L’utopia di Tahrir (pubblicato su Il Calendario del Popolo, giugno 2012)


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La sera dell’11 febbraio 2011 le dimissioni di Mubarak trasformarono le strade di tutto l’Egitto in un festeggiamento che andò avanti per tutta la notte. Durante le prime settimane dalla caduta del dittatore, gli egiziani si sono riscoperti orgogliosi della propria capacità di poter raddrizzare le sorti dell’ingiustizia alle quali sembravano destinati. Nei taxi, nei negozi, nelle banche e negli uffici pubblici tutte le radio erano sintonizzate su dibattiti politici invece che sul solito sermone del Corano. Si poteva percepire l’entusiasmo sui visi delle persone o camminando per le strade, avunque si respirava un’aria nuova; parlando con la gente, sembrava che la rivoluzione avesse messo d’accordo tutti gli egiziani, riscoprendone una nuova anima, dai professori agli alunni, dai commercianti agli statali, dai ricchi ai poveri, dai musulmani ai cristiani.

Le sensazioni descritte sopra si sarebbero andate dissipando con il passare dei mesi, dietro una spirale di accadimenti e provocazioni che alle lunghe hanno messo in ginocchio la volontà e la spinta popolare al cambiamento. Infatti, era passato meno di un mese che iniziarono i primi segni di reazione da parte del vecchio regime: il 5 marzo veniva bruciata la chiesa copta del quartiere povero di Embeba. Il fatto suscitò clamore e indignazione nella comunità cristiana e nei media internazionali più che in quelli egiziani che, ancora imbevuti della sbornia rivoluzionaria, minimizzarono parzialmente l’accaduto. Ma non passò inosservata la nuova occupazione di piazza Tahrir da parte degli Shabeb (giovani) il 9 aprile, quando ci fu uno scontro con le forze dell’ordine e molti mezzi civili e militari furono dati alle fiamme, la piazza bloccata e recintata con filo spinato e bandoni dei vicini cantieri e con le carcasse bruciate degli autoveicoli.

Tale escalation di scontri diretti tra i due blocchi, i militari e gli Shabeb, si è andata ripetendo ciclicamente: a maggio 2011 i giovani hanno occupato Tahrir; poi di nuovo a giugno quando hanno capito che i militari non avevano nessuna intenzione di mollare il potere; a settembre con la distruzione dell’ambasciata israeliana a Il Cairo è stato il caos nella capitale; a ottobre la carica dei blindo militari sui cristiani copti che manifestavano con una marcia pacifica davanti alla TV di Stato ha provocato 23 vittime; a novembre con gli scontri in via Mohamed Mahmud hanno perso la vita 43 persone; a dicembre in via Qasr El Aini ed a febbraio 2012 sono avvenuti nuovi scontri in via Mohamed Mahmud dopo che c’erano stati 73 morti allo stadio di Port Said a nord del paese. In tutti questi casi le sommosse sono state causate dai comportamenti e provocazioni della polizia militare e ordinaria che usavano la violenza per sedare le dimostrazioni in strada, causando di conseguenza la reazione dei giovani. Eclatante è stato il caso di via Mohamed Mahmud dove la polizia militare ha praticamente preso a bastonate donne, bambini e anziani che protestavano con un sit-in pacifico per chiedere gli alimenti, di cui avevano diritto, per i parenti morti a gennaio 2011, o di via Qasr El Aini dove una ragazza è stata letteralmente trascinata per il velo, con il torace seminudo mentre un soldato le dava calci sullo stomaco.

È incomprensibile come i militari non siano riusciti a gestire situazioni di ordinaria amministrazione civile; se il loro atteggiamento poteva essere scusabile nei mesi iniziali del post Mubarak, non poteva essere meno tollerato dopo quasi un anno in cui si trovavano praticamente a governare il paese. Perché tutte queste azioni destabilizzanti? Chi si nasconde e manovra dietro le quinte? E soprattutto, perché i militari non sono (o non vogliono essere) in grado di fermare queste escalation di violenza? Quanto l’esercito è colluso con i nostalgici appartenenti al regime di Mubarak? Secondo il blogger Hossam El Hamalawy, i militari controllano circa il 40% dell’economia egiziana, producendo dalla pasta ai missili da guerra; una macchina così potente e ramificata dentro il territorio egiziano quanto può essere interessata ad abbandonare le leve del potere? I militari egiziani sono da più di trent’anni i migliori interlocutori della politica estera americana, già prima degli accordi di Camp Davis, ciò costituisce un altro fattore di non secondaria importanza per il reale interesse a livello diplomatico internazionale a mantenere i generali al potere. L’Egitto è la chiave di volta strategicamente troppo importante per la posizione geografica:  è al confine con Israele e gestisce le rotte del canale di Suez.

