Cosa è successo in Egitto?


Questo articolo nasce dalla necessità di spiegare ai lettori cosa sta accadendo in Egitto e il perché è accaduto. Visto che mi trovo al Cairo, molti amici mi domandano, ma perché c’è stata la rivoluzione? Il problema dei giornalisti, e includo anche me, è di dare per scontato troppe notizie che invece il lettore non possiede. Così ho pensato di “integrare” tale lacuna con una breve panoramica storico-sociale del paese, abbinata agli ultimi avvenimenti in Egitto.

Nel 1952 il generale Gamal Abdel Nasser, prese il poter e esiliò Farouk, l’ultimo re della dinastia iniziata da Mohamed Ali nel 1805. La cacciata della monarchia fu un vero colpo di stato dei militari che dal 1953 governano ininterrottamente il paese. Infatti dopo Nasser, gli successero Sadat e Mubarak, a loro volta generali delle forze armate. La popolazione egiziana non ha mai potuto interferire sulle scelte di governo, ma mentre sia Nasser che Sadat possedevano un indiscusso carisma che permetteva loro di avere una forte presa sulla popolazione e un certo successo nella contesto della diplomazia internazionale, Mubarak ne era visibilmente carente. Dopo la sconfitta con Israele nel 1967, Nasser diede le dimissioni, respinte a furor di popolo il quale sgomento scese in piazza per chiedergli di continuare nella sua carica di presidente del paese (alcuni monarchici affermano che fu una propaganda del regime militare che orchestrò a regola d’arte). 

Quindi, durante gli ultimi sessant’anni, sono stati i militari che hanno governato l’Egitto. Le opposizioni già dall’inizio furono represse, Nasser con la scusa dell’attentato subito nell’ottobre del 1954, usò il pugno di ferro con i Fratelli Musulmani sciogliendone l’organizzazione e incarcerando i capi politici. Nella stessa occasione il partito del Wafd (di matrice nazionalista moderata) fu interdetto.

Dall’avvento dei militari, l’Egitto piombò in uno stato di guerra quasi permanente per oltre trent’anni. La prima fu quella del 1956 contro la Francia e l’Inghilterra dopo che Nasser ebbe nazionalizzato il canale di Suez. La seconda fu nel 1967 contro Israele, che macchiò per sempre l’orgoglio nazionale egiziano per l’umiliante sconfitta (tuttora molti anziani ne parlano mal volentieri). Nel 1973 ci fu la guerra del Kippur, dove Sadat ebbe la meglio sull’esercito israeliano preso di sorpresa dal fulmineo attacco degli egiziani (in verità quello che fece fu l’occupazione della maggior parte del territorio del Sinai dove al confine erano stanziati i caschi blu delle Nazioni Unite equipaggiati con armi leggere, prevalentemente con compiti di pattugliamento). Si arrivò alla firma del trattato di pace di Camp David nel 1978, in cui, per la prima volta, uno stato arabo riconosceva l’esistenza dello stato d’Israele. Per la firma di tali accordi il presidente Sadat pagò con la vita. Fu assassinato al Cairo durante una parata militare nel 1981. 

Dopo l’assassinio di Sadat, furono nuovamente promulgate e inasprite le leggi che stabilivano lo stato di emergenza nel Paese, già entrate in vigore negli anni di guerra. Da allora sono ancora vigenti. Lo stato d’emergenza implica la limitazione di alcune libertà fondamentali del cittadino: libertà di stampa, di mobilitazione, di riunione, di indire libere elezioni, di esprimere la propria opinione … Da allora il popolo egiziano si è trovato soggiogato alla volontà di chi governava. Mubarak quindi ha avuto la possibilità di rimanere presidente proprio in virtù di tali leggi e non per un chiaro mandato elettorale. Quando, sotto pressioni internazionali, sono state indette libere elezioni del parlamento egiziano nel 2005, il partito di Mubarak, il PND, ha raccolto il 71% dei voti, e alle ultime elezioni del 2010, ha ottenuto il 90% dei seggi in parlamento, rifiutando ogni volta la supervisione degli ispettori delle Nazioni Unite.

