che tiene con l’altra mano tramite una pinza di ferro fino a far quasi sciogliere il pezzo di oppio sulla palla di legno di questa specie di cilum, poi aspira profondamente gonfiandosi il più possibile e strabuzzando gli occhi. La musica soave dei Pink Floyd oltrepassa il cielo stellato intorno a Shiraz. C’è un foro microscopico che pulisce con uno spillo legato ad una catenina ottonata alla pipa. Reza ha 26 anni, ha iniziato da un anno a fumare, da circa sei mesi lo fa più di frequente. “Il nostro governo vuole che usiamo le droghe”, afferma convinto il suo amico Omid, 25 anni, mentre afferra la pipa.

“Se usi le droghe diventi dipendente e il tuo corpo diventa debole e non puoi ribellarti contro il governo, non puoi protestare. Con l’alcool invece è un’altra storia, sei più forte e consapevole, puoi combattere e ribellarti, le altre droghe ti indeboliscono e ti conducono alla morte”, gli fa eco Reza

In Iran il consumo di sostanze stupefacenti è aumentato vertiginosamente rispetto al passato, ma non ci sono statistiche ufficiali per poterlo attestare. Secondo  Roham Gudarzi, giovane dottore presso uno degli ospedali di Shiraz che si occupa del recupero degli oppiomani, uno dei fattori determinanti per questa crescita è il cambiamento della considerazione verso i drogati visti fino a poco tempo fa come criminali, costretti a nascondersi, mentre ora trattati come malati da curare. Fondamentale è ovviamente la favorevole posizione geografica dell’Iran, proprio in mezzo alla “Via della seta” dell’oppio; la droga dall’Afghanistan transita nella terra di Persepoli per arrivare al Medio Oriente e all’Europa, è naturale quindi che lungo la via parte della “merce” si fermi qui .

Reza e Omid sono consapevoli che fumando fanno il gioco del governo ma non riescono comunque a smettere. “Non abbiamo alternative: non ci sono discoteche, nightclub, bar, non ci sono mai concerti (in Iran sono proibiti o devono essere in linea con il pensiero degli aytollah), come possiamo svagarci? Siamo giovani e vogliamo divertirci”, afferma tristemente Omid. L’Iran è sdoppiato, diviso in due, all’estero una comunità numerosa infoltisce l’arte iraniana, i giovani “intrappolati” in patria ascoltano musica di tutti gli esiliati dall’attuale governo. Una cultura parallela che è possibile vivere solo in casa o sugli smartphone, lontana da quella ufficiale, ma vicina alla modernità che il regime parzialmente rifiuta.

“Non possiamo avere una ragazza, non possiamo fare quello che fanno le altre persone nel resto del mondo. L’alcool è stato inventato dai persiani, ma non possiamo usarlo (sebbene esista un’ampia produzione di vino e grappa fatti in casa). Se hai idee ed immaginazione in altri posti ti aiuterebbero, invece in Iran ti constringono a fermarti a non fare nulla”, afferma arrabbiato Reza. Interrompe la conversazione e prende la pipa inalando avidamente una profonda boccata, poi continua: “Il cinema? La fotografia? La pittura? La lettura? Sì, è vero, potremmo dedicarci ad altro ma al nostro posto chiunque farebbe lo stesso. Attualmente la situazione è triste, non esiste altro paese al mondo come il nostro: non ci sono  relazioni politiche, sociali né economiche, tutto è molto caro e i salari sono bassi, non possiamo risparmiare soldi per il futuro. In Persia diciamo “Sukhtanu sukhtan”, cioè viviamo come se il nostro corpo stesse bruciando, bruciamo vivi ma continuiamo a vivere, è la nostra dannazione. La maggioranza delle persone non può dire nulla perché ha paura per la propria vita, per il proprio lavoro, ha paura di parlare e di alzare la voce”.

