Shayma Kamel – Gli artigli di Mubarak e dei suoi pari – (Alias, Il Manifesto 02-06-2012)


Shayma alla Mashrabeyya Gallery a Il Cairo

Shayma Kamel: Gli artigli di Mubarak … PDF Alias

Esiste una linea di demarcazione che possa stabilire la maturità di un’artista? Per Shayma Kamal questa linea è rappresentata dal superamento del trauma post-rivoluzionario dell’11 febbraio 2011, quando Hosni Mubarak si dimise dalla carica di presidente. È stato un percorso, un’evoluzione naturale e sofferta, non solo per le persone care perdute durante le sommosse e gli scontri con i militari, ma per i sogni e le speranze traditi, per una domanda senza risposta su quello che è successo e quello che succederà. Shayma sviluppa questo processo, portandolo a un livello che supera i confini dell’Egitto, come piazza Tahrir si è diffusa nel mondo prima negli Indignatos spagnoli, poi negli Usa con Occupy Wall Street. Shayma Kamel ha affrontato il dramma interiore di chi ha vissuto pienamente la rivoluzione del 25 gennaio 2011, metabolizzando il suo trauma che l’ha accompagnata per un intero anno, un lungo periodo di espiazioni in cui è riuscita a estrapolare una visione più ampia, maturando una consapevolezza politico artistica internazionale.

Particolare quadro I

I suoi lavori sono stati ospitati al Cairo presso l’Opera House, il Ghothe Institut, il museo Zaad Zaghalul, la Townhouse gallery, la AUC gallery, il Cairo Atelier … e all’estero in Grecia sull’isola di Santorino, in America alla galleria dell’università americana di NY e della Westecher University della Pennsylvania, in Germania a Monaco di Baviera.

La sua rappresentazione pittorica ha un filo storico legato alle stoffe della nonna e della madre, quelle che dovevano essere il suo corredo, lei ha intrecciato i fili di quelle stoffe con quelli della Storia. Questo passaggio di generazione in generazione rende merito alla maturità dell’artista, forte e parte di un processo omogeneo in cui lei stessa è inglobata. È proprio nel momento in cui l’artista diventa parte di qualcosa più grande, che si riscontra quella maturazione che si ricerca nell’arco di un’intera vita.

Shayma Kamel usa figure di animali: ippopotami, elefanti, asini, leoni, falchi, iene … colori e forme impastati con le stoffe di famiglia. Il suo progetto ricorda “La fattoria degli animali” di George Orwell, anche il soggetto della mostra sembra calzare perfettamente con la visione orwelliana: presidenti rappresentati come elefanti e ippopotami, falchi ingessati in un tait che ricordano gli speculatori di Wall Street. Ma Shayma non dimentica l’ultimo anno trascorso in Egitto: due leoni con l’indice puntato verso l’alto richiamano i generali egiziani durante le conferenze stampa; un cecchino visto di spalle che punta la sua arma verso il vuoto; la figura nera di una donna in niqab con accanto quella di un soldato in elmetto che sembra la sua fotocopia, sulla testa lei ha scritto “Sicurezza”, lui “Centrale di sicurezza”; un salafita che si tappa le orecchie per non ascoltare altra parola se non quella di Allah; donne ritratte dentro alcuni quadri con una silhouette nera, le braccia aperte e le gambe conserte, in una posizione che sembra rappresentare l’ultimo baluardo a derive islamiste o autoritarie.

Particolare quadro II

D: Quanto tempo hai lavorato su questo progetto?

R: Da un anno, questa mostra è solo la prima edizione.

D: Perché hai usato gli animali invece di persone?

R: Perché le persone non sono più sufficienti a rappresentare la mia idea. Dopo ciò che è successo dall’inizio della rivoluzione e negli scontri di fine anno, tutto è diventato scioccante per me, per questo era impossibile rappresentare le persone come esseri umani. Così, ho scoperto che gli animali si adattano meglio al mio progetto, anche se credo di mancare loro di rispetto, perché in confronto a loro quello che l’uomo ha fatto e fa è davvero crudo e violento. Per esempio quando un animale uccide, lo fa per mangiare, non ne ricerca un altro fino a che non avrà fame di nuovo; ma gli esseri umani si uccidono a vicenda e continuano a uccidere senza saziarsi mai. Questo è ciò che ho sentito e visto nella rivoluzione. È un comportamento che mi sconvolge sempre. Per questo motivo gli animali erano più adeguati nel mio progetto, che ancora non è terminato.

D: Quale è lo scopo dietro il progetto?

R: Non c’è scopo, ho solo il lavoro, cerco di rappresentare la mia idea di ciò che sta accadendo ora, non solo in Egitto, ma in tutto il mondo. Come i paesi stanno cambiando cercando di divenire grandi potenze, come le persone che usano il potere che hanno con il proprio popolo … a me sembra ilare e ironico, questo è il motivo per cui quando si passa attraverso questa mostra ogni dipinto richiama o induce a una risata, a un gioco, al sarcasmo degli oggetti. Questo è quello che volevo esprimere, rappresentando la mia idea politica attraverso uno scherzo, una frase sarcastica scritta sul dipinto, opponendomi a ciò che sta accadendo oggigiorno.

Quadro I

D: Il sarcasmo è anche riferito all’esercito egiziano, per quello che sta facendo?

R: Non solo, ma anche all’ultimo presidente, Hosni Mubarak, così come ai presidenti di tutto il mondo: a come si comportano, come vestono, come parlano … come hanno indossato una maschera per cercare di dimostrare quanto sono importanti, e come una singola persona sia in grado di controllare milioni d’individui decidendo sulla loro vita o sulla loro morte. C’è un lato assurdo, sono davvero preoccupata per il comportamento degli esseri umani di controllare tutto, non solo la vita umana, ma tutto il pianeta … è così irreale ma affascinante! Queste persone hanno la capacità di distruggere più di quello che vogliamo costruire. Cerco di mettere brevi dichiarazioni nella mia pittura, per rappresentare il trauma del mio coinvolgimento emotivo nei giorni successivi alla caduta di Mubarak, affrontandolo in modo sarcastico.

