Articolo pubblicato sul Manifesto: L’altra metà dell’Egitto


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http://www.shaymakamel.com/

**** FOR ENGLISH VERSION SEE THE BOTTOM OF THE PAGE ****

Shayma Kamel è un’artista egiziana impegnata. Con i suoi olii e acrilici lottain atelier e in piazza contro le ferite e i traumi sociali. I suoi colori dilatanola disperazione di uno sguardo perso o il vuoto lasciato da un compagno che cade

Shayma Kamel è entrata nel mondo della pittura per passione più che per un percorso di studi. Era il 1997 quando, iniziata da poco  la facoltà di psicologia presso l’università Ain Shams del Cairo, si è cimentata con il mondo dei colori per riversare sulle tele quello che le parole non potevano dire. Forse sono state le sue origini nubiane dell’Alto Egitto, o forse perché il legame tra psicologia e pittura è molto stretto, fatto sta che è riuscita a dare forma a una pittura istintiva che scava dentro il mondo femminile, rivelando la sensibilità della donna africana e descrivendone i lineamenti che catturano l’animo e lasciano stupiti.

All’osservatore distratto, potrebbero sembrare pennellate superficiali quelle di Shayma, ma è l’occhio inesperto che non carpisce quello che invece hanno afferrato i galleristi non solo egiziani. I suoi lavori sono stati ospitati al Cairo presso l’Opera House, il Ghothe Institut, il museo Zaad Zaghalul, la Townhouse gallery, la AUC gallery, il Cairo Atelier … e all’estero in Grecia sull’isola di Santorino, in America alla galleria dell’università americana di NY (AUNY) e della Westecher University della Pennsylvania, in Germania a Monaco di Baviera.

Shayma viene da Assuan, ha i lineamenti ben marcati, il viso ovale come la maggior delle nubiane e la carnagione scura. Ha lo sguardo malinconico di chi conosce la realtà in cui vive e la situazione del panorama sociale egiziano. Alla classica domanda su cosa vuole esprimere con la sua pittura, sembra schiva, come infastidita: l’ennesimo giornalista che cerca solo la notizia. Risponde indifferente, come se non le importasse nulla dell’interlocutore di turno, come se la sua mente si trovasse da un’altra parte.

“La donna, la forza e il potere che porta con sé”, mi risponde, “La donna egiziana e africana che deve lottare tutti i giorni con una società maschilista che la rilega a un ruolo svalutato quando invece deve fare più dell’uomo: oltre il lavoro, deve pensare alla casa e accudire la prole”. Sorride quando le dico che anche in Italia è più o meno la stessa cosa, ma sembra non credermi. La maggior parte dei suoi connazionali crede che quello che si trova nella sponda nord del Mediterraneo sia tutto perfetto. Niente di più sbagliato, ma non mi cimento in inutili spiegazioni, invece è lei che mi fa capire meglio quello che intende. “Per un uomo in Africa è un diritto essere servito e trattato come un re, al contrario in Occidente non è mai scontato”.

È il ruolo della donna nella società egiziana che le interessa, quale dovrebbe essere effettivamente il suo posto, in un’uguaglianza tra i sessi, perché non viene apprezzata completamente per tutto quello che fa e svolge nella società. Quando lo dice non sembra contrariata, come se conoscesse un segreto che prima o poi riesca a cambiare lo stato delle cose. Parla del suo nuovo progetto sulle nubiane del sud Egitto, vuole cogliere il loro carattere africano che riveste una funzione ampia nel contesto egiziano: il selvaggio e il sensuale, il civile e il non razionale, il protettivo e l’aggressivo, tratti indissolubili dell’Africa che esistono anche ad Assuan o al confine con il Sudan.

Siamo seduti nel suo atelier. Beviamo un tè egiziano, lei chatta su Facebook per trovare un contatto fidato a Tunisi dove ci sono molti sfollati provenienti dalla Libia. I giovani della rivoluzione egiziana vogliono solidarizzare con i loro vicini libici e hanno organizzato delle raccolte di beni di prima necessità da mandare ai confini libici: a Salum in Egitto e _ _ _ _ in Tunisia. Mi domanda se per caso conosco qualcuno di fiducia nel lato tunisino. Il mio no non le è di nessuna utilità. Troppe cose sono accadute negli ultimi due mesi in tutto il mondo arabo e certamente quest’intervista le sembrerà superflua.