Un altro amico, Iraj, è critico verso i due ragazzi, fuma anche lui, non spesso, solo quando ne ha voglia, almeno così dice. “Potrebbero fare altre cose, sono solo scuse, la verità è che non vogliono smettere di fumare e non vogliono prendersi le proprie responsabilità, non vogliono trovare un lavoro. Vorrebbero solo guadagnare tanto ma non hanno le competenze per ottenere quello che desiderano, l’oppio è solo una scusa”.

Secondo Omid non è proprio così, e sa su chi puntare l’indice per la situazione in Iran: “Il nostro governo è pieno di soldi, siamo un paese ricco, ma preferiamo finanziare Hazbollah, la Siria, lo Yemen mentre qui la gente lotta contro la povertà”.

Il risentimento tra i giovani è forte, anche se la presa del governo si è allentata molto dal 2009, momento culmine dell’Onda Verde, permettendo nel privato delle mura domestiche, molte cose che prima venivano tassativamente perseguitate come party, alcool, ragazze in minigonna, omosessualità, accettata solo nel cerchio delle amicizie. “Da 4-5 anni è così, prima nessuno andava a vivere da solo. Per la mentalità iraniana a 30 anni dovresti aver messo su famiglia ed avere un buon lavoro, ma con la situazione economica attuale è impossibile, a mala pena riusciamo a portare qualcosa a casa per noi, figurasi per un’intera famiglia.” Reza fuma di nuovo, poi si versa un té caldo che ha portano nel thermos, qui c’è la convinzione che il té aiuti l’assunzione dell’oppio, mentre l’alcool dà effetti opposti. Fumare oppio prevede un rituale stabilito in un luogo poco frequentato come le montagne intorno a Shiraz: musica, té, fornellino da campeggio, carbone, lampadina, accendino, pinza e pezzi di materassi di spugna per sedersi più comodi. Continua Reza: “Siamo come questa bottiglia, se è piena e continui a versarci acqua traboccherà, la pazienza della gente è così, quando non potremmo più sopportare il dolore allora scoppieremo. Quando quel momento arriverà sarò pronto”.

Omid mostra un video virale sul web in cui ci si fa beffa dei mullah e di tutto il sistema iraniano, la seconda generazione nata dopo la rivoluzione sembra essere stanca dell’attuale situazione.

Reza è convinto che prima o poi smetterà, afferma di tenere l’assuefazione sotto controllo, ma non smette di tagliare le stecche di oppio sopra lo smartphone. Ha iniziato ad andare in palestra, ma per via dell’oppio si muove troppo lento, ma è sicuro che migliorerà con il tempo. Mette un altro cubetto sulla pipa, la musica di Division Bell culla i fumi dell’oppio che aiutano nella serata stellata a non avvertire la temperatura di -7°. La montagne sono un posto sicuro, e anche se la polizia può arrivare in qualsiasi momento ci sarà sempre un altro posto dove andare, un altro luogo dove non pensare.

Il traffico internazionale di oppio

L’oppio arriva a Reza e Omid attraverso diversi canali, è abbastanza semplice reperirlo grazie anche a personaggi come Ali e al circuito internazionale in cui si muovono i trafficanti di droga.

Ali vive a Kerman, ha la pelle scura, capelli e occhi neri e denti bianchissimi. Ride spesso, mette a proprio agio l’interlocutore ma il suo sguardo è tagliente e capace di leggere oltre la figura di chi gli è davanti.  Ali è diventato trafficante di droghe “quasi per caso”, i dealer avevano un problema a Kerman, nel sud-est dell’Iran, un impasse che bloccava la merce in città per una possibile retata della polizia che avrebbe sequestrato tutto il carico. Amici di amici fino ad arrivare a lui, un passaparola per trovare l’uomo giusto, così Ali si è trovato in mezzo al giro e alla fine ci è rimasto.

