Articolo pubblicato sul Manifesto – La rivoluzione sospesa


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Piazza Tahrir. Febbraio 2011

Era il 1990 quando Alaa Al Aswani si vedeva rifiutata la pubblicazione del suo libro. La commissione di censura aveva bocciato il testo, troppo in là rispetto ai tradizionali canoni egiziani: corruzione politica, tangenti, omosessualità, estremisti religiosi … un po’ eccessivo per le povere orecchie del censore. Ha dovuto attendete più di dieci anni prima di veder pubblicato “Palazzo Yacobian” in Egitto: era il 2002 quando irrompeva prepotentemente nel mercato egiziano. Il successo è stato immediato in tutto il Medio Oriente, non lo avrebbe ottenuto se non fosse stato in grado di toccare la sensibilità delle popolazioni arabe, avendo il coraggio di trattare argomenti che potevano sembrare tabù.  “Palazzo Yacobian” è stato tradotto in francese, in inglese e altre 14 lingue che hanno piegato definitivamente il governo e la censura egiziana.

Le denunce di Al Aswani partivano da molto lontano e colpivano nel segno l’ex regime di Mubarak. Era diventato un artista scomodo, non solo per i suoi scritti che smascheravano un Egitto fatto di povertà, di soprusi e ingiustizie, dove i benestanti si alienavano dal resto della popolazione rinchiusi in città satelliti, ma anche perché era riuscito a dare voce a quei tanti milioni di giovani della generazione Facebook che non s’identificavano affatto con l’Egitto descritto dai media di stato.

Il successo dei suoi libri non era sufficiente a far crollare il sistema di Mubarak denunciandolo e attaccandolo apertamente, così nel 2006 diventava cofondatore del movimento Kifaya (Basta) per il cambiamento, in aperta opposizione al regime precedente. Al Aswani è un attivista già da molti anni, ed è stato uno di quegli artisti che durante la rivoluzione era a Tahrir quotidianamente. Ha i lineamenti distesi rispetto ai giorni di gennaio. Per comprendere il suo pensiero bisogna andare dietro nel tempo.

“Come ha influenzato la sua scrittura l’esperienza in USA? Sarebbe comunque divenuto uno scrittore?”

“Sono sicuro di sì, era il mio sogno da quando avevo 11 anni …

Sono stato in contatto con la cultura occidentale dai tempi della scuola, però l’America è differente. La politica estera americana mi trova completamente in disaccordo, spesso la considero criminale, l’aspetto sorprendente è che gli stessi cittadini statunitensi la ignorano, è decisa da una lobby ristretta che muove i fili del Segretariato di Stato. La cultura americana è incentrata sul raggiungimento del successo: come superare le difficoltà, come concentrarsi, stabilire l’obiettivo personale e imparare a essere in una competizione continua … lavoro, lavoro e lavoro … si è liberi in America, ma la solitudine è perennemente con te. Ho imparato che anche in una società ricca la gente può non essere felice, come ho descritto nel romanzo Chicago”

“Quanto è stato impegnativo parlare delle questioni come la corruzione politica, il controllo militare, i tabù come l’omosessualità e la violenza nel romanzo “Palazzo Yacobian”? Aveva dubbi sulla reazione degli egiziani?”

“La scrittura è uno spazio libero dove la paura è agli antipodi. Se si calcolano le reazioni, non si direbbe la verità. Scrivere romanzi è un’esperienza unica, perché creando i personaggi, ad un certo punto questi si liberano dalla mia volontà e prendono una loro strada, li seguo attraverso lo schermo della mia immaginazione”

Tahrir. Febbraio 2011 prima delle dimissioni di Mubarak

“Si aspettava una qualsiasi forma di ostruzionismo dalla censura egiziana?”

“Ufficialmente non esiste una censura per i libri in Egitto, ma ciò non vuol dire che non ci sia. Mi è stato rifiutata la pubblicazione del primo libro per ben tre volte: nel ’90, ’94, ’98. Dopo il terzo tentativo, decisi che non avrei più cercato di pubblicare in Egitto.