Domando quale considerazione avrà la donna dopo la rivoluzione avendola lei vissuta attivamente. Solleva lo sguardo dal monitor come se fosse annoiata, ma la sua attenzione è vigile. “Ampia, non ci sono dubbi, i primi passi sono stati fatti a Tahrir. C’è stata una grande partecipazione del mondo femminile, non solo giovanile, ma di tutte le età e strati sociali. Eravamo tutti là, uomini e donne, nessuna differenza, un solo obiettivo: la caduta del rais. Dormivamo in piazza e non eravamo viste come poco di buono, ma compagne che appoggiavano il movimento di protesta, che venivamo uccise e piangevamo come gli uomini, che aspettavamo l’alba del giorno dopo con il terrore di essere circondati da poliziotti e cecchini e di essere la prossima vittima a prendere una pallottola. È stato qualcosa di unico, forse d’irripetibile, il desiderio di cambiamento era palpabile e non si potrà perdere tanto facilmente”. Prende una pausa come per scavare dentro i ricordi. “Nella piazza avevamo organizzato due ospedali, quattro bagni, punti di ristoro e persino un teatro per darci conforto e coraggio a vicenda, si cercava di tenere su il morale, e funzionava. La gente non può tornare indietro, è stato un evento straordinario per la società egiziana, e forse anche per tutta quella araba, un insegnamento che racconteremo alle generazioni che verranno”.

“Quale pensi sarà il futuro della donna egiziana dopo la rivoluzione?”.

“Cambierà, ma non così velocemente come si può credere”, il suo pragmatismo e senso della realtà sono caratteristici di chi proviene dal sud. “La donna ha una grande forza, ma il suo posto nella società è stato debole per troppo a lungo, con il tempo riuscirà a far apprezzare le sue qualità, solo allora ricoprirà il ruolo che le compete e avrà un peso nel futuro dell’Egitto. Sì, la rivoluzione aiuterà, ma bisogna vedere quale direzione prenderà. L’importante è che lei, la donna, spinga se stessa a credere nelle proprie possibilità e ad assurgere al ruolo di primo piano che le compete dentro la società: la strada è stata segnata, bisogna continuare a costruirla.

Le  faccio notare che per molte altre già lei è un esempio che rappresenta l’idea che ha appena esposto. “Ci sono artisti che lavorano nel sociale e altri no, io faccio parte della prima categoria, per il resto non sono io a dire quello che sono”. Sulla poltrona del divano ha la bandiera egiziana e sul tavolinetto la foto di Ahmed El Bassioni, uno dei ragazzi rimasti uccisi a Tahrir. Le osservo attentamente, come se dovessero rivelarmi un segreto. “Era mio amico, ero con lui quando è stato ucciso, sono andata a piangerlo all’ospedale insieme alla sua famiglia … non meritava questo, nessuno di quei ragazzi che sono morti lo meritavano”.

Martedì 2 marzo, Shayma ha creato un gruppo su Facebook che si chiama “Performance sperimentale a Tahrir”, un evento artistico da tenere nella piazza ogni venerdì, perché c’è il bisogno di manifestare finché l’attuale governo non se ne andrà e le richieste della piazza non saranno esaudite. “Non m’importa che siano stati cambiati tre ministri e che altrettanti siano stati messi in galera, quello in carica è un governo fantoccio per tre motivi: è illegittimo, in quanto non eletto dal popolo; è l’emanazione diretta del vecchio regime, in quanto è stato nominato da Mubarak; è lo stesso che ha permesso gli scontri in piazza e fatto entrare a Tahrir i delinquenti il 2 e 3 febbraio, quindi responsabile dei morti durante la rivoluzione. Gli attuali governanti non capiscono i giovani e le loro necessità: libertà, giustizia sociale, possibilità di studio e di un lavoro decente per costruire una famiglia e comprare una casa. I ragazzi e i cittadini vogliono guardare in faccia un poliziotto senza temere l’abuso del suo potere e di fare la fine di Khaled Said, il ragazzo di Alessandria brutalmente massacrato dalla polizia. È forse chiedere troppo? Conosci la sua storia?”, annuisco. “Bene. Voglio portare gli artisti in piazza, per smuovere le coscienze e non lasciarle indifferenti rispetto a quello che è successo e a quello che accadrà. Voglio estirpare il concetto di arte sottosviluppata che si respira in Egitto, è l’unico modo per liberarsi dalle catene di una cultura troppo influenzata e esposta alle contaminazioni d’oltreoceano, alla sottomissione che la propaganda ufficiale aveva verso i benefattori occidentali. Per questo motivo la performance in Tahrir deve essere un teatro, una danza, una musica e una pittura sperimentali”.

