La rivoluzione delle immagini – Left (L’Unità 25 mag 13)


Il cinema egiziano

Testo di Vincenzo Mattei

Ibrahim at his home - Photo by Asmaa Youssef

Ibrahim at his home – Photo by Asmaa Youssef

La storia del cinema in Egitto affonda le sue radici agli inizi del secolo scorso. Già nel ‘39 Kamal Selim con il film Al Azima (La volontà) iniziava il percorso neorealista che avrebbe rappresentato la strada da seguire per molti altri registi. Negli anni si sono susseguiti esponenti di spicco del calibro di Salah Abu Seif e Youssef Chahine, premiato alla carriera a Cannes nel 1997.

Il cinema egiziano è stato spesso tacciato da alcuni critici di essere rimasto troppo ancorato alle tradizioni nazionali teatrali, musicali e popolari, ma è solo una parziale verità. È indubbio che la filmografia nella terra del Nilo ha passato diverse fasi e influenze, si è adattata e riadattata alle situazioni contingenti (vedi il periodo del panarabismo nasseriano) e alle nuove generazioni. Molti i titoli e i registi di valore internazionale che si sono avvicendati nei decenni, sebbene la fine degli anni ’70 rappresenti un amaro spartiacque, dove la facile commedia e il grottesco hanno imperato e preso il sopravvento sui film d’essai.

Durante il regime di Mubarak il trash e il superficiale sono diventati una caratteristica dei film di regime, un “lavaggio del cervello” che ha sfociato nello sciovinismo. Pellicole cinematografiche di pessima qualità mostravano un Egitto povero, problematico ma edulcorato da un nazionalismo latente e dall’immutabilità del fato di cui l’egiziano sembrava obbligatoriamente succube.

Last Day of the City

Last Day of the City

Poche le eccezioni in questo periodo, come Yossri Nasrallah, allievo del grande maestro Chahine, con il suo film Bab El Shams (La porta del sole, 2003), storia d’amore di due palestinesi divisi dal dislocamento/esodo del loro popolo dopo la guerra del 1948. Ma è lo stesso Chahine che, prima della sua morte, lascia in eredità il suo ultimo capolavoro, “Fauda” (Caos, 2006), che denuncia la corruzione della polizia e il sistema di tortura nelle carcerari egiziane.

 Con il nuovo millennio una nuova generazione di cineasti ha iniziato a mettersi in mostra, cercando di rimanere nel solco della tradizione filmica precedente. La maggior parte sono registi impegnati, seguono una narrativa che spesso analizza il sottoproletariato delle baraccopoli de Il Cairo, poggiano su una struttura filmica complessa in cui l’intreccio dei drammi personali dei protagonisti si mescolano e s’incontrano.

Ahmed Abdalla

Ahmed Abdalla

I nuovi registi osservano attraverso il telescopio della cinepresa la realtà egiziana in continua trasformazione, puntano l’obiettivo sulla spaccatura nata nella società divisa tra iper-ricchi e poverissimi, sull’assottigliarsi della classe media e della sua quasi scomparsa. Le tematiche dei loro film toccano il dramma esistenziale e la lotta quotidiana di molti protagonisti appartenenti a una classe sociale diseredata. La commedia, sfruttata e abusata incessantemente dal filone del periodo precedente, viene quasi accantonata, lasciata solamente in piccole battute, mentre la tragicità del vissuto dei personaggi e dei loro caratteri prende corpo sulla pellicola. Si riscontra una grande capacità di proiettare le emozioni sulla pellicola, sebbene lo stile abbia dei margini di miglioramento. Gli ingredienti ci sono tutti, mancano solo piccoli accorgimenti, come potenziare la struttura e la forza della trama.

Il limite di questi registi è nelle difficoltà e negli ostacoli che incontrano quando devono girare. Per chi non lavora nella potente industria cinematografica egiziana (chiamata l’ “Hollywood del Medio Oriente”), pochi sono i soldi a disposizione, e poche sono quindi le produzioni. Molti dei nuovi cineasti sono costretti a lavorare con attori e comparse di strada, accostandoli, volenti o nolenti, al neorealismo degli anni ’40-’50. Le riprese spesso sono fatte all’aperto per necessità, o in piccoli appartamenti affittati all’occorrenza, ciò rende difficile catturare l’immagine cercata, implica un’arguzia e una bravura comunque da affinare. Le pellicole descrivono un Egitto decadente ma reale, autentico che spesso gli stessi egiziani non vogliono vedere.  Anni di regime hanno “educato” i cittadini a proteggere l’immagine distorta del paese, creata ad hoc dal cinema, dove è più facile occultare che mostrare la cruda realtà.

Winter of Discontent - Ibrahim El Batout

Winter of Discontent – Ibrahim El Batout

 A differenza dei grandi che li hanno preceduti i nuovi registi riescono, nella corruzione e nel vuoto del regime di Mubarak, ad accedere alla filmografia internazionale attraverso i satelliti o esperienze dirette all’estero. Ibrahim El Batout, Tamer El Said, Ahmed Abdallah e Mohamed Diab, sono solo alcuni dei nomi che costellano il nuovo panorama cinematografico egiziano. Sono registi di nicchia, che analizzano e carpiscono la realtà che li circonda e non hanno paura di parlare apertamente degli stereotipi e dei problemi che assillano la società egiziana. Alcuni di loro sono trasversali, le loro sono tematiche universali. Come il documentario sulle torture in Marocco (Take me) di El Said e quello di Mohamed Diab sulla violenza sulle donne in Egitto. Diab affronta i pregiudizi di una società chiusa in se stessa che nasconde crimini e criminali per proteggere un’ipocrita morale pubblica. (Mohamed Diab)

Tutti questi registi sono stati dei precursori della rivoluzione egiziana, i loro film l’hanno preceduta di poco. Dipingono senza remore l’Egitto dell’era di Mubarak: politicamente corrotto, inquinato e volutamente analfabeta, pronto a credere al politico arrivista o al rampante imprenditore di turno, smascherando quell’Egitto ingenuo e sornione costruito artifialmente dalla propaganda del regime precedente.

Dopo la rivoluzione alcuni registi stanno cercando di distaccarsi dalla potente macchina produttiva e commerciale degli studios per intraprendere una propria via indipendente e d’autore. Il cammino è ancora lungo e impervio, ma già lascia intravedere una parziale rinascita del cinema egiziano.

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