Gli indiani d’Africa


Alias de Il Manifesto 27.02.2016

La città etiope di Jinka è quasi a ridosso del confine con il Kenia, è una tappa obligata per andare alla Valle dell’Omo, famosa per i Mursi, gli Hammar, gli Aari, i Banna e i Kara … tribù indigene il cui modus vivendi è rimasto ancorato a 9000 anni fa. Il venerdì è giorno di mercato a Jinka, molti membri delle tribù il approfittano per andare a Jinka a vendere i monili e le asce di legno e metallo. Vanno per acquistare ferro, cuoio, farina e beni di prima necessità, perché il consumismo e le comodità del mondo moderno in qualche modo sono entrati attraverso la paglia delle loro dimore. Anche i Mursi e gli Hammar comprano il katikala. Sotto il sole cocente tragurgidano un bicchiere dopo l’altro acquistandolo per un paio di birr (circa quattro centesimi di euro). La loro pelle scarnificata da tradizioni ataviche è imperlata di sudore alcolico, con fare tra il conciliante e lo sbronzo si mettono in posa per i turisti per qualche manciata di moneta locale che gli permette di bere per tutta la giornata. Molti residenti tollerano il loro comportamento perché li reputano vittime dei turisti che, durante itour, li trattano spesso senza rispetto e senza alcuna attenzione alla cultura locale. Continua …

I Mursi, gli Hammar, gli Aari, i Banna e i Kara vivono in capanne, macinano la farina con le pietre, praticano la pastorizzia e riti ancestrali, cacciano la selvaggina e seminano come gli antichi egizi dopo le alluvioni quando i fiumi si ritirano. I Mursi si distinguono per la loro fierezza e il loro orgoglio, sono famosi per la loro indole guerriera. I loro sguardi penetranti scavano nell’anima del faranji, gli stranieri bianchi, dall’alto della loro statura osservano con sguardi taglienti e profondi che incutono rispetto e timore. La lotta e il combattimento rappresentano un modo per mettere in mostra il proprio valore e aumentare il proprio prestigio all’interno della comunità. L’aggressività è uno dei loro tratti salienti che, purtroppo, con il katikala aumenta in maniera esponenziale. Nei loro villaggi è facile essere importunati se si è stranieri, è obbligatorio recarvisi solo accompagnati dalla guardia forestale per evitare di rimanere intrappolati in spiacevoli situazioni, anche perché i Mursi sono armati di kalashnikov, non solo di lance, importati dal vicino Sud Sudan e smerciati in mercati clandestini nella regione.

L’alcolismo è solo uno dei problemi dei Mursi, un’altra minaccia è costituita dai funzionari del Parco e dalla polizia locale che li rilegano nei confini circoscritti del Parco Nazionale dell’Omo (http://www.conservationrefugees.org/). L’accordo siglato dal governo centrale sulle modalità dei resettlement prevede che le persone che decidono volontariamente di essere rilocate  siano ricompensate economicamente. Tuttavia Gordon Bennett, avvocato e autore del libro “Aboriginal rights in international law”, in un suo articolo su “Think African Press”, rivela come gli accordi non  vengano affatto rispettati (http://thinkafricapress.com/ethiopia/gibeIII-omo-dfid-dag).

L’organizzazione no-profit “Cool Ground”, fusasi con il gruppo “Native Solutions to Conservative Refugees” per la protezione delle riserve naturali etiopi, descrive chiaramente come gli autocotoni, senza sapere né leggere né scrivere, siano costretti a firmare contratti con le proprie impronte digitali. Le terre confiscate raggirando le tribù vengono adibite alla coltura della canna da zucchero distruggendo completamente la fauna locale. L’agenzia inglese per lo sviluppo DFID e quella statunitense USAID, che agiscono nella regione, continuano a ignorare gli abusi perpetrati dalla polizia e da alcune guardie forestali alle varie tribù. Le ingiustizie denunciate dall’associazione umanitaria International Rivers (http://www.internationalrivers.org/files/attached-files/impact_of_gibe_3_final.pdf ) e da Cool Ground sono, tra le tante, negazione all’accesso agli approvvigionamenti alimentari, violazione dei diritti degli indigeni da parte delle autorità locali, stupri sulle donne, imprigionamenti forzati, uccisioni dei membri della comunità e sparizione del bestiame.

I rischi per le tribù vengono anche dalla diga Gibe III sul fiume Omo che dovrebbe essere terminata a fine anno. Secondo le stime del governo aumenterà la capacità produttiva agricola della regione, ma il rapporto non tiene conto delle conseguenze. (http://coolground.org/wp-content/uploads/2013/10/Plantation-Development-vs-Wildlife-Conservation-SO.pdf). Il governo britannico è il maggiore sponsor per la costruzione della diga ma sembra non valutarel’impatto ambientale che subirà l’ecosistema, le conseguenze del resettlement di circa 40.000 indigeni di diverse etnie e la loro futura sostenibilità. Le compagnie che beneficiano di questa situazione sono molte e di diversa nazionalità, investono massicciamente nel paese incentivate dagli sgravi fiscali che lo Stato etiope mette a loro disposizione. Così si possono trovare piantagioni di tulipani degli olandesi (soprattutto a nord nella regione vicino a Shashamane), o le fabbriche e le fattorie dei cinesi che ri-esportano i prodotti delle coltivazioni in patria, o ditte italiane e cinesi per la costruzione di dighe.

Fino a qualche anno fa erano in pochi coloro che si avventuravano nella Valle dell’Omo, una terra difficilmente percorribile con la macchina. Bisognava essere ben equipaggiati e viaggiare con un 4X4. Quando i torrenti erano in piena si potevano impiegare anche due giorni per arrivarci da Addis Abeba. Oggi il paese è all’inizio di un boom economico che sta invadendo tutta l’Africa, la strada asfaltata che porta a Jinka sarà terminata e con essa l’aumento dei turisti e degli investimenti. Il cambiamento degli stili di vita che s’intravede già all’orizzonte potrebbe mettere in pericolo l’esistenza delle tribù indigene, le quali dovrebbero invece essere inserite dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.

I Mursi e le altre etnie sono gli indiani d’Africa, l’ennesima vittima di un progresso che pensa solo al profitto e all’accaparramento delle risorse. Oggi bevono, mentre lo fanno vedono scomparire le proprie radici quasi senza accorgersene. Sebbene siano annebiati dal katikala, la consapevolezza di ciò che sta accadendo va a poco a poco prendendo piede e sfociando in scontri violenti con le autorità. Quella dei Mursi non sembra essere sul punto di arrivare alla situazione somala, ma se non s’interviene subito, sensibilizzando l’opinione pubblica internazionale, le diverse etnie della Valle dell’Omo saranno solo dei nomi da aggiungere alla triste lista dei popoli estinti.

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