Post elezioni egiziane


Due settimane fa il risveglio post elettorale da parte degli egiziani liberali-laici è stato a dir poco traumatico. Il dato sopra tutti non è stato lo scontato risultato elettorale dei Fratelli Musulmani (FM) che già si prefigurava avrebbero sfondato la quota del 40%, ma l’ascesa senza precedenti in Egitto, del partito religioso islamista/salafita di El Nur di Emad Abdel Ghaffour appoggiato finanziariamente dai Wahhabiti sauditi. Questi ultimi hanno imparato bene la lezione in politica estera dall’amministrazione americana, la quale ha sempre finanziato sotto banco i movimenti politici che gli facevano comodo; ora che il gigante d’oltreoceano è in difficoltà economiche e di prestigio, inevitabilmente si allargano possibilità per altri attori internazionali, che prima erano rilegati nell’ombra, di intervenire nelle politiche interne di altre nazioni.

Molti hanno affermato che è stata la vittoria dei militari e dei FM sulla piazza Tahrir e sugli scontri avvenuti a fine novembre, ma ciò costituisce una mezza verità. I primi sono stati considerevolmente ridimensionati dalla seconda rivolta di fine novembre a Il Cairo che ha visto di nuovo l’occupazione di Tahrir e una cruenta battaglia nelle vie intorno al Ministero degli Interni. I secondi hanno ottenuto mediamente, secondo l’intricato sistema proporzionale egiziano, il 45% dei voti che a primo impatto potrebbe sembrare una percentuale elevata, però c’è da precisare che il loro partito, Libertà e Giustizia (L&G), si presentava alle elezioni dentro una coalizione composta da altri dieci partiti, inclusi i liberali de El Ghad, El Karama e El Wadf. Quindi è difficile capire quanto sia la loro forza politica effettiva, che forse, come pronosticavano molti dei loro aderenti prima della tornata elettorale, si aggira intorno al 35-8%. Osservandolo in termini di seggi, quello dei FM è stato un vero successo per il loro partito, avendo ottenuto alla prima tornata elettorale 34 dei 56 seggi disponibili, che rappresentano più del 50% del futuro parlamento. Ciò è stato possibile grazie ad un altro punto di forza dei partiti islamici: la loro fitta rete di attività sociali e caritatevoli, che sono state usate come mezzo di diffusione dei loro programmi politici, abbinato ad un servizio porta a porta in cui venivano dati fogli illustrativi dei futuri progetti e politiche che sarebbero state adottate una volta eletti.

Esistono altri due fattori incisivi nella breve vita elettorale democratica egiziana che influiscono in maniera predominante sul computo dei voti espressi. Il primo è l’appartenenza ad un clan familiare: l’elettore si sente in dovere di votare un familiare o un lontano parente, fare diversamente rappresenterebbe uno scempio nei confronti degli altri membri del clan. Questo fattore, congiuntamente all’uso di slogan religiosi, che teoricamente erano vietati nella campagna elettorale, spiega l’inaspettato successo del partito dei salafiti. Infatti El Nur ha fatto perno sul forte sentimento religioso della popolazione egiziana, dove l’ignoranza raggiunge punte del 50%, sbandierando la vittoria dei partiti liberali e dei cristiani come una nuova ondata di valori occidentali contrari all’Islam che avrebbe invaso l’Egitto, e condannando alla pena dell’inferno chi non avesse votato per loro! Secondo questa interpretazione, si capisce il motivo per il quale molti cittadini hanno optato per il partito di Ghaffour invece che per L&G, un partito quest’ultimo che molti dei poveri considerano troppo politico e poco attento agli interessi dell’Islam. Questa sarà un ulteriore terreno di sfida tra le due grandi formazioni islamiche egiziane.

Nello svolgimento delle elezioni, molti analisti hanno voluto vedere una vittoria dei militari che hanno marginalizzato i ragazzi accampati a Tahrir. Se da una parte questo può essere vero, dall’altra il CSFA (Consiglio Superiore delle Forze Armate) ha dovuto arrendersi davanti alle richieste della piazza di stendere un’agenda dettagliata dei passi da seguire per l’elezione del Presidente della Repubblica. È vero che gli scontri vicino al Ministero degli Interni sono stati violenti e hanno provocato la morte di 41 persone, ma gli Shabeb sono stati gli unici che fino ad ora che sono riusciti a ottenere concessioni da parte del CSFA: la caduta del governo (anche se sostituito con un rimpasto degli stessi ministri) e la data delle elezioni presidenziali stabilita definitivamente per il 30 giugno del 2012. La netta decisione dei FM di prendere formalmente le distanze dagli scontri di Tahrir è stato sì, un calcolo politico che al momento ha portato ad ottimi risultati elettorali, ma ha creato risentimento in una parte della società civile, con la quale in futuro la Fratellanza dovrà fare i conti per risanare quella spaccatura che si è aperta con i giovani dopo gli scontri di fine novembre.