“Il mio progetto? Sarà un teatro- pittura . Personalmente porterò un libro, un libro che non esiste, una storia narrata che racconterà delle persone che erano a Tahrir, che mangiavano, bevevano, lottavano, cagavano, vomitavano e cantavano inni alla libertà. Racconterò le storie di quei giorni mentre dipingerò un quadro dal vivo, per ricordare le gesta di chi ha lottato ed è morto per la libertà e la giustizia. Faremo un angolo a Tahrir per ogni venerdì di protesta, in modo che tutti i manifestanti avranno un occhio per noi, per non dimenticare”. Mi dice che vorrebbe parlare alla gente dell’importanza della costituzione, ma sembra a sua volta non avere un’idea chiara. Di una cosa è convinta, prima della rivoluzione la società era divisa in gruppi: i poveri, gli artisti, i filosofi, i ricchi, gli attori, i manovali … realtà divise e non comunicanti, come ghetti. La rivoluzione è stata capace di metterli tutti insieme, in un blocco unico, senza distinzioni. E la donna fa parte di quest’insieme. Il movimento femminile in Egitto è stato sempre molto forte, partendo da Hoda Sharawi negli anni venti e passando per Nawal Al Sa’dawi negli anni sessanta-settanta.Anche Shayma ora ne è una rappresentante, come altre egiziane che erano a Tahrir o che, pur rimanendo nell’ombra, si muovono nel sociale.

Riceve una chiamata di un’amica durante l’intervista. Si scusa e risponde al telefono. Parla guardando il monitor del portatile. Sembra sempre calma Shayma, ma improvvisamente il suo tono si fa acceso e concitato. La chiamata va avanti per una manciata di minuti, quando chiude è visibilmente contrariata. Le domando cosa è successo, perché ha la faccia così scura. Dice che la sua amica Mona non capisce niente, è spaventata, ci sono troppi ladri in giro e la polizia non è in strada a proteggere i cittadini. Mona vive sopra il Muqattam o al Maadi, nelle zone residenziali per benestanti, e come tutti i ricchi del Cairo non ha un’idea chiara di quello che sta succedendo e del perché si lotta in strada. A loro il vecchio sistema faceva comodo, vivevano nell’agio, ma il resto della popolazione?Shayma è visibilmente irritata. Ripenso a una scritta che avevo letto su uno dei muri esterni dell’università americana del Cairo venendo a casa di Shayma: “Irfaa rasak foq, li enta masri” (alza la testa in alto, perché tu sei egiziano).

Alcuni dei suoi quadri sono appesi alle pareti, molti altri addossati uno dietro l’altro, i colori sparsi sul pavimento, forbici, pennelli, spazzole e spatole, contenitori sporchi di acrilico. Mi fa vedere uno dei suoi ultimi lavori su cui stava lavorando prima che scoppiasse la rivoluzione: una donna di Assuan,  filo conduttore che unisce le diverse radici dell’Egitto,  cordone ombelicale che riporta al cuore dell’Africa. Mentre sfoglia i suoi quadri, ne estrae uno con il niqab, non sembra esserne contenta, come se quei colori neri fossero aghi di spillo che le penetrano la pelle. Me lo lascia fotografare, dà l’impressione di essere qualcosa da lei creato ma che rifiuta perché rappresenta un rifiuto all’essere donna.

