Ahmed …


FOR ENGLISH VERSION LOOK AT THE END OF ITALIAN ARTICLE.

Ahmed era davanti alla televisione a guardare Al Jazeera il pomeriggio del 25 gennaio. Che si sarebbe stata la manifestazione era risaputo in tutto l’Egitto, la notizia rimbalzava da giorni su Facebook, su Twitter, sulle radio e sulle TV nazionali, ma nessuno si sarebbe immaginato che avrebbe avuto un portata di tali dimensioni: né la gente, né il governo, né gli organizzatori.

Ahmed vive in un appartamento in affitto al centro, a due minuti dal museo egizio, ma quel giorno era a casa dei suoi, a Heliopolis. È un tipo pacato, dai modi gentili e riservati, può sembrare schivo, ma se prende confidenza parla volentieri e ti riempie di informazioni attingendo dalla sua vasta conoscenza. Ha studiato medicina all’università ma è diventato linguista e professore di arabo in poco tempo presso istituzioni internazionali. Quando ha visto la folla che sullo schermo respingeva e faceva indietreggiare la polizia, non ha resistito, è dovuto tornare al centro, percorrere i quasi 20 km che lo separavano dagli altri manifestanti per unirsi a loro. È rimasto colpito dalle immagini della TV perché aveva capito che era qualcosa di diverso quello che stava accadendo sul ponte di Qasr el Nil, e voleva partecipare, essere parte di quell’evento, della storia del suo paese e forse dell’intera area del Medio Oriente. Non sono le sue labbra che parlano, ma i suoi occhi, è una luce che nasce dal profondo quella che emanano e che si propaga tutt’intorno.

Gira per la piazza da solo, incontra gli amici ma vive la rivoluzione a modo suo, come testimone degli eventi, forse per raccontare alle future generazioni quello che non deve essere dimenticato. La sera del 29 Ahmed è a Tahrir quando l’esercito è intervenuto in strada cercando di governare la situazione sfuggita di mano alla polizia e al governo. La gente si posiziona davanti ai carri armati, a centinaia, a migliaia. Molti vengono schiacciati sotto i cingolati, molti sono morti, altri solo feriti. L’esercito dispone soldati in file e secondo un ordine stabilito pur di guadagnare terreno. Una  strategia militare, ma la piazza diventa un simbolo, la gente non arretra, non ha più paura delle pallottole, dell’esercito, del regime … ne tanto meno della morte. È ferma lì, cantando le gesta dei manifestanti caduti sotto i carri armati. La nenia infonde un’energia dalla quale il popolo attinge forza, la stessa che i morti danno ai manifestanti per continuare a combattere per la libertà e per i diritti. Li chiameranno martiri, perché per i musulmani chiunque muoia per una giusta causa è un martire che si guadagna il paradiso, perché il vero musulmano sa riconoscere e rispettare sempre il suo fratello cristiano. In Occidente i martiri vengono chiamati eroi, forse non vanno in paradiso, ma vengono sempre ricordati come gli egiziani che manifestano nelle strade oggi. Davanti a tanta gente disposta al sacrificio l’esercito batte in ritirata per ritornare a pattugliare e controllare la piazza in un secondo momento. Dal punto di vista di Ahmed i militari hanno perso, il governo ha perso, e Mubarak deve andarsene. Ma sarà tanto facile?

