Giovani italiani e non …


Giovani

 

Prima provocazione: non esiste giovane svogliato o meno (forse in minime percentuali), come non esiste la negazione a priori di fare certi lavori oppure no (altrimenti nessuno lavorerebbe nei call center). Seconda provocazione: è il modello e l’impostazione della società che deve cambiare, o sono i giovani a dover emigrare?

I giovani sono una risorsa per la società, come lo è la loro formazione, entrambi sono capisaldi fondamentali che uno Stato dovrebbe tenere da conto quando vuole puntare sul futuro e sul miglioramento della società. Il giovane è a conoscenza delle sfide che deve e dovrà affrontare, per questo il suo cammino è incentrato sul sacrificio, non nel mero senso del termine, ma quale incentivo per la sua realizzazione all’interno della comunità di cui fa parte, sia come individuo che come lavoratore (entrambi indissolubili, intercambiabili e mutualmente subordinati). Non mettere in evidenza questa demarcazione, vuol dire fare un passo indietro nella nostra storia nazionale, con riferimento agli anni ’50, quando il giovane non aveva strutture statali e private consolidate su cui appoggiarsi e doveva andare allo sbaraglio; mentre con la “seconda rivoluzione industriale” italiana degli anni ’60, le strutture pubbliche e private hanno raggiunto una loro maturità superando il concetto di patronato e incentrandosi maggiormente su una concezione più moderna dello Stato.

Un aspetto molto importante nella società contemporanea sono proprio le strutture a cui il giovane deve sorreggersi e sulle quali deve aver fiducia. Lo Stato e il settore privato devono svolgere il ruolo d’incentivare l’evoluzione del giovane, la sua maturazione e l’inserimento nella società e nel mondo lavorativo. Entrambi devono porre il giovane nella migliore condizione per potersi realizzare all’interno della comunità in cui vive, devono comportarsi in parte come tutori, in quanto il giovane è fragile e acerbo, ed ha bisogno che qualcuno gli indichi la strada, per indirizzarlo nella giusta direzione, senza per questo creare i cosiddetti “bambacioni”. Sgomitare fa bene, arricchisce la propria esperienza e insegna a superare le difficoltà, d’altronde non tutti possono diventare manager o amministratori delegati. La selezione e la meritocrazia sono fattori su cui si fonda la democrazia oggigiorno, il sopruso e le raccomandazioni, come l’attaccamento alla propria posizione sono una forma velata di mafia, come lo è il nepotismo. Se di volta in volta viene premiato chi ha solo conoscenze e i giusti agganci, il legame di fiducia perde collante, si perde l’autostima e il rispetto nelle istituzioni (o nella ditta per la quale si è assunti); ciò porta a quell’atrofia, o svogliatezza di cui si parlava all’inizio dell’articolo. Se ogni volta si vede passare gente incompetente e raccomandata, si perde la forza di combattere e la fiducia nel sistema che diventa incapace di prospettare un futuro per le nuove generazioni, così si assiste alla perdita di significato della laurea e del diploma: che senso ha prendere un “pezzo di carta” quando ci pensa sempre il papi? Perché perdere tempo nel conseguimento di qualcosa che tanto non servirà? Nella relazione della Banca d’Italia, il governatore Draghi sottolinea come la percentuale di ragazzi iscritti alla scuola superiore nel Nord Est italiano, è inferiore di 20 punti alla media europea.

La formazione è l’altro elemento fondamentale per porre le basi del futuro, legata a sua volta alla capacità d’inserimento a livello professionale del giovane. Non si riferisce alla sola formazione scolastica e universitaria, ma anche e sopratutto a quella aziendale e statale che deve essere fornita al lavoratore. La formazione è un incentivo essenziale per l’individuo, costituisce l’arricchimento delle proprie conoscenze già messe in pratica nell’esperienza lavorativa e la consapevolezza di potersi ancora migliorare e di credere maggiormente nelle proprie capacità. La formazione, è il mezzo per combattere l’atrofia mentale del giovane e nell’individuo. Un lavoratore contento e soddisfatto, è un lavoratore che produce di più, e chi più dei giovani è divoratore di conoscenza e voglia di fare se gli sono fornite le possibilità? L’entusiasmo è dirompente a 20 anni, ma a 40 e 60 diminuisce o si perde del tutto.

Nel sistema italiano l’impresa, in special modo quella piccola e media, ha paura di adottare una politica di qualificazione continua o riqualificazione del proprio lavoratore. Un dipendente più qualificato ha più possibilità di trovare un altro lavoro in un’altra azienda (più remunerato o solamente più stimolante). Se da una parte questo assunto è vero, è anche vero che il paese incomincia ad avere una forza lavoro più qualificata, che può essere investita anche all’estero e che rende orgogliosi farne parte. Un possibile ostacolo può essere il contratto nazionale del lavoro e la sua rigidità. Sarebbe auspicabile poter siglare un accordo tra sindacati, confindustria e governo per rendere il CNL più flessibile e d’impedire, per esempio, la “fuoriuscita” per un periodo di 2 o 3 anni del lavoratore appena formato o riqualificato, in modo che l’azienda possa recuperare i soldi investiti sull’arricchimento professionale del dipendente.

Nel mondo della globalizzazione le aziende de-localizzano alcune attività produttive, ciò non esclude il coinvolgimento dei giovani italiani in tale processo, perché, per quanto ne dicano i giornali di destra o di sinistra, l’italiano non ha perso la sua peculiarità atavica di sapersi adattare, né in patria né tanto meno all’estero, perché sarebbe un vanto “espatriare” per esportare conoscenza, capacità lavorativa e produttiva, e non solo per necessità in quanto non si trova uno sbocco nel proprio paese. Quest’ultima prospettiva, con tutto il rispetto, ci accomuna di più agli stati poveri o in via di sviluppo che alle moderne democrazie industrializzate. Anche Eurostat recentemente ha dichiarato che gli italiani sono quelli a livello europeo con la più alta percentuale di emigranti, in barba ai bambacioni di cui si parla spesso. Inoltre, continuando con la politica dello svilimento del lavoro, l’Italia sarà costretta tra 10/20 anni a dover importare manodopera qualificata, perdendo sia sotto l’aspetto sociale che economico. Se è vero che i paesi emergenti (Brasile, India e Cina in primis) saranno i produttori del futuro, si suppone che non sarà mai conveniente importare auto dalla Cina o dal Brasile a meno di non inventare super navi cargo abbastanza capienti ed economiche da abbattere i costi; e poi, fino a che punto i lavoratori cinesi, brasiliani o indiani continueranno a lavorare senza diritti? Se non esiste un obiettivo o la convinzione di puntare a un futuro migliore e prospero, non solo la gioventù diventa svogliata e abulica, ma lo stesso cittadino perde la fede e la speranza nella comunità in cui vive.

Terza provocazione. Persino Mussolini aveva capito l’importanza della “Gioventù”, e ne aveva fatto il perno del suo movimento iniziale, il quale, prima di generare in svolte più autoritarie, estremiste e razziste, aveva coinvolto la società, e i nostri nonni e bisnonni ancore ne decantano le iniziali virtù. È vero che la natalità è ritornata in crescita solo grazie agli immigrati e dopo anni di stagnazione, e che quindi il tasso di giovani in Italia oggigiorno non può essere comparata con quella del Fascismo quando l’analfabetismo era imperante e l’agricoltura era la prima risorsa del paese, ma una società che non investe nei giovani è una società che non investe nel futuro ed è destinata a cadere e inviluppare su se stessa.

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