Il Cairo (articolo pubblicato sulla rivista Costantica)


 

 

Una cosa bisogna mettere in chiaro per chi viene a visitare Il Cairo: questa non è una città per rilassarsi e ne tanto meno per passare un fine settimana romantico. Mettiamo da parte tutti i luoghi comuni, la maggior parte dei turisti che capitano da queste parti sono gli stessi che optano per il pacchetto completo Sharm el Sheik, Horghada o Luxor, per poi venire nella capitale egiziana un paio di giorni, ricalcare le orme della guida turistica e rientrare in albergo per prepararsi al massacro del giorno successivo. Inoltre mettiamo in conto che questi eroi del turismo devono sobbarcarsi un viaggio di 600 km da Sharm per vedere le piramidi e rimanere inesorabilmente delusi. Già, perché l’ultima Meraviglia del mondo antico, sopravvissuta alla storia dell’uomo e ai vari cataclismi naturali, risulta inesorabilmente sminuita dai continui venditori di bibite, cartoline e kefia, dai propinatori di cammelli e cavalli, e dalle false guide turistiche che sono sul chi va là per puntare il primo turista sprovveduto pronto a crederlo. Così l’incanto di trovarsi davanti a un’opera grandiosa d’ingegneria antica, che ancora cela i suoi segreti, perde colore e magia. Per ritrovare quell’idea di misticismo bisogna recarsi a Dashur o a Menfi, che si trovano a circa 50 km dalla capitale, lì veramente può capitare di trovarsi all’interno della piramide Rossa completamente soli; però in questo caso occorre affittare un’auto o un tassista, è sconsigliato appoggiarsi ai vari alberghi perché si rientrerebbe nuovamente nella spirale del turismo di massa.

Gli stessi turisti si trovano spiazzati davanti al perenne traffico congestionato del Cairo. La maggior parte di loro pensa di andare in una città dalle Mille e una Notte, come incastrata in un tempo sospeso nell’incanto e nel fascino di dieci o più secoli fa. Il Cairo è tutto e il contrario di tutto, ma niente a che vedere con l’immaginario (forse un po’ infantile) di molti europei che vengono a visitarlo.

Il Nilo è costellato da grattacieli e ville in stile liberty dell’inizio del secolo scorso, che molti egiziani odiano perché simbolo di un periodo di occupazione straniera (Naghib Mahfuz, scrittore egiziano premio Nobel per la letteratura nel 1988, ci ricorda che negli anni ’30 era vietato l’ingresso agli egiziani all’opera di Alessandria)[1], e da abitazioni fatiscenti e palazzi alti venti piani che sembrano uscire da un’architettura di stampo sovietico anni ’60. Quartieri poveri costruiti alla periferia della città con strade senza asfalto, palazzi di mattoni crudi, rivenditori di qualsiasi merce sui marciapiedi, un un’anarchia di esseri umani che si muovono in un via vai sincronizzato dai doveri giornalieri, bambini che puliscono le scarpe per uno o due lire egiziane, o apprendisti meccanici,  capre che ruminano nella spazzatura che ricopre le strade principali del rione; quartiere Fatimita (o Islamico) dietro il bazar di Khan Al Khalili, un luccichio di moschee ristrutturate recentemente con la cooperazione dell’UNESCO, strade asfaltate con lastre di pietre ben levigate, pulite, i negozi offrono la loro mercanzia in piccole botteghe ben ordinate, vassoi e teiere d’antiquariato che sembrano uscire da un’altra epoca, i bambini in questo quartiere sfoggiano quei sorrisi che spezzano il cuore, le donne velate portano orgogliosamente le cesta sopra il capo, qui, in via Al Mu’ezz il Din, forse è l’unico angolo in cui il Cairo ricorda uno di quei luoghi narrati da Sharazad. Due quartieri agli antipodi, accomunati da quello strato di smog e polvere del deserto.