Per giorni continua il suo peregrinare solitario nella piazza Tahrir circondata da carri armati. La mattina di mercoledì 2 febbraio i genitori lo chiamano allarmati dalle notizie che giungono dalla TV. Il padre lo prega di non uscire di casa perché i manifestanti pro-Mubarak sono confluiti nella piazza e stanno creando confusione, la situazione sta degenerando. Ahmed lo rassicura che rimarrà a casa, ma appena chiude il telefono scende in strada … descrive la brutalità sistematica con la quale l’altra fazione a favore del rais si scaglia sui manifestanti. Sono poliziotti in abiti civili mischiati a evasi dalle galere arruolati nella milizia. Si beccherà una pietra sulla testa una pietra grande quanto un pugno, rimarrà stordito, ma riuscirà ad andare all’ospedale arrangiato da volontari nella stessa piazza della Liberazione. Gli cuciranno tre punti sul lato destro. Non saranno sufficienti per abbandonare la lotta, solo la voce della madre il giorno successivo lo toglierà dalla piazza. Neanche lui riesce a spiegarselo mentre racconta. La madre lo chiama dicendogli che in sogno lo ha visto ferito, è un filo impercettibile che unisce la madre con il proprio figlio. Le conferma i suoi timori, così lei lo prega di tornare a casa a Heliopolis con quel tono di voce che tocca qualcosa nell’animo e che solo le madri posseggono. Capisco dal volto stupito di Ahmed che non mente.

Venerdì 4 per la prima volta Ahmed non partecipa alla chiamata del milione, rimane a casa con la famiglia per qualche giorno. Poi martedì 8 febbraio la folla aumenta di minuto in minuto e l’urgenza di non abbandonare la battaglia e il suo popolo prende il sopravvento. Torna al centro, perché come ha detto a sua sorella minore che vive in Germania, questi sono eventi che capitano una volta sola nella vita, e lui vuol tornare a occupare quel posto che la storia gli darà insieme a altri milioni di egiziani.

Dopodomani, venerdì 11 febbraio, è stata chiamata la grande raccolta. Da tutte le parti del Cairo, soprattutto da Giza e Shubra, verranno i manuali delle classi meno abbienti. Questa volta la tattica sarà diversa e l’esercito dovrà prendere posizione. I manifestanti sono stufi dei soldati, più passa il tempo e più sono mal tollerati e visti come parte del regime. Controllano la piazza e appoggiano il governo per far tornare la vita alla normalità, spacciando al mondo intero che in fondo le manifestazioni sono solo una piccola protesta che finirà nel dimenticatoio. Ma gli organizzatori hanno in serbo una strategia multipla.

Primo. Dal 9 febbraio sono iniziati scioperi simultanei in diversi settori per colpire il governo: 6000 portuali del canale di Suez hanno incrociato le braccia, paralizzando l’altra entrata economica principale del paese insieme al turismo. Domani sciopereranno quelli della pubblica amministrazione, il successivo giorno lavorativo quelli aeroportuali e così via.

Secondo. Nuove città si sono unite al movimento di protesta soprattutto nella zona delle oasi che per quanto isolata non è rimasta indifferente a quello che succede nel resto del paese.

Terzo. Venerdì ci sarà la grande mobilitazione per occupare o solo per circondare il parlamento, la casa presidenziale e quella del consiglio dei ministri. La gente si sposterà in massa dalla piazza Tahrir verso questi obiettivi, allora i militari dovranno prendere definitivamente una decisione: lasciar defluire la gente o bloccarla. Nella visione di Ahmed, nel secondo caso i soldati si troveranno ad affrontare i manuali sopramenzionati che a suo dire fomenteranno la rivolta, e forse i militari sanarro costretti ad aprire il fuoco, trasformando la manifestazione pacifica in una repressione violenta. Spera di essere nel torto, ma teme il contrario. Se accadrà, sarà il caos fino a quando qualche generale non si farà avanti per bloccare questo bagno di sangue di innocenti e derelitti, e forse solo allora Mubarak sarà costretto a destituirsi. La chiama tattica dell’escalation, e tutti saranno martiri, perché ormai gli egiziani non hanno più paura e i manifestanti sanno di essere diventati il lato forte dello scontro.

Quarto. Fare in modo di non stancare l’opinione pubblica mondiale; se accadesse, tornerebbero a essere il lato debole.

Quando terminiamo l’intervista squilla il telefono, suo padre gli dice di tornare a casa a Heliopolis, ma ormai la sua autorità non ha più alcun potere sul figlio che cerca di costruire un futuro e un paese migliore. Ahmed risponde che non può abbandonare tutto ora, il genitore gli raccomanda di stare attento.