L’anno scorso ha pubblicato un libro insieme a un’artista giamaicana, Opal Palmer Adisa, conosciuta in America durante la sua permanenza dall’altra parte dell’Atlantico per curare le sue mostre. Si sono incontrate per la prima volta a Virgin Island dove Shayma doveva presenziare un talk all’università dell’isola. Si sono piaciute subito, u

n feeling particolare nato dalle poesie di Opal che poi ha deciso di recarsi in Egitto d’estate per fare Residence Writer. Il progetto prevede una permanenza per diversi mesi nel paese d’accoglienza, per conoscerne la cultura e venirne ispirati. Il libro che hanno pubblicato insieme è una combinazione delle loro arti. Opal osservava i quadri di Shayma che a sua volta li spiegava e ne descriveva i motivi ispiratori. Il libro parla dell’infibulazione in Africa e quello che la donna deve soffrire e sopportare, delle lesioni fisiche e psicologiche che si porta avanti tutta una vita.

Africa, terra selvaggia e istintiva, terra di cui l’Egitto fa parte; un paese incastrato tra due continenti e molte culture, che ha deciso di prendere in mano il suo destino per fare in modo che non siano solo le multinazionali o le superpotenze di turno a decidere il suo futuro. È possibile che la rivoluzione possa cancellare l’eredità del regime di Mubarak e la brutale tradizione dell’infibulazione? Il tempo, solo il tempo potrà dircelo, indubbiamente l’inizio è ben augurante.

Shayma Kamel è un’artista impegnata, con i suoi oli e acrilici lotta in atelier e in piazza contro le ferite e i traumi sociali I suoi colori dilatano la disperazione di uno sguardo perso o il vuoto lasciato da un compagno che cade.

Poesie di  Opal Palmer Adisa:

Tutto questo tempo

sono stata pensando alla mia

libertà

mentendo di attuare come un uomo

non realizzando

essere donna è abbastanza

essere donna è più che abbastanza

un battito della farfalla

muore dopo una vita breve

gli uomini raggiungono la grandezza

ma mai soddisfazione

essere una donna è abbastanza

tutto quello che ho sempre bisogno di essere

è che una donna è

senza paura

stendersi giornalmente

salutare il sole

e cantare alla luna

venire sera

essere una donna

è essere contenta

con me stessa di essere una donna

è più che abbastanza

– – – – 

le spazzole del deserto

i capelli dietro il suo volto

la sua bocca è piena d’olive

caviglie gonfie

sedere sul tappeto di cammello

lei cammina attraverso la porta

come una rosa in piena fioritura

cenare con Molokeyya

e porti di non illusione

che lei diventerà un ibis

arrampicato su Deir el Bahari di Hatshepsut

il bongo suona

ai suoi piedi

non è spaventata dal suono

che erompe dalla sua bocca

rifiuta il silenzio

rifiuta l’intimidazione

rifiuta il rifiuto

**** ENGLISH VERSION ****

Shayma Kamel came through the world of painting for a passion rather than having studied it at the college. It was only in 1997 when she started the faculty of psychology, at Ain Shams University in Cairo, when she became involved into the world of colour to pour onto the canvas what words could not say. Perhaps it was her Nubian origins from Upper Egypt, or perhaps because the link between psychology and painting is very narrow, the fact is that she managed to give shape to an instinctive painting that digs into the world of women, revealing the sensitivity of the African woman and describes the features that capture the soul and leaves you amazed.

The casual observer might label superficial Shayma’s works, but the expert eye cannot be tricked so easily and will extract the same essence that most of the Egyptian and international galleries had grasped. Her works have been hosted at the Cairo Opera House, at the Ghothe Institute, at the museum Zaad Zaghalul, at the Townhouse Gallery, at the AUC gallery, at Cairo Atelier … abroad inGreeceat Santorino island, inAmericaat the Gallery of theAmericanCollegeof NY and in Westecher University of Pennsylvania, inGermanyat Monaco of Bavaria.

Shayma is from Aswan, she has well marked features, the oval face like most of the Nubian people and dark skin. Her melancholy gaze knows very well the reality where she lives and the social Egyptian situation. To the classic question of what she wants to express with her painting, she looks reticent, as annoyed: yet another journalist who seeks only for news. She responds almost indifferent, as she does not care about the umpteenth interlocutor, as her mind was elsewhere.

