Lo spirito di Tahrir e cosa ne è rimasto


Ero ancora nel pieno della lezione di arabo quando ho ricevuto la chiamata di Shayma. Imbarazzato per dover interromepere la lezione con la professoressa, ho risposto al telefono. Mi sono scusato con Shayma dicendole che l’avrei chiamata entro un’ora riagganciando immediatamente.

Ci siamo conosciuti circa tre anni e mezzo fa, quando mi sono trasferito da Masr el Gedida (Heliopolis) a Zamalek, a due passi dal centro, non ricordo bene in quale occasione, ma ci siamo spesso frequentati insieme ad altri amici. Ero al ristorante da asporto fuori la scuola a mangiare un panino quando l’ho richiamata. Ha detto che mi avrebbe voluto vedere e se potevo incontrarla al bar dell’Horreyya giù al centro. Ci avrei impiegato dalla mezz’ora ai tre quarti d’ora, ma sarei stato lì per l’appuntamento. Ho divorato il sandwich e mi sono immesso per la strada Soliman Gohar che era stata teatro di scontri durante le manifestazioni. Mi conoscono molti in questa via, per circa tre anni ci ho fatto la spesa e sebbene sia stato via quattro mesi dal Cairo, per la gente sono rimasto un volto familiare. Il giorno dopo in cui sono tornato al Cairo, l’8 febbraio, la situazione era ben diversa. Allora la gente anche in questo quartiere mi guardava con sospetto e mi parlava a mezza bocca, non c’erano più i salamelecco per gli stranieri, ma per mia fortuna quello che mi aiutava era la conoscenza della lingua … e la mia patente egiziana scritta in arabo. Per un occidentale era difficile camminare per le vie cairote, c’era tensione nell’aria e diffidenza da parte degli egiziani per qualsiasi forestiero. Oggi pomeriggio non era così, la vita è tornata alla normalità già da diversi giorni.

Shayma non era ancora arrivata quando sono giuto. Horreyya in arabo significa libertà. Nel centro cairota questo posto è conosciuto come uno dei luoghi dove si può bere birra ad ogni ora del giorno, spesso la sera si riempiva di stranieri e egiziani a fare bisboccia fino a ore inoltrate. Anche nell’ultimo periodo in cui risiedevo in Egitto non era più un posto che frequentavo volentieri, troppo fumo di sigarette e troppi discorsi da osteria che mi annoiavono.

Nell’attesa che la mia amica arrivasse mi sono messo a leggere il giornale Shoruk, ma non ero neanche arrivato a tradurre la terza riga che Shayma è apparsa come dal nulla. Ci siamo salutati calorosamente. Lei viene da Assuan, ha i lineamenti ben marcati, il viso ovale come la maggior delle nubiane, la carnagione scura e lo sguardo malinconico che rapisce. Da circa dieci anni si è trasferita al Cairo dove lavora come pittrice. Da settembre scorso è dimagrita circa dieci chili, ma più del fatto di aver perso la sua leggera rotondità erano i suoi occhi nostalgici che attraevano la mia attenzione. Il cameriere ci ha chiesto cosa prendevamo da bere mentre lei posava una busta di plastica sul tavolino con degli incartati cilindrici. Erano solo due panini, me ne ha offerto uno. Ho rifiutato dicendole di aver già mangiato. Abbiamo ordinato due tè.

“Allora, come va?”, mi ha domandato.

“Tutto bene, cioè, ieri ho avuto qualche linea di febbre e il mal di gola. Rimanere tutto il giorno a casa mi ha fatto bene”, mi ha sorriso dicendole che le dispiaceva. Ha morso il panino ripieno di marmellata e formaggio bianco.

“Come vanno le lezioni?”.

“Non c’è male, ma a dire la verità le ho riprese solo per giustificare la mia presenza qua in Egitto, un consiglio di un mio amico”. Pausa. “Ma dov’è Amal, è ancora in Egitto?”.

“No, è ritornata in Marocco per via degli incidenti”.

“Capisco”.

“Vinni?”.

“Sì?”.

“Cosa ne pensi della situazione in Egitto, che accadrà ora?”. Mi sono preso il tempo per ordinare le idee, non potevo rispondere subito, la situazione è troppo complessa per liquidarla con due parole e troppo mutevole per poter prevedere i risvolti futuri. Siamo solo agli inizi, un colpo di coda dei militari può far precipitare la situazione in un nuovo incubo, sebbene sia una probabilità molto remota. L’Egitto non è la Libia.