Molte ambasciate riaprono, molti amici italiani e stranieri che sono fuggiti pochi giorni fa sembrano che ritornino la prossima settimana, anche per un amico che lavora per le NU è previsto il rientro questo lunedì. Non so se Ahemd avrà ragione, se i militari lasceranno passare la folla o se apriranno il fuoco. Non so se Mubarak si dimetterà senza spargimento di sangue o se passeranno mesi. Ahmed dice che una persona che ruba 70 miliardi di dollari e lascia 25 milioni di concittadini nella miseria e altri 10 a morire di fame, è una persona troppo cinica che non cambierà mai e non si curerà mai di qualche pezzente che muore in strada … non so se Ahmed è troppo permeato dal fervore rivoluzionario, so solo che venerdì è dopodomani e l’Egitto avrà la libertà o una dittatura peggiore.

ENGLISH VERSION

Ahmed was in front of the television watching Al Jazeera in the afternoon on January 25th. That there would have been a demonstration was well known throughout Egypt, the news was bouncing for day on Facebook, on Twitter, on radio and on national TVs, but no one would have expected that would have been so huge: nor the people, nor the government, nor the organizers.

Ahmed lives in a rented apartment in downtown, two minutes away from the Egyptian museum, but that day he was at his family’s house in Heliopolis. Ahmed is a calm, mild-mannered and reserved man, he can seem averse, but if he takes confidence, he will talk about about any topic picking up subjects from on his vast knowledge. He studied medicine in the university but he decided to become a linguist and a professor of Arabic language at international institutions in Cairo. When he saw the crowd on the screen pushing back the police, he could not resist, he had to return to downtown, going along the nearly 20 km that separated him from other protesters to join them. He was struck by the images on TV, because he understood that there was something different going on in Qasr el Nil bridge. He wanted to participate, to be part of that event, to be part of the history of his own country and perhaps the entire Middle East area. It’s not his lips that are speaking, but his eyes, it is a light that comes from deep inside and which spreads all around.

He starts to go around the square randomly, meeting friends, but mostly living the revolution his own way, as a witness of the events, perhaps to tell the future generations something that it should not be forgotten. On the evening of January 29th, Ahmed is in Tahrir when the army intervened into the streets trying to govern the situation sliped out of the police’s and government’s hands. The People stands in front of tanks, hundreds, thousands. Many are crushed under the tracks, many have died, others injured. The army deploys soldiers in rows to gain ground. A military strategy, but the square becomes a symbol, people did not retreat, they are not afraid of bullets, neither the army nor the regime … nor even from the death. They stop there, singing the deeds of the protesters died under the tanks. The dirge infuses energy to the protesters who will continue the fight for freedom and for their rights. The dead will be called martyrs, because for Muslims, anyone who dies for a fear cause is a martyr who earns heaven, because the real Muslim can recognize and respect his Christian brother. In the West, the martyrs perhaps are called heroes, probably they are not going to the heaven, but they are always remembered as the Egyptians who are protesting in Cairo’s streets today.  The army was facing so many people willing to
sacrifice then it was forced to withdraw for the moment, but returning to patrol and to check the square at a later time. From Ahmed’s perspective the military has lost, the government lost, and Mubarak has to go. But will be so easy?

For days, Ahmed continues his lonely wandering in Tahrir Square surrounded by tanks. On the morning of Wednesday, February 2nd, his parents call him alarmed by the news on TV. His father begs him not to leave his flat because the pro-Mubarak protesters have converged in the square and they are creating confusion, the situation is degenerating. Ahmed reassures him that will remain at home, but just after hanging the telephone, he is down in the street … he describes the systematic brutality used by the rais’ faction to lash out at the protesters. They are policemen wearing civilian clothes and prisoners escaped from the jail enrolled in Mubarak’s militia. Ahmed will get hit on his head by a stone as big as a hand, he will remain stunned, but he will manage to go to the hospital arranged by volunteers in the same Liberation square. He will get three stitches on the right side of his head. They will not be enough for him to give up the struggle, only the mother’s voice the following day will take him away from the square. Ahmed cannot explain it meanwhile he is narrating. His mother calls him asking if he got injured, probably it is an invisible spin that joins the mother and her son. He confirmed her fears, so she begs him to return home to Heliopolis with that tone of voice that touches something in the soul, and that only mothers have. I understand from the astonished Ahmed’s face that he is not lying.

