Previsioni per il futuro Medio Oriente … e il ruolo dell’Europa


L’Occidente si è incarnato negli ultimi tre secoli quale portatore dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità nati dalla Rivoluzione francese, abbinati nell’ultimi ultimi cento anni a quelli sociali del lavoro e della dignità dell’essere umano. Ora si trova a fronteggiare una grande ondata di cambiamento nel Medio Oriente, da molti etichettato appunto l’89 arabo. I movimenti che hanno preso piede in Tunisia e Egitto prima, Yemen, Bahrein e Libia ora, non sono guidati da una mano occulta come molti cercano di far credere, sono spontanei e chiedono solo una giustizia sociale che in tutta la Lega Araba esiste in percentuali che non raggiungono le due cifre.

I tunisini, gli egiziani, i libici … chiedono democrazia, perché guardando dall’altra sponda del Mediterraneo, vedono un sistema che maggiormente garantisce la migliore distribuzione della ricchezza nella società. Non si vuole entrare nel merito della veridicità di tale affermazione e degli squilibri che anche la democrazia porta, perché è evidente che negli ultimi trent’anni si è assistito a un’erosione continua e perpetrata del benessere delle fasce medie, medio-basse in molti paesi europei. Oltre a  una più equa distribuzione della ricchezza, il sistema democratico porta con sé dei principi che appartengono alla tradizione occidentale, ma in generale si riferiscono e si applicano a tutta l’umanità. Non c’è ombra di dubbio che i paesi musulmani attueranno questo sistema in base alle loro abitudini, costumi e tradizioni, ma lo sviluppo degli avvenimenti a cui si è assistito negli ultimi due mesi, è indice di un evolversi della società araba dalla quale il mondo occidentale non può distogliere gli occhi.

Quando solo un anno fa si assisteva al collasso economico della Grecia, il ministro dell’economia italiana Tremonti, affermò che nel momento in cui la casa del vicino brucia, non si rimane indifferenti, ma si prende il primo secchio per aiutarlo, perché il fuoco può verosimilmente incendiare la propria casa (aprile 2010). Le rivolte del mondo arabo, non arriveranno al punto di diffondersi negli stati europei allo stesso modo in cui sta avvenendo nel nord Africa, perché è stato il contrario. Nell’autunno scorso ci sono state forti tensioni in Europa (vedere video del 14 dicembre a piazza del Popolo a Roma): per la difesa dei diritti dei cittadini, per protestare contro la riforma della scuola, per le prospettive dei giovani che sembrano disastrose, per l’aumento generalizzato dei prezzi che corrode la capacità di acquisto delle famiglie meno abbienti mettendole in ginocchio. La protesta occidentale si è trasferita poi in maniera più profonda sul continente africano e in Medio Oriente, che più dei paesi industrializzati hanno sofferto la crisi. Infatti, sebbene gli indici economici indicassero crescite galoppanti intorno al 5% per tutti i paesi dell’area, chi ne beneficiava era solo una percentuale irrisoria di persone. A tal proposito si dovrebbe ripensare all’uso del modello capitalista nella società; perché se l’idea cardine della teoria capitalistica è quella di creare ricchezza, lo scopo dovrebbe essere quello che la collettività ne possa beneficiare nel suo insieme.

Seguendo il consiglio indicato dal ministro italiano per la crisi greca, è il caso ora di tendere una mano, non solo accogliendo i diseredati che possono approdare sulle coste italiane o europee, ma cercando di aiutare lo sviluppo nei paesi d’origine e di ricostruire quel tessuto sociale e democratico utile per la stabilizzazione e lo sviluppo dell’area. Se veramente l’Europa e l’America vogliono essere i portatori di ideali come quelli menzionati sopra, questo è il tempo di dimostrarlo. In un altro mio articolo (“Libertà, democrazia, capitalismo, parallelo con l’Egitto e i giovani”) mi domandavo il perché l’Europa non investa in nord Africa e non aiuti anche tramite l’economia lo sviluppo, non solo tecnologico, dei quei paesi. Quando la situazione si sarà stabilizzata, sarà opportuno mettere mano a un’eventuale pianificazione in tal senso.

Uno sviluppo economico, politico e sociale della sponda sud del Mediterraneo, deve essere percepito dagli europei non come una minaccia, ma come una possibilità di aumentare il novero dei paesi democratici nel contesto internazionale. È più facile un interscambio culturale e economico con nazioni democratiche piuttosto che con dittature i cui interlocutori sono costretti a seguire sempre degli schemi rigidi e prefissati dallo stato che rappresentano. Questo è uno dei meccanismi che fa nascere la corruzione e sfrutta le popolazioni locali. La libertà di pensiero e d’azione sono altri due capisaldi della democrazia. Seguendo la strada dell’appoggio e dell’aiuto ai paesi nord africani, si potrebbe finalmente spezzare quella barriera che divide europei e arabi da secoli, si potrebbe capire meglio la cultura dell’altro senza essere costretti ad assimilarla. La democrazia è per sua natura laica, ma permette al suo interno la libera dialettica religiosa. Oggi come oggi, ci troviamo in una situazione paritaria: entrambe le aree geografiche hanno percentuali minoritarie di cristiani o di musulmani, cosa che in Europa era impensabile solo un secolo fa.