“The woman, the strength and power that she carries with her”, she replies, “The Egyptian and African woman who must struggle every day with a male-dominated society that binds her to a role impaired when in fact she must do more than men: besides the work, she must think about the house and care about her kids”. She smiles when I say that in Italy is more or less the same thing, but she seems not to believe me. Most of the Egyptian believe that what there is in the north shore of theMediterraneanis perfect. Nothing more wrong, even though I do not strive to an unnecessary explanation, actually is she who makes me understand better what you meant. “For a man in Africa is a right to be served and treated like a king, unlike in the West is never given for granted”.

It is the role of women in Egyptian society which she is interested, which should be her place, in equality between the two genders, because the woman is not fully appreciated for everything she does and plays into the society. When she says it does not seem upset, as if she knew a secret that sooner or later will be able to change this situation. She talks about her new project about women of Upper Egypt; she wants to capture their African character that has a role in a broader context in Egypt: the wild and the sensual, the civil and the non-rational, the protectiveness and the aggressiveness … inseparable Africa’s features that exists also in Aswan and at the border with Sudan.

We are sitting in his studio.  Drinking Egyptian tea, she chats on Facebook to find a trusted contact in Tunis where there are many refugees coming from Libya. The youth of the Egyptian revolution want to show their solidarity with their Libyan neighbours, they had organized collections of basic necessities to send to the Libyan border: to Salum in Egypt and to Tunisia. She asking me if I know someone trusted inTunisia, but my no is not so useful to her. Too many things have happened in the last two months in the Arab world and certainly this interview will seem superfluous to her.

I am asking her which consideration will have the woman after the revolution, having Shayma lived it with an active role. He raises her eyes from the monitor as she is bored, but his attention is 100% awake. “Huge, there is no doubt about it; the first step has been made in Tahrir. There was a large participation of the women world, not only youth but all ages and social stratus. We were all there, men and women, no difference, just one goal: the fall of the “Rais”. We slept in the square and we weren’t seen by the boys as a non good Arabic women, but we were seen like companions who supported the protest movement, we were killed and we cried as the men did, we were expecting the dawn of the next day with the fear of being surrounded by police and snipers and could be the next victim to take a bullet. It was something unique and perhaps even unrepeatable; the desire for change was palpable and can not be lost so easily”. She takes a break as she is digging into the memories. “In the square we had organized two hospitals, four bathrooms, dining and even a theatre to give us comfort and courage to each other, they were trying to keep up our mood, and it worked. At this point people can not go back, it was an extraordinary event for the Egyptian society, and perhaps also for the whole of Arabic world, an experience and a lesson that we will tell to the next generations”.

Shayma at Townhouse Galley

“What do you think will be the future of the Egyptian woman after the revolution?”.

“It will change, but not as quickly as you can believe it”, her sense of reality and pragmatism are typical from who is from the south. “She has great strength, but her place into the society has been weak for too long, with time she will be able to make appreciate her qualities, only then she will play the role which she is entitled and will have a weigh on Egypt’s future. Of course,, the revolution will help, but we need to see what direction it will take. The important thing is that the woman pushes herself to believe in their potential strength and to achieve that prominent role which she deserves into society: the road has been marked, we must continue to build it.

I point out that for many she is already an example that represents the idea of the woman she has just exposed. “There are artists who work in social network and others who do not, I am part of the first category, the rest is not me to say what I am”. On the armchair of the couch there is the Egyptian flag and on the table there is the photo of Ahmed El Bassioni, one of the persons killed in Tahrir. I observe them carefully, as if they were to reveal a secret. “He was my friend”, says Shayma. “I was with him when he was killed, I went to the hospital with his family to mourn him … he did not deserve this, none of those guys who died there deserved it”.

Tuesday, March 2nd, Shayma created a Facebook group called “Performance experimental Tahrir”, an art event to take place every Friday in the square, because there is a need to manifest until the current government will go away and the requests of the people will be not satisfied. “I do not care if three ministers have been changed and that many have been put in jail, the government in charge is a fake government for three reasons: it is unlawful because not elected by the people; it represents the old regime, since it had been appointed by Mubarak; it is the same government responsible to allow criminals to come into downtown’s streets and clashes in Tahrir on February 2nd and 3rd, the same criminals who are responsible of the dead during the revolution. The current rulers do not understand young people and their needs: freedom, social justice, opportunities for study and decent work to build a family and buy a house. Teenagers and people want to face a police officer without fear of abuse of his power and not to end up like Khaled Said, Alexandria’s boy brutally massacred by the police. Is it asking too much? You know the story?”, I nod. “Ok. I want to bring artists to the streets to move the consciences of people. I want to eradicate the concept of underdeveloped art which is breathing in Egypt, it is the only way to break the chains and set free a culture too influenced and exposed by the Western influences, to the submission that the official propaganda had to the Western benefactors. For this reason, the performance in Tahrir should be a experimental theatre, dance, music and art” .

