La chiamata per la vittoria


I presupposti che la partecipazione sarebbe stata numerosa per i festeggiamenti della vittoria c’erano tutti.

Nei giorni scorsi, dopo le dimissioni di Mubarak, gli egiziani stazionavano a migliaia davanti la sede della TV a ridosso della cornice, radunati a migliaia per protestare contro le disuguaglianze del regime dell’ex rais e contro i media egiziani che durante la rivoluzione avevano preso posizione in favore del presidente (non poteva essere altrimenti in un sistema dove esiste un ministero che controlla l’informazione pubblica!). Questa mattina la gente tirava dritto, quasi senza degnare di uno sguardo né l’annerito palazzo semicircolare della televisione di stato, né i quaranta carri armati che lo presidiavano protetti da un folto filo spinato.

A ridosso di piazza Abdel Amr Riad diversi flussi di persone convogliavano per dirigersi come fiumi in piena a Tahrir: dalla rampa della tangenziale che taglia in due la metropoli come un’arteria di cemento e asfalto, da via Ramsis e da Shubra.

Alle 11:00 la piazza traboccava di gente: a pelle si capiva che sarebbe stato un numero più copioso del venerdì scorso; dal marciapiede di via Talat Harb in molti tornavano indietro spronando chi veniva avanti a fare retromarcia senza ottenere risultati, così la gente si andava accalcando senza lasciare un fazzoletto d’asfalto libero. Dall’alto del decimo piano la prima impressione era confermata: non c’era modo d’intravedere un solo spicchio di suolo!

L’atmosfera non era tesa come otto giorni fa, poco prima del discorso del presidente che, giovedì 10 febbraio, stupì tutti rifiutando di dimettersi, come pure colse di sorpresa la piazza solo 24 ore più tardi arrendendosi di fronte alla tenacia del popolo manifestante. Allora i visi erano tesi e mostravano la stanchezza di tre lunghe settimane di proteste, di guerriglia con la polizia, di occupazione del centro della città, di ansia per ogni notte passata al freddo con la presenza continua dell’esercito e carri armati, di file chilometriche per andare al bagno della moschea più vicina. Solo quel senso di amalgama e di corporativismo, che si forma durante questo tipo di eventi, dava la forza di continuare; poi l’urlo della gente è rimbalzato in ogni lato della piazza, i dimostranti non potevano credere alle voci delle dimissioni del rais ostinato sulle sue posizioni fino al giorno precedente. Le persone si guardavano stupite, incredule di essere riuscite a mandare via il “faraone”, si abbracciavano, piangevano, gridavano la gioia, salivano in cima ai monumenti e alle macchine, sventolavano la bandiera dell’Egitto, cantavano la fatica accumulata in giorni e giorni di lotta. Una festa durata fino a notte inoltrata e continuata il giorno dopo.

Venerdì 18 febbraio, si assisteva allo stesso spettacolo, solo che in piazza non c’erano visi tirati, ma felicità rilassata, composta e nello stesso tempo incontenibile di famiglie che per la prima volta venivano nel luogo che sta cambiando il volto dell’Egitto, di padri alzavano i bambini ai soldati i quali li adagiavano sui cingolati per una foto ricordo, di bimbi che cantavano slogan e sbandieravano i colori dell’Egitto insieme ai genitori. L’imam Yossef al Qaradawi, esiliato in Qatar da anni per la sua affiliazione ai Fratelli Musulmani, teneva la preghiera del venerdì in piazza Tahrir con un breve preambolo politico sulla rivoluzione e il cambiamento iniziato dai giovani e appoggiato dalla maggioranza della società civile, ammonendo a non abbassare la guardia dopo i risultati ottenuti fino ad ora. Poi il milione di manifestanti si è dedicato alla preghiera e gli scatti dei fotografi dei media internazionali sembravano impazziti, erano gli unici a essere tesi e a fremere nell’attesa di poter immortalare tutti quei corpi prostrarsi all’unisono sul terreno.

Alla fine della preghiera la marea di persone urlava Masr, Masr! Egitto, Egitto! Un boato che sembrava volesse squarciare il cielo e che sicuramente rimarrà impresso nelle mente della moltitudine presente.

