Nonno …


Riconosco il motore della macchina e il modo scontroso di parcheggiare sopra il marciapiede. Mi alzo pesantemente dal divano, sento i passi pesanti nel vialetto di cemento che coprono il volume della televisione, non capisco perché lo tengo così alto, sento solo suoni incomprensibili, leggo i movimenti dello schermo e le labbra. Eppure quel suono storpiato mi fa sentire ancora vivo.

“Vengo, vengo. Un attimo”. Le vibrazioni del suo piede che batte ripetutamente per la lunga attesa corrono sulle mie gambe molli.

“Ciao no, come stai?”.

“Ciao figliolo. E come vuoi che stia, sempre uguale”.

“Ma come fai a stare con il volume così alto?”. Prende il telecomando e toglie quasi il volume come se fosse a casa sua.

“Scusa no, ma io ci sento bene e il volume mi stava spaccando i timpani”, in fondo ha ragione.

“Vuoi mangiare qualcosa figlio? Un caffè? C’è del succo di frutta in frigo, però è senza zucchero”.

“Lo sai che mi berrei invece? Uno di quei succhi di frutta che preparava nonna con le pesche troppo mature”.

“Poverina, le grattugiava una per una fino al nocciolo e poi ve lo metteva in frigo per quando tornavate dal mare”. Viola.

“Vieni no, andiamo a fare un giro con la macchina”.

“Sì figliolo”. Se non ci fossi tu starei la maggior parte del tempo rinchiuso in questo casa e passeggiare da solo per le vie del paese. Ogni volta che prendo il bus per andare al cimitero nuovo, percorro quei giorni di guerra, le tende, i concerti, le litigate, le uscite furtive, il profumo di una gita improvvisata, il bacio nascosto tra i fiori ….

“Nonno, andiamo?”.

“Aspetta, prendo il bastone”.

“Ok, spengo la tele”.

“Sì, sì”.

“Prendi il giaccone che prendi freddo”.

“Senti chi parla, ma ti sembra questo il modo di vestirti?”.

“Ma dopo sudo ed è peggio. Poi di sera il maglione me lo metto, lo tengo sempre in macchina”.

“Peccati di gioventù. Quando avrai la mia età ti pentirai e ti ricorderai di questo vecchio burbero”.

“Ma io mi ricorderò sempre di te no. E poi devi vivere fino a cento anni”. Magari. Mancano solo tredici e i contorni di una vita cominciano a sfumarsi. “Attento che chiudo lo sportello”. Rumore metallico. “Dove vuoi andare?”.

“Non lo so, e tu?”.

“Vuoi andare a Tolfa? A S.Severa o a Bracciano?”.

“A Bracciano, è un po’ di tempo che non ci andiamo”.

“Ok”. Accende la radio. Questa musica moderna sono solo suoni.

“Ma che razza di musiche è questa?”.

“È un gruppo inglese, sono famosissimi”.

“Se lo dici tu”. Mi sorride con la tenerezza che si rivolge agli anziani. Se sapessi quanto più giovane di te sono dentro. È la pelle raggrinzita che inganna, la fallacia di un movimento che non segue la velocità del cervello. Costeggiamo il cimitero vecchio, il discesone fino alla Braccianese, lo specchio del mare in lontananza, la terra costellata da miriadi di cose, quell’orizzonte d’argento non esiste più.

“Nonno?”.

“Sì?”. Silenzio.

“Hai paura della morte?”. Le sue solite domande a bruciapelo, che avrà mai nella testa questo benedetto ragazzo? Guardo l’orizzonte.

“Sì. Vorrei che non finisse, che mi fosse data un’altra possibilità. Mi sento un ragazzino rinchiuso in un corpo d’invalido. Ma lo sai che quando vedo certe donne giù in paese …”.

“Cosa?”.

“… con venti anni di meno, forse trenta, e allora gliela farei vedere io. Hanno certe scollature e sono tutte mezze nude, ai miei tempi non avevamo tutte queste possibilità che avete voi: studiare, viaggiare, cambiare lavoro in continuazione … però forse prima si stava meglio”.

“Perché? A me non mi va di rimanere sempre nello stesso posto di lavoro, voglio cambiare e fare esperienze diverse, fare carriera … non ci vedo niente di male”.