Ali racconta come trasferiscono l’oppio in Iran: “Alcuni vengono da Chabahar e vanno a Bandarabbas (porto a sud del paese), poi vengono a Kerman e da qui verso il nord, Tehran è a sua volta un hub importante per il transito della droga. Mandano l’oppio dall’Afghanistan al Pakistan e da qui all’Iran perché è più facile attraversare il confine”. Si passa per il deserto o attraverso le montagne con jeep e fuoristrada, seguendo le orme sterrate che solo i trafficanti conoscono, trasportano intorno ai 10-20 kg soprattutto per lo spacciato all’interno dell’Iran. “I clienti fumano immondizia perché l’oppio viene mischiato alla morfina e ad altre sostanze chimiche, però quello trasferito dai grandi khan (boss) è di qualità superiore e si aggira intorno ai 500-1000 kg”, afferma convinto. “I khan più potenti appartengono ai clan Beluchan, del Beluchastan (regione iraniana a confine con l’Afghanistan), sono loro che controllano l’importazione di oppio dall’Afghanistan. Ogni clan riceve un grosso quantitativo di oppio, lo nascondono in contenitori per la benziana o per l’olio dentro camion e autoarticolati”.

“La frontiera è ben sorvegliata dalla polizia e dall’esercito, per passarla basta pagare forti tangenti ai capi militari, così facendo si riesce a trasferire anche 2 tonnellate di droga. Pagata la mazzetta si hanno tre giorni per entrare in Iran, scaricare e tornare in Afghanistan, scaduto il termine concesso i due apparati statali intervengono e ogni tanto ci sono scontri a fuoco cruenti. I trafficanti che vengono uccisi dalle forze dell’ordine vengono chiamati martiri, perché è l’unico lavoro con il quale possono sfamare le proprie famiglie. Nella regione non c’è altro lavoro possibile, non ci sono industrie né produzione agricola … poi c’è una grande richiesta di oppio in Iran, la gente lo vuole e noi ci siamo per soddisfare questa domanda crescente”, spiega Ali.

Kerman e l’altra città di Yazd sono punti di stoccaggio, sono le porte verso l’intero Iran e l’Europa. “Aiuto a trasportare la roba fuori città. L’oppio e la droga arrivano in Europa con il sistema che chiamiamo a Grappolo, perché i boss e i dipendenti sono interconnessi tra loro e attraversano tutto il paese per arrivare a destinazione. Il carico viene diretto nel nord-ovest del paese e si usa gente del posto, i kurdi e i turchi iraniani che hanno collegamenti con la mafia turca”, poi Ali spiega meglio come si attraversa il confine con la Turchia: “Con piccoli pick-up, massimo carichiamo 100 kg di oppio. Chiamiamo questo sistema Dog Justice, perché se non paghiamo i militari turchi e iraniani alla frontiera i cani possono annusare il contenuto, ti prendono subito. Ci dobbiamo sbrigare sempre perché se cambiano il turno dobbiamo pagare una nuova tangente al comandante della stazione doganale”, Ali scoppia in una fragorosa risata

“Tutti quelli che non pagano il governo o la polizia vengono giustiziati (impiccati), ma chi ha i soldi non finisce mai in galera. Una volta la polizia ha trovato su un aereo a Teheran 14 tonnellate di droga, ma alla stampa ha detto che erano solo 2, che provenivano dalla Cina e che il iraniano le avrebbe usate per fare medicine!”. Secondo Ali esiste un interesse da parte del governo iraniano nel traffico di droga, una vera e propria commistione: “I trafficanti, i khan, trasferiscono 10 tonnellate solo per lo smercio internazionale ma il governo fa la stessa cosa: sfrutta il commercio della droga per comprare armi grazie alle tangenti che prende dai cartelli della droga”.

Ali confessa di non essere mai stato in Turchia, solo al confine, poi conclude: “Mi piace questo lavoro, è avventuroso, c’è adrenalina … ma soprattutto mi piacciono i soldi che guadagno”. Ali scende dall’auto parcheggiata sul ciglio dell’ampia tangenziale di Kerman, deve continuare il suo giro. Entra nel suo pick-up, accende il motore e si perde dentro il traffico cittadino, diretto al prossimo scalo, per il prossimo carico e verso un’altra città, continuando la catena che porta la felicità in giro per il mondo.