Friday 4th is the first one which Ahmed does not participate for million’s call into the square, remains at home with his family for a few days. Then on Tuesday, 8th February, the crowd grows minute after minute, the feeling of not abandoning the battle and his people takes over. He is back to downtown, because, as he told his younger sister who lives in Germany, these are events that occur only once in life, and he wants to return to occupy the place that history will give him together with other millions of Egyptians.

The day after tomorrow, Friday, 11th, the protesters call for the greatest gather to overcome the million people. From all parts of the Cairo, especially from Giza and Shubra, the manual labourers of the lower classes will join. This time the tactics will be different and the army must take a stand. The protesters are fed up with the soldiers, more time passes and more are less tolerated and viewed as part of the regime. They control the streets and support the government to return to normal life, they seel off to the rest of the world that after all, the manifestations in Cairo are only a small protest that will fall in oblivion. But the organizers have a multiple strategy.

First. Since February 9th, there will be several simultaneous strikes in different public sectors which will hit the government’s strength: 6000 dockworkers from Suez’s Canal will strike, paralyzing the other main economic input of the country, together with tourism, the Suez Canal’s tolls. Tomorrow instead, the PA will strike, the next working day as airport’s employees and so on.

Second. New cities have joined the protest movement, especially in the oasis’ areas that, even though are isolated, they still are not indifferent to what is happening in the rest of the country.

Third. Friday 11th, according to the organizers, there will be a huge mobilization to surround the parliament, the house of the government and the presidential’s residency. The people will massively move from Tahrir Square to these objectives, then the military should definitely take a decision: to let the demonstrators go, or to block them. In Ahmed’s view, in the second case the soldiers will face the dockworkers mentioned above, who, according to him, will fuel the revolt, and perhaps military will be forced to open fire, turning the peaceful demonstration into a violent suppression. He hopes to be wrong, but fears the opposite. If it happens, it will be the chaos until some general will not come out to stop this bloodshed of innocent and helpless, and perhaps only then the army will force Mubarak to resign. He calls it the escalation’s tactic and then, everyone will be martyrs, because now the Egyptians are no longer afraid and the demonstrators know they hold the strong side of the battle.

Forth. They have to take care not to tire the world’s public opinion, if happens, the will step back to being the weak side.

When we finish the interview, the phone rings, his father tells him to go back home in Heliopolis, but now his authority has no longer power over his son who is trying to build a future and a better country. Ahmed replies that he can not give up now, for his father there no other choice than recommend him to be careful.

Many embassies reopen, many Italian and foreign friends who are fled few days ago seem to come back next week, even a friend of mine who works for the UN in Cairo is expected to return this Monday. I do not know if Ahemd will be right, if the military will allow the crowds to go to the parliament or if they will open fire. I do not know if Mubarak will resign without bloodshed or months will pass. Ahmed said that a person stealing 70 billion dollar, and leaving 25 million citizens in poverty and 10 others to die of hunger, he is a too cynical person who will never change and will never be careful of some beggar who died on the road … I do not know if Ahmed is too permeated with revolutionary fervour, I just know that Friday is the day after tomorrow and Egypt can be free or a worse dictatorship.

2 thoughts on “Ahmed …

  1. Pingback: Articoli sull’Egitto « AltroMe

  2. Bravo, Vincenzo!

    This is a wonderful account. I feel as if I’m once again in Midan Tahrir, witnessing what I cannot since I’m comfortable in America, eating hamburgers and contributing in my humble manner to the worldwide American-Jewish domination. But in all sincerity I’m very glad that you’ve taken the time to describe Ahmed’s contribution to the revolution. He was a damned good Arabic teacher, and now he’s clearly a son of Egyptian liberty.

    Francis

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