È risaputo che chi detiene il potere troppo a lungo deve essere lungimirante, altrimenti è facile preda di deviazioni e abusi dello stesso. Durante gli anni Mubarak, accanto al potere dell’esercito, ha potenziato enormemente quello della polizia segreta. Fonti ufficiali parlano di circa mezzo milione di soldati effettivi, quelle ufficiose di un corpo di polizia intorno al milione, milione e mezzo. Sempre fonti non ufficiali, affermano che il bagno di sangue in Egitto nella rivoluzione del 25 gennaio 2011, è stato evitato perché i giovani comandanti dell’esercito si opponevano all’uso del pugno di ferro contro l’intera popolazione e non contro una singola organizzazione come era accaduto in passato. Si arriva così ai fatti degli ultimi giorni che sono cronaca quotidiana. Fa riflettere l’approccio soft dei giovani militari, non indifferenti a quello che accade nel resto del mondo e alla domanda di libertà da parte del paese. 

Se decenni fa il regime poteva arginare le influenze esterne di altri paesi o di altri valori, i satelliti prima (negli anni ’90), internet e i cellulari successivamente, e i social-network oggi, hanno permesso l’interscambio con l’esterno. I valori di democrazia hanno assunto un connotato permeante dentro la società egiziana. I giovani egiziani vivevano il contrasto di una società libera, di scambio di informazioni, pensieri e libere opinioni, di cui internet ne è una chiara espressione, con quello che vigeva nel paese. Molti giovani e diseredati egiziani sopperivano alla mancanza del riconoscimento dei diritti civili, e del sopruso della polizia sui cittadini (per chi volesse ulteriori informazioni sui metodi della polizia egiziana, digitare Khaled Said su Google; per chi ha lo stomaco forte, cliccare su immagini: non è uno spettacolo piacevole) con il sogno di emigrare in Europa o in America. La crisi del 2008 ha messo in ginocchio tutta l’economia globale, ha chiuso l’accesso europeo perché l’Europa era incapace a sua volta di soddisfare l’esigenza di lavoro della propria popolazione. Gli stati arabi, e in particolar modo l’Egitto, dove il tasso di povertà è uno dei più alti dei paesi dell’area (si aggira intorno al 45% secondo le statistiche ONU) e con una popolazione di circa 80 milioni di abitanti, sono come pentole a pressione: i regimi autoritari contengono con la forza il malcontento popolare, se s’inceppa la valvola, il sistema scoppia. 

Quanto esposto nel capoverso precedente deve essere ulteriormente correlato da un altro aspetto molto importante. Gli stati arabi sono basati su un concetto di società molto patriarcale, in cui la figura dell’uomo sovrasta abbondantemente quello della donna, ma non solo questo. Il rispetto e l’obbedienza per il capo sono uno dei valori cardine insieme a tanti altri che sì, possono salvaguardare l’individuo, ma spesso annullano tutti i diritti civili se subentra un abuso di potere. Le nuove generazioni di egiziani, i così chiamati 2.0 per l’analogia con la versione attuale del web, hanno coscienza dei loro diritti come cittadini, soprattutto quelli che hanno studiato nelle facoltà universitarie straniere al Cairo. Questa consapevolezza è ulteriormente integrata dallo scambio di informazioni che avviene su internet, Facebook in particolare, e non ultimo dai propri concittadini residenti all’estero. Gli egiziani, non potendo più emigrare per cercare quel riconoscimento dei loro diritti che in patria veniva ignorato, dopo anni e anni di apatia hanno scosso la società civile affinché prendesse coscienza di se stessa, come corpo formato da individui, cittadini e, in quanto tale, soggetti politici titolari di diritti e doveri. Giorno dopo giorno i giovani nelle strade del Cairo hanno arruolato nuovi sostenitori alla causa del cambiamento, che è profondo, e demarca una linea ben evidenziata con il passato. Come scritto in altri miei articoli, gli egiziani non vogliono un cambio di regime fittizio, non sono più disposti ad assoggettarsi a un potere autoritario, qualunque esso sia: religioso, militare, poliziesco … vogliono costruire una società civile più giusta e più equa (ciò non vuol dire perfetta). L’impegno profuso da parte di molti ragazzi nelle strade del Cairo a ridipingere i bordi dei marciapiedi, a spazzare la polvere e le pietre delle ultime tre settimane di sommosse, a pitturare le inferiate intorno ai giardini pubblici … rispecchia la smania di vedere un Egitto nuovo che li rappresenti e rifletta il cambiamento per il quale hanno marciato. 