Le case editrici egiziane erano spaventate all’idea di pubblicare “Palazzo Yacobian”. Trovai un editore in Libano, ma amici a Il Cairo mi consigliarono di non stampare all’estero per non crearmi inimicizie in patria. Poi Mohamed Aresh ebbe il coraggio di pubblicarlo. Fortunatamente ebbe un grande successo”. Palazzo Yacobian raggiunse la cifra di ben 16 ristampe nel mondo arabo in appena due anni.

“Il lavoro da dentista ha influenzato la sua scrittura?”

“La medicina è il campo che più in assoluto ha dato moltissimi scrittori alla letteratura, penso che ci sia un legame segreto, sotto aspetti diversi trattano lo stesso argomento: l’essere umano; il dottore vuole capirlo per curarlo, lo scrittore per analizzarlo e per spiegarlo nei libri”

“È per la sua professione di dentista che incentra i suoi romanzi sui problemi sociali e politici?”

“Esattamente. Sono convinto che partecipare alla rivoluzione sia un dovere morale di ogni scrittore impegnato. Non si può parlare di libertà e di democrazia nei propri romanzi e rimanere a casa nel pieno di una rivolta popolare!”

“Qualcuno dei suoi pazienti è diventato parte dei i suoi racconti?”

“Certamente. Un romanzo è la vita su carta, simile alla vita reale, ma più profonda, più significativa e più bella. Le esperienze nella vita di uno scrittore sono riversate nelle pagine dei suoi scritti. Le vicende giornaliere le vive con più intensità; è importante conoscere persone, cercare di andare in tutti i posti, capire e ascoltare la gente, amarla. La letteratura non è un mezzo per giudicare l’uomo, ma per capirlo e capire i suoi sbagli”

“In “Chigago” parla dello stereotipo degli egiziani all’estero, un escamotage per guardare dentro la società egiziana, una parodia. Cosa significa emigrazione per Al Aswani?”

“L’emigrante deve cercare di integrarsi il più possibile nella nuova realtà ma mantenere le proprie radici, altrimenti è meglio ritornarsene a casa. È l’unico modo per l’emigrazione di avere successo. L’Europa a differenza dell’America non ha la predisposizione a ricevere emigranti, impone la propria cultura, quindi l’integrazione è più complicata”

“Perché ha un’identità più profonda dell’America: storico-socio-culturale …”

Museo egizio. Giorni degli scontri. Febbraio 2011

“Certo, caratteristiche apprezzabili, ma non cambia la sostanza. L’Egitto non nasce come paese di emigranti se non a partire dagli ultimi 40 anni, prima l’emigrazione riguardava solo i siriani e i libanesi. L’Egitto per secoli è stato un paese che riceveva emigranti, in quello passato erano numerose le comunità greche, italiane, armene … Gli egiziani sono stati 6000 anni attaccati alla propria terra, per questo è sempre un dramma quando un membro della famiglia deve partire”

“Ancora in “Chicago”, lei parla di masturbazione, di guardare film pornografici, di fare sogni erotici che rappresentano in un qualche modo la paranoia dei giovani egiziani, curiosissimi ma castrati da valori sociali e religiosi che impongono la castità fino al matrimonio, anche se nella realtà non è proprio così. Pensa che questo controllo “sessuale” sia anche un controllo sociale delle persone?”

“La storia è piena di esempi del genere, di censura religiosa e morale che sono espressione di quella politica: viene proibito guardare scese di un film alla popolazione, come non le si permette di votare. Se sono una persona matura, dovrei essere capace di distinguere tra bene e male, mentre la censura, esclusa quella per la protezione dei minori, è un vero insulto alle persone, perché qualcuno stabilisce quello che è giusto e sbagliato per te”

“Un’altra artista egiziana asseriva che la censura viene attivata dalla gente stessa, perché il censore il più delle volte dorme, è d’accordo?”

