L’eredità di Tahrir (scritto il 24 gennaio 2013)


Rivoluzione egiziana: l’eredità di Tahrir (Altravocenews)

Manifesto per Tahrir 2013

Utopia

La crisi della democrazia va di pari passo con quella della politica. L’impoverimento del dibattito politico e il sopruso del politicante di turno che pensa sempre più alla sola piccola parte che rappresenta piuttosto che all’interesse del bene comune, porta il cittadino a sentirsi poco rappresentato e partecipe della res publica. Proprio il depauperamento del significato di bene comune è stato uno dei fattori che ha creato una frattura all’interno del sistema. Nel secondo dopoguerra, seppur dentro divisioni, ciò che maggiormente fu una forte spinta iniziale dentro la società fu l’obiettivo di raggiungere un miglioramento della comunità nel suo insieme (il cosiddetto e inneggiato “sviluppo”, sempre crescente nei calcoli economici liberisti, e conseguentemente, maggiore responsabile dell’aumento del debito pubblico). Nel dopoguerra esistevano valori e “ideologie” che rappresentavano degli obiettivi da raggiungere, la molla trainante per una spinta al miglioramento della collettività. Oggi questa peculiarità ideologica è svilita e lasciata a discrezione del governante di turno e rispecchia, almeno nel mondo occidentale, una costante non più prioritaria ma focalizzata verso l’interesse di una minoranza.

Tahrir Saquare. February 2011
Tahrir Saquare. February 2011

Negli Usa, la maggioranza silente, cioè quella che non va a votare (intorno al 40%) e che non si esprime e non partecipa alla vita politica, lascia campo libero a chi si instaura nei centri di potere. Sarebbe da capire che cosa vuole questa maggioranza silenziosa, come vive, cosa si aspetta dal futuro, cosa pensa della società in cui vive … e infine, chi sono coloro che la formano? Sono solo poveri e diseredati, o anche altri strati della società la compongono? Perché si autoescludono dalla vita politica?Mask of Freedom

Lo scorso dicembre 2012, solo il 30% degli aventi diritto al voto in Egitto si è recato ai seggi per votare, attraverso lo strumento del referendum, la nuova Carta Costituzionale voluta dal presidente islamico Mohamed Morsi. Una percentuale irrisoria se si considera che il paese sta ancora vivendo il corso della rivoluzione scoppiata il 25 gennaio 2011. Dovrebbe esserci entusiasmo nella popolazione per la possibilità di esprimere la propria opinione riguardo il suo futuro. I non votanti egiziani, risultano disillusi rispetto a un tipo di sistema (quello democratico) che sembra incapace di arrestare il declino dell’Occidente? Che se ne fanno gli egiziani di un sistema che non è in grado di portare il teorico arricchimento e miglioramento economico necessario per estirpare la povertà endemica nel paese? Due giustificazioni principali esistono. Molti aventi diritto al voto sono talmente poveri che forse non hanno avuto il tempo di andare alle urne, come non ci sono dubbi che sessantanni di dittatura hanno portato all’apatia un popolo che non vede alcun giovamento e beneficio con il voto.

Army in Cairo downtown. Feb 2011
Army in Cairo downtown. Feb 2011

Sebbene il referendum sia stato approvato con una sostanziosa maggioranza (64%), emerge un dato inequivocabile: appena 9 mln e mezzo di cittadini su 50 mln dell’intero corpo elettorale ha approvato la nuova Costituzione che avrà degli effetti sull’intera nazione. In pratica una percentuale esigua. La discrepanza con la popolazione totale (85 mln di abitanti), pone seriamente in questione il sistema e l’efficacia della democrazia rappresentativa e sostanziale. Si sta parlando di governo di un’oligarchia, e di un oligopolio politico che mina alla radice il nascere di un sistema democratico. In maniera minore, è qualcosa alla quale si sta assistendo già da diversi decenni negli Stati Uniti, dove la partecipazione alle consultazioni elettorali denotano una diminuzione costante delle effettive persone che si recano ai seggi per votare.

