Articolo pubblicato sul Manifesto – Lo schignizzo egiziano …


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http://mohamedalaaartwork.blogspot.com/

FOR ENGLISH VERSION LOK BELOW AFTER THE ITALIAN ONE

“Hello, I am an asshole narcisist”. “Ciao, sono un narcisista coglione”, così esorta un ammiratore segreto sul poster affisso sulla parete della galleria Top Roof del Cairo che ospita l’installazione audiovisiva “Local” di Mohamed Alaa. Sui monitor installati della terrazza, l’immagine  dell’artista e di un giovane sconosciuto egiziano rimane fissa sul monitor con un sottofondo di musica araba kitch che neanche una danzatrice del ventre riuscirebbe a ballare. È la stessa immagine stampata sui poster dell’evento. Mohamed Alaa non è affatto contrariato, anzi è divertito quando mostra la foto con l’autografo del fan. “È quello che cerco: interazione”, non gli si può certo dare torno, in fin dei conti che cosa è l’arte audiovisiva se non creare un’emozione immediata? Suscitare una reazione nello spettatore? Quanti si sono trovati davanti a delle istallazioni nei musei e avrebbero espresso la stessa opinione dell’anonimo egiziano? Anche questa è democrazia artistica. Le installazione audiovisive mettono in movimento qualcosa nell’animo che spesso è in contrasto con le nostre opinioni e con la nostra morale; smuovono un qualcosa dentro che lascia spiazzati, smarriti, entusiasti o costernati. Se nell’800 le opere degli impressionisti e degli espressionisti hanno smosso le coscienze di una borghesia rarefatta e abituata a troppi stereotipi ancorati al passato, si può affermare che quel ruolo oggigiorno sia ricoperto dalle arti audiovisive. 

Mohamed Alaa può sembrare a prima battuta un tipo schivo e introverso, ma forse il suo atteggiamento è un approccio artistico per avere un punto di vista esterno a quello che succede intorno a lui, come spesso accade ai registi cinematografici. Appena prende un po’ di confidenza parla volentieri dei suoi lavori e dei suoi progetti. Sarà per questo che durante il festival Afrocine del museo Casoria Contemporary Art (CAM) di Napoli è stato soprannominato “lo scugnizzo”: partecipava con uno dei suoi lavori (Under Siege) per una mostra collettiva di artisti africani. Appellativo non poteva essere più azzeccato: ha uno sguardo distante ma tagliente, capelli ricci e ribelli, quasi rasta, un sorriso furbo che coinvolge e che sembra sempre di fartela sotto il naso. Mohamed Alaa osserva mentre il suo cervello macina idee, sempre in movimento, un po’ come l’arte che lo rappresenta.

Si trovava in Arabia Saudita per girare uno dei suoi video quando è scoppiata la rivoluzione in Egitto. Era alle prese con uno sheik dei servizi segreti sauditi che monitorano il rispetto dei costumi islamici nel paese della Mecca. Il poliziotto gli ha intimato di fermare le riprese e sporto denuncia presso l’autorità competente per offesa al pubblico pudore, in poche parole è stato denunciato con la scusa che aveva tre bottoni della camicia non inseriti nelle asole e portava un braccialetto di pelle e argento! Tra l’impossibilità di filmare il suo nuovo progetto e le notizie che gli arrivavano dalla televisione da piazza Tahrir, alla fine ha prevalso il desiderio di ritornare in patria. Il primo febbraio andava direttamente dall’aeroporto del Cairo nel fulcro della rivolta. Ha partecipato insieme ai suoi coetanei e amici, ha filmato video e ha interiorizzato le emozioni di cui la piazza si andava impregnando. Non ne parla tanto volentieri Mohamed di quei momenti, come se fosse un sentimento da custodire per un’idea di una prossima installazione. 