D: Il trauma è stato fondamentale per sviluppare in una visione politica più ampia il tuo lavoro?

R: Quando fai una grande azione come può essere una rivoluzione, ci si aspetta che le cose andranno bene ed avranno successo, e che i sogni si realizzino, ma abbiamo avuto un paese secolare? Il popolo ha riottenuto i suoi diritti? Niente di tutto questo. Quando le cose desiderate non accadono, di sicuro ci si sente delusi e depressi, soprattutto dopo tutte quelle persone che sono morte nella rivoluzione, ma che sono ancora vive nel nostro ricordo. Sotto questo aspetto sì, è deprimente, ma allo stesso tempo tempra la forza di volontà per continuare a lottare.

Particolare quadro III

D: Possiamo dire che questo periodo di depressione è stato fondamentale per entrare in una maturità artistica.

R: La depressione e la repressione. La depressione è stata causata di ciò che sta accadendo in Egitto in generale, ma anche dal modo in cui siamo cresciuti; questo è il mio paese, in ogni paese c’è una sorta di atmosfera, qui c’è un’atmosfera difficile che rende dura la vita degli artisti, ma li fa lavorare e produrre di più, questa atmosfera potrebbe entrare dentro le loro opere. Ora la depressione è andata via e spero che le cose vadano per il verso giusto; sono consapevole che il conseguimento della democrazia può richiedere molto anni, tuttavia, avendone 31, spero di riuscire a vedere il mio paese come dovrebbe essere. Mi rendo conto che questo probabilmente non sarà possibile per la mia generazione, ma forse per le prossime sì, per questo lottiamo oggi, ed è bello e giusto così.

D: Quale è la tecnica che usi nei quadri, e perché hai deciso di fare lo sfondo usando della stoffa?

R: È stata una casualità, però il materiale di questa mostra è davvero speciale per me perché apparteneva a mia nonna e mia madre, i tessuti sono una sorta di collante in questa mostra, ogni quadro è legato all’altro in una storia sotterranea, qui tutto era destinato ad essere utilizzato per come è stato usato, in un incastro perfetto. Questa vecchia stoffa rappresenta uno specifico periodo, gli anni ’20 e ’30, quando la gente era abituata a vestire abiti e tessuti colorati, esisteva una coscienza mondiale diversa e il modo in cui trattavano il mondo era differente. È molto diverso quando si confrontano questi tipi di abiti con quello che vestiamo oggigiorno: capi in nero, in grigio o altri colori scuri, neanche fossimo in tempo di guerra! Durante quel periodo le persone pensavano con la propria testa, leggevano, ci fu una sorta di grande movimento sociale e politico, tutti fattori che vedo condensati negli abiti di mia madre.

Particolare quadro IV

Abbiamo questa abitudine nella mia famiglia di conservare le stoffe per la prossima generazione, come mia nonna ha fatto per mia mamma e lei a sua volta per me. Si ha l’abitudine di andare dal sarto prima del matrimonio delle ragazze per farsi cucire i vestiti nuovi, le mie non l’ho usate, ma sono sempre stata affascinata da queste stoffe: di volta in volta le prendevo e le osservavo con amore, senza farci nulla, per poi rimetterle al loro posto, fino a quando ho davvero scoperto quale fosse il loro scopo. A un certo punto ho sentito che potevano rappresentare qualcosa, allora l’ho usate per questa mostra.

L’uso di questi tessuti fa riflettere la gente che si domanda perché li ho usati, e quale è la connessione con il passato. La maggior parte delle persone che vengono a questa mostra ne capiscono il significato dietro i tessuti che trasmettono una sorta di nostalgia, di emozioni, e accendono qualcosa nella mente delle persone che guardano i dipinti, l’ho visto chiaramente nei loro occhi durante l’apertura della mostra.

D: Quest’ultima è stata fatta 10 giorni prima del primo anniversario della rivoluzione, era concordato con il gallerista?

R: No, è stata una coincidenza.

D: È stata una coincidenza piacevole?

Quadro II

R: In realtà l’anniversario non significava nulla per me, perché la rivoluzione non è ancora finita, è ancora in corso, come il mio lavoro. Non è il momento di festeggiare anche se è passato un anno. Mercoledì 25 gennaio 2012 c’erano milioni in Tahrir, ma stiamo ancora lavorando sulla rivoluzione; non mi fa felice sapere che un anno è passato e gli egiziani non hanno ottenuto nessun diritto, molte cose non sono accadute, persone sono morte e i responsabili che le hanno uccisi sono ancora in giro, quindi non è ancora tempo di festeggiare.

I quadri di Shayma Kamel rimangono ancora appesi, con le loro stoffedel passato e del presente, con sfondi di tessuto dei quadri che ricordano le moquette sulle pareti delle case inglesi degli anni ’30 e ’40. L’utopia di Tahrir può essere condensata dentro la frase del grande maiale della “Fattoria degli animali” di George Orwell: “Perché la nostra lotta sia vittoriosa occorre soprattutto l’unità della classe animale, non date retta al padrone quando parla del superiore interesse della fattoria, lo fa solo per dividerci, d’ora in poi ogni distinzione deve essere abolita, nel lavoro e nella lotta tutti gli animali sono uguali, piccoli o grandi, piumati o pelosi, tutti, è chiaro?”. In Egitto vedremo veramente un altro epilogo?

Quadro IV

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