Portare sempre una maschera


Alias de Il Manifesto 10.06.2017

Balla muovendo i fianchi in maniera sinuosa, muove la testa delicatamente mentre le braccia fluttuano nel vuoto immerse nel ritmo della musica, l’alcool acuisce la sudorazione ma si respira un’aria di rilassatezza e libertà. I lineamenti morbidi di Nasrallah, vengono addolciti dall’unica luce accesa della cucina che taglia di traverso la stanza e il suo sguardo cala come le lame delle forbici sugli occhi dei ragazzi. La festa è nel suo appartamento di Tehran, veste pantaloni a pinocchietto e una camicia bianca in stile persiano che gli aderisce sul corpo, è il suo trentunesimo compleanno, questa sera sarà la “principessa” della festa: “Fuori non siamo liberi, non c’è possibilità di esprimersi e di essere se stessi”, afferma prima di dar inizio alle danze, domani è un altro giorno, dopodomani andrà al lavoro come al solito vestito in giacca e cravatta presso l’azienda dove lavora e fa il contabile.

Alla spicciolata arrivano altri amici. Molte ragazze entrano in un’altra stanza per indossare minigonne e tacchi alti, eyeliner accentuati e labbra imperlate di rossetti brillantati. Hanno tutti tra i 23 e i 33 anni. La nuova generazione sembra essere più comprensiva di quella precedente, la rivoluzione ha ormai quasi 40 anni e l’Iran è costretto ad allentare la corda del controllo lasciando correre su ciò che accade nelle case dei privati.

Nasrallah è uno dei tanti omosessuali in Iran che vive nell’ombra, tra le mura domestiche si spoglia della maschera sociale imposta dal regime e cerca di essere se stesso. “Il clero politicizzato ha separato in maniera netta la vita privata e quella pubblica delle persone; questa strategia ha trasformato la casa in un rifugio di libertà, in uno spazio di controcultura clandestina, e la strada in un luogo di diffidenza reciproca” (Acconcia, Il grande Iran). Ma non sempre è così.

Solo chi vive da solo può permettersi il lusso di poter fare ciò che vuole in casa propria, e di conseguenza anche i suoi amici. Chi è costretto a convivere ancora con i genitori spesso è soggetto alle forte regole della famiglia patriarcale iraniana. Alcuni riescono ad ottenere la comprensione dei genitori che cercano di proteggere i figli omosessuali, altri rifiutano completamente la realtà costringendo i figli a “tornare sui propri passi” o addirittura a cambiare sesso. I transgender sono legalmente riconosciuti in Iran, lo stato esorta i gay a fare l’operazione altrimenti l’omosessualità è punibile con la pena di morte. ++++Nasrallah è uno dei milioni di giovani nati dopo la rivoluzione, ma la religione non accetta vie di mezzo, il limbo non è contemplato se non quello che Dio ha enunciato con il Suo verbo.

Così gli omosessuali sono una distorsione, un’anomalia che deve e può essere curata con medicine, sedute psichiatriche, elettroshock se necessario … altrimenti sono costretti ad una vita da emarginati. L’Iran è il secondo paese al mondo, dopo la Thailandia, per numero di persone che cambiano sesso (Wikipedia). Fu lo stesso ayatollah Khomeyni ad emanare una fatwa che permettesse il cambio di sesso nel lontano 1986; oggi chi cambia sesso viene riconosciuto legalmente con nuovi certificati di nascita e nuovi passaporti in base al cambio di genere scelto. Il problema fondamentale però non viene eliminato alla radice: la non accettazione del diverso. Spesso è la società, la famiglia e gli amici sono i primi a rifiutare la nuova realtà portando il soggetto ad emarginarsi.

Omid ha dovuto affrontare un lungo processo interiore per la sua omosessualità, un percorso che ovviamente prevedeva anche il rapporto con la società: “La mia famiglia in modo ufficiale non conosce la mia omosessualità, solo una delle mie sorelle ne è a conoscenza e mi ha accompagnato tempo fa da un dottore qui a Tehran per un consulto sul cambio sesso. Mia sorella mi è stata molto vicina in quel periodo per l’iter che volevo seguire. La mia famiglia è molto tradizionale, non ha studiato, e quindi l’omosessualità è una parola che neanche rientra nel loro vocabolario.”

Omid ha poi abbandonato l’idea di cambiare sesso: “Adesso non mi sento né gay né trans perché non sono come le trans di Tehran che si truccano pesantemente con rossetto e smalti … ma non mi sento un vero gay. All’epoca avevo deciso per l’operazione però non avevo ben capito cosa volevo essere, forse perché da tempo stavo vivendo una relazione e pensavo fosse la cosa migliore da fare. Nel corso degli anni ho visto che molti trans che hanno cambiato sesso non sono felici di quello che hanno fatto, soprattutto perché quelli che conosco sono costretti, nella loro nuova condizione, a prostituirsi e io non lo voglio. Non so se cambiando sesso sarei soddisfatto, essere uomo o donna non è solamente avere un organo sessuale o meno, è una condizione mentale”. Omid prende una leggera pausa e per un attimo guarda il suo riflesso sul vetro della finestra, poi i suoi occhi cadono su una fotografia. “In questa foto ho un abbigliamento molto femminile, ma la mia è una via di mezzo tra i due mondi, forse questa è la sessualità che più mi è vicina. Per strada potrebbero additarmi come transessuale però non mi sento parte di quel mondo, mi possono additare come gay e forse lo preferisco”.

