Voci calde …


Voci calde, risa gioviali di ragazze spagnole intorno al fuoco improvvisato per scaldare una tortilla. Una barca pochi metri più in là, bianca con la chiglia color acqua marina ad ingannare i pesci; un bambino vi recupera reti e bastoni … chissà cosa costruisce nei meandri del suo cervello. Forse più dell’uomo che lo osserva in una posa immobile e sorride di quel gioco inventato da quella piccola mente che sembra riecheggiare e far compagnia alle risa spagnole. Ora corre via verso un punto di chissà dove … verso un altro sogno. La barca rimane lì, leggermente inclinata sul lato destro, come se un’onda l’avesse sorpresa da dietro.

Il mare è piatto, silenzioso, una piattaforma bagnata d’asfalto azzurro che non vuole turbare la lettura di quel vecchio incurvato nelle pieghe dei suoi anni. Seduto su una sdraio stile Green Park di Londra: la stoffa striata di bianco panna e un giallo che il gioco delle luci del sole cambia dal paglierino, all’ocra, al curry … cucinando quell’uomo e il suo giornale. In lontananza, dove il bianco argenteo dei suoi capelli si confonde con lo specchio del mare, ci sono canoe dove uomini indaffarati si adoperano a smuovere l’acqua. Carezza di remi che generano mulinelli, che si tramutano in correnti, onde, tempeste di mare … fino a smorzarsi in flussi di quiete.

 

Mandibole sganasciano cibi prelibati preparati con cura, leccornie pasquali di abitudinaria festività. “Ma no, attendiamo ancora un po’. Altrimenti si finisce di mangiare in 20 minuti!”, una voce ironicamente polemica si alza da un angolo della tavola. “Non era meglio fare solo un primo e un secondo invece di quest’abbuffata senza senso?”, controbatte un altro commensale ad una domanda non posta. “Luca, sai che Mario va a Londra quest’estate? A scuola inizia un discorso in inglese e lo termina in italiano …”. Sinceramente la guardo un po’ attonito, sono troppo lontano da non aver udito bene o mia zia vaneggia? Mi domando. “Vai a Londra?”, chiedo allora a mio cugino di 10 anni più giovane. “Ma che!”, risponde seccato lui, “Mia madre vaneggia!”. Una smorfia a mezzaluna si disegna sulle mie labbra. “Ma dove sono tutti?”, irrompe mia madre presentando una colomba pasquale farcita di crema e cioccolato. “La prossima volta …”, (sempre la santissima prossima volta, mi dico io con gli occhi che roteano verso il  soffitto), “… la prossima volta vi metto la colla sotto le sedie”, la spalleggia mia zia. Sintonia di sorelle … simbiosi dell’età.

Mio nonno seduto sul divano in una smorfia plastica della bocca inala l’aria di Morfeo, noncurante di quelle voci che si sovrastano senza alcuna logica. Alle sue spalle non c’è più il mare di una passeggiata autunnale, quel mare spumeggiante che riflette il bianco argenteo dei suoi anni, ma una famiglia in un brulicante fermento di schiamazzi e movimenti.

Discorsi che non hanno senso, scollegati l’un l’altro, eppure seguono un filo logico primitivo di appartenenza famigliare, di un patto di sangue. “Vai in pensione a Settembre?”. “Francesca, è pronto il caffè?”. “Si, a Settembre vado in pensione …”, risponde mia madre a una domanda posta da chissà chi.

Il viso venato di rughe di mio nonno. Rughe che si riversano nella conca oculare scavata dall’età. Amori, dolori, sogni e ricordi incavati nei solchi della pelle … scolpiti dagli anni andati. Gli occhi si aprono. La pupilla inghiottita dal presente vomita un sogno rimasto sospeso in un passato andato e sfumato di volti non più vivi. Amici, mogli, genitori … coetanei di una gioventù lontana. Pezzo dopo pezzo parti del proprio mondo scompaiono lasciando spazio ad una solitudine certa. Non contano i figli, i nipoti, il presente che lo circonda. La mente vive nel ricordo del passato. I bambini sono trasposizioni momentanee della giovinezza. Il futuro una morte in attesa.

“Grazie del caffè mamma”, sorseggio l’amaro di questa poltiglia aromatica. Odore e profumo di vita.

 

Adesso a novant’anni e il viso disegnato da rughe, sonnecchio il sonno in una smorfia di labbra socchiuse. Abbandono Morfeo e l’iride riflette le voci dei miei figli, dei nipoti, pronipoti, generi e nuore di matrimoni o secondi legami.

Superstite di altre generazioni anch’io mi ritrovo catapultato in immagini passate. Volti di donne e uomini che hanno attraversato il mio cammino. Come per mio nonno un tempo, gli occhi si velano del profumo dei ricordi, le anime di persone care prorompono dalla trachea in un urlo di sentimenti. Incrocio lo sguardo femminile che mi porge il caffè. “Grazie del caffè Elena”, allungo le mani intagliate verso quelle giovani di mia nipote. L’aroma s’insinua nelle narici, la mente viene trasportata in altri luoghi.

Come mio nonno un tempo andato, esco in giardino a potare le piante con mio nipote. “Là, là”, indico con il bastone della vecchiaia e un filo di voce, “taglia quel ramo”. Potature per una vita che si rinnova, vita che si ripete in un ciclo senza fine. Questo è l’uomo: goccia di passaggio che bagna il terreno per evaporare al primo raggio di sole.

 

Sorseggio un tè al ribes nero, ginger e vaniglia seduto in un bar di fronte al lago di Bracciano, incurvato sulla mia vecchiaia ma ancora lucido da imbrattare pagine di sfumature d’inchiostro.

 

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