“My own project? It will be a scene-theatre-painting. Personally I will bring a book, a book that does not exist, a story to be narrated regarding the people who were in Tahrir, who ate, drank, fought, shitting, vomiting and singing hymns to freedom in Tahrir. I will tell the stories of those days meanwhile I will paint a live painting, to remember the deeds of those who fought and died for freedom and justice. We will make a corner in Tahrir each Friday in protest, so that all the demonstrators will look at us, for not forgetting what happened”. Shayma says that she would like to speak to people for the importance of the constitution, but she seems not having a clear idea about it. One thing is sure, before the revolution, society was divided into groups: the poor, the artists, the philosophers, the rich, the actors, the labourers … different realities not communicating to each other. The revolution has been able to put them all together in one piece, without distinction. And the woman is part of this entity. The women’s movement in Egypt was always very strong, starting with Hoda Sharawi in the early twenties of last century and through the sixties-seventies with Sa’dawi Nawal. Even Shayma is one of the representatives, as other Egyptians women who were in Tahrir.

Shayma painting

She receives a call from a friend during the interview. He apologized and answered the phone. While she is speaking she is watching her laptop’smonitor. Shayma is always a calm person, but suddenly her tone is turning loud and agitated. The call goes on for a few minutes, she is visibly upset when she hangs up. I ask her what happened, because her face is so dark. She says her friend Mona does not understand anything, she is scared because there are too many thieves around and the police are not on the streets to protect citizens. Mona lives either in Muqattam or Maadi, both wealthy residential areas, and like all riches in Cairo she does not have a clear idea of ​​what is going on and why people are fighting in the streets. To them, the rich people, the old system was convenient, they lived in comfort, but the rest of the population? Shayma is visibly irritated. I remember what I read on one of the outer walls of the American University in Cairo coming to Shayma’s flat, an inscription saying: “Irfaa rasak foq, enta masri (raises your head up because you’re Egyptian).

Shayma painting

Some of her paintings hang on the walls, many others leant to each other, colours on the floor, scissors, brushes, spatulas and spatulas, containers stained with acrylic. She shows me one of her last works she was doing before the outbreak of the revolution: a woman of Aswan, the theme that unites the different roots of Egypt, umbilical cord back to the heart of Africa. As she flips through her paintings, extracts one with a niqab, but she does not seem to be happy, as if the black colour were like needles that penetrate Shayma’s skin. She lets me taking picture, but I have the feeling that it seems something that she refuses because it represents a refuse/rejection of being a woman.

Last year she published a book in collaboration with Jamaican artist Opal Palmer Adisa, met in America during Shayma’s trip to attend her exhibitions in the States. They met for the first time a Virgin Island where Shayma had to attend a talk at the university over there. They liked each other immediately, a special feeling born from poems by Opal who decided to travel to Egypt in the following summer to make Writer in Residence. The project includes living for several months in a host country, to know the culture and get inspired. The book they published together is a combination of their arts. Opal watched Shayma’s painting which were explained by Shayma who also was describing the inspiration leit motiv. The book speaks about female genital mutilation inAfricaand what the woman has to suffer and bear, physical and psychological traumas that she carries on throughout her life.

Shayma at Townhouse Gallery

Africa, wild and instinctive land, a land which Egypt belonging to, a country framed between two continents and many cultures, which has decided to take its own destiny in its hands to ensure that not the international corporations and superpowers decide its future. It is possible that the revolution could erase the legacy of the Mubarak regime and the brutal tradition of female genital mutilation? The time, only the time will tell us, the beginning is undoubtedly showing good auspicious for the future.

Shayma Kamel is a committed artist, with her his oils and her acrylics she fights in her studio as well as in the streets against the social wounds and trauma. Her colours dilate the desperation of a lost gaze, or the emptiness left by a companion who falls.

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