A meno di un mese dalle dimissioni di Mubarak ha fatto una performance a Tahrir chiamata “Lavori nelle strade”. Ha portato una pergamena lunga 50 m e l’ha stesa lungo la piazza dove tutti potevano scrivere le loro opinioni e idee sulla rivoluzione: anziani, bambini, uomini, donne, egiziani, stranieri, religiosi e atei … Chi si auspicava un futuro migliore, chi scriveva il proprio nome, chi biasimava la corruzione e il vecchio regime, chi disegnava solamente … e chi si inalberava e strappava il rotolo di carta perché qualcun altro aveva avuto il coraggio di lasciare l’impronta di scarpa sopra la scritta Allah. Un manifestante irato ha accusato Alaa di essere un copto cristiano, ma la sua famiglia è al cento per cento musulmana, e continua a ridersela mentre lo racconta. Non che lui approvasse, ma quello che contava era la possibilità di esprimersi, di interagire in maniera artistica nella rivoluzione, sviluppando nei partecipanti un’analisi critica verso i prossimi sviluppi democratici e su ciò che era accaduto negli ultimi due mesi. Questo era fondamentale per Alaa, e considerava che veder distruggere la propria idea-opera da qualche intollerante religioso era un modo per interagire, anche se alla fine non c’è stato altro rimedio che agire, riparando la pergamena con lo scotch!

Un’altra istallazione che lo ha visto protagonista, è stata quella precedente il referendum del 19 marzo scorso. Ha tappezzato il centro del Cairo con graffiti usando come matrice un frame formato Facebook con la scritta in arabo “Non rispetto nessun barbuto che inciti i cittadini a votare SI per approvare degli emendamenti a una costituzione che è stata rovesciata dalla rivoluzione. Propongo, a mi aspetto, che ogni egiziano possa esprimere la propria opinione e scelga in completa libertà … Like comment”. Chiarisce meglio la sua idea. “Dato che non tutte le persone hanno accesso a internet qui in Egitto, ho pensato di poter condividere con loro quello che non potevano vedere nei social network online, così ho creato un “Facebook” tangibile nei vicoli e nelle piazze del Cairo. La scritta era rivolta soprattutto contro i Fratelli Musulmani, ma anche contro la chiesa copta: i primi perché erano a favore delle riforme ma senza un vero cambiamento della costituzione, e perché mettevano con le spalle al muro i cittadini affermando erroneamente che un voto negativo avrebbe abolito i valori della Sharia nel diritto egiziano; i secondi solo per essere contrari per principio ai primi. Abbiamo fatto una rivoluzione perché ognuno potesse esprimersi liberamente!”, afferma orgoglioso.

“Ma devono esserci per forza dei movimenti o partiti politici che mobilitino e sensibilizzino le masse”.

“I Fratelli Musulmani mettevano pressione alla gente per votare SI intimando ai votanti  la prospettiva che l’Egitto sarebbe potuto diventare un paese come gli Stati Uniti, ma non era vero. Molti sono ignoranti in Egitto, e seguono senza pensare, non è giusto approfittarsi della buona fede della gente povera!”. Non lo dice con tono alterato, ma con un’analisi di chi conosce bene la realtà e il territorio in cui vive. Mi mostra una foto di uno dei suoi frame con una macchia di vernice giallo ocra. “Sotto vuoi sapere cosa c’era scritto?”, annuisco. “Il più grande gay della rivoluzione!”. Se la ride fra sé. “È interazione anche questa! Gli avevo persino risposto cercando un dibattito, peccato che hanno coperto la scritta con della vernice”.

Lavora nel suo atelier ad Helwan, lontano dal centro. Le finestre non hanno il vetro e lasciano passare la polvere che si deposita in ogni angolo, Mohamed la riutilizza spesso per le sue installazioni o performance audiovisive. “Perché la polvere? Ha qualcosa a vedere con l’Egitto?”.