“No, è una complicazione del sistema dittatoriale il quale insegna che c’è una grande differenza tra l’immagine e la realtà, prediligendo la prima. Gli artisti egiziani più creativi, Youssef Chahine, Naghib Mahfuz e altri, sono stati accusati dal regime di dare una cattiva immagine del paese all’estero. La mia risposta è stata che i governanti davano una cattiva immagine del paese: ladri e criminali che trattavano il popolo come un oggetto. Con i miei romanzi i lettori stranieri potevano pensare che sì l’Egitto aveva una dittatura terribile, ma che almeno ci fossero dei buoni scrittori! La censura è espressione della cultura dittatoriale!”

“Quanto “Chicago” è una critica verso il governo egiziano d’aver adottato senza remore il sistema capitalistico americano senza preoccuparsi delle infrastrutture sociali?”

“Questa è stata una delle cause principali della rivoluzione. Gamel Mubarak era il leader di questo sfrenato neo-liberismo, per la sua cricca la vita è solo una questione di numeri, perché il neo-capitalismo non può capire altre cose all’infuori dei numeri senza preoccuparsi della gente. Prima della rivoluzione avevamo due paesi con lo stesso nome, assolutamente separati”

“Intende i ricchi e i poveri?”

Museo egizio. Giorni degli scontri. Febbraio 2011 I

“Contrapposizioni come quelle delle città satelliti di 6 Ottobre, Tugamma El Khamis, Katammeyya per i ricchi e gli slum per i poveri. Due mondi che comunicano tra loro in un solo modo: i ricchi fanno lavorare i diseredati come domestici e servi.

La divisione in classi è una terribile piaga che ci portiamo dietro dai faraoni, anche se non abbiamo mai avuto una differenza così abissale tra ricchi e poveri come oggi! Il 45% della popolazione vive con solo due dollari al giorno, mentre un numero ristretto di egiziani è tra i più ricchi al mondo. Da scrittore è molto interessante, ma è una piaga che va denunciata senza indugi”

“Alcuni dei figli delle classe agiate erano a Tahrir, ma sono gli stessi mandati a studiare all’estero, come Gamal, per poi tornare in patria a impiegare le politiche d’oltreoceano che vanno bene per l’America ma non per l’Egitto …”

“Non vanno bene per nessun paese. Hanno governato l’Egitto come se fosse un’azienda, volevano ricavare un profitto netto, ma governare un paese è un concetto completamente diverso. C’è un impegno morale per lo stato, siamo cittadini e non dipendenti, abbiamo dei diritti: a ricevere un trattamento medico, a percepire un sostegno per la disoccupazione e l’acquisto della casa, ad avere una pensione. Prima della rivoluzione stavano preparando una legge che prevedeva per i poveri di pagare il servizio sanitario, pena l’esclusione!”

“Non pensa che un sistema più europeo, incentrato più sul sociale, possa essere migliore per l’Egitto?”

“Sì, guardo con ammirazione quei paesi come la Svezia e la Norvegia che in qualche modo sono riusciti a realizzare il vero socialismo”

“La storia spesso è fatta di momenti, uno dei quali per l’Egitto è stato la rivoluzione, può dirci le sue sensazioni?”.

“La mattina del 25, mi sono svegliato presto per scrivere parte del nuovo romanzo. Ricordo di aver pensato che sarebbe stata un’altra delle solite manifestazioni con 400 persone circondate da 10000 agenti antisommossa. Terminato il capitolo sul quale stavo lavorando, sarei andato in piazza, ma quando ho acceso la TV e ho visto il momento che stavo aspettando da anni, mi sono precipitato in strada. Descriverei la rivoluzione con due parole: popolo, di cui ho parlato e scritto molto ma solo a Tahrir ho capito il suo significato; e morte.

Non dimenticherò mai il 28 gennaio. Discutevo con un ragazzo che m’incoraggiava a scrivere sulla rivoluzione, appena terminammo, si allontanò. Ad una distanza di 5 metri, udii un fischio, la pallottola lo centrò nel cranio, nel lasso di un istante era a terra. In quel momento capii che sarebbe stata la fine di Mubarak: se sei capace di uccidere il tuo popolo, non puoi esserne la guida; ha ottenuto l’opposto di quello che ogni dittatore si aspetta: le persone hanno superato anche la paura dei cecchini appostati a Tahrir, della morte per la loro libertà”

“La rivoluzione sarà l’inizio di un Rinascimento arabo? Non pensa che ci siano delle forze controrivoluzionarie ora in Egitto?”

