Alias Il Manifesto – Hossama El Hamalawy (24 marzo 2012)


PDF Alias su Hossama El Hamalawy

Hossam El Hamalawy proviene da una famiglia dove la politica è impressa nei geni, così fin ha potuto assorbire i semi dell’attivismo fin dall’infanzia. Le sue idee e la sua voglia di libertà le ha messe a servizio della gente attraverso il suo blog, uno dei più seguiti nel panorama egiziano, dove attingono informazioni la BBC e Al Jazeera, due dei maggiori media internazionali che hanno stabilito una speciale relazione con Hamalawy per poter accedere a informazioni che altrimenti sarebbe difficile raggiungere.

Hamalawy durante l'intervista insieme a Laura Cappon

A maggio del 2011 ha criticato apertamente in TV l’operato dei militari egiziani che stavano riportando indietro quella rivoluzione che pochi mesi prima era stata capace di rimuovere Mubarak, mostrando il coraggio di andare controcorrente rispetto all’intera nazione, e denunciando le mosse sporche dei generali che continuavano a incarcerare i giovani attivisti sottoponendoli a processi militari.

Nel 2000 fu arrestato per aver rimosso la bandiera americana dalla sede dell’omonima università, come gesto simbolico in solidarietà alla questione palestinese. Forse quell’esperienza ha inspessito il suo carattere infondendogli determinazione per continuare il suo attivismo ancora più convinto.

Per cancellare ogni equivoco e riappropriarsi della rivoluzione egiziana, ha scritto sul proprio blog: “La rivoluzione non sarà tweettata!”.

“Da quanto tempo lavori come giornalista?”

“Dal 2002, quando mi sono laureato in Economia, collaboro con testate sia in Egitto che  all’estero: Bbc, Al Jazeera, CNN … Ora lavoro prettamente come fotografo free lance e blogger socialista”

“Quale tappa importante ha permesso al tuo movimento di avere un grande impatto sulla rivoluzione egiziana?”

“Sostanzialmente il movimento Socialista Rivoluzionario (SR) era l’unico gruppo superstite alla caduta della sinistra egiziana nel 1990; gli attivisti socialisti erano i soli focalizzati contro il regime di Mubarak, e gli unici veramente solidali con la questione palestinese. Il movimento, di stampo trotzkista è iniziato alla fine degli anni ’80; appartengo alla seconda generazione del movimento, quella che ha cercato di rivitalizzare la sinistra. Abbiamo preso parte a questa rivoluzione già prima dello scoppio effettivo, attraverso marce contro il regime e presidiando le piazze, le fabbriche e i campus universitari”

“Quale è il tuo miglior ricordo della rivoluzione?”

Hamalawy durante l'intervista insieme a Laura Cappon

“Il Venerdì della Rabbia (28/01/11). Vedere gli aguzzini della polizia pisciarsi sotto e scappare è stato qualcosa di straordinario. La polizia in Egitto non è come negli altri paesi, è composta da torturatori, da violentatori, da aguzzini, da ladri … sono i più grandi criminali che abbiamo in Egitto, sono come la mafia … e vederli sconfitti a livello nazionale dalla gente comune, è stato qualcosa di unico”

“Usi Tweeter, il blog e Facebook, che ruolo hanno avuto nella rivoluzione per la mobilitazione della gente?”

“Questa non è una rivoluzione fatta da internet e da Facebook, anche se i social network sono stati usati dagli attivisti come me per la diffusione delle informazioni di ciò che facevamo in strada. Le idee non partono da FB alla piazza, ma nel senso contrario. Ci sedevano e discutevamo un argomento, usando la sfera online per diffonderlo. Molte persone all’estero pensano l’opposto, ma è un fraintendimento. C’è la tendenza a dimenticare che esiste un matrimonio ufficioso tra media e quelli “non ufficiali”. Mi spiego meglio. Per esempio su Tweeter ho 64000 follower, ma che cosa sono in confronto a 85 milioni di abitanti? Niente. La forza dei social network è dovuta al fatto che i giornali internazionali ci monitorano, quindi se scrivo su Teewter molto probabilmente il messaggio andrà a Al Jazeera, ciò significa che sarà fruibile a un network di 100 mln di persone, lo stesso vale per Reuters, o altri canali”

“Pensi che lo sciopero generale de l’11 febbraio 2012 sia stato un successo?”