“Ci vorrà del tempo, non è possibile cambiare l’atteggiamento delle persone così facilmente, neanche una rivoluzione può estirpare il modo radicato di fare che prevede la corruzione come prassi per ogni business. C’è bisogno che il movimento messo in moto il 25 gennaio non perda il mordente e la forza di spronare il popolo a continuare sulla strada del cambiamento. Non si deve smarrire questo obiettivo, altrimenti gli entusiasmi e gli intenti spariscono facilmente …”, mi ha interrotto.

“Vinni, sono stata a Tahrir fin dai primi giorni, e ho dormito lì quasi tutte le notti. Era qualcosa di unico, d’irripetibile, il desiderio di cambiamento di cui parli non si può perdere tanto facilmente. La gente si voleva bene e si rispettava, persino quando si urtava casualmente la spalla qualcun altro, si chiedeva scusa, senza rabbia”. Ha preso una pausa come se stesse scavando dentro i ricordi. “Avevamo organizzato due ospedali dentro la piazza, quattro bagni, ristoranti e persino un teatro: si cercava di tenere su il morale, e funzionava. La gente non può tornare indietro, abbiamo vissuto qualcosa di unico, d’irripetibile”. Quando non si è partecipi in prima persona di alcuni eventi la conversazione può diventare un monologo, in quel momento ascoltavo attentamente. “Poi le cose sono degenerate, la violenza ha preso il sopravvento, e in quelle notti urlavo e piangevo, ero lì quando Ahmed el Bassiouni quando è stato ucciso, era un mio caro amico. Sono andata all’ospedale, c’era tutta la famiglia, hanno chiamato un avvocato, perché i medici non volevano certificare l’uccisione per mano dei cecchini in Tahrir”. Avevo letto la notizia sui giornali e su Facebook, era un professore dell’università di Helwan.

“Mi dispiace Shayma”, le ho stretto forte la mano. Tratteneva a stento le lacrime, credo che se avesse ceduto non avrebbe potuto continuare. “Ma purtroppo le rivoluzioni vogliono i loro eroi o martiri, ora sembra il turno della Libia”.

“E del Barhain, tutto il mondo arabo si sta risvegliando”.

“Sì, ma dalle notizie sembra che Gheddafi voglia fare fuori mezza popolazione”.

“È pazzo!”.

“I giornali scrivono che ha assoldato soldati dal centro Africa, e quelli non vanno per il sottile, uccidono un uomo come se fosse un animale, mercenari e assassini”. Era strano, tutto il resto del bar non esisteva. Avevo dimenticato i due vecchietti che erano seduti accanto a noi e tutta l’atmosfera intorno, c’eravamo solo io e lei. Ho continuato. “Qualche giorno fa sono stato al giornale Al Ahram, un giornalista mi ha ripetuto la notizia, che già conoscevo: dei cecchini che erano appostati sugli edifici in Tahrir. Secondo lui erano israeliani assoldati da Mubarak, non del centro Africa come avevo ipotizzato dopo le notizie dalla Libia, ma non ha nessuna prova per dimostrarlo”. Mi era sembrata una forzatura, attualmente non verificabile, ma in futuro le notizie sensazionali possono riservare delle sorprese.

“El Bassiouni è stato ucciso da un cecchino, ha preso una pallottola proprio qui”, il suo dito premeva sulla guancia un centimetro appena a destra della narice. Pensare che al posto del suo polpastrello ci fosse un proiettile, fa impressione. Già, la rivoluzione ha bisogno delle sue vittime, ma questi ragazzi che cosa avevano fatto di male? Se scavo nella memoria mi sembra di averlo incontrato Ahmed al Bassiouni a una delle cene con Shayma, solo che è passato tanto tempo e forse potrei confonderlo con qualcun altro. “Lo sai che mi cercano parecchi giornalisti stranieri che vorrebbero intervistarmi? Ricevo chiamate in continuazione. Non so cosa fare, mi prendono come una dei manifestanti”.

“Perché, non lo eri?”.

“Sì”.

“Allora se te la senti non ci vedo niente di male”, dondolava la testa in segno di disapprovazione, come se non riuscissi ad afferrare qualcosa.

“Non è per questo”.

“E allora?”.

“Non riesco a spiegarmelo, ho la strana sensazione che le cose precipiteranno …”.

“Pensi che i militari possano virare verso binari autoritari? Ho letto una notizia simile su un giornale online”.