Centri di disintossicazione e dipendenza

Le ragioni della tossicodipendenza in Iran sono le stesse che esistono in altri paesi nel mondo, ma la forte vicinanza con l’Afghanistan, che è il maggior produttore mondiale di oppio, rappresenta uno dei motivi principali per un uso così massiccio di oppio. L’Iran è un paese di transito per il traffico internazionale e molti giovani lo usano perché è facilmente reperibile. Il problema della tossicodipendenza si è così diffuso da imporre allo Stato un intervento: “Esistono molti centri di Anonimi Narcotici diffusi in tutto il paese, dalle grandi città ai piccoli centri, ci sono molte cliniche specializzate solo nel settore di disintossicazione”, afferma il dott. Gudarzi.

Nella periferia nord orientale di Shiraz si trova uno dei centri di disintossicazione il cui nome, “Il domani”, è un segnale di speranza per chi entra in questo luogo dalle pareti disegnate con graffiti e murales. All’ingresso un triangolo con scritto in persiano le parole Incontro, Famiglia e Lavoro per ricordare l’impegno e la costanza necessari per riuscire ad uscire dal mondo della droga. Calcio balilla, una piccola bibblioteca e larghi spiazzali dove passare il tempo. Nello stanzone-dormitorio ci sono una dozzina di letti a castello, le pareti con la scritta le parole della spirale della droga: solitudine, noia, fame, rabbia, ritrovi per drogarsi, amici per drogarsi e droga. Infrangere anche una sola di queste regole significa aver fallito il recupero.

Le prime tre settimane di permanenza sono per la disintossicazione fisica, dopo di che è possibile ritornare alla propria vita ma chi vuole può rimanere anche mesi. La sveglia è alle 7, si fanno 15 minuti di ginnastica, la colazione e la preghiera per chiedere ad Allah di avere un altro giorno senza droghe. Poi tempo libero fino alle 17:30 per la seduta collettiva dove ognuno parla della propria esperienza coadiuvato da uno psicologo.

L’età dei residenti varia dai 25 ai 50 anni. Tutti si siedono a circolo. Khalid ha 29 anni, ha iniziato a 21 con l’oppio e l’uso di pillole per “svago”, per noia. È alto, capelli corti e un ciuffo che gli taglia obliquo il viso olivastro. L’uso “ricreativo” è diventato subito una dipendenza dalla quale non poteva uscire, così ha deciso di venire al centro “Il Domani”. Faceva l’intonacatore, il lavoro gli piaceva, i soldi non erano male, ma la mattina non riusciva ad alzarsi o arrivava sempre inritardo così ha perso tutto, anche la moglie dalla quale ha divorziato.

Samad, 30 anni, ha iniziato a 15 con l’hashish per essere accettato dagli amici. Con gli anni ha introdotto altre droghe, sempre più forti: “Stavo affogando sempre di più ma allo stesso tempo cercavo uno sballo maggiore”, ammette con lo sguardo colpevole. Negli occhi di ognuno nel cerchio si legge la propria colpa, l’autostima che è stata schiacciata a terra e che forse, anche dopo il recupero, sarà difficile riportare a galla. “Non avevo alcun obiettivo nella vita e vivevo alla giornata, non ho mai pensato al futuro, avevo solo le droghe in testa che prendevano decisioni per me”, continua amareggiato Samad.