Dal punto di vista degli occidentali, potrebbe sembrare una banalità scendere in piazza per protestare contro il governo, o per chiedere l’aumento di stipendio, o per altri tipi di manifestazioni. Quando si è abituati a esercitare tali diritti, se ne dimentica l’importanza. Per gli egiziani, come per gli altri popoli arabi, questo diritto veniva negato, e anche se si facevano manifestazioni, la partecipazione era scarsissima, per paura della repressione da parte della polizia. Inoltre chi partecipava veniva schedato dalla polizia segreta, pagando la sua presenza con emarginazione sociale, lavorativa, familiare … Un ricatto inconscio come deterrente a partecipare alle dimostrazioni in piazza. Comunque esiste una chiara differenza che fa capire la portata di quanto raggiunto dal popolo egiziano. I giovani hanno manifestato per tre intere settimane, occupando mattina e sera piazza Tahrir, dove molti sono morti o sono stati feriti brutalmente (guardare le immagini che si possono reperire su internet del 2 e 3 febbraio) subendo le aggressioni della polizia. Hanno lottato con la vita: questo rappresenta un cambiamento epocale nella cultura patriarcale arabo-egiziana.

Ritornando alla situazione attuale, ad oggi l’esercito ha effettuato un altro golpe militare morbido dal momento in cui ha deposto Mubarak. Lo spiegamento dei soldati e dei carri armati a partire dal 28 gennaio ne era un chiaro indizio: qualsiasi parte avrebbe vinto, l’esercito non sarebbe stato impreparato. Ha promesso che traghetterà il paese verso la democrazia. I tempi non saranno immediati come la gente spera, il processo sarà lungo. La Spagna di Franco si affrancò dall’autoritarismo nel 1975, le prime elezioni si ebbero solo nel 1977 e poi nel ’79, ma solo nel 1982 il partito socialista riuscì a strappare la maggioranza e iniziare quel processo di alternanza delle forze politiche nello svolgimento delle dinamiche democratiche. Ma quei cambiamenti portarono la Spagna a aderire all’allora Comunità Europea come membro nel 1986, un cambiamento abissale che dieci anni prima nessuno spagnolo avrebbe mai immaginato.

Nei nove punti programmatici del discorso in televisione del generale supremo delle forze armate Tantawi, oltre lo scioglimento delle camere, viene soppressa la legge sullo stato d’emergenza, ma cosa più importante, e viene nominata una commissione costituente, incaricata di emendare diversi articoli della costituzione vigente. Ciò mostra la buona fede dell’esercito, sebbene si sappia che i militari quando non c’è una guerra in atto, si muovono molto lentamente. La commissione è formata da dieci membri, composta da giudici e professori universitari esperti di diritto costituzionale (anche dell’università americana del Cairo), presieduta dal giurista Tarek al Bashri. Tra i membri, c’è anche Sabaha Salah affiliato ai Fratelli Musulmani,. La partecipazione di questo movimento politico è importante per discutere la parte che riguarda la religione dentro lo stato, come avviene in molte costituzioni che contemplano la libertà di culto quale imprescindibile dialettica dei cittadini.