“Non è il primo sciopero generale che abbiamo avuto in Egitto. Il primo fu nel ’77, e l’altro è stato a febbraio del 2011, che ha permesso la caduta definitiva di Mubarak. In entrambi i casi gli scioperi sono stati spontanei, perché non esistevano dei sindacati uniti che potevano chiamarlo, né un partito politico forte radicato nel territorio e nelle fabbriche. Gli scioperi dello scorso anno non sono avvenuti perché li abbiamo chiamati su Facebook, ma sono legati agli avvenimenti dell’aprile 2008, quando arrestarono molti sindacalisti nelle fabbriche per evitare che lo sciopero avesse corso. Anche se siamo riusciti a mobilitare 2 mln di persone, sono sempre numeri irrisori, che non costituiscono una grande forza. In anticipo avevamo detto che, come movimento SR, lo sciopero avrebbe avuto successo nelle università, mentre era abbastanza atteso che non avrebbe avuto presa sui lavoratori. Ciò non significa che sia la fine di tutto il movimento; se l’idea dello sciopero rimane in alcune sacche residue, le cose con il tempo si diffonderanno e traboccheranno, allora avremo il successo dello sciopero generale”

Hossama El Hamalawy

“Cosa pensi per il futuro del paese dopo l’accordo per il candidato alle elezioni presidenziali tra i FM e lo SCAF? E della sconfitta elettorale della sinistra?”

“Noi abbiamo boicottato le elezioni come SR non perché sapevamo che al 100% la maggioranza del parlamento sarebbe stata islamica; anche se avessimo portato il 100% di socialisti in parlamento non sarebbe cambiato nulla. Tutte le rivoluzioni nel mondo devono andare incontro a un periodo di transizione, ma allo stesso tempo esiste una domanda: chi gestisce e dirige questo periodo? Sono i generali militari di Mubarak che cercano di salvare il vecchio regime, per reinventarsene uno nuovo, come accadeva nel sistema turco, dove si potevano eleggere politici, premier, presidenti, ma non era permessa nessuna intrusione negli affari dei militari. Non si può discutere il loro budget, non si può richiamare la responsabilità dei generali, e più importante, non si può esonerarli dal controllo dell’economia egiziana. I militari ne controllano dal 25% al 40%: producono pasta, posate, petrolio, cemento … missili. È molto difficile scalzarli da questa gestione dell’economia e convertire l’esercito in uno professionale. Quindi, non conta niente avere il 100% del parlamento formato da membri del SR, o avere la carica di presidente della repubblica. Non si possono avere elezioni libere finché i militari sono al potere! Bisogna continuare la rivoluzione e rovesciare i generali, allora potremo sederci per scrivere una nuova costituzione, per discutere, per avere elezioni veramente democratiche”

“Cosa può insegnare lo spirito di Tahrir al comunismo del 21° secolo?”

Hossama El Hamalawy

“Quando le persone ascoltano la parola “comunismo”, normalmente pensano all’Urss che, al pari di Cina o di Cuba, è stato una sorta di capitalismo di Stato, niente a che vedere con il socialismo. Vogliamo la democrazia diretta, il controllo delle fabbriche da parte dei lavoratori, mediante l’autogestione; non vogliamo burocrati dei partiti per gestire lo Stato. Molte persone all’estero recepiscono un messaggio sbagliato di Tahrir: convogliare milioni di persone in piazza per far cadere il regime. Non  abbiamo rimosso Mubarak grazie a Tahrir, ma attraverso gli scioperi generali che sono scoppiati in diverse città il 7, 8, 9 e 10 febbraio 2011. Se fosse stato solo per Tahrir Mubarak sarebbe potuto rimanere molto più a lungo”

“Come stanno facendo i militari nella situazione attuale?”

“Sì, senza ombra di dubbio. Ho parlato con altri attivisti all’estero, seguiamo gli eventi degli Indignados in Spagna e Occupy Wall Street e supportiamo ogni forma di resistenza, perché crediamo che nessuna rivoluzione può avere successo solamente in un paese, per questo dobbiamo diffondere la rivoluzione anche fuori, altrimenti saremo abbandonati e isolati dalla comunità internazionale. Vedo speranza in questi due movimenti, ma allo stesso tempo credo non dovrebbero limitarsi alla sola piazza …”

“Ma anche Tahrir non è diventata una bolla separata dal resto del paese?”

“Per alcuni attivisti la rivoluzione è solamente Tahrir, quindi il termometro del successo della rivoluzione è quante più persone riesci a portare in piazza. Quindi se chiamano una mobilitazione di un milione in piazza e arrivano solo in 2000, i media pensano che la rivoluzione abbia fallito, ma non per quegli attivisti come me, che anche durante i 18 giorni di occupazione dicevamo che bisognava portare Tahrir alle fabbriche, alle università, fuori dalla piazza!”

