Tahrir


È quando il cielo si fa vagamente plumbeo che una patina di stanchezza si posa sulle città. Qui in Midan Tahir vedo le persone muoversi lentamente come ombre. Si trascinano verso un ripetersi quotidiano continuo, coscienti che poco cambierà aumentando il passo. Così la svogliatezza prende il sopravvento, ma è solo un inganno della mente. Dietro i volti degli edifici la città pulsa di vite sconosciute dove ogni singolo momento non è lascia al caso, perché ogni minuto è la lotta quoditiana per il giorno che seguirà.

Le macchine scorrono, alcune si fermano; i poliziotti sciovinano le braccia come se stessero cullando un bambino e non dirigendo il traffico; un capitano della municipale con le stellette riluccicanti parla senza fretta con un tassista che ha accostato la macchina nella corsia del traffico accellerato parlandogli in modo naturale, per un occidentale può essere sbalorditivo, qui nessuno se ne cura. Le auto procedono lo stesso per regole nascoste nelle molecole dell’asfalto come geroglifici. Studenti seduti sui giardinetti e piazzole accompagnati dai clacson delle auto; le donne in burka seguono i loro mariti come ombre guardando attraverso una piccola fessura le spire del catrame nero. Forse potrebbero rivelare il segreto velato nelle vie cittadine, invece lo celano strettamente lasciando il passante smarrito.

Un raggio di sole buca le nuvole. Tutto scompare. Il sangue riprende il suo corso.

Un uomo blocca la macchina nel mezzo della corsia per contestare al vigile una multa che si appresta a scrivere. Tutto si ferma. L’autobus intrappolato dall’inaspettata mossa attende incurante l’esito degli eventi, gli lascia il suo tempo. Tutto rimane immobile negli occhi della gente in un giuoco surreale. All’improvviso il suono impazzito e schizzofrenico di centinaia di clacson prorompono, il suo tempo è terminato. L’uomo rientra nell’abitacolo pronunciando parole a me incomprensibili per poi essere ingoiato dalle altre automobili.

Un signore anziano degusta con la delicatezza dei polpastrelli una sweet Jack Potato all’egiziana. Il profumo di terra affumicata invade le narici. Lo stomaco non segue i percorsi della mente e reclama il suo tempo. Sento la città affondare le radici nel costato nutrendosi del mio sangue, un brivido sferra i suoi artigli sulla schiena e i peli delle braccia si rizzano confondono con l’aria… mentre i miei occhi inghiottono i volti del Cairo.

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