“Per me la polvere è relazionata con il cielo, il tempo e la morte, sono dei concetti indissolubili che esprimo nei miei lavori”. “The Pendulum 1” è una chiara rappresentazione di questo suo concetto spazio-temporale, dove l’uso della polvere invecchia il suo viso oscillante davanti la telecamera; l’opera è stata mostrata al New Museum of Modern Art di New York nell’agosto del 2008 insieme ad altri artisti del Medio Oriente per una rappresentazione collettiva proposta dalla galleria Townhouse del Cairo. A sua volta ne è una chiara rappresentazione, “Under Siege” dove un io spaventato si rinchiude dietro lo sbarramento di un vetro impolverato, come uno scudo, un muro, una protezione sottile che ripara dall’alienazione della solitudine e del tempo; una cappa millimetrica che pone una barriera ma che non permette lo sviluppo dell’individuo e della personalità. L’immagine sembra così attuale comparandola con il regime di Mubarak: oppressione, obbedienza, maltrattamenti della polizia in cambio di sicurezza, povertà e fame. “Under Siege” è stato esposto alla Townhouse del Cairo, al Magmart Festival 2009 del CAM di Napoli (evento coperto dal Manifesto con l’articolo di Adriana Pollice 3/12/09), e attraverso l’Istituto di Cultura il Cervantes, è stato proiettato al museo Reina Sofia di Madrid.

Nello stesso atelier Alaa ha girato il progetto multimediale “In the box” che consiste in tre video: “In the box”, “Live in the box experimental sound and performance” e “Piece of bread” . Il primo è stato ospitato dal CAM di Napoli nel 2009. Il secondo è stata una live performance nel capoluogo campano. Il terzo è approdato nel 2010 all’Humboldt Moving Picture Show di Chicago, alla rassegna internazionale di artisti emergenti Human Rights di Verona organizzata da Spazio Tempo Arte, e nuovamente al Magmart di Napoli nel 2011. Non male per un ventiseienne coglione narcisistache  ha visto rifiutarsi lo stesso progetto dalla commissione egiziana al Saloon el shabeb (Salone dei giovani per artisti under 30). Nell’immagine di “Piece of bread” si vede l’artista con una mazzetta da scultore abbattersi sulla parete con ferocia. Nelle diverse fasi dell’operazione disegna l’immagine di un pupazzo intorno al buco che si va ingrandendo. La scena viene ripresa contemporaneamente sia da dietro che davanti dall’altra stanza. Quando il foro è grande a sufficienza per passarci, Alaa ci si infila dentro rimanendo sospeso a metà tra le due stanze in uno sforzo enorme per tenersi. Mentre guardiamo il video sbotta: “Così è la rivoluzione egiziana: siamo riusciti a rompere il muro, ad abbattere il sistema, abbiamo votato in un referendum e sono iniziati i processi giuridici contro il vecchio regime, ma siamo là, in alto, sospesi e ancora incapaci di procedere, di oltrepassare il muro”. L’immagine del video si ferma così, con lui sospeso tra due stanze, tra due mondi, tra due realtà che ancora non gli appartengono.

In the Box

Mohamed Alaa, nel suo piccolo, insieme a molti altri cineasti e audiovisivi rappresenta quella nuova generazione di artisti che si affaccia in Egitto e in tutta l’Africa. Per la sua età è certamente ancora agli inizi, ma attraverso la sua ricerca e sperimentazione, per alcuni versi, segue il filone tracciato da molti documentaristi del continente africano quali Saad Nadim, Salah al Tohami, Attiat El Abnoudi, Abdel Kader Al Telmessani, Segun Olusola, Paulin Soumanou Vieyra … ma sfruttando le tecnologie e l’arte audiovisiva con la dimestichezza di un artista già esperto.