Il centro della città è un melting pot di popoli dell’Africa orientale e settentrionale, come di molti paesi del Medio Oriente e di molti europei e americani. Gli italiani si trovano un po’ in tutte le zone della città, ma molti vivono a Zamalek, l’isola che nel secolo passato ospitava dignitari britannici, la cui architettura ricorda più alcuni quartieri di Roma piuttosto che Londra, ma questa è una peculiarità di tutto il Cairo, forse perché ad ogni modo rimane pur sempre un paese mediterraneo e forse anche perché agli inizi del ‘900 la comunità italiana era la seconda più grande dopo quella greca. Purtroppo il concetto di manutenzione delle proprietà private è molto debole, così alcune di queste antiche ville si salvano solo perché sono state trasformate in ambasciate, consolati, o scuole private; gli egiziani non hanno un forte senso della comunità, l’interesse personale è sempre al di sopra di tutto. Così non esistono condomini con un amministratore, si entra in alcuni palazzi e non c’è la luce ai piani, questo si traduce anche a livello statale dove per esempio non esiste una raccolta dei rifiuti se non da parte degli zibelin (sono clan di famiglie che organizzano la raccolta, differenziandola e rivendendola alle varie industrie di cartone, plastica, vetro … un sistema ingegnoso che garantisce il riciclaggio di materie prime e offre lavoro, l’unico risvolto negativo è che spesso ci sono bambini al di sotto dei dieci anni che ci lavorano).

Per contro, una caratteristica degli egiziani è la loro innata simpatia e il mutuo aiuto che si sanno reciprocamente dare e che danno volentieri anche agli stranieri, tuttavia, alcuni lo fanno solo per ottenere una lauta mancia. Questo atteggiamento di voler a tutti i costi aiutare, a volte può essere molto insistente, e spesso le donne bionde, ma non solo, del nord Europa non lo apprezzano particolarmente. Molti ragazzi egiziani pensano che queste straniere europee siano disposte a un sesso facile. Ciò è dovuto all’immagine distorta che le televisioni europee e americane danno della società reale attraverso il satellite o il cinema. Sfortunatamente non esiste un filtro, o un metodo d’interpretazione, così si crede che tutto quello che si vede nello schermo è la completa realtà, mentre la celluloide è solo una distorsione di essa. Quindi queste bionde nordiche, si trovano spiazzate dai continui molestatori egiziani, il corsivo è d’obbligo, in quanto la continua insistenza dei loro apprezzamenti diventa comprensibilmente insopportabile. Le italiane forse sono più abituate, ciò è dovuto al comportamento tipicamente italico dei maschi che per certi versi ci accomuna ai cugini egiziani, sebbene in Italia quella d’importunare le straniere fosse un atteggiamento tipico degli anni ’50 e ’60, dove la rivoluzione sessuale doveva ancora avere il suo corso.

Il risvolto di quanto detto sopra ed altri aspetti della vita sociale egiziana, creano allo straniero che vive al Cairo, il bisogno di evadere e di frequentare spazi e luoghi di aggregazione più familiari. Così si tende a riunirsi tra stranieri, cercando un proprio spazio isolato dentro la realtà cairota. Ad ogni modo bisogna anche mettere in conto che ci sono molti europei, principalmente quelli che hanno fatto studi di lingua araba o sul Medio Oriente, che riescono a integrarsi maggiormente con il tessuto locale. Ciò è dovuto alla conoscenza della lingua, e della storia del paese che li ospita, che diventa un tramite e una facilitazione per conoscere i substrati del territorio e della cultura, delle abitudini e costumi locali. Spesso, questi studenti, riescono a trovare un lavoro che li aiuta a sostenere le spese per il soggiorno nel paese. Capita che diversi di loro rimangono a vivere al Cairo a tempo indeterminato. Oggigiorno, vista l’attuale crisi economica in Europa, potrebbe essere una soluzione quella di ritornare all’emigrazione tipica dei nostri avi del XIX° e XX° secolo: emigrare all’estero per cercare un lavoro e altre possibilità di vita. Oggigiorno una differenza fondamentale è il know-how dei giovani europei: allora era soprattutto manodopera di bassa qualità che emigrava, mentre oggi sono professori, ingegneri, architetti, informatici … che possono competere maggiormente a livello internazionale.

Gli europei, appena arrivano nella città, hanno bisogno di tempo per abituarsi a lavorare dalla domenica al giovedì e ad essere imbottigliati nel traffico come tutti i cairoti, sebbene chi lavora per grandi compagnie preferisce avere un autista, in modo tale da evitare di arrivare in ufficio già stressato, rimanendo comodamente seduto sul sedile posteriore con il suo palmare o portatile, rigorosamente connesso alla rete con una chiavetta internet.