Piazza Tahrir. Febbraio 2011: giorni dell'occupazione I

“Siamo ovviamente alla fine di un era, fatta di dittatori. La rivoluzione si diffonderà in quanto l’Egitto è sempre stato leader nel mondo arabo. I monarchi del Golfo Persico non vogliono che Mubarak sia giudicato da una corte, hanno paura perché con la democrazia anche loro dovranno affrontare lo stesso giudizio. Nella penisola arabica il presidente è visto come il capo della tribù, una visione medioevale; vogliamo che il presidente sia un cittadino come gli altri, un dipendente pubblico al servizio dello stato e del popolo”

“La rivoluzione araba mostra la menzogna dietro l’11 settembre?”

“Indubbiamente le rivoluzioni arabe sono una riprova della cattiva politica estera degli USA, ma Bin Laden era un assassino, perché non si uccidono civili per la propria causa. Si possono imbracciare le armi per difendere il proprio paese da un’occupazione, ma combattere non significa avere il diritto di uccidere innocenti. In ogni religione uccidere è sempre contro la volontà di Dio, quella  in cui credeva Bin Laden non è l’autentica, e gli egiziani lo sapevano.

Ci sarà meno violenza e terrorismo dopo la rivoluzione perché ci sono due lati nell’uomo: quello umano e quello diabolico; nel primo c’è la maggioranza della gente, che vuole vivere una vita decente, in pace, lavorare onestamente e crescere i propri figli; dall’altro lato ci sono le corporazioni multinazionali, fanatici e dittatori”

“La situazione in Egitto può finire come la Primavera di Praga del ’68, o come l’89 europeo?”

“In una rivoluzione ci sono sempre forze controrivoluzionarie, che sono più pericolose del regime che le precedeva. Mubarak aveva un milione e mezzo di effettivi tra servizi segreti e di sicurezza, ora sono disperati e non hanno nulla da perdere, preparati a bruciare il paese perché  coscienti che questa è la loro ultima battaglia”

“Le elezioni di settembre significheranno un grande cambiamento per il paese?”

“Ho scritto molti articoli sulla mancanza di partecipazione degli egiziani alle elezioni generali, perché erano corrotte, ma nel referendum di marzo, ho visto una larga e convinta presenza. L’aspetto importante, è che dopo 60 anni, avremo elezioni libere e il nostro voto conterà”

“Non pensa che l’insistenza iniziale degli Shabeb per avere elezioni immediate subito dopo le dimissioni di Mubarak fosse giusta, per mantenere il momento rivoluzionario e bloccare il nascere di forze reazionarie?”

Alaa Al Aswani. Sede partito Ghad: discussioni democratiche. Maggio 2011 II

“Parole sagge. La sinistra egiziana aveva paura che i Fratelli Musulmani, gli unici organizzati sul territorio, avrebbero vinto le elezioni con una maggioranza schiacciante. Ora non abbiamo nessuna autorità a difendere la rivoluzione, l’unica modo è scendere in piazza”

“La paura dell’Occidente per i Fratelli Musulmani è fondata?”

“No, è stata la propaganda orchestrata dal vecchio regime mandando un unico messaggio all’esterno: o Mubarak o loro”

“Potremmo prefigurare un ruolo dei Fratelli Musulmani in Egitto come quello delle lobby ecclesiastiche in Italia, coinvolgendoli nel processo democratico e governativo?”

“Per me sono politici. La chiesa copta e l’Azhar non sono coinvolti nella politica. Lo stato dovrebbe essere secolare. Se coinvolti attivamente, perderanno la loro componente aggressiva: perché essere violenti se si può partecipare all’attività politica e democratica? I media hanno creato questo stato di paura contro i Fratelli Musulmani. Quelli che ne traevano giovamento sono gli stessi che creano disordini nel paese”

“Come è accaduto per la chiesa di Embeba incendiata?”