ENGLISH VERSION

Local

“Hello, I am an asshole narcissistic”, it is written by a secret admirer on a poster hang on the wall of Roof Top Gallery in Cairo, which hosted the audio-visual installation “Local”  by Mohamed Alaa. On the monitors installed on the terrace the images of the artist and a young unknown Egyptian remain fixed on the screen with a background of kitsch Arabic music that not even a belly dancer would be able to dance. It is the same image printed on the poster of the event. Mohamed Alaa is not at all disappointed; indeed he is amused when he shows the photo with the autograph of fan. “That’s what I’m looking for: interaction”, undoubtedly we cannot say the contrary, after all what is the audiovisual art if not creating an immediate emotion? Provoke a reaction in the viewer? How many of us have been in front of several installations in museums and would have expressed the same opinion of the anonymous Egyptian? This is also artistic democracy. The audiovisual installations set in motion something that the soul often refuses because in contrary of our views and our morals; they stir into the soul something that leaves displaced, lost, excited or consternation. If in 19th century works of the impressionists and expressions have aroused the conscience of a rarefied middle class which was used too so many stereotypes of the past, we can say that role is now been playing by visual arts.

Under Siege

Mohamed Alaa may seems introverted, but perhaps his attitude is an artistic approach to have an external point view to understand better what goes on around him, as often happens as well to filmmakers. However, he talks with pleasure about his work and his projects when he gets more confident. For this reason, during the festival AfrocineCasoriaContemporary Art Museum (CAM) ofNapleshas been dubbed “Lo scugnizzo”, he participated with one of his works (Under Siege) for a African artist group exhibition. Nickname could have not be more appropriate: his gaze is sharply and far-away, curly and rebellious hair, almost rasta, a capturing crafty smile that seems that he might catch everything under your nose without you notice it. Mohamed Alaa observe around, meanwhile his brain is grinding out ideas, always on the move, as the art he represents.

Local

He was in Saudi Arabiato shoot a video when the revolution broke out inEgypt. He was struggling with a Saudi sheik, working for the secret services, who was monitoring the observance of Islamic customs in the Macca’s land. The policeman ordered him to stop shooting and filed a report with the competent authority for the offense public decency, in few words, he has been charged because he had three buttons of his shirt loosing and was wearing a leather and silver bracelet! Among the impossibility of filming his new project and the news which were arriving fromTahrir Squareby the TV, at the end prevailed the desire to return home. On February 1st went straight from the heart ofCairothe revolt. He participated with his coetaneous and friends, he filmed video and internalized emotions that the square was being soaking. Mohamed does not speak so much of those moments, as if he has being preserving an idea for ​​a future installation.

Less than a month by the resignation of Mubarak gave a performance to Tahrir called “Work in the streets”. He brought a parchment 50 meters long, and he lyed on the square where everyone could write their opinions and ideas about revolution: the elderly, children, men, women, Egyptians, foreigners, religious and atheists … who called for a better future, who wrote his name, who blamed the corruption and old regime, who drew only … and who was angre and teared the roll of paper because someone else had the courage to leave his shoe’s imprint above the inscription Allah. This demonstrator angrily accused Alaa to be a Christian Coptic, but his family is one hundred percent Muslim, and he continues to laugh while he telling the story. Not that he agreed, the goal was the ability to express themselves, artistically interact in the revolution, developing into the participants a critical analysis to future democratic developments and on what had happened in the last two months. This was Alaa goal, and considered and seeing his idea-work being destroyed by some religious intolerance person was a way to interact, though in the end he had no other remedy that acting, repairing the parchment with tape!

08 05

Another installation he made has been a day before the referendum of March 18th. He paved the center of the Cairo with graffiti using a frame in Facebook’s format written in Arabic, “I do not respect any beard to mislead and incite the citizens to say yes to the constitution which fell successfully due to the Revolution I propose and I expect every Egyptian to express his opinion is … And Constitution, masters … Like Comment”. He explains his idea. “Given that not all people have internet access here inEgypt, I thought to share with them what they could not see in social networks online, so I created a tangible “Facebook” on the streets and squares ofCairo. The writing was directed mainly against the Muslim Brotherhood, but also against the Coptic Church: the first because they were in favor of the reforms but without a real change in the constitution, and to push mistakenly the citizens stating that a negative vote would abolish the values ​​of Sharia law in Egypt; the latter only to be in opposition with the former. We had a revolution because everyone could express him/herself freely”.