All’inizio si approfitta dei fine settimana per visitare i monumenti della città. Poi a poco a poco si allarga il raggio di perlustrazione. Prima si visita il deserto (si rimane sempre affascinati da quello Nero e da quello Bianco che si trova a metà strada tra le due oasi di Bahariyya e Farafra), poi il mar Rosso e lo stupore di tuffarsi dentro un acquario. Le mete diventano sempre più allettanti perché in un certo senso tutto sembra a portata di mano. Si pianificano viaggi verso nord-est: in Giordania, Siria, Turchia, Golfo Persico, Yemen; e verso il sud: Sudan, Eritrea e altri paesi cercando di evitare quelli più a rischio. Inoltre calcolando che la vita in Egitto può costare fino a 6/7 volte meno che in Europa, i viaggi sono sicuramente alla portata di ogni europeo; chi non vuole rinunciare ai comfort e a un certo lusso, deve per forza di cose mettere mano al portafogli.

Personalmente sono un fautore dello “slow-trip”, ma forse perché ho il tempo di permettermelo, penso che sia il modo migliore per assaporare il viaggio in tutti i suoi aspetti passando da una regione all’altra: cambiano le persone, le  abitudini, i comportamenti, la lingua assume intonazioni diverse, il paesaggio è un contrasto di terre brulle, steppose, montagnose, pianeggianti … Sinai, Giordania, Siria, fino ad arrivare alle porte di Damasco. Qui si entra nella città antica, allora si respira quel sapore millenario di una città ininterrottamente vissuta da cinque millenni. Normalmente chi mette mano al portafogli compra direttamente il biglietto dell’aereo, perdendo l’occasione di assaporare il fascino del lungo viaggio. Sono fautori del cosiddetto turismo “mordi e fuggi”, allo scopo di poter dire di aver visitato i posti più importanti o conosciuti della regione. La causa principale di questo tipo di viaggi la si può ritrovare nell’ottica di molti residenti stranieri al Cairo che vogliono trascorrere le vacanze nella propria patria per un periodo di almeno tre settimane (la maggior parte delle mogli degli impiegati nelle multinazionali normalmente passano tutto il periodo estivo con la famiglia, da fine maggio a inizio settembre, in Italia). Spesso questo tipo di approccio crea a sua volta un malinteso, o forse un’ovvia verità, con gli operatori turistici egiziani, giordani o siriani: si vede il turista come un oggetto a cui spolpare più soldi possibili perché al turista interessa solo scattare fotografie e seguire la guida, e non conoscere la tradizione e la realtà del luogo che sta visitando.

Ritornando alla città del Cairo, per quanto confusionaria e caotica, ha le sue regole e i suoi codici non scritti. Lo Stato cerca di fare il possibile per fornire i giusti servizi e infrastrutture, ma deve districarsi con una popolazione di oltre 80 milioni di abitanti (statistiche ufficiose parlano di 100) e una forte corruzione nell’amministrazione statale, fatta di tangenti e conoscenze per ottenere favori o agevolazioni. Dove non arriva lo Stato, ci pensa il mutuo aiutarsi degli egiziani e spesso le moschee, le quali fungono da aiuto esterno che indubbiamente aumenta i proseliti. È simile alla funzione che esercita la chiesa cattolica in Italia: svolge sia un ruolo di aggregazione dei fedeli, ma anche di supporto alle famiglie meno agiate.

L’elevato numero di abitanti dell’Egitto non deve trarre in inganno. Infatti, per quanto si possa rimanere spaesati nella capitale egiziana a causa della sua estesa grandezza, il Cairo è una delle città più sicure al mondo, certo, spiacevoli inconvenienti possono capitare, ma ciò dipende anche dal proprio senso di responsabilità. Gli egiziani sono sempre disposti ad aiutare qualcuno con un sorriso sulle labbra. Quando approfittano dello straniero, lo fanno sui prezzi dei souvenir o prodotti del bazar, non senza aver contrattato prima il prezzo, in questo modo il cliente va via contento, ma chi ci ha lautamente guadagnato è il rivenditore. Con il tempo, per chi ama contrattare, si riescono a fare dei veri e propri affari.