Sattar ha 43 anni, è sposato con due figli, ha iniziato a 28 ed ora è nel centro da 25 giorni. È la terza volta che ci prova, l’oppio è una tentazione troppo inebriante da accantonare così facilmente. “Anche se si supera la dipendenza dura tutta la vita, ce l’abbiamo nell’anima perché diventa una malattia cronica. Nel centro impediamo alla malattia di crescere, costruiamo una diga, se la conserviamo bene nel corso della vita allora forse saremo capaci di smettere di usare droghe”, afferma Sattar. Ha il viso marcato dalle rughe, baffi lunghi e spessi, la pelle scura e neanche un capello bianco. La sua dipendenza la teneva ben nascosta, alla moglie, ai figli, agli amici … Sattar ha scelto il centro perché è l’unico modo per comunicare con qualcuno, secondo lui solo chi è nella sua stessa condizione puo’ capirlo, l’oppio ha disegnato una linea sottile che lo divide dal mondo ordinario, che lo separa dagli affetti. “Seguo le sette regole che ci insegnano, non ho sentito dolore recentemente ma ho avuto la tentazione di rifumare. Pazienza e pazienza per riuscire, passo dopo passo siamo stati risucchiati dalla droga e è solo in questo modo che possiamo uscirne”.

Sattar racconta a gli altri compagni di percorso la sua storia e l’azione della droga: “I primi mesi li chiamiamo il “Golden Period”, perché lo sballo è forte e non ha grandi conseguenze sulla vita normale, ti senti due spanne sopra il livello degli altri. Si è felici ma dopo un pò l’effetto incomincia a svanire, e ci si ritrova due gradini sotto la gente normale. Così l’assunzione quotidiana diventa un modo per ritornare ad essere normali. Infatti senza la droga non ero in grado di uscire di casa e di andare a lavoro, ed è proprio in questo periodo che iniziai ad avvertire gli effetti collaterali e i danni dell’oppio. Ma se non lo usavo non potevo riconoscermi come essere umano, come parte della comunità in cui vivevo”.

Uscire dal circolo vizioso della droga dipende da molti fattori come spiega il dott. Gudarzi: “Dalla situazione socio-economica del tossicodipendente, dal supporto della famiglia, dalla società che lo circonda. L’uso di farmaci aiuta ad inibire lo stimolo fisico all’assuefazione, però gli ospedali e le cliniche hanno successo se riescono ad aiutare le famiglie a capire la situazione, fornire più informazioni, come trattare con i tossicodipendenti o come comportarsi con coloro che hanno lasciato la droga alle spalle. Bisogna dar loro un nuovo ruolo all’interno della comunità in cui vivono e lavorano, avendo fiducia nelle proprie capacità e aiutandoli a governare la propria esuberanza per evitare che tornino indietro”

L’attegiamente della società iraniana di fronte al problema della dipendenza da sostanze stupefacenti è diversa a seconda del luogo. “In un piccolo centro abitato la gente è più comprensiva, prova ad aiutare, proponendo nuove possibilità di lavoro e si fida dell’individuo, i paesini costituiscono una comunità più unita. Nelle grandi città dipende soprattutto dal supporto della famiglia. Purtroppo le persone ordinarie non hanno molta confidenza con i tossicodipendenti e tendono ad etichettarli e a diffidarne, però grazie al lavoro degli operatori sociali e dei media l’atteggiamento della società sta cambiando”.

Il dott. Gudarzi spiega che uno dei problemi è la differenza tra cliniche private e strutture pubbliche nel trattamento ai tossicodipendenti, nel primo caso i costi sono a carico del paziente, che viene seguito dall’ingresso fino all’uscita dalla struttura, negli ospedali pubblici, invece, i dottori sono tenuti a curare il tossicodipendente, ma la post-degenza in una struttura adatta al supporto psicologico è a discrezione del singolo soggetto.

Il consumo di oppio in Iran rimane alto perché per molte persone è l’inizio prima di passare ad altre droghe. “… normalmente ai consumatori abituali di oppio non piacciono le droghe sintetiche”, specifica Gudarzi. Per quanto negli ultimi anni il governo centrale abbia intensificato controlli, perquisizioni ed esecuzioni capitali per i trafficanti, il percorso rimane in salita e difficile da estirpare. Le nuove generazioni sono risucchiate dal circolo vizioso della modernità che li allontana sempre più da un paese che politicalmente e culturalmente non li rappresenta appieno.

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