“But there must be political parties or movements that mobilize and sensitize the masses”

Pergamena

“The Muslim Brotherhood put pressure on people to vote YES intimating voters with the prospective thatEgyptcould have become a country like theUnited States, but it was not true. Many are ignorant inEgypt, and following without thinking, it is not fair to take advantage of the genuine faith of poor people”. He does not say it in an altered tone, but with an analysis of those who know the reality and the land in which they live in. He shows me a picture of one of its frames with a splash of yellow colour. “Do you want to know what was written under?” I nod. “The biggest gay of the revolution”. He laughs. “This is also interaction! I had even responded back looking for a debate, sad that someone covered the writing with that slash”

He works in his studio at Helwan, away from the center. The windows do not have the glass and let the dust through in, which drops in every atelier’s angle; often Mohamed reuses it for his installations or audiovisual performances. “Why the dust? Has it something to do withEgypt?”.

“For me, the dust is related to the sky, the time and the death, they are inseparable concepts that I express in my work”. For instance, “The Pendulum 1” is a clear representation of his concept of space and time, where the use of dust aging his oscillating face in front of the camera; the work was shown at the New Museum of Modern Art New York in August 2008 along with other Middle East artists for a group representation proposed by the Egyptian Townhouse Gallery. It is a clear representation of usage of dust by Alaa, his work “Under Siege”, where a scared ego is locked behind the barrier of a dusty glass, like a shield, a wall, a thin layer that protects the alienation of solitude and time; a mill metric cape building a barrier, which does not allow individual and personality development. This description in somehow reflects the Mubarak regime: oppression, obedience, police harassment in exchange for security, poverty and hunger. “Under Siege” was exhibited at the Townhouse Cairo, the 2009 Festival of CAM Magmart of Naples (quoted on the Manifesto’s article by Adriana Pollice) and, through the Cervantes Institute, was screemed at the museum Reina Sofia ofMadrid.

In the Box. Casoria. Napoli

In his atelier, Alaa shot a multimedia project called “In the box”, which consists of three videos: “In the box”, “Live in the experimental box sound and performance” and “Piece of bread”. The first was hosted by CAM of Naples in 2009 (?). The second was a live performance still in Naples. The third landed at the Humboldt Moving Picture Show of Chicago in 2010, at the exhibition of international artists Emerging Human Rights in Verona, organized by Spazio Tempo Arte, and once again at Magmart of Naples in 2011. Not bad for a twenty-six narcissistic asshole who has been denied by the same project by the Egyptian committee to Saloon el shabeb (Salon of young artists under 30). In the image of “Piece of Bread” we can see the artist with a sculptor’s hammer beating the wall with ferocity. In different phases of the operation draws the image of a snowman around the hole. The scene is shot simultaneously recorded from both behind and in front from the other room. When the hole is large enough to pass, Alaa tries to cross it, but he remains suspended halfway between the two rooms in a huge effort to go through. As we look the video, he speaks up: “This is the Egyptian revolution, we were able to break the wall, to overthrow the system, we voted in a referendum and began the legal process against the old regime, but we are still there, at the top, paused, unbalanced, and yet unable to proceed, to go beyond the wall”. The image of the video ends like this, with him suspended between two rooms, between two worlds, two realities that still do not belong to him.

Living installation

Alaa Mohamed, in his small prospective, as others filmekers and audiovisualists like him, represents the new generation of artists inEgyptand throughoutAfrica. For his age is certainly stillat the beginning, but in some ways follows the tendency traced by many documentary filmmakers of the African continent such as Saad Nadim, Salah al Tohami, El Attiat Abnoudi, Abdel Kader Al Telmessani, Segun Olusola, Paulin Vieyra Soumanou … but taking advantage of the modern technologies and audiovisual art which he seems to have familiarity like an already experienced artist.

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