“Perché il movimento ha fallito? Quali sono stati gli errori?”

“Si può parlare di fallimento quando la rivoluzione è terminata, ma abbiamo ancora 3-4 anni davanti prima di dire la parola fine. Se mi ponessi questa domanda il prossimo anno, allora potrei dirti a che punto ci troviamo, ora è ancora troppo presto. Il problema è che ancora il regime precedente non è terminato, quindi non crediamo che nessun tipo di elezioni e nessun processo transitorio possa andare avanti fintantoché i militari sono ancora in carica. Questo perché non c’è un partito nel paese tanto forte e radicato che possa mobilitare le masse. È già un miracolo che questa rivoluzione sia accaduta, anche se c’erano tutti i presupposti da renderla inevitabile”

“Come la rivoluzione e i partiti politici possono liberarsi  di un potere che è radicato dal 1952?”

“La nostra strategia come SR è nel medio periodo, speriamo per la fine dell’anno di avere al minimo un’organizzazione politica  di 20-30000 attivisti presenti nelle fabbriche. Inoltre è assolutamente necessario continuare nella costruzione di un forte sindacato indipendente: solo la classe lavoratrice insieme a un forte sindacato possono veramente fottere i generali”

Hossama El Hamalawy

“Come arginare le contromosse dell’esercito e i processi militari ai civili?”

“Siamo sotto attacco, i militari ci demonizzano dicendo che i SR sono dietro le violenze nel paese, che siamo agenti della Cia o di Mubarak … Collaboriamo con il gruppo “No ai processi militari” che si batte tenacemente per questa causa. Siamo arrivati a un punto in cui possiamo esporre e sensibilizzare la gente su quello che sta accadendo, ma la verità è che non si possono fermare i processi militari, né che le persone vengano uccise a Tahrir o nelle fabbriche fintantoché è l’esercito a comandare. L’unico modo per fermarlo è mandarlo a casa … siamo in una battaglia, anzi, in una guerra”

“Quanto è importante il controllo dei media in un paese come l’Egitto dove il 30% è analfabeta?”

“Il nostro giornale settimanale, The Socialist, ha pubblicato un articolo molto interessante che spiega che non saremo capaci di abbattere e di sconfiggere i media mainstream fino a che il vecchio regime è ancora in vita e occupa tutti i posti chiave. Masbiro (la TV di Stato) crollerà solo quando il regime cadrà; fino a quel momento, i principali media avranno il pieno controllo delle informazioni. Quello che proviamo a fare, nel senso gramsciano, è combattere per le idee in base alle nostre possibilità per spostare la bilancia il più possibile dalla nostra parte per creare un ambiente dove ci possiamo organizzare e  discutere. L’unica contromossa che possiamo fare è la controinformazione  attraverso i nostri canali: con i cellulari, perché il 97% degli egiziani ne possiede uno, e internet che sotto l’aspetto visivo dà un’idea chiara di quello che sta accadendo nel paese. Esiste uno piccolo spazio di manovra dentro alcuni media mainstream privati dove possiamo agire”

“Pensi che sia stato un errore politico abbandonare Tahrir a febbraio 2011? Non avevano ragione gli attivisti nel volere le elezioni direttamente a marzo 2011?”

“Non so se sia stato giusto o sbagliato, ma chi ha ordinato di lasciare la piazza? Hossam El Hamalawy? I FM? Non c’era un leader in grado di farlo. Cosa abbiamo fatto durante i 18 giorni prima della caduta di Mubarak è stato prendere decisioni attraverso blocchi, i quali incominciavano a mobilitarsi per inerzia, infiammando di volta in volta il momento e trasportando tutta la piazza. I blocchi più grandi, come quello dei Fratelli, che hanno annunciato alla TV che lasciavano Tahrir, sono stati seguiti da molti, chi era restato è rimasto spaesato e quindi ha seguito la massa. Anche se ci fosse stato uno che decideva di rimanere, in quanti lo avrebbero seguito? Ritorniamo sempre allo stesso punto: non siamo abbastanza radicati dentro la società”

“Quindi “uscire dalla piazza” per diffondere le proprie idee?”

“C’è la consapevolezza della necessità di farlo, ma le intenzioni non sono sufficienti. Sono dell’idea di fare un grande sciopero generale, ma lo dice qualcuno che appartiene a un movimento minoritario nel paese. Quello che possiamo fare è una strategia a medio termine, costruendo giorno dopo giorno, alla fine dell’anno tireremo le somme. Ci uniremo a Tahrir, chiameremo uno sciopero generale dei trasporti, quindi delle fabbriche, dei posti pubblici … ma abbiamo bisogno di organizzazione, non solo di consapevolezza”

“Può una rivoluzione avere successo quando il resto dei paesi a livello mondiale adotta sistemi politici differenti?”