“No, loro sono stati con noi fin dall’inizio, ci hanno protetti. Sono stati i poliziotti … eravamo sul ponte Qasr el Nil quando sono intervenuti. Siamo corsi dietro i carri armati perché pensavamo di essere al sicuro marciando verso Tahrir. La polizia era posizionata in entrambi i lati, e hanno incominciato a aprire il fuoco, non capisco perché, non potevamo fare del male a nessuno”. I suoi occhi non erano presenti, ero solo un’immagine sulla quale riversava delle parole, per un attimo ho creduto di essere scomparso dentro le sue pupille nere. Quante volte ho pensato che avrei voluto essere lì in quei momenti, fin dall’inizio, già da quando il 26 gennaio ho incominciato a vedere su Facebook quello che succedeva. Poi mi dico che se il fato ha voluto che venissi dopo ci sarà stato un motivo, mi ripeto che forse mi sarei beccato una pallottola e non starei qui a raccontare questa storia.

Prosegue. “Ho paura del futuro, ho paura che Mubarak possa ancora in qualche modo muovere i fili da dietro le quinte, la cricca che lo seguiva è ancora al governo e l’influenza e il potere dei suoi figli e di tutta la sua famiglia è ancora forte. Ho paura che la richiesta del cambiamento sia tradita da un momento all’altro”. La variabilità degli eventi in corso, non mi permetteva di stabilire quanto potesse aver ragione, è certo che Mubarak, anche se si è dimesso, continua ad avere una certa influenza e potere dentro la società. Forse Shayma dovrebbe sfogare il suo dolore con un pianto liberatorio, sicuramente l’ha già fatto e non le è stato sufficiente. Un analista potrebbe aiutare, ma qui in Egitto andare in analisi è come essere pazzi, un pregiudizio che non aiuta in questi momenti. Continua a raccontarmi.

“Ero all’obitorio dell’ospedale a piangere Ahemd insieme alla sua famiglia. Erano passati diversi giorni ma il suo corpo era ancora là. Il Ministero degli Interni aveva mandato degli agenti dei servizi segreti per impedire di certificare il decesso di el Bassiouni dovuto a un colpo di arma da fuoco, anche loro avevano portato degli avvocati. Ero lì al policlinico quando ricevo una chiamata da un’amica che mi diceva di non andare al centro perché c’erano manifestanti pro Mubarak con i cavalli e i cammelli che picchiavano quelli antigovernativi e avevano iniziato una guerriglia urbana. Ero troppo sconvolta per poterla prendere sul serio, ma quando sono scesa di nuovo a Tahrir non potevo credere ai miei occhi: una violenza assurda e gratuita, trattati come se fossimo tutti dei criminali o delle bestie. Poi quei due giorni sono passati e la piazza è tornata pacifica”.

“Sono stati quei due giorni di violenza che mi hanno fatto ritardare il ritorno al Cairo”, aggiungo io. “Troppa confusione e notizie contrastanti sui media internazionali: gli stranieri si ammassavano all’aeroporto per fuggire, il ministro degli esteri italiano sconsigliava tassativamente di viaggiare in Egitto a meno che non fosse imprescindibile. Non avevo tante scuse per giustificare la mia presenza qui, così ho dovuto spostare la partenza dal 4 al 6 febbraio, ma il volo è stato cancellato. Alla fine sono riuscito ad arrivare il 7 insieme a Maghid”. Segni del destino? Lei sembrava non ascoltarmi, come se fosse immersa in un flusso di pensieri tutto suo, come se riparlare di quegli eventi la ripiombasse improvvisamente in piazza Tahrir insieme alle centinaia di migliaia di egiziani giornalmente presenti lì.

“Ti mancano quei momenti?”, annuiva sconsolata. “L’avevo capito, è per questo che ti senti sola e frustrata”.

“Che vuoi dire?”.

“Shayma, principalmente sei un’artista, una pittrice, e come tale sei abituata a isolarti per lavorare, mentre nelle ultime tre settimane hai vissuto il momento della partecipazione collettiva, un pathos e un coinvolgimento emotivi che solo una rivoluzione può dare. Devi ritrovare il tuo centro. Potresti affiliarti a uno dei movimenti che erano in piazza Tahrir, e allo stesso tempo continuare a dipingere, le due cose non si escludono. Anzi, con la tua pittura potresti trovare il modo di aiutare la rivoluzione …”. Belle parole, ho sperato che lo facesse davvero. Ho sperato che riuscisse a riempire quel senso di vuoto che traspariva dal profondo del suo sguardo. Avrei voluto esserle più vicino, ma tra due settimane ho il biglietto per tornare in Italia e non so se tornerò in Egitto, anche se una parte di me grida disperatamente sì. 