Se, dopo quasi un mese di occupazione, si deve proprio parlare di fallimento della piazza Tahrir, lo si può imputare alla mancanza di un’azione politica unitaria delle forze presenti in campo e alla volontà dei partiti politici e del CSFA di isolare il centro de Il Cairo dal resto della società civile. Tahrir è sì un’agorà dove la gente s’incontra e discute di politica e degli aspetti sociali, ma ognuno esprime un suo punto di vista indipendente in base a un’esperienza personale, manca coordinazione e unità d’intenti, non esiste un capo o un gruppo ristretto che possa parlare in nome della piazza. A lungo andare la politica dell’isolamento e dell’indifferenza da parte dei media, ha corroso lo spirito che sembrava essere ritornato quello dello scorso gennaio. Invece la gente dopo 10 mesi di stagnazione economica è stanca e le preoccupazioni quotidiane prendono il sopravvento sulla rivoluzione; quei altri cittadini non scendono in piazza considerano i suoi occupanti come degli irresponsabili e dei lavativi. C’è da chiedersi se anche questa possa essere una tattica del CSFA per logorare e spegnere il movimento rivoluzionario, a favore di una società tradizionale e patriarcale come quella egiziana, molto più attenta ai bisogni primari che a quelli della rivoluzione; questo perché i militari hanno mostrato negli ultimi 60 anni di saper ben amministrare quel consistente 35% dell’economia nazionale egiziana! È vero che amministrare un paese è tutt’altra cosa, ma quanto tempo si è perso dalle dimissioni di Mubarak senza che nulla fosse fatto? Si è continuato a vivere sotto la legge marziale mai abrogata con processi militari nei confronti dei civili che in ultimo sono stati la ragione degli scontri di novembre.

Oggi, 14 dicembre, è in corso la seconda tornata elettorale per alcune regioni egiziane. L’affluenza al voto, almeno per quanto riguarda il primo giorno, sembra drasticamente diminuita, a malapena di arriva al 30% secondo la televisione CNB egiziana. In diversi collegi nel governatorato di Giza i seggi elettorali erano deserti. Nella piazza Tahrir le tende sono state sgombrate, sono rimaste alcune al centro della piazza e davanti all’ufficio amministrativo del Mugamma, il traffico a ripreso a circolare già da diversi giorni come sempre. Anche qui c’è da chiedersi se, due settimane fa, proprio l’occupazione di Tahrir abbia spinto una larga fetta dell’elettorato egiziano ad andare a votare. Il computo che sarà fatto tra alcuni giorni dirà la verità.

Infine, sarebbe da capire chi sono quel 30% di egiziani che non è andato a votare in barba a quelle 500 lire egiziane di multa che il CSFA aveva stabilito per chi non si sarebbe recato ai seggio per il voto (Mona Anis, dal giornale Al Ahram Weekly). Costituendo una somma considerevole per la maggioranza degli egiziani, ciò fa supporre che una parte della classe agiata abbia disertato le urne, come presa da un disincanto verso la politica e con le valigie in mano, o forse sconfortata in partenza da una sicura vittoria dei FM. Quel  30% costituisce una quota consistente e, se teoricamente si fosse espresso, forse avrebbe cambiato non di poco i risultati finali delle votazioni.

La seconda tornata elettorale sarà caratterizzata dalla partecipazione di molte regioni del sud che si presentano al voto per la prima volta e dove la presenza dei FM è meno forte. Sarà da capire se la loro rete di ramificazione abbia raggiunto anche i confini più estremi, se la diffusione dei dati del primo turno elettorale possa influenzare la scelta dei cittadini, e infine se i partiti liberali riusciranno a scardinare una direzione ormai presa svolgendo un’attività di propaganda elettorale capillare quanto quella dei FM.

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