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Se in una democrazia affermata, e con tutti i suoi limiti (vedi utilizzo della pena di morte, libera circolazione di armi, uso della tortura nelle carceri militari di Abu Ghraib e Guantanamo …), come quella americana comporta il governo di pochi, circa il 31% dell’intero corpo elettorale (62% di votanti nel 2012), ciò risulta sconcertante. Le basse percentuali del referendum in Egitto rappresentano il quad

ro di un’evoluzione naturale della crisi della democrazia. È una crisi di partecipazione e di mobilitazione, di sfiducia dei cittadini nei confronti di un sistema politico che non riesce appieno a cogliere l’insoddisfazione del crescente malumore popolare (accentuato dall’aumento della crisi economica e dei suoi effetti), che rimane silente perché non trova altri mezzi per potersi far sentire. Le democrazie nate in Europa subito dopo la fine della seconda guerra mondiale sono solo un ricordo. È invero che negli ultimi 60 anni il Vecchio Continente ha cambiato radicalmente la struttura della società su cui si fondava, ma a partire dagli anni ’80, ciò sta portando sempre più verso un tipo di sistema politico oligarchico che asseconda maggiormente gli interessi delle corporation neo-liberiste piuttosto che il beneficio della maggioranza. Lo scollamento di una parte delle società, pone il quesito su quali possono essere le alternative.

Giovani nazioni hanno spesso cercato di imitare il modello europeo, od americano, perché sembrava incarnare l’efficienza, la giusta rappresentanza in parlamento, il rispetto delle minoranze, libertà, il bilanciamento dei poteri dello Stato … ma maggiormente incarnava quel boom e sviluppo economico negato ai 4/5 dell’umanità. Lo stereotipo dei diseredati del mondo è sempre stato quello di abbinare alla democrazia la capacità di crescita e il benessere. Tale assioma è stato parzialmente vero seguendo una dicotomia ben consolidata fino alla fine degli anni ’70. Infatti è confermato, sotto molti aspetti, che negli ultimi trentanni  lo svilimento dei diritti democratici ha portato a un chiaro ed evidente impoverimento economico delle società occidentali (e viceversa) sempre a beneficio dei grandi capitali finanziari. Dagli anni ’80 la forbice tra ricchi e poveri è andata allargandosi anche dentro i paesi ricchi! L’illusorio benessere creato dal boom informatico negli anni novanta e quello immobiliare e finanziario della prima decade del duemila, sono stati solo delle parabole gonfiate da una speculazione borsistica che ha lasciato sul lastrico molte famiglie e depauperato interi settori industriali ed economici. È ripetitivo ma necessario puntualizzare che il libero mercato non può essere lasciato libero, senza regole.

Tahrir during the Jan revolution 2011 on Ablaa's viewDagli inizi del 21° secolo, ci troviamo ad avere un altro prototipo vincente a cui i 4/5 del pianeta guardano per i vantaggi e per il miglioramento del benessere individuale e collettivo che può portare: quello cinese. Oggigiorno i paesi emergenti guardano più a un intervento statale consolidato e forte che possa garantire un certo tipo di sviluppo economico (su uno stampo quasi roosveltiano). Sotto questo aspetto, le economie industrializzate sembrano dirigersi verso un declino democratico perché delegano il ruolo primario e fondamentale dello Stato a corporation e multinazionali, e privatizzano i settori che gli competono (ovviamente ciò è valido se si adotta come metro di giudizio statistico il neocapitalismo). La vittoria dei Fratelli Musulmani in Egitto è stata appoggiata dagli Stati Uniti perché la Fratellanza garantisce un continuum con le politiche neoliberiste esistenti già al tempo di Mubarak.

Nel periodo storico in cui ci troviamo, avremmo veramente bisogno di un nuovo Marx, un economo-sociologo che sia in grado di analizzare i modi per poter scardinare il sistema capitalistico dominante, Cina inclusa. Sotto questo profilo la Primavera Araba ha mostrato due cose.

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La prima è che l’insofferenza ai soprusi perpetrati durante anni e lustri porta sempre e comunque a insurrezioni. I tunisini, gli egiziani, gli yemeniti, i bahareniti, i siriani … si sono ribellati alle condizioni di povertà e di assenza di libertà nei loro Stati. A partire dal primo ‘900, esistono criteri che hanno stabilito livelli in cui la povertà e la disoccupazione devono necessariamente essere contenute dentro determinati limiti, in base al paese di cui si fa riferimento. Per esempio una disoccupazione del 30-40% è tollerabile in Tunisia, ma non certo in Italia, Francia e Germania. In Europa ciò era vero fino agli inizi del 1980, da questa data in poi molte cose sono cambiate. Le percentuali di povertà e di unemployment sono andate crescendo nel silenzio della popolazione, per quanto le statistiche dicano il contrario perché includono il precariato che non costituisce un fattore permanente di lungo periodo, ma genera al contrario un senso di ansietà e di insicurezza in ogni lavoratore.