La banda dell’esercito ha suonato la marcia della vittoria e si aveva l’impressione di partecipare a una gigantesca sagra paesana dove per un momento le preoccupazioni per il futuro scomparivano, in quel “Sabato del villaggio” leopardiano in cui l’ansia per la settimana a venire rimane solo sotterranea. Popcorn, arachidi e bruscolini, panini di kebab e felafel, gelati e dolci, succhi di frutta e bevande gassate … molti facevano affari, soprattutto quei negozi che per 18 giorni erano rimasti chiusi. Il canto della vittoria si leggeva nei volti pitturati con i colori egiziani. In quel momento il futuro poteva aspettare. 

La giornata indetta in memoria dei caduti sul campo si è andata trasformando nella celebrazione della vittoria, anche se il cammino è ancora lungo: la riforma della costituzione entro dieci giorni, come promesso dai militari, non sarà sufficiente a trasformare un tessuto civile come quello egiziano abituato alla corruzione; inoltre, in futuro, si dovranno fare in conti con i sostenitori del regime da poco caduto, che sono milioni, e che per il momento sono silenti, ma sicuramente con il tempo usciranno fuori.

Il processo è ancora lungo. Le riforme della costituzione sono ancora in discussione, ma già i Fratelli Musulmani puntano i piedi sull’articolo 2, il quale stabilisce che l’Egitto è uno stato musulmano di lingua araba e la Sharia (la legge islamica) è la fonte principale della legislazione statale. Se veramente l’Egitto vuole intraprendere un cammino democratico, questo e altri articoli forse dovrebbero essere rivisti, altrimenti la strada iniziata il 25 gennaio sarà molto più impervia di quello che già si va delineando. La povertà e l’analfabetismo sono molto alti nelle zone rurali del paese e nelle periferie povere delle città (al Cairo si contano 6 milioni di poveri), dove la presa dei Fratelli ha un ampio successo. Sostituire l’arabo classico come lingua ufficiale con il dialetto egiziano potrebbe essere una soluzione per estirpare l’analfabetismo in molti strati della società egiziana, ma questo è un cammino che richiede un tempo ancora più lungo. I Fratelli Musulmani per il momento dichiarano apertamente di non volere nessuno stato teocratico, ma in una situazione instabile le dichiarazioni possono essere ritrattate con molta facilità, anche se gli egiziani sono fermi nel rifiutare un altro regime autoritario. Con il tempo inoltre, si dovranno fare i conti con le persone che avevano una posizione privilegiata con il regime di Mubarak e che per il momento rimangono nell’ombra.

C’è il bisogno di iniziare una dialettica democratica in cui tutta la società, tutte le forze politiche, imprenditoriali, sindacali e pubbliche siano veramente coinvolte e non prevalga la regola del più forte, di chi vince e schiaccia la parte perdente. C’è bisogno di coinvolgere tutti gli strati della popolazione, e i Fratelli Musulmani ne sono una componente, come c’è la necessità che l’impeto e la spinta della rivoluzione non perda slancio. Sarà compito del movimento del 6 Aprile e degli Shabeeb (Giovani) fare in modo che questo non accada. Si prevedono altri raduni in futuro, come pure la continuazione degli scioperi in diversi settori.

Venerdì 18 febbraio, gli egiziani erano in piazza a festeggiare pacatamente, con la famiglia o con gli amici. Per un giorno si respirava aria di vittoria, di speranza e di libertà.

 

5 thoughts on “La chiamata per la vittoria

  1. è veramente un bell’articolo.Si vede che è scritto da una persona che conosce a fondo la realtà egiziana.Continua perchè sei veramente bravo

  2. Pingback: Articoli sull’Egitto « AltroMe

  3. Vincenzo!
    Thank you for your wonderful reports from Cairo. These are gems, and I hope that you will
    continue to keep us informed in your charming and personal manner. Good luck!
    Huck

  4. Thanks to you Huck, and it will be my pleasure to carry on with this work, for sure.
    Thank again.
    Vincenzo

  5. ciao vincenzo un articolo molto bello!hai trasmesso molto bene i sentimenti dei giovani egiziani e le loro speranze ,speranze di una vita finalmente libera.ami cosi’ tanto l’egitto che i tuoi articoli sono un fiume inarrestabile di emozioni che riesci a trasmettere a chi li legge!!!!!ti auguro con tutto il cuore che la tua bravura venga conosciuta da tutti,perche te lo meriti!!!!!!!!!!sei bravissimo!!!!!un abbraccio.vincenza.

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