“Non c’è ombra di dubbio. Chi manovra dietro le quinte sono persone che lavoravano per i servizi segreti del vecchio regime, quindi stiamo parlando di veri professionisti”

“Si può fare affidamento sull’esercito egiziano considerando che governa da 60 anni e Mubarak era una sua espressione? Appoggeranno lo sviluppo democratico del paese?”

“Sì, lo sosterranno. Nasser fece una cosa intelligente: mantenne l’esercito completamente separato dalla politica, solo i generali andati in pensione, venivano nominati a cariche pubbliche per meriti di carriera. Questa formula ha reso l’esercito egiziano molto diverso da quelli di stampo sudamericano”

“Perché ha permesso a Mubarak di rimanere in carica così a lungo?”

“L’esercito non ha nessuna ambizione politica e non è preparato a ribellarsi alle autorità pubbliche. Sono militari: ordini e ubbidienza. È la prima volta che si trovano coinvolti in una situazione politica. Abbiamo fiducia nell’esercito perché ci sono prove che Mubarak gli chiese di sparare sui manifestanti e ha rifiutato. Questa è la differenza tra le forze armate egiziane e quelle siriane o libiche, anche se ciò non vuol dire che non commetta errori.

Alaa Al Aswani. Sede partito Ghad: discussioni democratiche. Maggio 2011 III

Abbiamo una situazione unica in Egitto perché c’è una rivoluzione sospesa, normalmente  fallisce o ha successo. Qui abbiamo una via di mezzo: ci sono i militari, che non sono rivoluzionari, ma che sono i guardiani del cammino democratico e i custodi della rivoluzione”

“Per questo il caso egiziano non può essere come la Primavera di Praga?”

“Esattamente. I militari non saranno mai dei rivoluzionari, ma è importante tenere la tensione alta per ottenere che la rivolta abbia successo. È stata una rivoluzione egiziana al 100% , perché la maggior parte dei governi occidentali erano con Mubarak, specialmente quelli di destra. Anche per questo non può essere il caso del ’89. In quella situazione gli USA aiutavano i dissidenti contro i governi comunisti, in Egitto non c’erano finanziamenti contro Mubarak. È stato un bene che Obama non sia intervenuto”

“Kifaya diventerà un partito e vedremo Alaa Al Aswani candidarsi?”

“No, non ho ambizioni politiche, sono contento con la mia vita da dentista, essere scrittore è mille volte meglio che essere presidente”

“Continuerà a lavorare sul libro che stava scrivendo?”

“Sì, casualmente ero nel punto in cui dovevo immaginare un momento rivoluzionario, e mi ci sono trovato in mezzo!”, il suono grave e da fumatore incallito della sua risata riecheggia nello studio. “Sono stato tre mesi senza scrivere una riga, però sto tornando alla mia routine, conto di finire il romanzo per la fine dell’anno”

“Quindi a breve potremo leggerlo?”

“Inshallah …”

“Si aspetta un eventuale supporto dagli USA o dall’Europa?”

“Non mi aspetto nulla dai governi, ma sono molto contento perché i popoli e la gente comune dell’Occidente ci hanno appoggiato dal primo momento”

“Quale sarà il ruolo della donna in Egitto dopo la rivoluzione?”

“La partecipazione delle donne nel nuovo Egitto dovrà rispecchiare la stessa che c’era durante la rivoluzione, e posso garantire che è stata massiccia. Migliaia hanno dormito in piazza con i loro coetanei, e posso dire che nessuna ha mai subito una violenza, perché ognuno a Tahrir era rispettato”

Alaa Al Aswani. Sede partito Ghad: discussioni democratiche. Maggio 2011 IV

“Non crede che si dovrebbe fronteggiare il neo-capitalismo con un neo-socialismo?”