Dopo l’euforia di venerdì scorso, susseguente le dimissioni di Mubarak, e di sabato per i festeggiamenti in piazza Tahrir, dove si sono radunate quasi due milioni di persone, gli egiziani sono ripiombati nella realtà. Ora c’è insicurezza di quello che verrà, sebbene la consapevolezza della propria forza come popolo sia ormai acquisita. C’è fiducia nel futuro e si respira un’aria nuova, anche se i tempi e i modi di attuazione rimangono l’incognita che rende la situazione poco chiara. In questi giorni non si ascoltano più i sermoni del corano nei taxi o nei bar, non c’è più nessuno che fa una predica a uno straniero sulla conversione all’islam o se ha bevuto un bicchiere d’alcol, l’attenzione è tutta spostata sulle notizie politiche (personalmente mi domando se questo fattore non sia già un inizio di secolarizzazione). 

Molti egiziani si chiedono se l’esercito manterrà la parola che ha dato; la maggioranza crede di sì, però vorrebbe risultati immediati. Molti reclamano un lavoro o una paga migliore e incentivi economici per sostenere le spesa di base. Un autista di bus prende all’incirca 300 lire egiziane, e un poliziotto della municipale forse 400; se si parifica 1 lira con un euro, c’è da chiedersi come un vigile urbano in Italia possa vivere con soli € 400 (è vero in Egitto esiste l’equo canone, ma sta ormai scomparendo abbattuto dalla speculazione edilizia che non ha risparmiato neanche il Medio Oriente e comprare una casa per i giovani egiziani diventa un’impresa inarrivabile). Secondo la pittrice alessandrina Heba Helni, gli scioperi che colpiscono i diversi settori della vita egiziana, organizzati ad hoc dai giovani del movimento 6 Aprile, sono giusti e mantengono l’attenzione alta sia nella popolazione che nei militari per proseguire nella giusta direzione delle riforme. C’è da chiedersi fino a che punto una situazione in cui incrociano le mani portuali e aeroportuali, dipendenti del trasporto pubblico, del turismo e della pubblica amministrazione possa andare avanti … Molti nel settore privato, del commercio e dell’alimentazione hanno ripreso a lavorare a pieno ritmo, ma questi sembrano essere i meno colpiti dalla crisi economica e dall’aumento dei prezzi generalizzato che sta colpendo tutto il mondo e non solo l’Egitto. Il resto rimane una variabile di cui non si riescono a delimitare i contorni.

Venerdì 18 febbraio, proprio in piazza Tahrir che ha visto “l’ultimo faraone” costretto a dimettersi, verranno ricordati gli oltre trecento martiri scomparsi nelle ultime tre settimane di sommosse. Ora Mubarak è in coma nella sua villa di Sharm el Sheik, personalmente spero che si riprenda, per affrontare il giudizio della storia e forse quello di un tribunale. Ma forse neanche lui ha colpa per quello che ha fatto. Ha governato secondo i dettami di cui il Medio Oriente era permeato fino a poco tempo fa, e comunque con la sua uscita di scena non vuol dire che quei valori si siano volatizzati nel nulla, anche se la storia dell’Asia Minore e del nord Africa sembra essere indirizzata a voltare pagina, spazzando via faraoni, sultani e re che si ancorano a un tempo che non esiste più. Però rimane un’innegabile verità che il mio amico scrittore Ahmed Ismail mi ha ripetuto in un’intervista in un’altra occasione: dove ha il cuore una persona capace di prendere 70 miliardi di dollari al suo popolo che muore di fame? Quante scuole, strade, ospedali si potevano costruire? Quanto lavoro poteva essere creato con 70 miliardi di dollari?

P.S.: spero di aver dato un piccolo contributo alla spiegazione di alcuni fatti e per come ci si è arrivati. Tutto è preso dalla mia conoscenza e dagli studi fatti all’università e le ricerche su internet, coadiuvato dalla mia esperienza di vissuto al Cairo negli ultimi quattro anni. Ciò non vuol dire l’infallibilità della mia opinione, ma come punto di partenza e di ricerca per altre persone per approfondire l’argomento. Critiche o altri punti di vista sono ben accetti :-).

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