Quando i paesi della Comunità Europea hanno accolto quelli dell’est liberati dalle dittature comuniste, ne hanno beneficiato allargando il mercato della comunità stessa, inglobando altre nazioni all’interno dell’Unione, e ricucendo quell’identità europea che era stata tagliata in due con la fine della seconda guerra mondiale. Se si guarda alla Slovenia, all’Ungheria, alla repubblica Ceca, alla Slovacchia, sono paesi che hanno tratto giovamento dall’ingresso nell’unione e che contribuiscono alla ricchezza non solo economica dell’Europa. Il mondo arabo, non è poi così lontano come può sembrare, le società sono impostate sì su un certo tradizionalismo arcaico, ma le proteste a cui si assiste in questi giorni, dimostrano che il tessuto sociale è molto più diversificato di quanto si creda. Ci saranno sicuramente degli scompensi e delle ripercussioni economiche, soprattutto per l’Italia, vista la posizione che ricopre nel Mediterraneo, non solo in riferimento ai gasdotti e al petrolio, ma soprattutto all’afflusso di persone. È un onere che dovrà essere condiviso con il resto dell’Europa, ma è anche un dovere in futuro può ripagare, sia ottenendo un miglioramento dei rapporti diplomatici ed economici con i nuovi governi di Tunisia, Libia, Egitto … sia guadagnando il rispetto delle genti arabe, grate verso chi avrà tenuto un comportamento umano e non solo utilitaristico.

L’Europa non deve voltarsi dall’altra parte, come non ha fatto nell’89. Rimanere indifferenti a quello che accade nei paesi arabi oggi, può creare una frattura ancora più marcata di quella che segnò l’11 settembre del 2001. Ci sono voluti dieci anni per dimostrare al mondo che arabi e musulmani non sono solo quelli che attaccarono le Torri Gemelle a New York. Purtroppo le memorie storiche sono dure a morire. Le terribili repressioni di Graziani nella Libia mussoliniana, sono tuttora ricordate dai libici e persino dagli egiziani come un’onta che ancora macchia la reputazione e l’immagine dell’Italia. Il contesto attuale potrebbe essere un’opportunità per cancellare quell’onta.

Il 22 febbraio c’era una manifestazione davanti all’ambasciata libica al Cairo, nel quartiere di Zamalek. La maggioranza dei manifestanti erano egiziani, appoggiavano il popolo libico, nella speranza che i loro vicini potessero arrivare alla vittoria come è accaduto in Egitto l’11 febbraio. Le forze del vecchio regime egiziano per il momento hanno lasciato campo libero, ma rimangono sempre nell’ombra, il cammino è ancora lungo. Gli egiziani hanno iniziato un percorso, ma sono solo al primo gradino, le difficoltà e le intemperie devono ancora venire, solo in un futuro imprecisato si potrà capire quanto sarà stata solida e efficace la rivoluzione egiziana e la coesione dimostrata dalla popolazione.

Le poche notizie che giungono dalla Libia sembrano drammatiche. Se veramente sono fondate, ci si interroga su come sia possibile avere il coraggio di far bombardare il proprio popolo, è un atto di barbarie apostrofato con il nome di genocidio. Sono lontani i tempi in cui Usa e Nato agivano come supporto delle NU per intervenire in situazioni di guerra civile solo per scopi umanitari (ex-Jugoslavia e Somalia). Qualora  la situazione in Libia degenerasse, potrebbe essere rispolverato l’interventismo di contingenti internazionali nelle faccende interne di uno stato quale soluzione per fermare lo sterminio di una popolazione. Ovviamente tale azione dovrebbe essere supportata da un consenso internazionale ampio e magari da truppe dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (ma il contesto internazionale odierno è molto diverso da quello degli anni novanta). Sempre confrontando gli eventi con quelli del 1989, Gheddafi potrebbe      fare la fine di Ceausescu qualora i cittadini abbiano la meglio. Al punto in cui la Libia sembra arrivata oggi, non c’è più ritorno: o dittatura per molti anni a venire, o fucilazione del rais libico a meno che non riesca a fuggire via prima (sebbene sia preferibile che compaia davanti all’Alta Corte di Giustizia dell’Aja per i crimini che sta commettendo).

Non è ancora dato sapere come l’Unione Europea e gli stati membri abbiano intenzione di reagire in questa fase, ma certamente si trovano a un bivio di rilevanza storica fondamentale. Da quello che accadrà nei prossimi mesi, si potrà capire se finalmente c’è la volontà di superare una barriera pregiudiziale nei confronti del mondo arabo o di rimarcare una divisione profonda secoli. Gli appuntamenti con la storia si contano sulle dita di una mano nell’arco di un secolo. Bisogna essere all’erta per non perdere l’occasione, perché dipenderà dalla scaltrezza dei politici e diplomatici quello che le prossime generazione dovranno studiare sui banchi di scuola e raccontare ai propri figli.

Per l’America l’investimento a partire dagli anni ’80 è stato il Lontano Oriente:  Cina, Thailandia, India … perché l’Europa non può fare del mondo arabo il suo Lontano Oriente? È così difficile immaginare un futuro prospero per i giovani europei e arabi in un cammino comune? Proprio per evitare quel decadentismo europeo che tanti studiosi sembrano ipotizzare come inarrestabile?

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