“Penso che il neo-socialismo esiste già, con i movimenti no-global che proteggono i nostri diritti più che i loro. Sono convinto che la forza del socialismo di creare nuove idee e concetti sia di gran lunga maggiore di quella del capitalismo, in quanto l’abilità intellettuale e morale del capitalismo è limitata al profitto e ai soldi che sono solo numeri, mentre il socialismo mette al centro l’uomo, i diritti, la cultura e l’arte. Se si guarda alla storia, solo pochi artisti si possono etichettare come non socialisti, se sei uno scrittore non puoi essere un capitalista”

“Lei ha scritto molto sulla corruzione a partire dai suoi primi scritti, denunciando i soprusi della dittatura. Come si sente ora?”

“Contento e orgoglioso, di aver partecipato alla rivoluzione e di esserne stato testimone. Ho dormito ogni giorno in Tahrir, andavo a casa solo la mattina per tranquillizzare mia moglie che ero ancora vivo, ho tenuto discorsi ogni notte in piazza. L’11 febbraio, quella sera stavo andando a casa, ma molto lentamente perché mi fermavano ogni 5 minuti; ha un certo punto ho sentito la folla gridare, per un attimo ho pensato che avevano incominciato a sparare come la notte del 28 gennaio, ma il suono di quel grido aveva qualcosa di diverso, un isterismo felice, così ho capito che ce l’avevamo fatta. Tutta la rivoluzione è stata l’attimo più intenso della mia vita, come parlare a una folla di due milioni di persone: una marea umana che condivide un unico momento.

Il vecchio regime cercava un leader da fare fuori, ma non c’era, perché un leader è colui che può andare in piazza e dire alla gente di tornarsene a casa, ma questa è stata la rivoluzione del popolo, di tutto un popolo”

5 thoughts on “Articolo pubblicato sul Manifesto – La rivoluzione sospesa

  1. Pingback: Articoli sull’Egitto « AltroMe

  2. ciao vincenzo, torno dall’egitto e mi trovo roma innevata! ho letto alcuni tuoi articoli ed ho visto che vivi al cairo, cosa che piacerebbe fare a nche a me almeno x un paio di mesi e poi si vede. ti vorrei chiedere a quando risale questa tua intervista. grazie. cristian.

  3. Ciao Cristian,

    l’intervista ad Alaa El Aswani è stata fatta a fine maggio 2011, mentre è stata pubblicata su Alias de Il Manifesto a Luglio dello stesso anno.
    Se ti serve una mano in Egitto, nei limiti delle mie possibilità, fammi sapere.

    Ciao

    Vincenzo

  4. ti ringrazio, era xchè alcuni passaggi di questa intervista mi sembravano 1 po’ vecchi rispetto agli ultimi avvenimenti (almeno da ottobre in poi). Ma secondo te (ti ho dato del tu fin da subito visto che abbiamo solo qualche gg di differenza…) l’esercito è fondamentale solo per un passsaggio a breve termine con una democraia presidenziale oppure dovrebbe rimanere come garante di tale democrazia e come rispetto della laicità dello stato? Ovviamente stiamo comunque parlando di una laicità in usi, costumi e rapporto tra le varie religioni distante anni luce rispetto agli anni 70/80. Per quel che riguarda la mia eventuale esperienza cairota preferisco scriverti un messaggio privato. Cristian

  5. Mah, secondo me l’esercito sta diventando solo il garante di se stesso. Come già suggerivo ad Al Aswany, come ci si può fidare dei militari quando sono al governo da 60 anni?
    Il problema fondamentale è che gli Shabeb, i ragazzi che hanno iniziato la rivoluzione, o il cammino verso il cambiamento, non hanno una vera organizzazione, ciò va a favore dei FM e dei salafiti, anche se quest’ultimi non hanno l0organizzazione dei primi, ma solo i petroldollari dei sauditi e degli altri paesi del Golfo.
    Il sistema alla “turca”, per intenderci, con i militari come garanti di “sbandamenti” teocratici, in Egitto forse non è applicabile, e nel caso, dovrebbe esserci un rinnovamento anche dentro le loro gerarchie, con giovani che capiscano meglio le richieste della piazza. Mentre ad oggi, i generali attuali, sono l’espressione (agli occhi dei giovani) del vecchio regime e delle collusioni con Mubarak (vedi Tantawi) …
    Ovviamente ci sarebbe molto da dire ancora per essere veramente esaustivi.

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