Dalla strada ho intravisto Asma’ attraversare facendomi silenzio con il dito, voleva cogliere di sorpresa Shayma. Anche lei è un’amica di vecchia data, con lei sono sceso a Tahrir il giorno successivo il mio arrivo. Penso a tutti gli articoli che ho letto sui giornali riguardo il movimento e coinvolgimento delle donne egiziane nella rivoluzione. Molti sembravano sorpresi, più per mancanza di conoscenza della realtà egiziana dove il ruolo della donna nella società è ben radicato dai primi del novecento, come a sua volta il movimento femminista. Asma’ si è seduta con noi, i discorsi si sono spostati su altri binari e siamo andati con lei al Borsa, uno dei posti di ritrovo di molti giovani pieno di bar. Abbiamo incontrato altri amici, ognuno raccontava la propria storia. Forse è stato meglio così, lasciare in sospeso la conversazione con Shayma. Quando sono troppo lunghi, i discorsi aiutano solo all’inizio, poi acuiscono quel senso di oppressione che tormenta.

Dopo l’imbrunire ho accompagnato Shayma a casa. Sulla strada si è fermata diverse volte a comprare frutta e generi alimentari nelle drogherie rionali. Negozi che mi ricordano pezzi di storia dell’Italia di sessant’anni fa. L’ho abbracciata calorosamente sul marciapiede prima che salisse a casa, ma è rimasta moderatamente rigida e fredda. Sulle prime ci sono rimasto male, poi mi sono scusato. Avevo dimenticato che in alcune parti del Cairo certi atteggiamenti non si devono mostrare in pubblico per non rovinare la reputazione di una donna, sebbene sia solo un abbraccio affettuoso tra amici.

Ho preso un taxi quella sera per tornare a casa. Una cosa che mi ha raccontato Shayma che mi ha fatto riflettere: la ricerca disperata di un leader tra i manifestanti da parte della polizia prima, e dell’esercito poi. Non c’era, non è mai esistito. Forse perché è una rivolta nata su internet, dove l’uguaglianza e la democrazia sembrano funzionare meglio che nel mondo reale. Mi sono detto che forse Ahmed el Bussiouni, e come lui altri, è morto per questo, perché i cecchini avevano ordini di fare fuori i trascinatori del movimento, ma hanno sparato alla cieca su ipotetici sospetti. Come il giornalista dell’Ahram, non ho prove e le mie sono solo illazioni che lasciano il tempo che trovano, ma chi sa cosa potrà rivelare il futuro su quello che sta accadendo in questi giorni.

Sempre riguardo la leadership del movimento, mi trovo d’accordo con l’articolo di Lorenzo Trombetta su Limes che proprio la mancanza di un leader che possa portare avanti le istanze del popolo che è sceso in piazza per tre lunghe settimane, sia una delle debolezze della rivoluzione egiziana. Mi domando se coloro che l’hanno organizzato non abbiano il dovere di trasformare la protesta in un movimento politico per poter realizzare e portare a termine quelle richieste che il paese domanda a gran voce. Se tale processo avesse corso, potrebbe chiamare in causa molti giovani, come Shayma, che hanno partecipato all’occupazione della piazza e che al momento si sentono abbandonati, spogliati di un sentimento che li rendeva partecipi della costruzione del proprio paese e del proprio futuro, in balia di incertezze e di un avvenire sfocato. Pensando a Shayma, mi verrebbe da dire che sono giovani fragili, ma forse è solo la conseguenza di aver vissuto degli eventi così coinvolgenti, drammatici e inconsciamente destabilizzanti (essere testimoni oculari della morte di persone deve essere scioccante) . Dopo un coinvolgimento così totale, ritrovarsi senza niente, con obiettivi ancora da raggiungere, in solitudine e spiazzati dall’esercito che ha preso il comando della situazione sbaraccando tutti da Tahrir, non è una situazione individualmente facile.

Quando ho accompagnato a casa Shayma, mi detto che Amal è tornata in Marocco subito, il 27 gennaio, perché visto come stavano procedendo le cose, aveva paura. Mi ha detto che le mancano tanto Atiaf e Banjamin che ora vivono in Yemen. Solo ora capisco che forse Shayma aveva bisogno di una amico per raccontare la sua storia, e non di un giornalista.

Se avrete l’opportunità di leggere questo racconto, è solo grazie al consenso di Shayma che mi ha permesso di pubblicarlo sul mio blog.

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