La maggior parte degli attivisti non è disposta a iniziare discussioni o dibattiti sulla situazione politica egiziana e sul possibile cammino democratico del paese fintantoché i generali sono al potere. Questa è stata la causa principale del boicottaggio da parte di moltissimi giovani alle elezioni generali tenute a novembre e terminate a metà marzo. Ovviamente questo loro atteggiamento radicale e intransigente ha di fatto avvantaggiato quei partiti islamici e islamisti dei Fratelli Musulmani (FM) e dei salafiti, a discapito dei partiti laici e di sinistra. La posizione degli Shabeb è ferma, perché vedono nei metodi impiegati dall’esercito lo stesso modo di rispondere che aveva la polizia segreta di Mubarak: arresto arbitrario dei giovani in piazza, processi militari a civili, uso indiscriminato della violenza per reprimere le manifestazioni … tutti mezzi che riportano alla memoria i sistemi usati dal vecchio regime.

I giovani hanno continuamente rifiutato e osteggiato i vari governi imposti di volta in volta dai militari, domandando la formazione di un governo di unità nazionale capeggiato dalle figure politiche più carismatiche e con l’adesione di tutte le forze politiche presenti nel territorio. Un governo in grado di condurre il paese durante il periodo di transizione per confluire verso vere elezioni libere e la redazione di una nuova costituzione. Gli Shabeb, già subito dopo la caduta di Mubarak, avevano chiesto immediate elezioni politiche da tenere a marzo del 2011; per loro qualsiasi partito avesse vinto le elezioni sarebbe stato legato da un patto con la nazione per il proseguimento della spinta rivoluzionaria. Ora invece i FM si propongono più come dei normalizzatori dell’agitata situazione nel paese.

Un altro fattore destabilizzatore, oltre gli scontri, è stata ed è la crisi economica in cui versa il paese che si trova sull’orlo della bancarotta. Se non ci fossero stati aiuti finanziari dai paesi del Golfo, dall’Arabia Saudita e dagli Usa, il paese sarebbe già economicamente saltato. I vari governi nominati dai militari non sono stati in grado né di trasmettere fiducia ai giovani, che li hanno accusati di lentezza del processo democratico, né di raddrizzare la situazione economica. Questa stagnazione finanziaria, di congiunto con gli scontri ciclici in strada, sembra rientrare in un piano studiato a tavolino per sgonfiare la spinta e l’entusiasmo rivoluzionario. Infatti la maggior parte degli egiziani sono estenuati dalla precaria situazione in cui si trova il paese, vogliono che la vita torni alla normalità e che si creino posti di lavoro piuttosto che assistere inermi agli scontri in piazza. Indubbiamente c’è consapevolezza che ci sono movimenti controrivoluzionari che cercano di destabilizzare il paese, ma il popolo accusa soprattutto i giovani della situazione attuale, divenuti oggetto di una campagna denigratoria da parte degli apparati di stampa (ancora pieni di simpatizzanti del vecchio regime e facilmente corruttibili) che li indicano come i veri responsabili degli scontri e in ultimo della crisi economica. Quindi di fatto la gente pensa che i giovani creando caos, impediscono il ritorno del turismo di massa che costituiva ai tempi di Mubarak quasi il 30% delle entrate dello stato.