Gli europei residenti, durante la settimana si dedicano al lavoro o alla studio, la vita notturna cairota può trascinare in un vortice dell’uscita quotidiana. D’estate i cairoti rimangono svegli fino alle 3 del mattino per cercare un po’ di refrigerio sui ponti del Nilo, dove la brezza è piacevole e sembra trasportare i sogni delle coppiette e delle famiglie egiziane che vi passeggiano. Normalmente i primi mesi al Cairo si cerca di sperimentare il più possibile, anche perché la città offre divertimenti di tutti i tipi: dalle discoteche sui barconi ancorati sul Nilo, a quelle di altri quartieri più altolocati come Mohandeseen o Maadi; dai tipici caffè egiziani del centro, dove i giovani, gli artisti locali (o pseudo tali) e gli stranieri s’incontrano e conversano tra un tè e un narghilè, ai locali per andare a vedere la danza del ventre sulla strada di Giza; dai ristoranti più raffinati di Zamalek e Maadi, dove si può ordinare del cibo tipico mediorientale e internazionale, ai nei caffè egiziani dove poter pasteggiare con gli amici con un take away dei cibi locali più popolari; dai party in casa a quelli organizzati nei club stranieri o nelle barche ormeggiate sulle sponde del fiume. Per quanto possa sembrare impossibile, ci sono quartieri, centrali o non, dove protettori di lucciole avvicinano stranieri e egiziani per offrire le prestazioni delle loro protette.

Gli stranieri più integrati nella società spesso s’incontrano con amici egiziani nei Nadi, club sportivi di diversi ettari quadrati. Ci si ritrova la sera o i fine settimana con tutta la famiglia o con quelle dei propri amici. Qui spesso i bambini instaurano rapporti d’amicizia che dureranno tutta la vita. Normalmente è obbligo di ogni capofamiglia egiziano iscrivere  i membri del proprio nucleo familiare a un Nadi, dal tipo di club che si frequenta spesso si può risalire all’origine sociale della famiglia.

Normalmente non ci sono differenze tra club cristiani e musulmani, sono sempre misti, con ovvia preponderanza dei secondi. Infatti, un aspetto che caratterizza la società egiziana, ma non è l’unica nel Medio Oriente, è la convivenza pacifica tra le due grandi religioni che dura da secoli. Non è inusuale, se non la regola, trovare moschee e chiese una a fianco dell’altra. Certo, a volte si assiste a episodi di intolleranza che capitano maggiormente nell’Alto Egitto (normalmente non coinvolgono gli stranieri). Questi atti non turbano il quieto vivere dei cittadini. Fino alla nascita di Israele anche gli ebrei vivevano in pace come minoranza in Egitto, poi la rabbia degli arabi successiva alla guerra e alla sconfitta del 1948, li costrinse a emigrare in Israele, espulsi dalla loro stessa patria, allo stesso modo in cui furono cacciati dalla Spagna nel Basso Medioevo. Peccato, perché impoverì il paese di persone capaci e competenti nei diversi settori. Ad ogni modo il Vecchio Continente è uno tra i più giovani che sta sperimentando questa  convivenza di religioni, se si eccettuano i Balcani, e ha ancora molto da imparare.

I Copti sono i cristiani più antichi al mondo, tuttora conservano per i testi sacri una scrittura a metà tra greco e aramaico che costituisce una delle lingue più antiche al mondo, sebbene recentemente per le funzioni liturgiche venga usata la lingua araba, come quando in Italia fu sostituito il latino con l’italiano dal Concilio Vaticano II. Al Cairo esistono molte chiese per le diverse ramificazioni della religione cristiana: cattoliche, anglicane, protestanti, armene … che permettono agli stranieri di poter professare il loro culto.

A questo proposito è interessante notare come ognuno porti con sé parte del paese di provenienza, cercando di riprodurlo in quello ospitante e di creare le stesse situazioni che avrebbe in patria: amici, escursioni, vacanze, interessi culturali, passioni, hobby e tempo libero. Perché l’allontanamento da casa, è solo un inganno del tempo e dello spazio, mentre il cordone ombelicale che ci riporta alla nostra nazione di nascita non può essere reciso. Un americano rimarrà sempre un americano, come l’egiziano e l’italiano, come quel contadino che da qualche angolo remoto dell’Egitto va al Cairo in cerca di lavoro e fortuna. Già, Il Cairo, megacity fatta di mille piccoli villaggi al suo interno che sembrano un qualsiasi comune sperduto nell’entroterra. Cairo, una Spaccanapoli mediorientale che non si addormenta mai, punto d’incontro di genti e razze, crocevia della Via della Seta di cui sono rimaste solo le leggende narrate e le moschee mammalucche.


[1] Biblioteca di Alessandria (Egitto).

 

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