La seconda è che c’è bisogno di una Tahrir in ogni nazione del globo per riuscire a vincere la guerra, altrimenti sarà una battaglia persa. Quando la Primavera Araba da Tahrir si è spostata prima a Madrid, e poi a New York, i poteri conservatori e reazionari si sono messi in azione cercando di evitare qualsiasi piccolo successo nel panorama mediorientale, europeo e americano. In Egitto, dopo le dimissioni di Mubarak, l’esercito è stato il reggente al governo. I militari già controllavano il 40% dell’economia egiziana, avevano tutte le competenze e i mezzi per poter gestire almeno l’80%, invece sono stati capaci di mandare a rotoli completamente tutta l’economia del paese, generando insicurezza e voglia di ritorno al passato nei cittadini. A New York i giovani di Occupy sono stati presi a manganellate dalla polizia e emarginati dai media.

 Attenendosi solo alle rivoluzioni del mondo arabo (Tunisia, Egitto, Siria, Bahrain, Yemen, Marocco, Libia. Solo nei primi due Stati c’è stato un relativo successo, anche se successivamente pilotato e incanalato dentro canoni “controllabili”), si nota come si stia parlando di appena 6 Stati su 204. Il numero statistico è molto irrisorio. Per i poteri che governano a livello mondiale è un numero molto facile da controllare. Qualora fossero 150 Stati ad avere una rivoluzione o ad avere delle sommosse contemporaneamente, metterebbero in crisi il tipo di sistema economico e politico dominante. La rivoluzione egiziana è stata piegata dall’esterno  e non dall’interno  La crisi economica endemica dell’Egitto, ha portato molte persone sul lastrico, peggiorato le condizioni economiche della maggioranza, insinuando paura e insicurezza, un gap dove i FM si sono insinuati con molta facilità nel ruolo di normalizzatori. Oggigiorno non esiste miglior arma che quella economica per controllare i popoli, soprattutto quelli che vogliono ribellarsi e creare un proprio futuro. I detentori del potere in Egitto, prima lo SCAF (Consiglio Superiore delle Forze Armate) ed ora i Fratelli Musulmani, seguono le politiche esterne che l’economia internazionale detta per controllare i moti rivoluzionari. Relegare una sommossa o una rivoluzione nella miseria, significa isolare il movimento, annullarlo, screditarlo.

Serve un movimento internazionale che inglobi la maggioranza degli stati nel pianeta; serve un nuovo Manifesto che faccia scattare la scintilla non solamente dentro i confini di uno o due stati; serve un’analisi (nuovo Marx) che riesca a sviscerare ed analizzare nel profondo i metodi per scardinare le grandi lobby di potere e l’oligopolio delle multinazionali, controllando per esempio i loro flussi di denaro o evitando che le speculazioni dirompenti annientino le rivolte sul nascere, o come evitare che questi flussi vengano confluiti verso paradisi fiscali che proteggono le grandi corporation. Il capitalismo sfrenato di questo inizio secolo ha mostrato di essere il responsabile dell’ineguaglianza e dell’ingiustizia. Non è il capitalismo che si deve distruggere, ma la natura insana e disparitaria che nasce ed è insita in esso. C’è bisogno di un altro blocco, o diversi blocchi di potere, che siano alternativi ai poteri forti del neoliberismo, che si basino su valori diversi, che abbiano obiettivi diversi, che siano in grado di mettere in pratica un’economia che sia per tutti e non solo per pochi. In modo tale si creerebbe un certo bilanciamento e riequilibrio di poteri a livello mondiale.