La Primavera Araba si sta trasformando in un inverno perché il contesto internazionale è completamente diverso da quello che poteva esserci nel 900. I giovani egiziani si sono mobilitati per rivendicare il loro futuro, per avere una vita decente, per avere un lavoro rispettabile, per avere la possibilità di comprare una casa, di sposarsi e di creare una famiglia, di avere buoni studi, una pensione, l’assistenza sanitaria … per avere una ripartizione più egalitaria della ricchezza in un quadro di giustizia sociale che sia veramente reale e non solo sulla carta. Ma in un contesto internazionale permeato da politiche neo-liberiste non sembra possibile attuare neanche politiche neo-keynesiane, in un quadro appunto in cui lo Stato assume un comportamento attivo e presente nell’economia del paese, compensando le disfunzioni del settore privato. Senza entrare nella polemica della crisi finanziaria del 2008 che è stata una crisi di sistema, per fare in modo che la rivoluzione araba abbia successo, come qualsiasi altra rivoluzione (sempre in un quadro di richiesta di libertà e non nel senso classico di rivoluzione marxista) ci sarebbe bisogno di una ri-discussione a livello internazionale dei principi su cui si deve basare l’economia mondiale, per capire quali sono gli obiettivi e i fini che si vogliono raggiungere non come nazione, ma come specie umana, perché parafrasando lo scrittore egiziano Alaa Al Aswany: “La vita non è fatta di numeri, ma di persone”.

Tahrir ha convogliato milioni di persone e ha vissuto un’utopia, dove la fratellanza e il senso comune di appartenenza sovrastavano l’egoismo dell’individuo, non esistevano differenze di classe o di religione, quei milioni di individui erano un corpo unico, che le emozioni facevano fluttuare e allontanando la fatica dei lunghi giorni passati a dormire sui marciapiedi. Eppure durante l’ultimo anno si sono accentuate le divisioni e le fratture tra i diversi movimenti politici e religiosi. L’interesse particolare del gruppo, o dell’organizzazione (con maggior riferimento ai FM), ha prevaricato quello generale. Ora sarà da capire come si muoveranno i Fratelli all’interno dello spazio concesso loro dalle elezioni e dai militari.

I FM a differenza dei salafiti, sono dei veri e propri politici che hanno affinato le loro capacità vivendo nella semi tolleranza dei vecchi regimi (Mubarak, Sadat e Nasser), ora dovranno abituarsi a lavorare allo scoperto e non nella clandestinità, dentro il quadro della dialettica politica democratica. Il loro compito non è facile, anche perché per risollevare le sorti e le condizioni economiche in cui si trova il paese ci vorranno lustri, e sicuramente molte loro decisioni porteranno scontento. Gli Shabeb, dovranno organizzarsi politicamente per poter competere nel medio lungo periodo con i FM, questo vale anche per tutti i partiti laici, sia di sinistra che di centro. Il processo democratico è solo agli inizi, bisognerà capire quanto i militari saranno disposti a farsi da parte e divenire con il tempo un ordinario esercito professionale, senza commistioni nella politica e nell’economia del paese. La sfida è ardua, anche perché gli egiziani sentono molto la religione e hanno una concezione patriarcale della società che li rende più conservatori che progressisti, tanto è vero che molti, dopo mesi e mesi di stenti, incominciano ad avere nostalgia del regime di Mubarak durante il quale rinunciando alla giustizia avevano la sicurezza.

L’utopia di Tahrir è durata 18 giorni, i ragazzi hanno vissuto come in una comune, dove ognuno era se stesso e dove non c’era distinzione di classe, di religione, di pelle; hanno vissuto sotto un tetto comune: il cielo del mondo. Per questo Tahrir lascerà un’eredità importante e pesante, non solo per le future generazioni egiziane, ma per tutto un movimento sotterraneo che è emerso, da Los Indignados a Occupy Wall Street. Potrebbe essere l’inizio di un’era, di cui ancora è difficile definire i contorni, ma anche nell’ottocento i primi moti insurrezionali avevano la caratteristica di sembrare solo fuochi di paglia, che vivevano l’arco di una stagione; con il tempo quei movimenti da eterogenei e divisi si sono coesi e organizzati, per poi portare a tutti quei cambiamenti e rivendicazioni che il 900 ha materializzato. I tempi non sono ancora maturi per poter stilare delle stime definitive, il cammino è ancora lungo, ma riuscire a fare una rivoluzione è più di un buon inizio, è qualcosa di straordinario.

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