“No, niente di male. Però voi giovani cancellate la memoria, l’eredità che vi abbiamo lasciato”.

“Perché tu non hai fatto lo stesso con tuo padre e tuo nonno? Non li hai traditi per cercare di soddisfare i tuoi interessi? Non parli più”.

“Mio padre è morto che avevo quasi nove anni, era un portinaio e portava due lire a casa. Non poteva darmi un futuro. Ascolta”.

“Cosa?”, è indispettito.

“Io non ho la tua cultura perché ho solo la quinta elementare, ai miei tempi o si studiava o si lavorava. Presi un treno, ma con la morte di mia zia l’ho dovuto prendere per ritornare al punto in cui ero partito”.

“Sì, scusa nonno. Hai ragione”.

“Aspetta, non ho finito. Non sono mai stato un comunista, ho sempre votato per la DC o per il PSI. Però posso dirti una cosa”. Ora è lui che non parla più. “Che quel capitalismo che veniva messo in pratica negli anni passati aveva un volto più umano proprio perché dall’altra parte esisteva il comunismo. Una volta la gente si aiutava, aveva spirito di solidarietà, forse perché la gente non morisse più per strada, per una sussistenza. Tu hai potuto finire l’università. Hai un lavoro”.

“E con questo?”.

“Ti pare poco?”.

“Io mi sento insoddisfatto. Ho un lavoro che non mi piace, dove le mie qualità non vengono apprezzate, mi danno due lire come tuo padre per tenermi a galla. Mi domando se mi sia veramente servito a qualcosa studiare”.

“Non ti preoccupare, il tempo porterà i suoi frutti. Comunque quello che hai non è poco. Ai miei tempi ci arrampicavano sugli alberi per non morire di fame, il povero tuo padre mangiava i frutti acerbi per riempire lo stomaco, la sua famiglia se la passava molto male”.

“Sì, lo so. Ogni tanto ci raccontava delle sue avventure con lo zio”. Guarda avanti, le mani impalate sullo sterzo. Conosco figlio quel velo che si stende sulla sclera. Il tempo aiuta, quel vuoto non sparisce mai del tutto, quel vuoto è una presenza costante.

“Da quando è caduto il comunismo c’è un cammino a ritroso negli anni, ognuno che passa è un diritto dimenticato, usurpato di nuovo. Tra cinquant’anni vi ritroverete come è partita la mia generazione. Guarda avanti, la strada è piena di curve, la Braccianese è pericolosa”.

“Scusa no. Spero tanto che ti sbagli”.

“Lo spero anch’io per voi. Quando la mia generazione e quella dei tuoi genitori sarà sparita, anche il tempo delle lotte sarà scomparso”. La lingua nera ridiscende tra le gole di tufo. Precipizi percorsi a rotta di collo sotto le pallottole. La guerra è brutta ma quando c’è un pericolo comune c’è coesione, eppure non tutti odiavano i tedeschi e i fascisti.

Anche Viola quando sentiva il nome del Duce le si illuminava il viso, per tutta la vita quella testa pelata è rimasto il suo Clark Cable. Il fascismo diramò le sue radici più a fondo di quello che credettero i comunisti e i democristiani, è solo una questione di tempo e anche un altro Duce tornerà.

“Che c’è nonno? Che pensi?”.

“Niente, che qui venivo spesso a fare gli asparagi, ogni tanto tuo padre veniva con me”.

“Non me lo ricordo”.

“Eri piccolo”.

“Però ogni tanto venivamo con voi”.

“Sì, ma tu eri quello che frignava sempre, tuo fratello invece camminava come un treno. Alla fine con tuo padre ci toccava a turno portarti sulle spalle”, un sorriso ti taglia il viso. In fondo sei un bravo ragazzo.

“Ma perché non ha funzionato con tua moglie?”, il paesaggio scorre più veloce. Le colline di grano ancora verde, la cava, i prati da pascolo con i buoi, le staccionata, le chiazze di boschi scivolano via. “Ti va di andare a Castel Giuliano?”.

“Ma non c’è niente lì nonno”.

“Tu portamici, e io ti racconto una storia”.

“Ma non mi va di andarci”, le punte delle dita si fanno bianche ancorate al volante, una risposta non data, immagini passano sul finestrino.

“Che differenza fa per te? Che hai da perderci?”.

“Va bene”, la presa si allenta.

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