Sarebbe da capire come individuare e bloccare i flussi economici del capitale per isolarli prima che diventino speculazione. C’è bisogno che la ricchezza prodotta sia più equamente ripartita, la Tobin Tax potrebbe essere un inizio. La speculazione capitalistica annulla il prodotto, la produzione e il lavoro. Per questo c’è bisogno di un nuovo Marx che sappia scardinare questi meccanismi alienanti che rimangono non rintracciabili e spesso collusi con il malaffare ed altri poteri occulti. Ci vorrebbe una nuova teoria che sia al passo con i tempi. Bisogna sfruttare i principi stessi del capitalismo per creare una società più equa ma senza perdere di vista né l’individuo né la collettività. Oggigiorno si è consapevoli (non solo in Europa e in altre zone geografiche del mondo) dell’importanza di un vivere in simbiosi e in sintonia con l’ambiente che ci circonda, dell’importanza dell’energia alternativa, della produzione biologica dei cibi, delle condizioni di salute del posto di lavoro e delle zone limitrofe … Senza dimenticare l’educazione, primo mattone per costruire un cittadino consapevole e primo protettore del sistema politico che lo garantisce (democratico, sociale). Per creare quell’humus culturale che scardini la cultura dominante e fuorviante del capitalismo, che rende la gente arrendevole, succube delle decisioni che vengono prese nelle sedi economiche dei poteri che contano, c’è bisogno di proporre nuovi principi e valori di cui l’individuo si senta parte. Valori con i quali la collettività possa fare pressione perché fondamenti inalienabili del cittadino, del lavoratore (dipendente o indipendente) e dell’essere umano. È necessario riportare la gente nell’agorà delle discussioni e del dibattito, annientare la disaffezione alla politica che erode le basi della democrazia.

Tahrir è stato un grande esperimento. Divenuta nei mesi un centro di dibattito e d’incontro, la piazza è occupata di nuovo dagli inizi di dicembre 2012 quando il presidente Morsi ha emanato la Dichiarazione Costituzionale. Gli Shabeb (i ragazzi) hanno mostrato una caparbietà e una capacità di mobilitazione unica, non demordono mai, sono sempre in strada quando la situazione lo richiede. Sono spesso isolati e denigrati da una fetta della popolazione, mentre una parte di questa nel sottofondo e tra mille difficoltà economiche li appoggia. Le richieste della rivoluzione erano e sono tutte giuste (lavoro, pensione, educazione, libertà, uguaglianza sociale, fine delle torture, fine dei soprusi, bilanciamento dei poteri …); gli Shabeb possono aver sbagliato nel non riuscire a mantenere quello spirito unico che ha portato milioni di egiziani in piazza, hanno sbagliato nel non riuscire a organizzarsi e diventare una forza o un movimento politico preponderante nel paese. Ma le loro colpe sono solo parziali. Molti partiti hanno fallito e con loro molti politici, lasciando campo libero prima ai militari e poi ai FM. Se Hamdin Sabahi, Amr Mousa, El Baradei, Abul Futuh si fossero coalizzati prima con un candidato unico, avrebbero sbaragliato le elezioni presidenziali. Per fare in modo che il mondo cambi, che si affermino i valori e i principi predominanti sui quali deve basarsi la comunità internazionale, c’è bisogno di centinaia, di migliaia di Tahrir in tutto il mondo, collegate e coordinate tra loro, solo così il 99% della popolazione mondiale potrà avere la meglio sul rimanente 1% che lo governa.

Graffiti Tahrir (2)È un nocciolo duro e numericamente consistente quell degli attivisti e degli Shabeb che, insieme ai molti scioperi dei lavoratori e degli operai delle industrie nel Delta, hanno paralizzato il paese. Da due anni a questa parte sta tenendo testa ai governanti che si succedono. Il 26 gennaio ci sarò la sentenza della corte di giustizia egiziana sulle vittime allo stadio di Port Said di febbraio 2012. L’attuale governo si sta già preparando erigendo muri, o rinforzando quelli già esistenti, intorno ai punti nevralgici del potere: Ministero degli Interni, palazzo del governo, quello del presidente, Maspero, il palazzo della TV di Stato, proprio per far fronte con quel nocciolo duro che non vuole più abbassare la testa! Purtroppo è sconcertante come, sulla falsariga dei muri israeliani, anche i nuovi governanti egiziani non riescano a trovare nessuna forma di dialogo con coloro che hanno iniziato la rivoluzione egiziana e, vedere le elezioni presidenziali, grazie ai quali sono stati eletti.

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