La storia di Omid è rara nel panorama iraniano, ha avuto una relazione lunga 10 anni: “Sono felice per aver avuto un rapporto così lungo perché in Iran tra due uomini non dura neanche un anno. Abbiamo fatto il militare insieme per rimanere uniti e poi l’università, la nostra vita era all’unisono, convivevamo ed era come se fossimo sposati, ma non vedevamo un futuro. Purtroppo è finita anche se non abbiamo mai litigato, siamo sempre stati bene ma la sua famiglia l’ha obbligato a sposarsi”.

Negli ultimi due anni, dalla fine della sua storia, Omid ha sofferto di depressione, stati di stress e ansia, ma non si compiange: “Sono cose che vedo anche tra gli eterosessuali e quindi sono le stesse sensazioni che si provano quando una relazione finisce. Certo, succede più spesso agli etero, l’unica cosa che mi dà fastidio in Iran è come la gente guarda e giudica. In Iran si deve sempre indossare una maschera quando si esce in strada, al lavoro e in qualsiasi tipo di situazione pubblica. Ho lavorato in un posto statale ma il tipo di comportamento che dovevo tenere con il personale mi dava fastidio, non riuscivo a sopportarlo e per questo mi sono licenziato perché ho bisogno della mia libertà. Voglio vestirmi come mi pare, andare fuori casa vestito come voglio. Non ho mai avuto problemi per un appuntamento, per un funerale o per un matrimonio e per fortuna non ho mai avuto problemi con la polizia morale”. Ora Omid dipinge quadri nella sua piccola stanza arredata con gusto da interior design, ogni pennellata è una carezza al suo animo agitato e frustrato da un ambiente esterno ostile.

Non crede che ci siano stati grandi cambiamenti nella società iraniana, ma poi specifica meglio: “Le persone che mi hanno conosciuto e mi hanno capito ora hanno un’altra opinione sull’omosessualità. Non mi interessa quello che gli estranei pensano, me ne sono fatto una ragione, nel senso che dopo due tre volte che uno ti dice qualcosa alla fine ti scivola addosso; la cosa più importante per me non è come mi vedono le persone ma le relazioni interpersonali. Non posso dire che la società iraniana non sia migliorata sull’omosessualità, ma rimangono solo parole. Quando vado a cercare un lavoro che mi piace e per il quale sono adatto non mi accettano, che cosa vuol dire? Non ci sono stati grandi cambiamenti nella sostanza e nelle azioni della gente: molti sembrano essere tolleranti ma sono solo parole perché anche per fare il lavapiatti non mi prendono”

Sono pochi coloro che vogliono il cambio di sesso, le statistiche parlano del 29% di suicidi nei mesi successivi all’operazione. I dottori e gli psicologi del governo cercano di convincere i pazienti che dopo tutto sarà diverso, che saranno accettati dalla società, dalla famiglia e dagli amici ma nella maggior parte dei casi è proprio il contrario. Dopo l’operazione molti vengono risucchiati dalla spirale della prostituzione tramite il matrimonio ad ore consentito dal Corano secondo la visione sciita: ci si sposa, si va in albergo, si consuma, si paga e dopo un’ora il vincolo matrimoniale si scioglie in automatico.

Alcuni vanno a vivere all’estero, cercano di vincere borse di studio o attraversando il confine con la Turchia dove non è richiesto nessun visto per i cittadini iraniani. Così giustificano per studio o per lavoro la propria fuga agli occhi dei familiari. Ma trovare rifugio dalla possibile pena capitale che, nel paese di Erdogan, non è prevista per i Lgbt non significa riuscire a scappare dalle molestie e dal disprezzo omofobo molto radicato nella terra degli ottomani. “Non voglio andare via, cosa vado a fare all’estero? Ognuno va e rimane dove vuole, non mi interessa andare da un’altra parte perché sto bene qua”, afferma convinto Omid.

Sono in molti che combattono la propria battaglia contro la società, anche a costo di essere denunciati alla polizia morale del regime. Una volta sorpresi, sotto pressione alcuni sono costretti ad ammettere la propria sessualità e iniziare quel lungo cammino tormentato che porta al cambiamento di sesso. È una battaglia persa in partenza per coloro che si mostrano in pubblico.Bianco o nero, formalmente per le autorità statali e religiose è importante che non ci siano vie di mezzo, nessuna tonalità che non sia contemplata dal disegno divino.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...