“Certamente è difficile, soprattutto perché l’Occidente non può perdere l’Egitto, perché significherebbe la perdita di Israele, del Canale di Suez e di tutto il Medio Oriente, per questo sono sicuro che la Cia e i servizi segreti occidentali cercano di fottere questa rivoluzione”

“Pensi che la decisione dei FM di non appoggiare la piazza lo scorso novembre 2011 abbia creato una frattura con una parte del paese che pagheranno in futuro?”

“La frattura esiste non solo con la società, ma all’interno della loro organizzazione, in particolar modo con i giovani membri. La Fratellanza è una struttura mastodontica, con all’interno moltissime divisioni,  invisibili da fuori, ma ci sono, la rivoluzione le ha solamente accentuate. Il 25, 26 e il 27 gennaio (2011) i Giovani FM erano con noi in strada, mentre gli anziani si sono decisi solo il 28, quando ormai era chiaro che in piazza ci sarebbe stata un’onda umana. Da allora i FM  hanno preso parte alle proteste solo due volte fino ad oggi”

“Quindi come vedi l’implementazione di una politica neo liberale da parte dei FM, la stessa che ha portato il paese al baratro con Gamal Mubarak?”

“I leader dei FM sono tutti imprenditori, miliardari, come Khair Shatir. Incontrano e hanno relazioni con i corrotti della Camera di commercio egiziana e con il presidente della banca mondiale … sono tutti segnali di non cambiamento. Credo che a lungo termine questi sono comportamenti che porteranno a una disillusione da parte della gente nei confronti dei Fratelli. Le persone hanno creduto che i FM avrebbero portato giustizia sociale, questa è la cosa principale e non i contatti con i potenti della terra”

“Che ruolo ricopre la fotografia nel tuo lavoro di blogger?”

“La mia prima esperienza di fotografo nella blogosfera è stata nel 2006 con il movimento Kifayya fotografando l’assalto dei poliziotti contro i manifestanti. Sono convinto che esiste il bisogno di visualizzare gli eventi, è il miglior modo per diffonderli e causare un effetto domino. La fotografia è un ottimo mezzo per mobilitare la gente, e per smuovere le coscienze, sia in Egitto che all’estero. Nel 2007 parlando con i lavoratori in sciopero, mi dissero che si erano mobilitati perché avevano visto le immagini della rivolta a Mahalla. Caricando le mie foto su internet e condividendole con la maggior parte di persone possibili si può creare il pathos, perché una foto può spiegare meglio di 1000 parole”

“Come ti ha formato l’esperienza in prigione nel 2000?”

“Quella prima volta fu la peggiore. Ero nel sindacato studentesco e manifestavo in solidarietà alla causa palestinese. I servizi segreti di Mubarak, mi rapirono e mi tennero in “cattività” per 4 giorni. Fui torturato la prima notte, mi strapparono i vestiti di dosso e mi bendarono. Mi buttarono dentro una stanza dove fui interrogato da un gruppo di ufficiali; rispondevo solamente alle domande personali, mentre alle altre dicevo che avrei parlato solo in presenza del mio avvocato. Cercavano di indebolirmi psicologicamente picchiandomi in testa continuamente per poi smettere all’improvviso, lasciando solo vuoto e silenzio totali intorno a me, legato e bendato senza che nulla accadesse; poi di colpo si sentiva uno stridore metallico, per darmi l’idea che da un momento all’altro avrebbero ripreso le torture. Mi minacciavano dicendomi che mi avrebbero violentato e seviziato, che avrebbero fatto lo stesso a tutta la mia famiglia. La prima notte non mi fecero dormire; a un certo punto collassai ma qualcuno mi fece rialzare prendendomi a calci. È andato avanti per 4 giorni”

“Perché il tuo nome d’arte è 3Arabawy?”

“All’inizio della mia carriera lavoravo in un blog chiamato “The Arabist”; due mesi più tardi ho deciso di aprire un mio blog con lo stesso nome in arabo, ma la traduzione (Mustaarib) ha una cattiva connotazione in arabo, perché è così che chiamano le unità israeliane che si infiltrano vestendosi come i palestinesi per poi assassinarli. Così ho deciso di mettere un nome a metà tra le due lingue”

“Nel 2003 durante le proteste pro-Palestina hai paragonato Mubarak a Sharon … e Tantawi?”

“A Hitler!!!”

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